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Quota 103: cosa è, come funziona e le critiche dei sindacati

Andare In Pensione

Al vaglio del governo la sostituzione di Quota 102 con Quota 103 per chi vuole andare in pensione, l’obiettivo è evitare il ritorno della Legge Fornero. Ma i sindacati chiedono una riforma strutturale

Il governo vuole a tutti i costi evitare il ritorno alla versione integrale della legge Fornero, che vuol dire andare in pensione a 67 anni di età ed almeno 20 anni di contributi oppure dopo 42 anni e dieci mesi di contribuzione (le donne sarebbero alleggerite di un anno). La deadline è il 31 dicembre 2022 e tra le ipotesi al vaglio c’è la sostituzione dell’attuale Quota 102 con Quota 103 che prevede l’uscita anticipata per chi ha almeno 62 anni d’età e 41 di contributi.

Quota 103: le agevolazioni per andare in pensione

Attualmente Quota 102 prevede l’uscita dal mondo lavorativo a 64 anni con 38 di contribuzione. Il governo sta valutando di permettere, dal 1° gennaio 2023, e per soli 12 mesi, di andare in pensione con 62 anni d’età e 41 anni di contributi. Dopo la riforma “Quota 102” il governo ha a disposizione un miliardo di euro da investire nelle agevolazioni per chi vuole andare in pensione.

“Quota 103” costa 700 milioni di euro

Come spiega il Sole 24 ore il costo di “Quota 103”, il “62+41”, dovrebbe avvicinarsi ai 700 milioni. A spingere forte per questa misura è stata la Lega che vorrebbe traghettare il nostro sistema pensionistico verso Quota 41 in forma “secca” e “fissa” permettendo il pensionamento con 41 anni di versamenti a prescindere dall’età anagrafica. “Quello che stiamo definendo – ha detto il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon – è un intervento ponte in vista della riforma complessiva della previdenza con cui saranno messi a sistema con nuove soluzioni tutti gli strumenti di flessibilità”.

300 milioni di euro per andare in pensione con Opzione donna e Ape sociale

I restanti 300 milioni di euro dovrebbero essere investiti in Opzione donna e nell’Ape sociale. Opzione donna, anch’essa confermata, ha permesso di andare in pensione, con il ricalcolo contributivo dell’assegno, alle lavoratrici di 58 anni d’età, o 59 se “autonome”, e almeno 35 anni di contributi. Conferma anche per l’Ape sociale, la misura che permette, ad alcune categorie, come i disoccupati di lungo corso, i caregiver o gli invalidi civili, di andare in pensione con 63 anni e 30 anni di contribuzione. Anche i lavoratori precoci, cioè quelli che, come scrive l’INPS, “possono far valere 12 mesi di contribuzione effettiva antecedente al 19° anno di età”, hanno un trattamento differenziato. Questi potranno continuare ad andare in pensione con 41 anni di versamenti, indipendentemente dall’età.

Non passano gli incentivi per chi vuole rimanere a lavorare

Non passano, invece, gli incentivi per chi intende restare più a lungo a lavoro. Il governo ha provato a valutare l’introduzione di una decontribuzione per incentivare chi ha diritto ad andare in pensione, per il raggiungimento dei requisiti anagrafici e contributivi, a rimanere nel mondo del lavoro. Si sarebbe trattato di un incentivo non di poco conto perché, in caso di rinvio, la contribuzione del 33% prevista per i lavoratori dipendenti sarebbe stata azzerata per tutti gli anni di rinvio del pensionamento.

Le stime del MEF: nel 2022 5,4 miliardi per l’indicizzazione

I tecnici del Mef hanno sottolineato che la misura avrebbe avuto in impatto importante sui conti pubblici, già messi a dura prova dall’indicizzazione degli assegni pensionistici imposta dal galoppare dell’inflazione. L’indicizzazione sarà del 7,3% e oscillerà tra i 38 e 150 euro netti al mese. Per i conti dello Stato significa un incremento di “5,4 miliardi per il 2022, cui segue un incremento di 21,3 miliardi nel 2023, 18,5 miliardi nel 2024 e 7,4 miliardi nel 2025″, come ha spiegato il ministro Giorgetti.

I dubbi dei sindacati: serve riforma strutturale per chi ha diritto ad andare in pensione

“Sulle pensioni non so che cosa voglia fare il Governo, mi limito a registrare che ci sono tante proposte. Forse troppe – ha detto il segretario della Uil, Pier Paolo Bombardieri -. Le quote non danno risposte adeguate. Non si possono cambiare le regole continuamente”. Il segretario della UIL avrebbe preferito una “riforma strutturale, attenta ai giovani che fanno lavori precari e che devono poter contare su una pensione di garanzia domani, che dia risposte alle donne, i cui problemi sono spesso avvolti dalla retorica delle pari opportunità. Così come pensiamo che bisogna studiare una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni”.

Critico anche Luigi Sbarra, segretario generale della CISL, che vorrebbe una riforma che guardi anche alla sostenibilità anagrafica. “La soglia dei 41 anni di contributi a prescindere dall’età è per noi condivisibile, a patto di affiancarla a un’altra dimensione della sostenibilità: anagrafica – dice Luigi Sbarra al QN -. Bisogna restituire alle persone la libertà di uscire dal circuito produttivo a partire da 62 anni senza penalizzazioni. Va superato il meccanismo delle quote (come combinazione tra età e contributi) che penalizza chi ha percorsi professionali frammentati e precari e tratta tutti i lavo- ratori allo stesso modo. Cosi come serve la conferma strutturale l’estensione dell’Ape sociale per i lavori gravosi. Non si può stare, insisto, su una gru o sotto il sole nei campi fino a 67 anni. I lavori non sono tutti uguali”. 

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