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Come non affrontare una pandemia, ovvero il caso italiano. Intervista a Luca Ricolfi

Luca Ricolfi

Dai ritardi nel contenimento nella prima ondata, all’immediato fallimento del contact tracing e di Immuni nella seconda, ma soprattutto le morti record: il governo non ha affatto affrontato bene la pandemia. Ma abbiamo alternative? Luca Ricolfi a Policy Maker: “Per il loro atteggiamento imprudente, né Renzi, né la destra sono nelle condizioni di criticare l’esecutivo nella gestione della crisi”

Governare durante una crisi presenta delle difficoltà, ma può avere anche dei vantaggi. Il principale è la semplificazione dell’agenda politica che l’esecutivo si ritrova sul tavolo: conta quasi solo occuparsi della crisi stessa e degli aspetti legati a essa, le altre questioni vengono accantonate. Se poi la situazione eccezionale è dovuta a un virus sconosciuto fino al momento della sua comparsa e in grado di uccidere oltre due milioni di persone in un anno, il quasi sparisce.

Ma non solo. Il sopraggiungere di un evento di tale portata ha giustificato, almeno nel periodo iniziale, scelte sbagliate e ritardi nel contrasto alla diffusione del Covid. Ritardi che, secondo il sociologo e professore Luca Ricolfi, si sono manifestati già nella prima fase, nella quale, spiega nel suo ultimo libro “La notte delle ninfee”, alla dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio 2020 è seguito un periodo di indecisione.

COME ABBIAMO GESTITO LA SECONDA ONDATA?

Nei mesi estivi è emersa la mancanza di una strategia. In vista di un’annunciata seconda fase pandemica, ricorda Ricolfi, non sono stati aumentati i tamponi quotidiani, il contact tracing con la sbandierata Immuni è rimasto poco più di un’idea, così come l’utilizzo di Covid hotel per le quarantene, non sono stati potenziati a sufficienza i trasporti pubblici, né si è verificata alcuna riorganizzazione in vista della riapertura delle scuole. Il risultato è stato un nuovo aumento di infezioni, ricoveri e decessi che ha raggiunto il suo picco a metà novembre.

LUCA RICOLFI: “QUEGLI SPECIALISTI CHE CI SONO MANCATI”

Ad aver ulteriormente complicato la situazione è stato anche il rapporto instauratosi negli ultimi mesi in Italia fra scienza e politica. “Il governo e l’opinione pubblica hanno faticato e faticano tuttora a capire che in un’epidemia c’è bisogno di due tipi di specialisti”, osserva Luca Ricolfi.

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“Da una parte lo specialista immunologo, infettivologo o virologo, che tanto sta interessando la stampa e la TV. C’è poi un’altra classe di competenze, appannaggio di fisici, matematici, statistici ed epidemiologi, che non ha nulla a che fare con le conoscenze mediche e riguarda la comprensione e gestione dei processi di diffusione del virus”.

Secondo il sociologo, però, questi ultimi, sebbene fossero gli unici esperti in grado di realizzare stime affidabili fondate sull’analisi dei dati, sono rimasti perlopiù inascoltati. E al contempo si è dato ampio spazio, anche su temi di non stretta appartenenza, agli specialisti medici, in contrasto fra loro e con opinioni politicizzate. Con il conseguente effetto, per il governo, di non aver potuto – e voluto – beneficiare di un apporto statistico, in grado di aiutare nella realizzazione dei protocolli anti-Covid.

IL MIRAGGIO DELL’APPROCCIO ORIENTALE

In ogni caso, c’è chi, a differenza del protocollo italiano ed europeo, fatto di alternanza fra chiusure e aperture, ha scelto di impegnarsi per sopprimere in modo quasi definitivo il virus. È il cosiddetto modello orientale, applicato, ad esempio, in Nuova Zelanda.
“Applicare la strategia orientale in Italia sarebbe complicato”, spiega il sociologo. “Occorrerebbe chiudere le frontiere. Inoltre, bisognerebbe implementare il monitoraggio delle quarantene, altro punto di difficile attuazione in Italia e in molti Stati europei”. Infine, sostiene Ricolfi, una terza caratteristica sta nel fattore comportamentale. “Ciò riguarda sia il rispetto delle regole, sia la propensione a evitare l’aggregazione sociale, sviluppata perlopiù nei Paesi scandinavi e meno in altri, fra cui Italia, Spagna, Francia e Germania”.

CHI AL POSTO DI CONTE?

