Dal mondo

Con Biden potrebbe tornare lo stile Obama

Biden Obama

Con la vittoria di Biden, gli Stati Uniti potrebbero tornare a essere una guida nel mondo per le democrazie occidentali, restaurando il sistema di relazioni obamiane. I prossimi quattro anni alla Casa Bianca le sue priorità da presidente nell’articolo di Giuseppe Mancini per Policy Maker

Joe Biden non è ancora il 46° presidente degli Stati Uniti. In alcuni stati-chiave come la Georgia e la Pennsylvania, un vincitore certo non è ancora emerso: troppo ristretto il margine – a spoglio ancora in corso – tra i due contendenti. Neanche Carolina del Nord, Arizona e Nevada, sulle mappe che sintetizzano i dati (ufficiosi), sono diventate definitivamente blu-democratico o rosso repubblicano.

Soprattutto, il presidente Donald Trump ha scatenato un’offensiva legale sul voto per corrispondenza, giustificata da oltre 150.000 buste ancora da processare da parte dei servizi postali, che rende l’esito del 3 novembre pericolosamente incerto. Il pericolo è per la solidità delle istituzioni americane, minate nella loro essenza da regole del gioco scarsamente condivise: contare o non contare le schede rimaste inevase?

Biden è però il più accreditato a insediarsi nella Casa Bianca: molto meno che nelle previsioni e nei sondaggi, ma almeno nei riepiloghi televisivi e sul web. Come sarà il suo quadriennato, allora? Le intenzioni sono di utilizzarlo per una restaurazione obamiana – con meno fascino retorico, ovviamente. È questa l’impressione che si ricava dalla lettura dell’articolo a suo nome pubblicato nel numero di marzo/aprile di Foreign Affairs, la rivista di riferimento delle élite che contano: un corposo riassunto, punto per punto, di quelle che saranno le sue priorità da presidente.

Già il titolo vale da solo un intero programma: “Perché l’America deve tornare a essere una guida” (sottinteso: nel mondo); mentre il sottotitolo ben coglie lo spirito da campagna elettorale: “come salvare la politica estera degli Usa dopo Trump”. Uno sguardo costruttivo al futuro, una critica senza quartiere al passato recente.

Nel testo è esplicita la saldatura tra riforma e normalizzazione della democrazia americana da una parte, ritorno ai rapporti pre-2017 con il resto del mondo dall’altra. Sì, “democrazia” ne è forse la parola-chiave. L’obiettivo dichiarato di Biden è il recupero di “credibilità e influenza”, smarriti in virtù di scelte irruente e azzardate da parte di Trump (dall’Iran alla lotta al cambiamento climatico), attraverso una leadership condivisa e soprattutto multilaterale. Più democrazia e più attenzione per la classe media all’interno, mano tesa verso alleati e partner all’esterno.

È in ogni caso sorprendente ed emblematico che il manifesto di politica estera di un candidato presidente reciti al suo primo punto: “Rinnovare la democrazia all’interno”; questo in virtù del legame stretto e intenso percepito tra performance delle istituzioni democratiche e capacità di influenzare  il resto del mondo. Gli Stati Uniti di Biden, insomma, vogliono tornare a essere una guida nel mondo: “non solo con l’esempio della nostra potenza ma anche con la potenza del nostro esempio.” Un chiasmo banale, ma chiaro.

E allora il primo annuncio operativo nel testo – uno dei pochi, per la verità – è l’organizzazione di un “Summit Globale della democrazia” entro il primo anno di mandato. Gli obiettivi che avrà: coordinamento nella lotta alla corruzione, nella difesa dall’autoritarismo, nell’affermazione dei diritti dell’uomo. L’idea non è in effetti nuova: già esiste una “Comunità delle democrazie”, creata nel 2000 su impulso dell’allora Segretario di Stato Madeleine Albright. Il suo impatto però è stato al momento nullo, in ogni caso i problemi globali – sicurezza, cambiamento climatico, pandemie – richiedono la cooperazione anche di non-democrazie come Russia e Cina.

Dopotutto lo riconosce lo stesso Biden subito dopo nel testo, riguardo la Cina: la considera un “caso speciale”, vuole affrontarla con “durezza” soprattutto nel campo dei diritti dell’uomo e contrastarla insieme ad alleati e partner nello stabilire le regole del gioco in ambito commerciale; ma anche cooperare, per l’appunto, per quanto riguarda “cambiamento climatico, non-proliferazione, salute globale”. Vuole soprattutto sconfiggerla nella competizione tecnologica, a suon di investimenti nella ricerca (il 5G ha meritato un paragrafo tutto per sé).

Se tornerà alla Casa Bianca – da presidente, non più come vice – Biden utilizzerà la forza militare come “ultima risorsa”, richiamerà le truppe dai teatri mediorientali per concentrarsi nella lotta all’Isis e più in generale contro il terrorismo, tornerà a negoziare con l’Iran sul nucleare e ripristinerà l’accordo abbandonato da Trump, ritirerà l’appoggio ai sauditi nella guerra in Yemen, manterrà l’ambasciata a Gerusalemme ma riaprirà gli uffici di rappresentanza dei Palestinesi negli Usa, mentre la Nato tornerà a essere uno strumento efficace contro “l’aggressione della Russia” (che oggi si manifesta con nuove modalità, dalla disinformazione alla corruzione). L’enfasi è anche su alleanze e partnership, da rafforzare: Australia, Giappone, Corea del Sud, India, Indonesia – oltre a Israele – sono citati esplicitamente. Nulla di particolarmente nuovo, nulla di particolarmente incisivo.

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