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Navalny contro Putin. Costa sta succedendo in Russia? L’intervista ad Anna Zafesova

Navalny contro Putin

La Russia ha due leader: Putin al Cremlino e Navalny in prigione. Il primo ormai pare una esuvia vuota, incapace di rappresentare nemmeno se stesso, il secondo dà corpo al malumore di chi, nonostante tutto, ancora non si arrende. Abbiamo intervistato la giornalista Anna Zafesova, autrice del libro Navalny contro Putin

Talvolta noi europei, sempre pronti a gridare al rischio ‘dittatura’ quando c’è qualche legge che non ci piace, dall’obbligo delle mascherine alla possibilità di scaricare l’app Immuni, non ci rendiamo conto della fortuna di essere nati in una confederazione di Stati che rispetta davvero le libertà e i diritti umani. Sarebbe bastato nascere qualche migliaio di chilometri più a Sud, nel Nord Africa, o più a Est, in Turchia, in Bielorussia o in Russia, per subire realmente, sulla propria pelle, gli effetti di una dittatura. Anche per questo è utile la lettura dell’istant book «Navalny contro Putin. Veleni, intrighi e corruzione. La sfida per il futuro della Russia», pubblicato da Paesi Edizioni e scritto da Anna Zafesova, giornalista de La Stampa, Foglio e Linkiesta.

Anna Zafesova

Anna Zafesova

L’autrice è riuscita a riassumere nelle poche pagine (160) di un volumetto che può essere comodamente letto sotto l’ombrellone, tanto scorre bene, vicende spesso poco note a noi europei, testimonianze dell’efferatezza del regime di Mosca. A tratti, Navalny contro Putin pare quasi un romanzo: sembra narrare un presente distopico. Molto spesso anche chi è mediamente informato si interroga su come sia possibile che negli anni 2000 avvengano ancora simili atrocità, quasi dietro l’angolo, senza che la stampa, inclusa la nostra, abbia mai dato il dovuto risalto.

Aleksej Navalny diventa così il simbolo della Russia che non abbassa la testa, che sogna un futuro diverso, senza regimi. L’uomo che ha avuto il coraggio di sfidare a viso aperto Vladimir Putin, dall’etere di Internet alle piazze di Mosca, che è sopravvissuto ai veleni dei temibili servizi segreti di stampo sovietico, viene continuamente messo a confronto con la sua nemesi dispotica ed egoriferita dalla penna – ironica, sobria, puntuale e attenta a non scordare il minimo dettaglio – di Anna Zafesova. Putin, però, ormai sembra rappresentare solo se stesso e nemmeno più così bene, Navalny un’intera nazione. Soprattutto quei giovani che vorrebbero avvicinarsi all’Europa, sfuggendo alla Cina.

NAVALNY CONTRO PUTIN, L’INTERVISTA ALL’AUTRICE

CARLO TERZANO: Nelle ultime ore il Guardian ha pubblicato nuove accuse contro Putin: avrebbe autorizzato un’operazione segreta delle sue agenzie di spionaggio per appoggiare Donald Trump alle presidenziali Usa del 2016. Eppure, almeno di facciata, i due presidenti non si sono certo amati. Giudica veritiera tale possibilità? Vedere Putin dietro tutti gli intrighi del mondo, non rinfocola la sua “leggenda”?

ANNA ZAFESOVA: La rivelazione del Guardian andrebbe approfondita, alcuni brani dei testi in russo riportati suonano un po’ strani, e come nel caso di tutti i “leaks”, vanno presi con cautela. Detto questo, raccontano una situazione verosimile. Che il Cremlino non volesse la vittoria – che in quel momento appariva scontata – di Hillary Clinton, era evidente: vediamo oggi, quattro anni dopo, con Joe Biden, quanto è “scomoda” la presidenza democratica per Mosca. Parte del Putin collettivo voleva la vittoria di Donald Trump, considerato un potenziale alleato, che avrebbe condiviso con il putinismo i valori conservatori e una certa indifferenza per le procedure democratiche. Diciamo che stiamo parlando di una situazione senz’altro verosimile. Che Putin avesse dato un ordine firmato alla sua intelligence mi sembra già meno verosimile. Non ha mai “amato” Trump, a differenza di molti suoi seguaci, ma ha sperato di costruire un’intesa che avrebbe fatto uscire la Russia dall’isolamento. Senza tenere conto che, a prescindere da affinità personali, gli interessi di Mosca e Washington in quasi tutti gli scacchieri internazionali sono contrapposti.

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CT: Spesso, qui in Italia, Putin viene soprannominato “nuovo zar” di Russia. È un titolo calzante o solo frutto della fantasia giornalistica? Insomma, chi è Putin e quanto potere ha davvero?

