A sei mesi dalla pronuncia della Consulta che ha bocciato il limite fisso di 240 mila euro per gli stipendi pubblici, si apre la strada per un nuovo massimale vicino ai 360 mila euro. Mentre le Authority e la Corte Costituzionale hanno già adeguato i compensi, il Governo frena: l’estensione della platea dipenderà da un decreto di Palazzo Chigi.
Scatta la corsa al rialzo nelle alte sfere dello Stato. La sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il tetto di 240 mila euro per i manager pubblici sta producendo i primi effetti: se le Authority hanno già “ritoccato” i cedolini dei propri vertici, per il resto della galassia PA si attende il decreto di Palazzo Chigi.
In gioco c’è un nuovo paradigma retributivo che riporta il limite massimo sopra i 300 mila euro in base ai nuovi parametri legati al costo della vita. Il Ministro della Funzione Pubblica, Paolo Zangrillo frena sui beneficiari: l’adeguamento non sarà un processo automatico per tutti i dirigenti, ma richiederà un apposito decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri per definirne modalità e destinatari.
LA CORSA ALL’ADEGUAMENTO NELLE AUTHORITY
Nonostante l’attesa per il decreto governativo, alcuni organismi dotati di autonomia hanno già recepito il nuovo limite. I primi a muoversi sono stati i magistrati della stessa Corte Costituzionale, i quali hanno fissato il proprio tetto a 466 mila euro, in virtù del legame retributivo con le più alte funzioni magistratuali.
ANTITRUST, AGCOM, CONSOB, IL DIETROFRONT DI CNEL, INPS E ARERA
Seguono a ruota diverse Autorità indipendenti che, basandosi sulla disponibilità dei propri bilanci, hanno adeguato i trattamenti economici. Tra queste figurano l’Antitrust, guidata da Roberto Rustichelli (magistrato di carriera), l’Agcom, presieduta da Giacomo Lasorella (già vicesegretario generale della Camera), e la Consob, sotto la direzione di Paolo Savona (economista ed ex ministro, il cui mandato scadrà a marzo).
Discorso inverso invece per il Cnel presieduto da Renato Brunetta (economista e più volte ministro), i vertici Inps e l’Autorità per l’Energia, costretti al dietrofront dopo l’iniziale tentativo di aumento attraverso delibere interne.
CHI ATTENDE L’AUMENTO
Il governo punta a limitare la platea dei beneficiari a circa una dozzina di figure apicali. Secondo le prime interpretazioni, l’aumento riguarderebbe i vertici delle Forze Armate (Capi di Stato maggiore di Esercito, Aeronautica e Marina) e delle Forze di Polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Penitenziaria e Vigili del Fuoco). Inclusi nel possibile adeguamento anche il Ragioniere generale dello Stato e i vertici di Consiglio di Stato, Corte dei Conti e Cassazione.
Cresce anche la pressione sui dirigenti delle partecipate pubbliche non quotate, come la Rai. In viale Mazzini, dove attualmente l’Amministratore Delegato percepisce un compenso allineato ai 240 mila euro, circa trenta dirigenti sarebbero pronti a richiedere lo sblocco degli scatti di anzianità, non escludendo il ricorso alle vie legali.
CHI RIMANE ESCLUSO
Mentre per questa “dozzina d’oro” la strada verso i 360 mila euro sembra tracciata, per il resto della dirigenza pubblica il Ministro Paolo Zangrillo ha escluso automatismi.
Restano fuori tutti i dirigenti degli enti locali (Comuni, Province, Regioni) e della sanità che non ricoprono ruoli apicali di rilievo nazionale. Per questa categoria, i vincoli di bilancio e i contratti collettivi nazionali continuano a prevalere sulla “liberalizzazione” concessa dalla Consulta.
L’orientamento è quello di legare i futuri aumenti non solo all’anzianità, ma a parametri oggettivi come il budget gestito e la complessità degli uffici, per evitare che ruoli di studio abbiano lo stesso peso economico di ruoli operativi ad alta responsabilità.

