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L’Ordine dei giornalisti è superato? Come organizzare il comparto della comunicazione

L’Ordine (dei giornalisti) è morto, viva l’Ordine. Ovvero, per una riforma complessiva delle professioni della Comunicazione. L’intervento di Daniele Chieffi, Digital Communication and Content Factory Manager di AGI e responsabile rinnovamento ed innovazione di Ferpi. L’articolo originale è pubblicato sul Blog “Online Media Relations”.

Un social media manager che gestisce la diffusione degli articoli di un quotidiano online è un giornalista o no? Un brand journalist, che usa tecniche appunto giornalistiche per la comunicazione corporate è un giornalista o no? E un addetto stampa deve essere un giornalista o meno? Non esiste una singola risposta, non esiste la possibilità di un sì o no, netti e indiscutibili, semplicemente perché la domanda è mal posta e nasce da una confusione, forse voluta, forse no, fra due piani diversi: il ruolo e le peculiarità della professione giornalistica da un lato, la sua regolamentazione e organizzazione normativa e previdenziale dall’altro. Un discorso che va oltre il dibattito sull’abolizione o meno dell’Ordine dei Giornalisti.

Questo s‘intreccia con i destini di decine di nuove figure professionali “digitali” – di cui il social media manager e il brand journalist sono solo due esempi -. È forse arrivato il momento di accettare che il mondo è cambiato da quel lontano 1948 (legge sulla stampa) come da quel 1963 (legge sulla professione giornalistica) ma anche dal 2000 (legge 150 sulle attività di comunicazione della PA) e finanche dal 2013 (legge 4 sulle professioni non riconosciute). È necessario considerare il mondo della comunicazione per quel che è: un ecosistema complessivo del quale siamo tutti abitanti: media, comunicatori, giornalisti, pubblicitari, community manager, addetti stampa, ecc. Tutti profondamente interdipendenti quanto portatori ciascuno di peculiarità e singolarità profonde, ma uniti da unico comun denominatore: comunichiamo, produciamo informazione, sia pure con scopi diversi.

Pensare di risolvere questo problema – come da alcune parti si sente dire – gonfiando la definizione di “giornalista”, trasformandola in una categoria “ombrello” omnicomprensiva, è deleterio innanzitutto proprio per la professione giornalistica stessa, perché finirebbe per minarne definitivamente l’identità e il ruolo. Dall’altra parte costringerebbe altre figure professionali in un ruolo che definire contraddittorio è poco: è possibile immaginare un comunicatore o un digital strategist obbligati a prendere il tesserino dell’Ordine oppure a versare i contributi all’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti?

È necessario viceversa iniziare a ragionare in un’ottica complessiva, quella di un “comparto della comunicazione”, in grado di raccogliere e normare tutte le figure professionali che in quest’ambito operano, dare a tutte – salvaguardandone peculiarità e specificità – organizzazione, regolamentazione, tutele e regole deontologiche ed etiche, un sistema previdenziale comune. Questo permetterebbe, infine, di creare un sistema solido e articolato di garanzia e tutela per chi la comunicazione la fruisce, che siano lettori, utenti o clienti. Un sistema unico, costruito però su un assunto preciso: salvaguardare la differenza di scopo.

Non è un giornalista, infatti, chi produce informazione, indipendentemente dal fatto che lo faccia in maniera disintermediata o intermediata. Quindi non è un giornalista il social media manager, non è un giornalista l’addetto stampa, non è un giornalista il copy di un’agenzia pubblicitaria e via elencando. Non sono giornalisti semplicemente perché non svolgono un’attività che si possa ricondurre all’articolo 21 della Costituzione, al diritto-dovere d’informare, in maniera indipendente, per creare una coscienza critica nella popolazione e svolgere quel ruolo di garanzia della legalità e del buon esercizio del Potere.

È proprio la differenza di scopo la chiave di tutto: il giornalista svolge un’attività garantita dalla Costituzione, quindi d’interesse pubblico; chiunque altro faccia qualsiasi altra forma di comunicazione e informazione lo fa per sostenere e veicolare interessi particolari e “privati”. Il problema nasce evidentemente, come dicevamo prima, quando si inizia a parlare del fatto che chi svolga altre attività – il dibattito si è concentrato su chi svolge attività di comunicazione nelle aziende o nella Pubblica Amministrazione – debba essere ricondotto entro il sistema normativo giornalistico: iscrizione all’Ordine, adesione all’Inpgi, alla Casagit, ecc.

