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Patto Draghi-Macron

Draghi Macron

I Graffi di Damato. Una brutta giornata per gli interessati alla crisi del governo Draghi

Non c’entrano apparentemente nulla l’una con l’altra le due notizie di giornata, chiamiamole così. Che sono, nell’ordine che preferite, anche diverso dal mio, gli arresti in Francia di sette italiani condannati in via definitiva tanti anni fa per terrorismo, e dintorni, fra cui Giorgio Pietrostefani per il delitto del commissario Luigi Calabresi, e il salvataggio politico in Italia del ministro della sanità Roberto Speranza. Sono due notizie che non c’azzeccano niente l’una con l’altra, direbbe Antonio Di Pietro, l’indimenticato Tonino di Montenero di Bisaccia che negli anni di “Mani pulite” fece sognare milioni di italiani smaniosi di manette o quanto meno di dimissioni, se non era proprio possibile ammanettare i politici di turno. E invece le due notizie hanno un filo che le unisce e riguarda la salute per niente precaria del governo di Mario Draghi. E ciò proprio nel giorno in cui dall’interno del Pd torna a farsi sentire Goffredo Bettini, attivissimo nel coltivare la memoria di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, per dire al manifesto che quello in carica è un Gabinetto “di emergenza e transitorio”: tanto transitorio che “occorre prepararsi alla fase successiva”.

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Si sarebbe forse già passati a questa misteriosa fase successiva se ieri Matteo Salvini avesse fatto la fesseria, che i suoi avversari forse si aspettavano, di non votare al Senato contro la sfiducia al ministro Speranza proposta dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e da un po’ di ex grillini convinti che l’alternativa a Draghi ci fosse già prima della sua formazione accettata da Grillo in persona con le sue trasferte a Roma dopo la caduta di Conte. Ma Salvini non è il coglione – scusatemi la parolaccia, ormai sdoganata d’altronde nel dibattito politico da tempo – che i suoi avversari vorrebbero, specialmente dopo averlo visto sbagliare nel 2019 ai tempi della crisi del primo governo Conte.

Il governo Draghi, a partecipazione anche leghista, è molto più solido di quanto non vogliano Bettini e compagni, o amici. È tanto solido, e autorevole per l’uomo che lo guida, da avere appena strappato alla Francia di Emmanuel Macron ciò che ad altri, a cominciare dai due precedenti governi, non era riuscito: l’“ultimo atto degli anni di piombo”, come lo ha definito il quotidiano Repubblica, o “la ferita risanata”, come l’ha definita La Stampa. È la ferita del rifugio concesso dalla Francia di Mitterrand a un bel po’ di assassini, ormai anziani o anzianotti ma sempre assassini per le leggi e i tribunali italiani. Essi contribuirono a insanguinare il loro Paese per praticargli la rivoluzione rifiutata sistematicamente dagli elettori.

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Certo, è passato tanto tempo da quei fatti, le persone sono invecchiate e possono anche godere – come ha osservato un magistrato di valore e di esperienza come Guido Salvini – di tutti i benefici previsti dalle nostre leggi anche per i condannati, ma è pur sempre positivo che in una Europa finalmente un po’ più solidale di prima, messa alla prova anche dalla pandemia, ci sia un Paese che avverta il bisogno di sanare un torto fatto ad un altro vanificandone deliberatamente le sentenze. Capisco la sofferenza politica e forse anche umana che deve essere costata ai colleghi del manifesto la rinuncia alla tentazione di ritoccare la foto di prima pagina del cortile dell’Eliseo per mettere a mezz’asta il tricolore francese sotto il titolo “C’era una volta”. Ma “il patto Macron-Draghi”, come lo ha chiamato Il Messaggero, ha una valenza politica superiore alla stessa “fine della corsa” degli impuniti del terrorismo.

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