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Perché l’Italia non può perdere la sfida del digitale

Pnrr Transizione Digitale

Mettere in atto la transizione non significa soltanto agire sull’energia, sull’ambiente, sul clima. Ecco quanto può costare lo spreco del Pnrr per l’Italia

Mettere in atto la transizione non significa soltanto agire sull’energia, sull’ambiente, sul clima. La transizione è anche digitale. E anche in questo comparto, il Piano nazio- nale di ripresa e resilienza italiano dedica risorse ingenti che andranno capitalizzate, sfruttate. Il piano si chiama Italia domani ma va attuato nel presente, oggi. E le risorse a disposizione per crescere in ambito na- zionale ed europeo coprono per il digitale il 27%. Da un lato ci sono 6,7 miliardi per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione. Dall’altro, per le reti ultraveloci ci sono 6,71 miliardi. Il totale è 13,45 miliardi intestati al Mitd, il ministero per l’Innovazione e la transizione digitale. Nel primo caso, gli interventi sulla Pa riguardano le infrastrutture, i servizi, le competenze, i processi. Riguardo le reti, invece, i piani per portare le connessioni a 1 Gbps su tutta la penisola al 2026. Quattro anni che sembrano un lasso di tempo lungo ma che in realtà sono qui, dietro l’angolo.

LA STRATEGIA ITALIANA E LA SVOLTA DIGITALE DEL PNRR

E allora, come intende procedere l’Italia? Con quale strategia? Il piano prevede di garantire l’identità digitale a sette cittadini su dieci, assicurare loro le competenze digita- li. Per la Pa, invece, l’obiettivo dell’adozione del cloud deve riguardare almeno il 75% del settore. E ancora: si punta a coprire l’80% dei servizi pubblici su piattaforme online e, come accennato in apertura, spingere al massimo sul fronte della connessione della banda ultra-larga per le famiglie. Con la piena copertura 5G delle aree popolate.

Sono tante le sfide e altrettanti i soggetti ad essere coinvolti in questo percorso. Il mini- stero di riferimento è certamente quello per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale ma il dialogo con altri dicasteri è altrettanto importante perché sostanzia la messa in atto delle misure.

L’INDICE DESI

Questo il piano e i suoi obiettivi. A monitora- re il tutto, invece, occorre fare riferimento al Desi. Il Digital economy and society index è attivo dal 2014 e ha la funzione di identificare le priorità dei progetti nazionali in ambito digitale. È un indice della Commissione eu- ropea e guarda anche i capitoli tematici più importanti in ottica Ue.

Grazie a questo supporto, infatti, prendere le decisioni politiche e sostenerle in ottica sovranazionale diventa un processo anco- ra più benevolo. L’Unione europea è attiva nel tenere d’occhio i progressi dei vari Stati membri. La pandemia ha agito da detonatore e acceleratore di esigenze e processi che servono per il futuro ma anche per il pre- sente. In totale, i miliardi messi sul tavolo da Bruxelles sono 127. E i Paesi hanno risposto impegnandosi per oltre il 20% (media del 26%) obbligatorio per dedicare i fondi del Recovery and Resilience Facility alla trasfor- mazione digitale.

Austria, Germania, Lussemburgo, Irlanda e Lituania sono andati anche oltre, impegnan- do risorse pari al 30% dei rispettivi piani na- zionali. Nel rapporto Desi 2022 si evidenzia, ad esempio, che Roma è al settimo posto sulla connettività. Preceduta da Danimarca, Olanda, Spagna, Irlanda, Francia e Germania.

IL CASO TIM

Un concreto esempio aziendale italiano di messa in atto dei progressi digitali di cui tutto il Paese può beneficiare tramite il Pnrr è Tim. Che in base al Piano ha ottenuto la maggioranza delle gare pubbliche per agire sulle infrastrutture fisse e mobili. E la nuova unità dell’azienda telefonica sarà centrale. Si tratta, quindi, di un momento florido e importante. Lo scorso luglio, l’ad Pietro Labriola ha presentato il nuovo piano indu- striale dell’azienda. Un piano ambizioso, che punta nuovi obiettivi e definisce una nuova traiettoria. Il percorso di Tim si arricchisce con la sezione Enterprise, un’unità nuova che guarderà alle Pubbliche amministrazio- ni ma non solo. Si rivolgerà anche ai grandi clienti. Nello specifico, il comparto Enterprise, impresa, entrerà nel mercato agendo sulla connettività, sui servizi digitali. Lo farà da sola? Certamente no. Sul campo, infatti, andrà a confrontarsi con attori del calibro di Nove, Olivetti e Telsy.

