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Upb, Bankitalia, Corte dei Conti: tutti bocciano il Recovery Plan di Conte

Conte Recovery Plan

Tutti gli esperti chiamati in Parlamento per valutare il Recovery Plan di Giuseppe Conte concordano nell’affermare che, nonostante il ritardo monstre (sarebbe dovuto essere pronto il 15 ottobre scorso) il documento è incompleto, frammentario, poco trasparente e disperde le risorse europee in mille rivoli

Se non fossimo in piena crisi di governo, ora parleremmo di una cosa sola: della sonora e triplice bocciatura arrivata al Recovery Plan approntato in solitaria da Giuseppe Conte. Se Matteo Renzi non avesse staccato la spina al governo ormai un mesetto fa, l’esecutivo sarebbe caduto ugualmente adesso, perché il Piano nazionale di ripresa e resilienza, fiore all’occhiello della strategia del Conte bis e fondamenta naturale su cui edificare l’agenda delle riforme da lì ai prossimi sei anni in poche ore è stato rinviato a settembre da chiunque avesse diritto di parola in materia: l’Ufficio parlamentare di bilancio, la Corte dei Conti e Bankitalia. Ma andiamo con ordine.

COSì BANKITALIA FA CORIANDOLI DEL RECOVEY PLAN DI CONTE

Andiamo in ordine temporale, appunto. Il primo a esprimersi sul Recovery Plan, o Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che dir si voglia, è stato Ignazio Visco, governatore di Banca d’Italia (qui l’intervento completo). Per Via Nazionale serve un «riequilibrio graduale dei conti», «accelerando ulteriormente la riduzione del rapporto tra debito e prodotto». La «prolungata azione espansiva della politica monetaria» della BCE offre «all’Italia la possibilità di affrontare con vigore anche il problema dell’alto rapporto tra debito pubblico e Pil», tuttavia, è stato sottolineato da Visco, le risorse del «Recovery Plan/Next Generation EU» saranno però insufficienti senza le «riforme».

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Ma la vera bocciatura è arrivata da Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia, in audizione proprio sul Recovery Plan di Giuseppe Conte: «Il documento in discussione non specifica in dettaglio il profilo annuale dell’uso dei fondi europei, né la loro ripartizione dettagliata tra le diverse poste di bilancio. Si indica solo che almeno il 70 per cento dei trasferimenti ricevuti attraverso il Dispositivo verrà speso entro il 2023 e la parte rimanente entro il 2025 e che il ricorso ai prestiti aumenterà nel corso del tempo. Inoltre, secondo il documento, più del 70 per cento dei fondi utilizzati per finanziare interventi aggiuntivi rispetto al tendenziale è destinato a spese in conto capitale a carico delle Amministrazioni pubbliche, il resto a ulteriori incentivi agli investimenti privati (in particolare 16 sono destinati al “Progetto Transizione 4.0”) e ad altre misure».

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E se «nell’insieme assi strategici e priorità trasversali della bozza del Piano appaiono coerenti con gli obiettivi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza», Bankitalia fa notare anche «Il documento tuttavia non presenta ancora una puntuale quantificazione del contributo di ciascun progetto alla spesa destinata alla transizione verde e a quella digitale». E nonostante il gran ritardo con cui il Recovery Plan di Conte è stato presentato (sarebbe dovuto essere pronto entro il 15 ottobre, è arrivato solo nella seconda parte di gennaio), il documento per via Nazionale appare ancora incompleto: «sono ancora necessarie sostanziali integrazioni in vista della stesura finale del testo da sottoporre alle autorità europee. Nel documento in discussione si avverte che alcuni importanti elementi richiesti nelle linee guida sono in corso di definizione, anche attraverso confronti informali con gli uffici della Commissione (questi elementi includono, per ciascun intervento, il cronoprogramma, la specificazione degli obiettivi intermedi e finali, la stima totale dei costi e la quota da finanziare con prestiti). Si preannuncia inoltre la presentazione al Parlamento del necessario modello di struttura di governo del Piano, in cui dovranno essere individuati gli organi responsabili della sua realizzazione e le modalità di coordinamento dei Ministeri e degli altri livelli di governo coinvolti».

E, ancora: «Come sottolineato nelle linee guida della Commissione europea, le riforme dovrebbero avere un “impatto significativo ed effetti durevoli” su specifici obiettivi, come ad esempio il miglioramento delle istituzioni, la crescita o la creazione di occupazione. Tuttavia con l’eccezione delle misure sulla giustizia, gli interventi di riforma preannunciati nel documento, pur coprendo aree coerenti con le raccomandazioni della Commissione, non sembrano ancora sufficientemente articolati, il che ostacola una valutazione del loro potenziale impatto». Se non è una bocciatura su tutta la linea, poco ci manca.

PER LA CORTE DEI CONTI PIANO DA ULTIMARE

Pure la Corte dei Conti rileva il fatto che, così com’è, il Recovery Plan di Conte non potrebbe essere presentato alle istituzioni comunitarie che dovranno decidere se promuoverlo o rispedirlo al mittente: «Le prossime settimane – ha detto il numero 1 della magistratura contabile, Guido Carlino, nel corso dell’audizione sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – richiederanno un intenso lavoro perché il Piano possa acquisire i richiesti elevati standard qualitativi e rendere chiari gli interventi sui quali ci si intende impegnare, per creare condizioni durature di uno sviluppo economico e sociale maggiore, più inclusivo e sostenibile».