Una delle problematiche in questo momento, sottolinea il sociologo, riguarda la mancanza di alternative in Parlamento. “Sebbene la maggior parte delle critiche avanzate sul Recovery Plan e sul comportamento dell’esecutivo siano più che condivisibili, Renzi non ha mai avanzato critiche serie riguardo alla gestione dell’epidemia”.

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Anzi, prosegue Luca Ricolfi, “mentre il governo esitava a decidere alcuni allentamenti delle restrizioni, Matteo Renzi scalpitava per riaprire. Una scelta sbagliata, per il momento e le condizioni difficili in cui il Paese versava”. Ragione per cui, “né Renzi, né nessun altro politico sono nella condizione di giudicare il governo. Infatti, tanto lui quanto la destra dichiarano di voler perseguire una linea ancora più imprudente riguardo alla gestione della pandemia”.

LO STRAPPO DI RENZI IN PIENA PANDEMIA

Il 13 gennaio, nell’annunciare le dimissioni della delegazione del suo partito dall’esecutivo, l’ex premier cita come motivazioni la gestione dell’emergenza sanitaria e del Recovery Plan. Tuttavia, secondo Ricolfi, nell’atto di Matteo Renzi c’è una componente personalistica preponderante: “non sopporta l’idea di essere marginale e non ha trovato modo migliore per richiamare l’attenzione su di sé”.

Difficile parlare di scelta azzeccata. “Renzi ha fatto qualche calcolo errato. Il risultato netto, ossia aver perso tre posti di governo a favore dei soggetti comprati in questi giorni di trattativa dal governo, è disastroso”, osserva il sociologo. Tanto che, prosegue Ricolfi, “è probabile che la crisi di governo del 13 gennaio rappresenti di fatto la fine politica di Matteo Renzi”.

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Discorso diverso per il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Nonostante una fiducia risicata in Parlamento, ottenuta senza raggiungere la maggioranza assoluta in Senato e grazie all’astensione proprio di Italia Viva, difficilmente, sostiene Ricolfi, l’esperienza politica di Conte avrà termine di qui a poco. “Sarebbe comunque auspicabile un Presidente del Consiglio all’altezza della situazione, in grado di scegliere ministri con capacità gestionale e appoggiato da una larga maggioranza parlamentare”, commenta.

Tuttavia, le condizioni per le quali, afferma Ricolfi, è improbabile prevedere un cambio radicale a breve termine sono diverse. “Se esiste un patto per la rielezione del Presidente della Repubblica, che prevede che il governo tenga almeno fino al semestre bianco, non c’è motivo di credere che le cose cambino. Stesso discorso, nel caso in cui ci sia una pressione dell’Europa affinché l’esecutivo rimanga quello attuale”. A queste condizioni si aggiunge “l’interesse economico dei parlamentari a conservare il proprio seggio, soprattutto dalle schiere di Forza Italia, che, in caso di voto, più che dimezzeranno i propri numeri. Questa consapevolezza”, continua Ricolfi, “verosimilmente farà sì che una buona parte dei parlamentari forzisti scopra le virtù del governo Conte”.

L’OPINIONE PUBBLICA DIVISA

Bisogna infine considerare la considerazione che l’opinione pubblica ha maturato nei confronti del governo, durante la pandemia. Una condizione che, senza volerlo, ha finito per garantire al capo dell’esecutivo un atteggiamento se non favorevole, quanto meno non ostile dell’elettorato.

Il disinteresse verso la politica di molti cittadini ha finito per sospendere il giudizio nei confronti di Conte e del suo operato. “Uno dei principali effetti del distacco dalla politica”, dice il sociologo, “sta nel fatto che si perde la capacità di comprendere quello che succede e, di conseguenza, svanisce il sentimento di indignazione”.

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I cittadini che invece prestano attenzione alla sfera pubblica si rendono conto della mala gestione dell’epidemia da parte del governo e hanno un giudizio severo nei confronti degli esponenti politici. Severità di giudizio che, però, secondo Luca Ricolfi, si accompagna ormai a un senso di rassegnazione. “La pessima considerazione che questa parte della popolazione ha nei confronti dei politici, paradossalmente finisce per avere un effetto immunizzante verso la politica stessa”.

Il che, tradotto in epoca di Covid, significa, per i cittadini, barcamenarsi tra una chiusura e l’altra, tentando di raccogliere il massimo dalle finestre di libertà concesse prima della chiusura successiva. Uno strano cocktail, formato da disinteresse politico e sfiducia nella classe politica, il cui principale beneficiario finisce per essere proprio il Presidente del Consiglio.

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