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Pd tra primarie e M5s

Primarie Pd

I Graffi di Damato. Enrico Letta tra le reti festose dell’Italia e le sue autoreti con i grillini

Le primarie del Pd per i candidati sindaci di Roma e di Bologna non hanno guastato al segretario Enrico Letta la festa da tifoso per la volata dell’Italia negli ottavi di finale dei campionati europei di calcio vincendo anche la partita col Galles, dopo quelle con la Turchia e la Svizzera. Lui stesso aveva ammesso, dopo il flop delle primarie a Torino, di rischiare “l’osso del collo” a Roma e Bologna, dove sono andati a votare nei gazebo, rispettivamente, pur tra qualche contestazione, 45 mila e 25 mila partecipanti di quello che il segretario del Pd ha definito “il popolo di centrosinistra”. Che avrebbe dimostrato di “esserci” e, in fondo, di riconoscersi nella sua leadership.

È improbabile, visto anche che tanto a Roma quanto a Bologna è mancato l’accordo su un candidato comune a sindaco, che Letta possa parlare davvero con convinzione del “popolo di centrosinistra” includendovi il MoVimento 5 Stelle. Col quale invece egli continua a perseguire un’intesa in altre parti d’Italia e soprattutto a livello nazionale. È un movimento sulla cui evoluzione, sotto la guida di Giuseppe Conte ma a “garanzia” invariata, che è quella di Beppe Grillo, il segretario del Pd ha scommesso moltissimo rischiando l’osso del collo ancor più che nelle primarie comunali di sostanziale ratifica delle sue scelte per Roberto Gualtieri in Campidoglio e Matteo Lepore nella città delle due torri.

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Nella convinzione che si è fatto di un movimento col quale poter condividere anche nella prossima legislatura il governo del Paese Enrico Letta avrà trovato – presumo – esagerato il pessimismo di un liberale a 24 carati come Antonio Martino. Che oggi in una intervista a Libero ha definito quella delle 5 Stelle “l’invenzione di un guitto genovese di scarso talento ma furbissimo, che ha creato questa cosa basata sul disprezzo per tutti e per tutto, priva di qualsiasi consistenza ideologica… Un fenomeno disgustoso per il nostro Paese”. Che ha peraltro mandato alla Farnesina, dove Martino fu ministro degli Esteri col centrodestra, come il padre prima di lui col Pli alleato alla Dc, “il bibitaro del San Paolo” più adatto alla “sua prima professione, nella quale parlare partenopeo era più che sufficiente per svolgere le funzioni che gli competevano”. Si tratta naturalmente di Luigi Di Maio.

Ben diversa, secondo Martino, si è rivelata la pasta della Lega, anch’essa nata tra gli sberleffi e gli insulti del fondatore Umberto Bossi, ma evoluta a tal punto, a furia di governare con Berlusconi, da essere bene adatta al partito unico del centrodestra che lo stesso Berlusconi è tornato a proporre nella prospettiva delle elezioni politiche del 2023, smentendo di essere incoraggiato dai figli a liberarsi di Forza Italia. L’idea del partito unico del centrodestra, del resto, secondo quanto ha riferito come testimone proprio Martino, venne a Berlusconi già nel 1997 parlando con l’allora premier spagnolo Josè Maria Aznar. E ora che la Lega è quella dell’ex ministro dell’Interno potrebbe ben essersi verificato quello che Il Messaggero ha annunciato in un titolo riferendo di un incontro appena avvenuto ad Arcore fra i due con queste parole attribuite al padrone di casa: “Sei tu il mio erede”.

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Certo, ci sono resistenze sulla strada così insistentemente indicata dall’ex presidente del Consiglio, convinto di poter importare in Italia il partito repubblicano degli Stati Uniti, augurabilmente non di stile trumpiano, ma è una scommessa – ad occhio e croce – meno avveniristica di quella fatta da Enrico Letta su un MoVimento 5 Stelle davvero nuovo, dimagrito elettoralmente ma più affidabile.

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