Come sarà strutturata la nuova unità? Tim Enterprise avrà da gestire un fatturato da tre miliardi di euro circa e un Ebitda da un miliardo. La prima sfida sarà rispettare l’obiettivo di semplificazione generale. Un’operazione da riferire sia alla struttura generale sia all’offerta dei prodotti.

Le basi solide però ci sono. Si pensi, infatti, ai ricavi che nel 2021 hanno raggiunto la cifra di tre miliardi, con il 23% coperto dal comparto del cloud. Che, insieme a Internet delle Cose (IoT) e cybersicurezza, rientra tra i servizi di- gitali in cui l’azienda agirà con frequenza e sviluppo sempre maggiori. Servizi che valgono in generale sempre di più. L’obiettivo di Tim Enterprise è anche integrarsi e integrare, valorizzare le competenze in termini di unici- tà. Il contesto aiuterà e non poco.

UN DIGITALE SOSTENIBILE (GRAZIE AL PNRR)

La mission di questa nuova sezione sarà totalmente allineata alle finalità industriali. L’obiettivo del comparto Enterprise di Tim sarà improntare presso le imprese la trasformazione digitale sostenibile. In base a quali criteri? Strategia climatica, economia circolare, crescita digitale e valorizzazione del capitale umano.

Oggi gli obiettivi imprenditoriali delle aziende ruotano attorno al rispetto dell’ambiente, quindi del clima, anzitutto. E questo orizzonte viene perseguito in termini economici tramite la circolarità produttiva, tramite il digitale stesso, il capitale umano. Riassunti in una sigla, gli Esg: environment, sustaina- bility and governance. Per perseguirli occor- re ridurre le emissioni carboniche, compensare e neutralizzare. Tutte operazioni che stanno entrando nell’ordinaria conoscenza di chiunque, a maggior ragione delle aziende. E allora, qualche esempio di Tim. In termini energetici, infatti, Enterprise si alimenta per intero con fonti rinnovabili.

A guidare Tim Enterprise sarà Elio Schiavo. Il quale, dopo aver ricoperto posizioni manageriali in Seat PG e Apple, è chief enter- prise and innovative solutions officer. Ono- rato dell’incarico, ha dichiarato che “Tim Enterprise è senza dubbio un’eccellenza del Gruppo Tim. In Italia siamo l’unico player ad offrire servizi digitali a 360 gradi a imprese e Pubblica amministrazione, innovativi, sostenibili e sicuri. Mettiamo a disposizione dei nostri clienti competenze e tecnologie: dalla connettività ultrabroadband fissa e mobile al cloud, dall’Internet of Things alla cybersecurity”.

Secondo Schiavo, inoltre, “grazie a questi asset e alla nostra capacità di raggiungere obiettivi significativi in un contesto molto sfidante, siamo convinti che trimestre dopo trimestre rafforzeremo ulteriormente il no- stro ruolo, confermandoci l’abilitatore di ri- ferimento per la transizione digitale. In con- creto crediamo che il digitale rappresenti la chiave di volta per un futuro più sostenibile e per questo continueremo a portare inno- vazione e sviluppare le migliori soluzioni per far crescere il tessuto industriale italiano”.

GLI SCENARI

L’ultima mossa di Tim, insomma, è rilevante perché totalmente inserita nel quadro di sviluppo e investimenti nazionali di Italia domani 2026. L’azione sulle infrastrutture fisse e mobili passerà anche da Enterprise. Infine, anche il Polo strategico nazionale avrà la responsabilità di assicurare la digitalizzazione della Pubblica amministrazione. Dove Tim agirà con Leonardo, Sogei e Cassa Depositi e Prestiti. Il compito di questi gruppi non è proprio marginale, come è facile intuire pensando ai ritardi italiani degli anni scorsi. Un compito anche delicato: servono, infatti, anche garanzie di sicurezza e protezione dei dati. Due fattori da assicurare nell’implementazione del cloud e da inserire in un quadro normativo altrettanto dinamico e idoneo.

 

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