La contraddizione è evidente: strumenti normativi nati e pensati per la professione giornalistica applicati a quanti questa professione, nel senso spiegato sopra, non la svolgono. Ma perché propendere per questa soluzione che appare evidentemente illogica? Non è un ragionamento legato al cambiamento degli scenari della comunicazione, si tratta meramente di soldi. Il sistema dei media è in crisi da anni: i giornalisti regolarmente assunti che quindi versano i contributi sono sempre meno, mentre i pensionati sempre di più, Questo sta aprendo una voragine nei conti dell’Inpgi. La soluzione di cui si inizia a discutere piuttosto insistentemente? Imbarchiamo i comunicatori d’azienda, trasformiamoli obbligatoriamente in giornalisti, così saniamo i conti.

La soluzione deve essere diversa, e deve passare da un ripensamento complessivo di tutto il comparto della comunicazione, anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti portati dal digitale. Ha senso quindi parlare di un “comparto della comunicazione”, per dirla con linguaggio sindacale? Sì, ha grande senso. Siamo in un ecosistema, dicevamo. La disintermediazione che la rivoluzione digitale ha comportato, e che di questo ecosistema è il segno identitario, comporta un profondo ampliamento di problemi etici e deontologici e della necessità di garantire al pubblico, a tutti noi, che l’informazione prodotta in questo ecosistema sia corretta, realizzata secondo criteri professionali precisi, prestabiliti e che chi non li segua venga sanzionato. I giornalisti questo sistema di garanzia lo hanno, si chiama Ordine. Anche i comunicatori e si chiama Ferpi.

Ha senso quindi pensare di mappare tutte le professioni della comunicazione, identificare le loro peculiarità tecniche e poi promuovere per ciascuna una forma associativa che ne tuteli gli interessi e, contemporaneamente, ne garantisca l’etica e la deontologia, ne certifichi la professionalità, come forma di tutela verso il pubblico e, perché no, anche verso i clienti? Sì, ha molto senso.

Parliamo quindi di immaginare un unico “comparto della comunicazione”, all’interno del quale ogni singola famiglia professionale abbia una forma associativa in grado di tutelarne gli interessi, regolamentarne l’accesso e la pratica e di certificarne la professionalità presso gli stakeholders.

In questo contesto non ci sarebbe nulla di illogico o sbagliato nell’immaginare una regolamentazione previdenziale unica per tutti gli operatori della comunicazione: un’unica Cassa che certo non si potrebbe più chiamare “Istituto Nazionale di Previdenza dei giornalisti”.

Riconoscimento e tutela delle nuove professioni, un sistema previdenziale solido e garanzie per gli utenti, lettori, clienti. È una soluzione che chiede però importanti interventi legislativi. Innanzitutto una mappatura precisa di quali siano le professioni della comunicazione, soprattutto di quelle nuove, native digitali – un tavolo, in questo senso, è già stato aperto -. Definirne le caratteristiche, le esigenze e le regolamentazioni di cui necessitano per garantire i destinatari finali della propria attività. Da qui la definizione normativa di un comparto professionale della comunicazione, entro cui dare finalmente soluzione a una serie importante di problemi aperti: la sostenibilità del sistema previdenziale dei giornalisti, il riconoscimento e la regolamentazione delle nuove figure professionali digitali e una tutela ampia e articolata degli utenti, dei lettori, dei clienti. In breve, di tutti noi.

Articolo di Daniele Chieffi, tratto da Online Media Relations

 

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Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026. Ecco chi ha lavorato alla rottura con Torino

Chi c’è dietro la rottura con Torino e l’ascesa del duo MIlano-Cortina per la candidatura alle Olimpiadi 2026? Retroscena e ricostruzione di un disegno che porta la firma dell’asse lombardo-veneto leghista, ma non solo. SI lavora già ad una ricucitura con il capoluogo piemontese? Ecco i dettagli.

Olimpiadi 2026. Le decisioni del Coni

La decisione del Coni, che tramite il suo presidente Giovanni Malagò si appresta a candidare formalmente il duo Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026 sta scatenando una bagarre politica che rischia di lasciare il segno negli attuali equilibri istituzionali del Governo targato Lega-Movimento 5 Stelle. Il dossier della candidatura Milano-Cortina, che ancora non esiste e che siamo tutti in attesa di leggere, ha avuto la spinta di molti soggetti e un gioco delle parti che in questi mesi si è sviluppato sull’asse lombardo-veneto, con le due regioni saldamente a guida leghista, e il Comune di Milano, che di fatto ha messo all’angolo il Comune di Torino, a guida pentastellata.

