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Sei scenari per una crisi, cosa può succedere mercoledì in Parlamento

Draghi Consiglio Europeo

La crisi è stata parlamentarizzata, quindi soltanto Mario Draghi parlando alle Camere potrà decidere che cosa accadrà dal 20 luglio in poi

Mancano ventiquattr’ore e l’Italia saprà qual è il destino della legislatura. Saprà, insomma, se il governo di Mario Draghi tiene a dispetto dell’inciampo maldestro dei 5 Stelle, oppure se il presidente del Consiglio farà i bagagli e si ritirerà a vita privata, lasciando a Giuseppe Conte l’onere di aver sfasciato tutto in un momento difficilissimo per il Paese (e permettendo soprattutto a chi è all’opposizione di correre a incassare il proprio boom di consensi). Ma cosa può accadere mercoledì in Parlamento? Abbiamo elencato gli scenari possibili, anche quelli meno probabili.

DRAGHI SI DIMETTE E SI VOTA SUBITO

I bookmakers la darebbero come l’ipotesi privilegiata, stando almeno ai vari avvertimenti rilasciati nell’arco delle ultime settimane dal presidente del Consiglio (secondo cui non esiste il governo senza i 5 Stelle e non esisterebbero altri esecutivi guidati da Mario Draghi a geometrie variabili) e stando soprattutto al discorso di commiato pronunciato ai propri ministri nel CdM di giovedì scorso, giorno della salita al Colle. Il voto sarebbe il prossimo 25 settembre o comunque non più tardi della prima settimana di ottobre.

DRAGHI SI DIMETTE MA CON PIU’ POTERI RISPETTO AGLI AFFARI CORRENTI

Col consenso di tutte le forze politiche, visto che la situazione è grave, secondo alcuni osservatori il governo Draghi, ancorché dimissionario, potrebbe – nelle settimane che lo separano dalle urne – continuare a firmare decreti e lavorare ai dossier del PNRR, così da non perdere tempo sui fronti economici più urgenti che, li abbiamo passati in rassegna la scorsa settimana, sono davvero numerosi e non possono essere ignorati. Si tratterebbe di uno strappo alla regola che vorrebbe il governo dimissionario in carica solo per il disbrigo degli affari correnti. Quasi certamente, però, il governo Draghi, se in uscita, ancorché dotato ufficiosamente di un raggio d’azione più ampio del dovuto, non potrebbe intervenire sulla spesa e nemmeno predisporre interventi a debito. Sarebbero bloccati, pertanto, tutti i bonus da rifinanziare.

GOVERNO FRANCO O GOVERNO AMATO PER METTERE IN SICUREZZA IL PAESE

L’alternativa classica a una crisi che non rientra, dovendo comunque fare una finanziaria e chiudere almeno con gli impegni 2022 per avere la nuova tranche dei fondi del PNRR sarebbe quella di chiamare alla guida dell’esecutivo una personalità di spicco, come Giuliano Amato, presidente della Consulta, o tecnica, come Daniele Franco, portatore della medesima visione draghiana e suo erede naturale, per un esecutivo che metta in sicurezza il Paese e traghetti il Paese alle elezioni, chiudendo almeno l’anno solare.

IL M5S RIENTRA NEI RANGHI

Col Movimento 5 Stelle tutto è possibile, anche una improvvisa inversione a “U” che lasci a Giuseppe Conte l‘onere di annunciare che finora avevano solo sterzato. Per i pentastellati vorrebbe dire l’implosione e il suicidio elettorale, ma garantirebbe al governo la sopravvivenza fino alle elezioni, perché permetterebbe a Draghi di riprendere le redini della medesima maggioranza di 17 mesi fa.

DRAGHI VA AVANTI, SENZA M5S

Questa ipotesi non è poi così improbabile, perché Mario Draghi sta subendo pressioni affinché resti un po’ da tutti: dal Presidente della Repubblica, dall’Ue, dalla Germania e dagli USA. In poco tempo e in piena crisi internazionale il premier ha permesso all’Italia di crearsi uno spazio tale in Europa – e non solo- che la caduta del governo creerebbe pericolosi vuoti, indebolendo anzitutto Bruxelles e in modo minore perfino la NATO. Non è una ipotesi improbabile, si diceva, ma non è certo la preferita dal premier, che fedele alla parola data vorrebbe dimettersi. Ci sono poi altri ostacoli di natura politica: la decisione di continuare a dispetto dello sgambetto pentastellato potrebbe suonare alle orecchie degli alleati di governo meno responsabili come la campanella della ricreazione. Un pericoloso precedente che permetterebbe alla Lega di iniziare a sparare palle incatenate contro il suo stesso esecutivo pur di raccogliere consenti elettorali.

IL M5S IMPLODE

C’è infine un’ultima possibilità, che potrebbe essere provocata dalla linea oltranzista di Draghi e, forse, progettata e auspicata dal premier stesso: l’implosione dei 5 Stelle, mediante una nuova fuoriuscita di dissidenti governisti che confluiscano nella neonata formazione di Luigi Di Maio, nel PD o nel Misto. A quel punto i grillini diverrebbero numericamente e politicamente ininfluenti e il governo potrebbe andare avanti senza di loro e senza scossoni degli alleati, già soddisfatti (a destra) di aver azzerato la falange contiana e di aver reso più difficili alleanze elettorali tra il partito ispirato da Grillo e i Dem di Enrico Letta. Anche per questo nelle ultime ore i filogovernisti avevano lavorato affinché le comunicazioni del presidente del Consiglio ed il successivo dibattitto sulla fiducia con il voto partissero da Montecitorio, dove i 5 Stelle appaiono meno saldi, anziché, come vuole la prassi, da Palazzo Madama. Il piano però è stato infranto dall’accordo tra i presidenti del Senato Elisabetta Casellati e della camera Roberto Fico, secondo quanto riferiscono fonti accreditate del Senato: domani si partirà infatti proprio dalla Camera Alta e lì il M5S dovrebbe tenere.

 

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