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Blocchi stradali, a cosa è servita la stretta?

I blocchi stradali (ora rimossi) attorno alla raffineria Eni di Taranto stanno innescando un domino in tutto il Sud, privando di carburante le stazioni di servizio e costringendo le aziende locali di trasporto pubblico e nettezza urbana ad attuare severi razionamenti dei servizi. Il reato intanto resta lettera morta: cosa sta succedendo e cosa può succedere

La protesta dei lavoratori dell’ex Ilva si salda a quella degli autotrasportatori e degli agricoltori in Calabria, Basilicata e Sicilia e minaccia di paralizzare le principali arterie stradali e la rete di distribuzione in tutto il Mezzogiorno. Il reato di blocco stradale ci sarebbe, ma nessuno intende perseguirlo.

COSA STA SUCCEDENDO

Alla base dell’esasperazione dei manifestanti c’è una convergenza di criticità divampate a causa dei rincari energetici e delle tensioni geopolitiche, che hanno fatto schizzare il prezzo del gasolio di oltre 50 centesimi al litro. A questa condizione, si aggiunge la disperazione degli operai dell’ex Ilva per le incertezze sul futuro dello stabilimento.

La miccia s’è accesa proprio in Puglia, dove i lavoratori dell’acciaieria avevano bloccato gli accessi alla raffineria Eni di Taranto, limitando fortemente il transito delle autocisterne in un’area che si estende fino alla Basilicata e alla Calabria. Secondo i dati del TGR, in mattinata risultavano senza carburante 150 dei 270 impianti a marchio presenti nella regione. A Foggia, gli autotrasportatori inferociti per i rincari del carburante si sono uniti agli ovicoltori, colpiti dal crollo del prezzo dell’olio, che rende antieconomica persino la raccolta.

La paralisi dei rifornimenti si è rapidamente estesa alla Basilicata e alla Calabria — in particolare nel Cosentino, dove i distributori presi d’assalto sono rimasti a secco — mentre nei supermercati si registrano i primi scaffali vuoti per l’interruzione delle consegne. Nel frattempo, l’ondata di proteste ha visto la mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori con presidi di mezzi pesanti, trattori e blocchi spontanei in snodi strategici – al casello A14 di Poggio Imperiale nel Foggiano, sulla statale 106 jonica e  su importanti arterie calabresi – affiancati dal fermo totale dei camion proclamato in Sicilia, che si protrarrà fino al 20, con mezzi nei piazzali delle imprese e mancata movimentazione dei semirimorchi nei porti dell’isola, creando un quadro di gravissima tensione sociale che rischia di estendersi all’intero territorio nazionale.

IL QUADRO NORMATIVO: COSA DICE LA LEGGE SUL BLOCCO STRADALE

In teoria, la giurisprudenza e la legislazione italiana non riconoscono il blocco stradale come una forma legittima di protesta: l’occupazione della carreggiata o l’impedimento del transito dei veicoli costituiscono una condotta che travalica il perimetro del dissenso pacifico e sfocia nell’illecito penale. Quando l’azione di protesta arriva a paralizzare servizi pubblici essenziali, a impedire il passaggio di mezzi di soccorso o a bloccare la distribuzione di beni primari, l’interesse collettivo alla sicurezza e alla continuità della vita civile prevale nettamente sull’esercizio della manifestazione, rendendo l’interruzione della circolazione un atto sanzionabile a termini di legge.

La materia peraltro è stata inasprita dall’attuale esecutivo, che ha confermato il rilievo penale per le ostruzioni materiali, anche attuate con il proprio corpo e punite con la reclusione fino a un mese o la multa fino a 300 euro, prevedendo sensibili aggravanti di pena qualora il fatto sia commesso da più persone riunite.

A COSA È SERVITO INASPRIRE LA NORMA SUI BLOCCHI STRADALI

La legge dunque c’è, ma nessuno la fa applicare. Probabilmente perché in questo caso farebbe troppo rumore, contrariamente a quanto accaduto, per esempio, l’autunno scorso soprattutto in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina (vedi Bologna e Torino) o contro i manifestanti di Ultima Generazione.

Di fronte a centinaia di trattori, camionisti inferociti e lavoratori alla disperazione che sequestrano un intero territorio, la presunta linea della fermezza dei decreti sicurezza si schianta invece contro la paura di una sollevazione generale. Anche perché forzare i blocchi solleverebbe uno scontro che nessun governo vuole intestarsi nei telegiornali della sera. E del resto, quando un autotrasportatore lavora in perdita ad ogni chilometro percorso per il caro gasolio, quando un olivicoltore vede il prezzo dell’olio crollare a livelli che non coprono nemmeno i costi di raccolta, o quando un operaio vede svanire il proprio futuro industriale, la minaccia di un mese di reclusione o di una multa diventa del tutto irrilevante di fronte al rischio imminente del fallimento o della disoccupazione.

La rimozione dei blocchi all’Eni di Taranto, intanto, si è raggiunta solo dopo la convocazione a Palazzo Chigi per il 27ottobre e il documento condiviso ieri con Regione, Comune e Provincia di Taranto, a dimostrazione che occorrono soluzioni alle cause economiche e industriali del conflitto, non repressione. A cosa è servito dunque inasprire la normativa?

 

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