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Perché Renzi vuole la crisi?

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Matteo Renzi, leader Iv

Tutti si aspettano che le mosse del senatore di Rignano seguano una logica. Ma siamo sicuri sia davvero così? Quanto vale l’azzardo nella vita di Renzi?

Spesso la politica viene intesa come una battaglia, in cui i capi dei partiti si sfidano come se fossero generali d’armata, tessendo strategie. Chi è appassionato di storia militare sa molto bene, per esempio, che Napoleone Bonaparte ha sempre lasciato molto al caso. Ai piani studiati a tavolino, insomma, ha sempre preferito mettere in moto gli eventi per vedere come si sarebbero risolti. Eppure la storia lo fa rientrare nel novero di quei grandi condottieri (tra cui Cesare, Alessandro e Carlo Magno) che avrebbero vinto le loro guerre portando il nemico a fare esattamente ciò che volevano loro. Ecco, per certi versi Matteo Renzi ricorda molto l’avventurismo di Napoleone Bonaparte: difficile infatti oggi rispondere in modo logico alla domanda che tutti si stanno ponendo. Perché Renzi vuole la crisi?

Il suo pare insomma un azzardo. “Alea iacta est”, per continuare coi parallelismi bellici. Nel pomeriggio il senatore di Rignano ha attraversato il suo personalissimo Rubicone, strappando con l’esecutivo (qui la nostra diretta) e aprendo di fatto la crisi di governo del Conte due. Un governo, non dimentichiamolo, nato nell’estate del ’19 proprio su iniziativa dello stesso Renzi e tutti, conoscendo la propensione allo #staisereno del toscano, già scommettevano su quando lo avrebbe fatto cadere. “Siamo stati i principali sponsor del governo, perché mai farlo cadere?”, ripeteva l’ex premier in ogni show televisivo. Ma intanto, già nel giorno della nomina dei sottosegretari strappava col Pd e creava Italia Viva, concretizzando quel Partito della nazione che accarezzava da tempo, quando subito intuì che il Partito democratico, ancorché renzizzato in ogni poltrona che contava, già gli stava stretto.

Perché Renzi vuole la crisi?

Si ritorna alla domanda cui tutti provano a dare risposta. Perché Renzi vuole la crisi? Aveva chiesto di abolire la mega governance piramidale del Recovery Plan pensata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e lo ha ottenuto; aveva chiesto di rivedere integralmente il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ed è stato accontentato. Ma lui ha imposto alle sue ministre di non votarlo nel Cdm e di dimettersi, innescando lo shutdown che ci porta all’oggi.

Massimo D’Alema, vecchia volpe rottamata proprio da Renzi, ha detto: «Non si può far cadere l’uomo più popolare del Paese per fare un favore al più impopolare». E secondo i normali criteri della logica avrebbe pure ragione. Se nessuno, nel grande gioco della politica, vuole mai restare con il cerino della crisi in mano ci sarà un motivo. Figurarsi far cadere un governo senza riuscire a trovare un vero perché, mandando in scena la versione fuori stagione del Papeete dell’altro Matteo. Per di più immaginiamo quali danni possa portare all’immagine dell’uomo «più impopolare del Paese» distruggere un governo in piena pandemia, facendo slittare il Recovery plan e magari chiudere le scuole appena aperte per trasformarle in seggi elettorali.

Insomma, esattamente come Matteo Salvini, che strappò all’improvviso, col pretesto del Tav, coi 5 Stelle, Matteo Renzi strappa ora con Pd e grillini col pretesto del Mes, per gettarsi in una crisi al buio. Probabilmente spera che non si vada alle urne, si augura di uscire con teatralità facendo l’offeso per essere riconvocato in tutta fretta a Palazzo Chigi tra mille salamelecchi e sta cercando solo più potere e più poltrone. Fatto sta, che al pari di Napoleone, ha iniziato a muovere le pedine senza conoscere come evolverà la partita. All’altro Matteo andò parecchio male mentre porta ancora le cicatrici del referendum del 2016. Quello del «se perdo il referendum sulla riforma costituzionale, lascio la politica». Fu una Waterloo. Ma Renzi non si confinò all’Elba come promesso. Eppure sta provando lo stesso la sua personalissima versione del “volo dell’Aquila”. La storia ci dirà se sarà un volo dell’aquila, oppure, come pare, del fagiano o, peggio, del tacchino. Quel che è certo è che, come ha detto D’Alema, in tanti non vedono l’ora di impallinarlo.

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