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Oggi sono costruttori responsabili. Ieri M5S voleva il vincolo di mandato

vincolo di mandato

Conte a caccia di stampelle in Parlamento. Quanto sarebbe diverso il film di queste ore se i grillini avessero davvero introdotto il vincolo di mandato contro quello che Di Maio chiamava “mercato delle vacche”?

“Servono donne e uomini capaci di rifuggire gli egoismi e di scacciare via la tentazione di guardare all’utile personale. Servono persone disponibili a mantenere elevata la dignità della politica, la più nobile delle arti e dei saperi, se declinata nel giusto spirito che mira sempre ed esclusivamente al benessere dei cittadini e al miglioramento della loro qualità di vita”. Giuseppe Conte irretisce e blandisce così i costruttori responsabili, che da giorni la maggioranza prova a racimolare alla Camera Alta. Non li chiama “eroi”, la retorica prolissa e verbosa del premier che ben conosciamo non si spinge a tal punto, ma poco ci manca.

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E pur di attrarre a sé la galassia dei partitini personali arriva persino a promettere una legge elettorale proporzionale (“il Governo si impegnerà a promuovere una riforma di impianto proporzionale, quanto più possibile condivisa, che possa coniugare efficacemente le ragioni del pluralismo della rappresentanza con l’esigenza, pur ineludibile, di assicurare una complessiva stabilità al sistema politico.”). Eppure c’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui proprio i 5 Stelle tuonavano contro chi cambiava casacca. Tanto che promettevano (minacciavano?) di introdurre il vincolo di mandato.

VINCOLO DI MANDATO

QUANDO I 5 STELLE VOLEVANO IL VINCOLO DI MANDATO

Ancora nel 2007 Beppe Grillo sul suo blog, in un post dal titolo evocativo (#EffettoCadrega), scriveva: “L’unico modo per eliminare l’effetto cadrega è il vincolo di mandato. Chi tradisce gli elettori e non è più d’accordo con il programma per il quale è stato eletto, se ne torna a casa e lascia spazio al primo dei non eletti”.

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“In questi anni – continuava il comico genovese, guru dei 5S – da quando è nato il MoVimento, e anche negli ultimi tempi, ci sono state persone elette con il nostro simbolo che hanno deciso di andarsene, nei comuni, nelle regioni, in Parlamento e in Europa – spiega il leader del M5S – Le motivazioni sono sempre ridicole, un copincolla delle balle dei giornali e che anche loro smentivano prima di uscire. Mancano di fantasia e di creatività. La cosa che li accomuna tutti è l'”effetto cadrega”, che poi è la vera ragione del tradimento”.

 

UN VINCOLO DI MANDATO PER LEGARE LE VACCHE

“In Italia, oltre ai furbetti del cartellino, abbiamo i voltagabbana del Parlamento”, diceva in un video su Youtube, che non a caso ha ripreso a girare proprio in questi giorni, l’attuale ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Per la verità nemmeno troppo tempo fa: fu mandato in onda il 31 gennaio 2017, neppure il tempo di una legislatura, se riuscissimo mai a vederne una arrivare alla fine naturale del proprio mandato. “Molti governi si sono tenuti in piedi proprio grazie ai traditori del mandato elettorale”. Un “mercato delle vacche” che avrebbe dovuto cessare col “vincolo di mandato, o serietà istituzionale”. “È consentito cambiare idea – spiegava magnanimamente Di Maio – ma se lo fai torni a casa e ti fai rieleggere”.

 

Medesimo refrain ripetuto ancora di recente, nel settembre 2019 quando la senatrice Gelsomina Vono ha salutato i pentastellati per andarsene in Italia Viva di Matteo Renzi. Anche in quell’occasione il ministro degli Esteri aveva sfoderato i vecchi – e stanchi – cavalli di battaglia, peraltro usando parole tutt’altro che cavalleresche nei confronti dell’ex compagna (cittadina) di partito: “Sono consapevole che questo argomento non è nel programma di governo, ma ne parlerò col Pd perché per me dobbiamo mettere fine a questo mercato delle vacche, sia dei parlamentari che passano in altri gruppi sia dei gruppi che li fanno entrare”. L’allora capo politico del M5s nella medesima occasione aveva minacciato persino di applicare le sanzioni previste dalla carta fatta firmare a ogni onorevole: “dovranno pagare 100mila euro per danni di immagine, come da Statuto”. Chissà però cosa direbbe oggi Di Maio alla senatrice Vono se decidesse di ritornare all’ovile e votare la fiducia a Conte: dimettiti e fatti rieleggere?

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