Dal mondo

La politica estera disordinata di Trump

Trump politica estera

Dal 2016 Trump non ha costruito una vera politica estera, è stato disordinato e spesso indifferente verso i grandi temi: cambiamento climatico, malattie infettive, terrorismo, proliferazione nucleare, guerra cibernetica e commercio internazionale

La politica estera di Trump è difficile da descrivere, forse ha ragione Fareed Zakaria a dire che “Trump non ha una politica estera. Ha una serie di impulsi – isolazionismo, unilateralismo, bellicosità – alcuni dei quali contraddittori”. L’unico punto fermo è il disordine, causato dalle azioni unilaterali o dall’indifferenza in materia di cambiamento climatico, malattie infettive, terrorismo, proliferazione nucleare, guerra cibernetica e commercio internazionale. Per fare un bilancio della politica estera di Trump dal 2016 a oggi bisogna partire da una riflessione generale. Il problema non è solo che Trump ha fatto poco nei tre anni alla presidenza, ma anche che lo ha fatto in modo disordinato. Come ha scritto Foreign Affairs, “costruire una politica estera non è stato uno degli obiettivi centrali di questa amministrazione. Al contrario, il presidente e suoi fedeli funzionari che lo circondano (e che spesso ha sostituito in corsa) sono stati molto più interessati a fare a pezzi le cose anziché costruirle”. Il termine “disordine” (distruption) utilizzato dal magazine americano, significa anche interruzione, disagio o perturbazione. Non è di per sé né un complimento né una critica. Il “disordine” può essere desiderabile e persino necessario se lo status quo è incompatibile con i propri interessi e se c’è un’alternativa vantaggiosa e realizzabile. Ma la “perturbazione” è tutt’altro che auspicabile se lo status quo è in linea con i propri interessi o se le alternative disponibili sono peggiori. Secondo Foreign Affairs, se Trump dovesse vincere le elezioni e rimanere al comando degli Stati Uniti, “distruzione” potrebbe diventare un termine più adatto a descrivere questo periodo della politica estera statunitense.

IL CAOS TRUMPIANO

All’inizio della sua presidenza Trump ha incontrato una difficile situazione: una crescente rivalità tra grandi potenze, una Cina sempre più assertiva, un Medio Oriente turbolento, una Corea del Nord con armi nucleari, numerosi conflitti all’interno di Paesi alleati e nemici, un cyberspazio in gran parte non regolamentato, la minaccia persistente del terrorismo, l’accelerazione del cambiamento climatico e molto altro ancora. Alla vigilia del suo arrivo alla Casa Bianca il disordine era già pericoloso, ma nel giro di tre anni è peggiorato visibilmente. La maggior parte dei problemi che Trump ha ereditato si sono aggravati; al punto che The Donald molti li ha ignorati completamente, ma la strategia dell’indifferenza non ha pagato. La posizione degli Stati Uniti nel mondo si è indebolita, più recentemente grazie alla sua inettitudine nel gestire la pandemia COVID-19, ma ancor prima a causa del suo negazionismo nei confronti dei problemi climatici connessi all’inquinamento e al rifiuto violento di rifugiati e immigrati, che hanno aizzato atti di violenza riconducibili al razzismo fomentato dal presidente. Gli Stati Uniti di Trump sono meno attraenti e meno capaci in tutto il mondo, ma anche meno affidabili, basta guardare il ritiro dagli accordi multilaterali e le distanze prese da molti alleati. Recentemente, l’accordo raggiunto tra Israele ed Emirati Arabi Uniti è stato commentato da Foreign Policy come “il primo successo di politica estera della presidenza Trump”, ma il bilancio complessivo degli ultimi tre anni resta negativo.

GLI ALLEATI DEGLI STATI UNITI

Gli alleati americani, dal canto loro, hanno cambiato il modo di vedere gli Stati Uniti. Le alleanze si basano sull’affidabilità e sulla prevedibilità e nessun alleato è in grado di vedere gli Stati Uniti come prima. I semi del dubbio sono stati seminati. Che rivinca Trump o che vinca Biden, il nuovo presidente sarebbe limitato dalla pandemia in corso, dalla disoccupazione su larga scala e dalle profonde divisioni politiche, il tutto in un momento in cui il Paese sta lottando per affrontare l’ingiustizia razziale e la crescente disuguaglianza. Ci sarebbe una notevole pressione a concentrarsi sul risanamento del fronte interno e sulla limitazione delle ambizioni all’estero. Tuttavia, un parziale recupero della politica estera statunitense è ancora possibile. Gli Stati Uniti potrebbero impegnarsi a ricostruire le loro relazioni con i loro alleati della Nato, così come con i loro alleati in Asia. Potrebbero inoltre rientrare in molti degli accordi che hanno abbandonato.

I DANNI IRREVERSIBILI DI TRUMP

Non si può tornare indietro nel tempo. Quattro anni potrebbero non essere un periodo lungo e irreversibile. La Cina è più ricca e più forte, la Corea del Nord ha più armi nucleari, il cambiamento climatico è in fase avanzata, l’ambasciata americana è stata trasferita a Gerusalemme, Nicolás Maduro è più radicato in Venezuela, così come Bashar al-Assad in Siria. Questa è la nuova realtà. Peggiore di quella del 2016. Con anche la pandemia. Nel 2021, Gli Stati Uniti avranno bisogno di un nuovo quadro di riferimento per affrontare una Cina più repressiva, nonché di iniziative che riducano il divario tra le sfide globali – cambiamento climatico e malattie infettive, terrorismo e proliferazione nucleare, guerra cibernetica e commercio – e gli accordi destinati ad affrontarle. I danni fatti da Trump sono tanti e non si limitano soltanto al mancato impegno per un accordo sul clima, all’aver stracciato l’accordo con l’Iran e aver messo in crisi il WTO. Una nuova amministrazione dovrà negoziare accordi successivi sia sul cambiamento climatico che sull’Iran e collaborare con gli altri Paesi per riformare il WTO, ma anche l’OMS, la Nato e le Nazioni Unite.

SE TRUMP VENISSE RIELETTO

In questo caso, il disordine diventerebbe così profondo che non si può potrebbe più tornare indietro. Come ha scritto Foreign Affairs, “da Presidente del Disordine potrebbe diventare Presidente della Distruzione”. Innumerevoli norme, alleanze, trattati e istituzioni si indebolirebbero o sarebbero cancellate. Il mondo diventerebbe più violento, una lotta aperta di tutti contro tutti. I conflitti diventerebbero più comuni e la democrazia più rara. La proliferazione nucleare accelererebbe man mano che le alleanze perderebbero la loro capacità di rassicurare gli amici e di scoraggiare i nemici. Potrebbero sorgere nuove sfere d’influenza. L’indebitamento degli Stati Uniti potrebbe aggravarsi e trasformarsi nel più grande problema mondiale, peggio di quanto non lo sia già. L’ordine globale che esisteva da 75 anni finirebbe sicuramente; l’unica domanda è cosa, se mai, prenderà il suo posto.

Il modello abbracciato dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, funzionante fino al 2016, potrebbe essere visto come un’eccezione relativamente breve in una più lunga tradizione di isolazionismo, protezionismo e unilateralismo nazionalista. La Storia rende impossibile vedere quest’ultima prospettiva con ottimismo.

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