Olimpiadi 2026. L’entusiasmo di Luca Zaia

Il Governatore della Regione Veneto, che ieri ha esultato di fronte alla formalizzazione della candidatura Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026 (“così capiranno quei due o tre lazzaroni che pensavano di metterci all’angolo”, ha dichiarato ieri Luca Zaia. Ma a chi si riferiva? Ai 5 Stelle?), pare essere stato tra i maggiori artefici del progetto; a questo si è aggiunta la sponda del primo cittadino di Milano, Giuseppe Sala, che di fatto a creato la rottura con la città di Torino, nel mese di settembre quando ha espresso la sua posizione: “Rinnoviamo la nostra disponibilità ad ospitare i Giochi olimpici invernali ma il ruolo di Milano deve essere chiaro“. Intenzione non velata del primo cittadino meneghino era quella di presentare il nome di Milano prima di quello di Torino e Cortina, per una questione di brand e di riconoscibilità dato dal primato della città meneghina. A questo punto l’asse tra Zaia-Sala e Fontana si è rinsaldato di fronte alle critiche e alle osservazioni di Chiara Appendino, che ha sempre guardato con occhio critico alla candidatura a tre iniziale, soprattutto pensando ai costi e ai benefici conseguenti di una manifestazione come quella delle Olimpiadi.

Le reazioni di Chiara Appendino

La stessa Chiara Appendino, a proposito delle Olimpiadi 2026, ha dichiarato stamane a Radio Anch’io, ai microfoni di Giorgio Zanchini, che le ha chiesto se ormai fosse stata detta una parola definitiva sull’esclusione del capoluogo piemontese: “Per quanto mi riguarda non è finita, come città è da mesi che lavoriamo a questa candidatura. Sono giorni che insisto: se esiste Milano-Cortina esiste anche Torino, per questo bisogna mettere a confronto le due candidature e metterle ai voti. Chi ha scelto Milano Cortina deve prendersi la responsabilità di spiegare come si fa, visto che non ci sono gli impianti”. La sindaca di Torino ha incalzato ancora: “Non si capisce chi mette le risorse. Il dossier Milano-Cortina non esiste, non c’è neanche trasparenza; come penseranno le due regioni di coprire i costi? Ritengo che le Olimpiadi si debbano fare e fare bene, perché sono un opportunità di sviluppo. Il modello a tre non prevedeva i costi di gestioni dell’evento per un’area che va dal Piemonte a Cortina. Ho anche pensato di dimettermi per sostenere la candidatura di Torino“. Dimissioni a cui la sindaca di Torino non pensa più, anzi dal tono dell’intervista si percepisce quasi una voglia di riscatto per l’immagine di Torino, forte del fatto che gli impianti nell’area Milano-Cortina non ci sono ancora.

Olimpiadi 2026 Chiara Appendino su Facebook

Olimpiadi 2026. Lo sfogo di Chiara Appendino su Facebook

Questioni di “campanile”?

E qui la questione territoriale, o campanilistica se vogliamo, ha giocato un ruolo molto importante, perché il Governatore lombardo, Attilio Fontana si è aggiunto all’asse Sala-Zaia per timore che gli impianti della Valtellina (Bormio) rimanessero marginalizzati dall’accordo originario a tre con il Piemonte e Torino. Chi ha cercato di tenere l’equilibrio invece è stato Giancarlo Giorgetti, che da Palazzo Chigi ha cercato in tutti i modi un’intesa con il Movimento 5 Stelle, ma alla fine le Regioni del Nord a guida leghista hanno avuto la meglio. “Molto probabilmente – dichiara una fonte bene informata vicina a Via Bellerio – le regioni pensano, in virtù della loro forza e della loro autonomia, che non si debba tenere conto degli equilibri istituzionali del Governo, anche per paura di una marginalizzazione che possono scontare con l’asse gialloverde”.

Le speranze di Torino e le posizioni di Malagò

Staremo a vedere se a questo punto la linea di recuperare Torino per le Olimpiadi 2026, che si legge nelle parole della Appendino, ma soprattutto in quelle di Malagò potrà diventare una realtà. Ecco cosa ieri il numero uno del Coni ha dichiarato all’Ansa sulla richiesta della Appendino di mettere ai voti i due dossier Milano-Cortina e Torino: “Ho letto le dichiarazioni della sindaca Appendino, che auspica ci sia una votazione del Consiglio nazionale del Coni. Tutto mi si può dire tranne che non siamo stati pazienti, disponibili o sostenitori del fatto che Torino fosse della partita. Da parte del Coni, nulla di ostativo, anzi. Se si può fare dopo la sessione Cio di Buenos Aires? Sì, assolutamente. Non c’è nessun problema. Ci sarà una candidatura italiana, non c’è nulla in contrario. Lì presenteremo l’unica candidatura sul tavolo, Milano e Cortina. Se poi ce ne fosse un’altra diremo al Cio che il Consiglio nazionale del Coni ha invertito la candidatura. Anche perché, gli incontri con il Cio sono fissati nel mese di novembre”.

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