Italia

Perché il Manifesto è sparito da Google Play

manifesto google play

L’app del quotidiano comunista Il Manifesto è sparita dallo store Google Play, che chiede alla redazione di confermare che si tratti realmente di un giornale

Non sappiamo se sia in atto una crociata dei colossi del tech statunitensi contro i relativamente modesti media di casa nostra. Probabilmente no, ma sta di fatto che, dopo l’improvvisa chiusura parziale dell’account di Libero decisa da Twitter (pare dovuta a un hackeraggio del profilo), un’altra testata, per par condicio agli antipodi di quella diretta da Pietro Senaldi, è inciampata nelle pastoie burocratiche ancora più ottuse di quelle di casa nostra previste dai colossi della Silicon Valley: il Manifesto, che s’è visto ritirare la app da Google Play.

SU GOOGLE PLAY NON C’È PIÙ IL MANIFESTO

Ad accorgersene gli stessi lettori del quotidiano diretto da Norma Rangeri. E il fatto è stato denunciato dallo stesso Manifesto: “I lettori – si legge – ci scrivono preoccupati e un po’ arrabbiati, pensano che il problema sia nostro”. La testata romana fa notare come il disguido rischi di danneggiarla economicamente: “All’improvviso, a poche ore dalla partenza della campagna abbonamenti, scopriamo quasi per caso che la storica app del manifesto è sparita dal Google Play Store”.

 

Paradossale il motivo del ban: “Proviamo a sentire gli sviluppatori e a controllare sulle caselle email amministrative. Dopo qualche minuto e un giro di telefonate, scopriamo un po’ nel panico che anche noi, nel nostro piccolo, siamo finiti nel mirino di Big G”. “Il gigante di Mountain View – scrivono ancora dal Manifesto – ci chiede di dimostrare che siamo davvero una app di news, che produciamo contenuti originali, scritti da giornalisti, che abbiamo un sito web, che rispettiamo la privacy, che non facciamo refusi (ahia!), etc”.

“Iniziamo a cercare tra le varie schermate della Developer Console, una più demenziale dell’altra, e iniziamo a compilare 6 questionari che sembrano scritti da un funzionario dell’impero austroungarico.

Dopo ANNI che siamo sullo Store e da mezzo secolo in edicola, Google ci chiede di dimostrare:

se siamo la app di un giornale (la gerenza è sia embeddata nella app che qui sul sito)
se rispettiamo la privacy (pochi sono più scrupolosi di noi, che non tracciamo né profiliamo)
se la nostra app fornisce contenuti a pagamento (lo fa di default, è accessibile solo agli abbonati e Google prende circa il 40% dell’abbonamento da diversi anni)
se pubblichiamo annunci pubblicitari (no, non lo facciamo ma è questo un motivo valido per cancellare un giornale?)
se pubblichiamo contenuti non adatti ai minori (un giornale non è un porno, comunque nel dubbio autodichiariamo che siamo adatti a un pubblico dai 13 anni in su. Google ci risponde classificandoci subito come un prodotto “non adatto alla famiglia” senza ulteriori spiegazioni).
Ma non basta. Google ci chiede anche:

un abbonamento omaggio per verificare effettivamente il contenuto delle nostre edizioni digitali con tanto di istruzioni di login (Google che chiede l’abbonamento omaggio al manifesto ci fa abbastanza ridere)
ci spedisce a un ente di valutazione dei contenuti denominato IARC (mai sentito prima, almeno da noi)
Al termine della compilazione di questi assurdi questionari compaiono delle confortanti spunte verdi. Ma il problema rimane.

Google ci riscrive comunicando che saremo ancora al bando a causa di questa “Policy Issue”: “Apps without an IARC content rating are not permitted on Google Play”.

Finché lo IARC non trarrà le sue conclusioni siamo cancellati dallo Store. Risolviamo anche questa ma la app resta in revisione.

Non si sa cosa stia avvenendo. Eppure la app è pubblica da anni e i commenti degli utenti e degli abbonati sono sempre stati super-positivi (a proposito, non ve lo abbiamo mai detto: Grazie!)

Ci scusiamo con gli abbonati ma è veramente un problema indipendente dalle nostre volontà.

Vi terremo aggiornati”.

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