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Giallo preferenze, chi sono i franchi tiratori della legge elettorale?

Il delitto del voto segreto: la maggioranza scivola alla Camera dei Deputati sull’emendamento Bignami per la reintroduzione delle preferenze. Si apre la caccia ai circa trenta franchi tiratori

Sono da poco passate le 19 quando a Montecitorio il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli annuncia il verdetto dell’aula: 187 voti favorevoli e 188 contrari all’emendamento a firma Galeazzo Bignami che reintrodurrebbe un sistema di preferenze nella legge elettorale.

Una battaglia su cui puntavano forte la premier Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, traditi da almeno 30 franchi tiratori interni alla maggioranza, malgrado l’accordo con gli alleati annunciato in mattinata. Nel buio del voto segreto, qualcosa si è inceppato e qualcuno ha premuto quel pulsante rosso.

IL CROLLO DELLA MAGGIORANZA NELLA NOTTE DI MONTECITORIO

La giornata era iniziata con tutt’altro copione. Dopo un lungo lavoro diplomatico, Giorgia Meloni era riuscita a portare sulla stessa linea i due vicepremier e alleati Antonio Tajani e Matteo Salvini. L’emendamento Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia e primo firmatario, sembrava pronto a superare l’esame dell’aula. La proposta, sostenuta anche dai centristi di Noi Moderati di Maurizio Lupi mirava a introdurre la possibilità di esprimere fino a 3 preferenze, sebbene con un forte allentamento dei vincoli di rappresentanza di genere.

Poi il colpo di scena: si vota a scrutinio segreto, a nulla serve l’appello della premier.  Alla conta finale manca un solo voto. Uno soltanto. Ma basta per mandare l’emendamento all’obitorio.

Si prova a minimizzare: non c’è fiducia, la crisi di governo non è automatica. Nel passaggio al Senato, rassicura Ignazio La Russa, ci sarà l’opportunità di correggere il tiro e riprovarci, stavolta mettendoci la faccia. Ma il caso nella maggioranza ormai è aperto.

CHI SONO I FRANCHI TIRATORI? GIALLO ALLA CAMERA

Nel Transatlantico inizia la fiera dei sospetti e delle smentite. Si evoca il partito del pareggio, favorevole al mantenimento del Rosatellum per evitare una maggioranza politica chiara, ma soprattutto spaventato dalla possibilità di doversi cercare i voti per la riconferma in Parlamento.

Il primo identikit lo tratteggia il colonnello schleiniano Igor Taruffi: “Un terzo FI, un terzo Lega, un dieci per cento di meloniani”.

Il capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari giura sulla purezza dei suoi. I maligni notano l’ingresso in aula per la votazione di Federico Freni, proprio mentre si sbloccava la nomina del neo presidente della Consob Guido Stazi.

Dal canto loro, i meloniani si fidano poco e annotano sul taccuino chi ha votato in piedi per coprire la visuale o di chi ha infilato l’intera mano nella buchetta della pulsantiera per schiacciare comodamente il tasto rosso col mignolo.

L’alibi degli 8 vannacciani è l’indice puntato a sinistra, lontano dal rosso, col resto della mano ben visibile fuori dalla pulsantiera- secondo Gianangelo Bof una vecchia furbizia tramandata da Bobo Maroni – e filmano il voto, nonostante il divieto (e per questo rischiano sanzioni).

LA PISTA AZZURRA

I sospetti più feroci si concentrano su Forza Italia, partito allergico alle preferenze e interessato forse a mandare segnali al proprio leader. Gira voce che Tajani, subodorando una possibile ribellione, abbia evocato una crisi di governo in caso di sconfitta. Scrive Simone Canettieri sul Corriere, che esiste persino una chat “un gruppo di venti deputati azzurri, non proprio allineati (…) ha creato un gruppo segreto su WhatsApp dove si monitora il fronte del «no» all’emendamento (…) Ne fanno parte diverse donne”. E in “una riunione di FI all’ora di pranzo (…) molte donne, a partire da Catia Polidori, si sono espresse contro le preferenze. D’altronde avevano sottoscritto anche un appello”.

Tant’è che il Dario Franceschini, secondo Repubblica, avrebbe consigliato i suoi di far leva durante il dibattito sull’emendamento che allentava l’alternanza di genere (e proprio su questa tema si scontreranno la deputata di Futuro Nazionale Laura Ravetto e la dem Chiara Braga).

Sarà. Intanto in aula appare persino la deputata Marta Fascina. Considerata vicinissima a Marina Berlusconi, la quale, ragiona La Stampa, “non ha mai digerito i piani di Meloni su una riforma elettorale che premia il partito più forte nelle coalizioni. E che darebbe uno strapotere alla leader di FdI, anche sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, se dovesse prevalere di nuovo il centrodestra”.

CHI ERA ASSENTE

Tanti indizi, e nessuna prova certa. Numeri incerti persino sulla conta degli assenti: per Fratelli d’Italia mancano Giangiacomo Calovini, Edmondo Cirielli, Eugenia Roccella, Giulio Tremonti, tutti in missione, oltre alla stessa Giorgia Meloni; per Forza Italia i sicuri sono Deborah Bergamini, volata a Madrid per il summit del Ppe, e il deputato azzurro Francesco Cannizzaro, trattenuto dai doveri di sindaco; per La Lega Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi e Valeria Sudano.

Ma è giallo (un altro) su Vannia Gava: non registrata ma presente. “L’ufficio stampa del Carroccio – si legge sul Corriere – “dirà che la viceministra ha votato, da FdI insistono di no, ma ammette che «c’è stato un problema con la registrazione»”.

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