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L’avvocato e il banchiere, breve storia di un Paese e di una politica malati di Covid

L'avvocato e il banchiere

Così vicini, così lontani. Sono Giuseppe Conte e Mario Draghi, neofiti della politica catapultati a palazzo Chigi. Un leader politico con velleità di essere super partes e un profilo tecnico che ha dato vita a un governo molto politico. Ne abbiamo parlato con Maurizio Stefanini e Sergio Luciano, autori de L’avvocato e il banchiere

 

Due figure contrapposte, diversissime, eppure in qualche modo simili. A partire dai cognomi altisonanti che evocano figure medievaleggianti, quasi fiabesche, da ballate epiche di tempi lontani. Due figure che la pandemia rischia di sovrapporre e appiattire. Giuseppe Conte potrebbe passare alla storia come l’uomo che, arrivato a Palazzo Chigi per caso (e senza che si sia ancora capito bene chi abbia fatto il suo nome), ha salvato l’Italia chiudendola tempestivamente, Mario Draghi come l’uomo che l’ha salvata con la sua autorevolezza di fronte a mercati e investitori, che torneranno a tallonarci appena la crisi sanitaria sarà passata.

L'avvocato e il banchiere

L’AVVOCATO (DI PAESE) E IL BANCHIERE (EUROPEO)

I giornalisti Maurizio Stefanini e Sergio Luciano (con l’incursione di Luciano Tirinnanzi) si sono divertiti a tratteggiare i ritratti dei due ne L’avvocato e il banchiere – Dal premier per caso al Whatever it takes (Paesi Edizioni), un istant book che sorprende per tempestività, dato che il libro arriva a trattare fatti della cronaca politica dell’altro ieri.

L'avvocato e il banchiere

Ma soprattutto un pamphlet (poco più di 150 pagine) ironico e talvolta tagliente in cui emergono i caratteri comuni (la posatezza, l’eleganza, il fascino esercitato sull’elettorato moderato) ma che non manca di sottolineare gli aspetti che li differenziano. Vengono ripercorse le carriere di entrambi e, per quanto Conte e Draghi vantino entrambi profili internazionali, l’avvocato degli italiani ne esce sconfitto, restando vittima di un provincialismo tutto nostrano, che la pochette non imbellisce, semmai evidenzia.

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“Tra i due c’è una distanza siderale, a sfavore di Conte”, taglia corto Luciano parlando con Policy Maker.  “Draghi è l’ultimo dei tecnocrati, ma contemporaneamente il più politico dei tecnici – gli fa eco Stefanini -, basti vedere l’abilità con cui ha plasmato il suo governo: ha voluto dentro tutti. Conte invece è il segretario comunale d’Italia, ma non significa che non sia maturato: in due anni da burattino s’è fatto burattinaio”. Eppure continuano a essere percepiti in modo assai diverso. Una differenza che si è fatta ancora più evidente nelle ultime ore: “Se fosse stato Conte a pronunciare quelle parole su Erdogan, sarebbe stata una gaffe terribile dalle conseguenze imprevedibili. Ma per fortuna i curricula non sono acqua: Draghi ha tutta l’autorevolezza per poterle esprimere”, commenta Luciano.

Giuseppe Conte

“Al più ci si può domandare se non sia troppo avanti rispetto al peso che il Paese ha concretamente in Europa e nel mondo”, si chiede il giornalista e co-autore de L’avvocato e il banchiere. Quel che è certo, è che, per quanto la crisi diplomatica che ne è scaturita sia di una certa importanza, “Draghi ha le spalle sufficientemente larghe per affrontarla”, rileva Stefanini. L’ex numero 1 della Banca centrale europea “beneficia di una autorevolezza internazionale, Conte esclusivamente locale ed è autorevole – sottolinea con una punta di perfidia – per il solo fatto che, pur essendo un outsiders della politica, si è ritrovato a debuttare con gente ancora più outsiders di lui”. Rieccolo, dunque, il provincialismo di Conte, che lo segue come un’ombra e che non gli permette di sollevarsi più di tanto.

L'avvocato e il banchiere

Ma è innegabile che Conte sappia comunque trasformarsi: “È un po’ un Giolitti del nostro tempo”, dice scherzando Stefanini. “E ora può approfittare del fatto che i 5 Stelle siano ormai allo sbando, aggrappati a quel po’ di carisma che Conte esprime: potrebbe plasmare il Movimento per farne l’erede della DC. C’è ancora un vuoto da riempire al centro”. Del medesimo parere anche Luciano: “Incarna la migliore tradizione dei leader democristiani bonari e paciosi: dà l’impressione di essere un buon padre di famiglia e il Paese con lui ritiene di essere nelle mani di un uomo perbene”.

L'avvocato e il banchiere

“Si è rivelato un capo che sa parlare con tutti, tanto con attori dell’economia, quanto con le parti sociali e i leader esteri. Forse farebbe però meglio a fondare un suo partito, non azzeccandoci nulla col malpancismo pentastellato che dice no a tutto”. “C’è pure il rischio – osserva Stefanini – che la massa di arrabbiati per colpa della pandemia, quei no vax, no mask, no lockdown, creino un movimento loro”, rischio che si fa ancora più concreto “se Conte imporrà la trasformazione definitiva del Movimento da organo di lotta a partito tradizionalista, moderato ed europeista”.

Ma anche il futuro di Draghi non è chiaro: “La situazione è molto fluida: la tradizione ci dice che la politica in Italia si avvale dei tecnici quando ha bisogno di togliere le proverbiali castagne dal fuoco che non vuole o non ha la forza di levare da sé, salvo poi sbarazzarsene. Però è anche vero che tutti i tecnici sono poi stati sedotti dalla politica e ci sono rimasti: Draghi farà altrettanto?”, si chiede Stefanini. Quel che è certo “è che l’attuale luna di miele non durerà per sempre – conclude Luciano – ora servono risultati: la campagna vaccinale deve accelerare, i ristori devono farsi seri e non più ridicoli. Draghi ha l’autorevolezza per andare in Europa e dire che intende fare 40-50 miliardi di deficit, ma resta da vedere se il suo governo reggerà alle fibrillazioni delle amministrative e delle elezioni del Capo dello Stato. Purtroppo, la carta di Draghi al Quirinale ce la siamo bruciata…”

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