AZ: Si tratta della solita tendenza dei media ai titoli d’effetto, ed è curioso notare che in Russia non viene mai definito “zar”, nonostante il recupero anche estetico di componenti della monarchia. Con un sovrano Putin condivide l’idea della sacralità del potere, il suo in particolare: probabilmente farebbe volentieri sua l’autocertificazione che Nicola II si diede nel primo censimento panrusso, “padrone delle terre russe”. A differenza dello zar, però, non possiede la legittimità di un monarca: è arrivato al Cremlino in seguito a un’operazione di palazzo, e probabilmente se ne andrà nello stesso modo. Non rappresenta una continuità, e questo si riflette anche nelle insicurezze e manipolazioni del regime. Il suo è però un regime simil-monarchico, nel senso che rappresenta in buona parte una dittatura personale, fondata sul carisma del leader (forse il parallelo più evidente è Stalin, più che i Romanov) che non si può mettere in discussione, più che su un sistema. Per ritornare alla domanda precedente, è stata in buona parte proprio l’incomprensione della classe dirigente postsovietico per il funzionamento di un sistema a fare la scommessa sulla “chimica” di un rapporto personale con il presidente americano (scommessa molto simile a quella che ha fatto lo stesso Trump, convinto di poter affascinare il suo collega russo). La recente battuta di Putin – “il presidente americano non ha la pienezza dei poteri, è limitato da altri poteri” – apre uno spiraglio sulla sua visione del mondo e della politica.

Navalny contro Putin

CT: Attualmente sarebbe difficile sostenere che la Russia sia una democrazia. Quand’è che Putin ha attraversato il Rubicone? Qual è quel fatto storico, nei suoi 22 anni di potere, che per lei avrebbe rappresentato il punto di svolta?

AZ: Gli spartiacque sono stati tanti, ma forse i due punti di svolta sono stati la liquidazione della rete indipendente NTV, nel 2001, uno dei primi atti del putinismo, e l’arresto di Mikhail Khodorkovsky, nel 2003. Entrambi sono stati presentati come atti di lotta contro gli oligarchi, ma sono stati soprattutto segnali alla società e alle élite: nessuna opposizione sarebbe stata tollerata, il potere, lo Stato e il governo erano sinonimi, e non potevano venire condivisi con nessuno. Poi ci sono stati il discorso di Putin a Monaco, nel 2007, la dichiarazione di ostilità ufficiale verso gli Stati Uniti, le primavere arabe, con la sorte di Gheddafi che è apparsa al Cremlino un presagio sinistro, e l’annessione della Crimea nel 2014, naturalmente. E poi, l’avvelenamento di Navalny. Diciamo che a ogni traguardo in cui il Cremlino doveva decidere se ridimensionarsi, condividere il potere, accettare di venire contestato, ogni volta è stato deciso di non farlo, pagandone il prezzo.

CT: Alexei Navalny in una vecchia intervista aveva detto che Putin potrebbe aver usato il governo gialloverde, e così tante altre forze sovraniste in altri Paesi, per destabilizzare l’Europa. Salvini non ha mai nascosto le sue simpatie per Putin, ricordiamo anche il “con la Nato, ma pure con la Russia” di Di Maio: secondo lei le cose sarebbero andate così?

AZ: Non sono al corrente di questa frase di Navalny, ma diversi colleghi hanno indagato gli svariati legami tra la Lega e il M5S con Mosca. Non credo però ci sia stata una scommessa forte sui potenziali alleati italiani. Per due motivi: il primo è che Putin – che, come abbiamo già detto, ha una visione molto personale della diplomazia – continua a considerare come suo interlocutore privilegiato in Italia Silvio Berlusconi. E il secondo è che nella visione di Mosca contano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Germania. La scommessa di staccare un Paese europeo dal fronte unito per provare a porre un veto sulle sanzioni, per esempio, si era già rivelata fallimentare: né la Grecia di Tsipras, né l’Italia giallo verde, e nemmeno l’amico Orbàn hanno mai accettato di andare contro l’Ue per favorire Putin, anche se a parole hanno criticato le sanzioni. Sicuramente alcuni gruppi del potere russo, soprattutto quelli più coinvolti nella propaganda, hanno coltivato e aiutato potenziali interlocutori tra i sovranisti europei – Marine Le Pen è addirittura stata ricevuta al Cremlino – ma non credo che avessero contato seriamente di poter destabilizzare l’Europa partendo da Salvini e Di Maio, anche perché ragionevolmente scettici sulla solidità delle loro posizioni “filorusse”.

CT: Da chi è appoggiato Putin? È vero che si sta indebolendo e che un cesaricidio interno al Cremlino non sarebbe così improbabile?