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Tuttavia la Corte dei Conti pare più benevola nel valutare le mancanze: «Il documento oggetto di quest’audizione – ha continuato il presidente della magistratura contabile – offre un’ampia illustrazione dell’impostazione che il Governo intende seguire nell’elaborazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma non contiene ancora tutte le dettagliate e, giustamente, minuziose indicazioni che la versione definitiva dovrà avere, sulla base delle Linee guida predisposte dalla Commissione europea lo scorso 22 gennaio».

Quindi dalla Corte dei Conti un prezioso suggerimento per non disperdere i soldi del Recovery Fund in mille rivoli: «Se è vero che nel breve termine anche progetti di dimensioni contenute potranno esercitare una funzione di sostegno della domanda aggregata, è soprattutto cruciale guardare al medio-lungo termine e promuovere virtuosi effetti di offerta; da questo punto di vista potrebbe essere opportuno concentrare gli sforzi su un numero limitato di progetti medio e medio-grandi».

UPB: RECOVERY PLAN DI CONTE FRAMMENTARIO

Parla di «frammentazione delle iniziative» (qui l’intervento completo) Chiara Goretti, componente dell’Ufficio parlamentare di bilancio nell’ambito dell’esame della proposta del Recovery Plan di Conte. «La frammentazione delle iniziative che emerge dal Piano nazionale di ripresa e resilienza appare eccessiva e rischia di diluire la potenzialità del Piano di incidere in modo strutturale sulla realtà del Paese, con una dispersione di risorse che potrebbe non consentire di realizzare gli obiettivi di policy dichiarati». Per questo l’Ufficio parlamentare di bilancio raccomanda «di rinunciare a qualche linea di intervento e concentrare le risorse su un numero minore di priorità, per avere un impatto maggiormente visibile su quelle prescelte».

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Anche l’Upb non può che rimarcare l’incompletezza del Recovery Plan di Conte: «Alcune indicazioni sul quadro finanziario del Piano necessitano di essere completate in vari aspetti. Infatti, al di là di quelle che appaiono come parziali incongruenze numeriche sia interne al Piano presentato sia nei confronti di quanto esposto in documenti precedenti, alcune parti rilevanti del quadro finanziario sono da definire più compiutamente e, in particolare, deve essere ancora composta una dettagliata e circoscritta esposizione degli interventi e del loro profilo temporale che consenta una valutazione complessiva, di visione, dell’utilizzo delle risorse e dei suoi effetti sul sistema economico».

«Infine, ci si aspetta che nel PNRR definitivo venga presentata una specificazione del profilo temporale delle risorse che sono esposte in modo concentrato come somma delle disponibilità, da un lato, e degli utilizzi dall’altro. Sarebbe quindi opportuno fornire la distribuzione temporale dell’utilizzo delle risorse PNRR nei singoli anni del periodo 2021-26, con informazioni più dettagliate rispetto a quanto già contenuto nel documento attuale».

Quindi le critiche più dure al Recovery Plan di Conte: «Il documento è disomogeneo nella identificazione dei criteri per l’allocazione delle risorse ai singoli progetti. […]  il Piano appare debole e le indicazioni fornite appaiono generiche. […] Il PNRR non sembra dedicare adeguata attenzione a quali nuovi strumenti possano essere adottati per contrastare efficacemente infiltrazioni criminali, frodi ed episodi corruttivi nella gestione dei progetti finanziati dal Piano. […] Nel PNRR mancano le indicazioni di dettaglio dei singoli investimenti, in particolare il cronoprogramma, gli indicatori sullo stato di avanzamento, gli obiettivi qualitativi e quantitativi che si vogliono raggiungere attraverso gli interventi».

RECOVERY PLAN DI CONTE: POCHE IDEE MA CONFUSE

Insomma, tutti (Bankitalia, Upb e Corte dei Conti) concordano nell’affermare che a pochi mesi dal termine ultimo per consegnare a Bruxelles il Piano di spesa del Recovery Fund (30 aprile), l’Italia non ha ancora nulla di concreto in mano: poche idee ma confuse. Il rischio che corriamo è quello di perdere un treno che passerà una volta sola e questo nonostante il nostro Paese abbia avuto tutto il tempo e le task force possibili e immaginabili per presentarsi all’appuntamento con la Commissione europea con qualcosa di valido e concreto, magari pure di elogiabile. Ma così non è stato: la gelosia con cui il presidente del Consiglio uscente ha trattato il dossier si è rivelata deleteria per la riuscita dello stesso Piano nazionale di ripresa e resilienza. E adesso starà a Mario Draghi fare il miracolo: sfruttare le sue capacità – da tutti ritenute sovrannaturali – per riuscire a fare in due mesi ciò che Conte non è riuscito a fare in sei. O sfruttare le sue conoscenze negli ambienti europei per supplicare una ulteriore proroga, che però certo non ci aiuterebbe sul piano della credibilità.

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