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Vi spiego i grandi scogli di Meloni in Europa. Parla il costituzionalista Stefano Ceccanti

Ceccanti

Il rapporto con l’Europa sarà una delle partite più importanti del Governo Meloni. L’opinione del costituzionalista Stefano Ceccanti

Tra le prime sfide che il futuro Governo Meloni dovrà affrontare c’è quella della costruzione del rapporto con l’Europa. Svestiti i panni dell’opposizione che familiarizza e stringe relazioni con l’euroscetticismo di Viktor Orban, Giorgia Meloni, e tutti i ministri del suo Governo, dovranno convincere i partner europei a fidarsi ancora dell’Italia, quale fondatore dell’UE e paese desideroso di proseguire insieme nel cammino verso un’Europa più stabile e florida. Anche perché in ballo ci sono i miliardi del PNRR.

Di tutto questo, e del possibile ruolo del Premier uscente, ne abbiamo parlato con il costituzionalista ed ex parlamentare del PD Stefano Ceccanti, ordinario dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Quali sono gli scogli maggiori che potrebbe trovare il nuovo Governo Meloni in Europa?

È indubbio che le difficoltà maggiori verranno dal rapporto con l’Unione Europea. Il persistere di toni nazionalisti ed euroscettici che abbiamo sentito anche in questi giorni, con la riproposizione di ricette quali l’inserimento in Costituzione del primato del diritto nazionale su quello europeo, non aiutano per niente. È una concezione simile a quella del Governo polacco per la quale l’Unione sarebbe solo una specie di bancomat che ha portato anche loro a un serio conflitto.

Il fatto che il risultato elettorale della Lega sia stato così deludente può portarla estremizzare le sue posizioni, “puntare i piedi” e, di conseguenza, peggiorare i rapporti tra il nuovo Governo e l’Europa?

Quando ci si sente minacciati nella propria esistenza è possibile che ci siano reazioni istintive anche sul quel piano. Del resto Salvini ha attribuito la sconfitta alla presenza nel Governo Draghi. Questo creerà però contraddizioni forti nella Lega: i Presidenti di Regione saranno costretti ad attivarsi contro di lui.

Il Premier Draghi ha smentito le voci che lo volevano farsi garante del nostro Paese in Europa, secondo lei è vero?

È il Governo che deve garantire se stesso, tra l’altro dimostrando di perseguire un buon rapporto col Capo dello Stato, che garantisce anche la continuità delle scelte di politiche europea e atlantica. Non c’è ragione che Draghi garantisca Meloni. Qualcuno del centrodestra fa girare questa voce senza fondamento

Guido Crosetto ha detto che vorrebbe scrivere la nuova legge di bilancio a quattro mani con il ministro dell’economia uscente, perché questo approccio distensivo?

In effetti la legge di bilancio capita a cavallo tra due esecutivi: ferme le diverse responsabilità, una continuità sarebbe ragionevole.

Fratelli d’Italia aveva annunciato di voler modificare la destinazione dei fondi del PNRR per mitigare gli effetti del caro energia. C’è il rischio di attardarsi nella realizzazione degli obiettivi e perdere la terza tranche di fondi?

Sì, il pericolo c’è. Ed è alto. Una scelta del genere non può essere solo nazionale, nel caso va concertata. Non è area di decisioni unilaterali e nazionaliste. Qui si farà sentire il vento di Bruxelles.

Circola l’ipotesi di un ministero del PNRR a guida Roberto Garofoli, è auspicabile? È credibile?

Il problema politico è se si rinuncia a un approccio massimalista di revisione del Pnrr quale era stato presentato. Se si rinuncia a quello e ci si muove in continuità e tutto può funzionare. L’ipotesi quindi non è credibile e neppure auspicabile perché elude quel nodo politico.

I nomi circolati per i ministeri di politica estera e rapporti con l’Unione Europea (Raffaele Fitto, Giulio Terzi di Sant’Agata, Elisabetta Belloni) del Governo Meloni mettono al sicuro l’Italia da un cambio di rotta in Europa e all’estero?

Non spetta a me indicare o valutare nomi. Immagino però che il Quirinale valuterà attentamente le qualifiche atlantiche ed europeiste del nominato. Entrambe indispensabili, non solo la prima. Quasi tutti sono atlantisti, ma non anche europeisti.

Si farà prima a fare la riforma presidenziale o prima a provare a portare Mario Draghi al Quirinale?

Si farà prima a prendere atto che il mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029. Sulle riforme alla forma di governo e al bicameralismo ripetitivo si vedrà, certo è che se nel frattempo si insiste su proposte di riforma costituzionale di tipo polacco o ungherese sul rapporto con la Ue questo blocca il dialogo anche sul resto. Le elezioni hanno appena dato un risultato chiaro in entrambe le Camere, anche grazie alla parificazione degli elettorati col voto ai 18 enni al Senato. Quindi il problema non è quello di introdurre elezioni dirette, ma di perfezionare il sistema con disincentivi contro le crisi di Governo. Se affrontiamo la cosa in questi termini pragmatici e puntuali le soluzioni si potrebbero trovare.

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