AZ: Il cesaricidio, per la sua stessa natura, è qualcosa di cui veniamo a sapere soltanto a fatto accaduto. Non c’è dubbio che una cospicua fetta della nomenclatura putiniana vorrebbe una svolta soft, non tanto perché si tratta di convinti liberali, ma per la molto pragmatica consapevolezza che la nuova guerra fredda porterà la Russia in un vicolo cieco, e impedirà alle élite russe di godere delle loro ricchezze, in cospicua parte investite in Occidente. La decisione di Putin di aprirsi la strada ad altri due mandati presidenziali di sei anni ciascuni, fino al 2036, toglie inoltre a un’intera generazione di classe dirigente la speranza di un avvicendamento al potere. Si tratta di capire, a che punto i rischi di un complotto, e di una successiva destabilizzazione, appariranno a questi uomini e donne inferiori ai benefici di continuare come prima, sapendo che comunque il regime non potrà durare in eterno.

CT: Da cosa nasce lo scetticismo dei russi nei confronti del vaccino Sputnik? È prova del fatto che Putin si starebbe indebolendo e che quanto dice pubblicamente viene inteso come mera propaganda da un maggior numero di persone?

AZ: Sicuramente il fallimento della vaccinazione è stato un referendum inatteso sulla fiducia a Putin. Il governo ha utilizzato il vaccino come uno strumento di propaganda, soprattutto rivolta all’estero, ignorando praticamente del tutto la vaccinazione dei russi (anche perché non disponeva di una base produttiva sufficiente a produrre le fiale necessarie), con il risultato che la popolazione ha associato lo Sputnik ad altre campagne propagandistiche che non c’entravano molto con la realtà. Inoltre le autorità sono state molto contraddittorie nell’introdurre e far rispettare le misure anti-Covid, temendo lo scontento (e questa è anche una risposta alla domanda sull’ indebolimento del regime). C’è però un aspetto curioso: mentre tutti gli oppositori e i critici del regime si vaccinano e fanno anche campagna per la vaccinazione (qualcuno perfino dagli arresti domiciliari), i negazionisti sono prevalentemente putiniani, o comunque persone non ostili al regime. Questo dato apre un affascinante spiraglio sul rapporto dei regimi autoritari con il pensiero magico, e mostra come un autoritarismo spesso si costruisce un consenso irrazionale del quale poi rimane prigioniero.

CT: C’è speranza per una Russia finalmente democratica? Cosa dovrebbe accadere per una transizione pacifica?

AZ: Certo che c’è, l’idea che un Paese o una nazione siano “geneticamente” condannati a un destino politico non è solo razzista, ma viene smentita dalla storia. Si tratta però di processi, lunghi e complessi, dove ha un ruolo non solo chi compie la transizione, ma anche chi può aiutarla e stimolarla, come l’Europa, condizione sine qua non per una transizione pacifica. Un’altra componente essenziale è la presenza di una classe dirigente realistica se non illuminata. Ci sono però talmente tante variabili da rendere molto difficili le previsioni: abbiamo visto regimi fallire in una notte, o al contrario, durare molto più del previsto, con danni incalcolabili innanzitutto alla propria popolazione.

CT: Tra USA e Cina soffiano venti di Guerra Fredda. La Russia non è più potente come in passato, ha il PIL del Messico. Pechino si è mossa con lungimiranza, facendo spese in Africa, detiene le principali miniere di terre rare e oggi può fare il bello e cattivo tempo con l’Occidente, basti pensare alla vicenda dei microchip. In caso di tensioni tra Est e Ovest, teme che con Putin la Russia sia destinata a finire sotto l’ala cinese?

AZ: Economicamente è già successo, in buona parte. Il potenziale economico, tecnologico e demografico della Russia è irrisorio rispetto alla Cina, e anche su quello militare – con l’eccezione dell’arena le nucleare – ci possono essere dubbi. Attenzione però a non confondere il potere e il controllo sulle materie prime: i Paesi che vivono di esportazione di materie prime, come la Russia, dipendono sempre dall’acquirente, più che il contrario. La Cina è una potenza industriale e tecnologica, la sua interdipendenza con l’Occidente è di natura molto più diversa e complessa, non cerca lo scontro, vuole rinegoziare le sue quote nel sistema mondo. l’idea che in caso di un Occidente troppo critico verso Putin la Russia possa venire “persa” e finire tra le braccia di Pechino è l’ultima riedizione della vecchia idea di un appeasement con Mosca: la versione precedente diceva che i russi sarebbero stati alleati fondamentali contro l’Isis, proprio mentre le truppe russe in Siria combattevano sul fronte opposto a quello occidentale. Economicamente la Russia dipende sempre più dalla Cina, che però non si mostra così ansiosa ad adottare il regime di Mosca: non riconosce l’annessione della Crimea, non riconosce lo Sputnik, che fa concorrenza ai suoi vaccini nei Paesi emergenti. politicamente Putin è il primo a non volere venire assoggettato a Pechino, anche perché questo distruggerebbe il mito nazionalista russo che in buona parte cavalca. L’unica Russia che non rischierebbe in futuro di diventare un alleato minore della Cina è però una Russia democratica che condivide valori europei.

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