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Perché nella crisi si sceglie il governo tecnico. Ripasso dei precedenti

governo tecnico

Cos’è un governo tecnico? In cosa è differente da quello politico? Come mai in Italia si ricorre ai tecnici solo in periodi di particolare complessità?

I filosofi dell’Ottocento teorizzavano che il governo perfetto dovesse obbligatoriamente comporsi da tecnici: un medico alla Sanità, un giurista alla giustizia, un ingegnere alle infrastrutture e via dicendo. In realtà, la storia ha dimostrato tutti i limiti di una simile impalcatura e, chi non si fosse ancora convinto deve semplicemente pensare all’irruenza dimostrata in tempo di pandemia dal Comitato tecnico scientifico e dalle task force: i tecnici non sanno governare. I politici se ne devono avvalere, ma la decisione deve essere frutto di un lavoro di sintesi e mediazione. Per questo, ogni volta che si tira per la giacchetta un governo tecnico, la sconfitta è tutta politica: il Parlamento esprime la propria incapacità di raggiungere una soluzione.

GOVERNO TECNICO O POLITICO, COSA DICE LA COSTITUZIONE?

In realtà, la Costituzione non ha mai distinto tra governi tecnici e politici. E ha sempre dato al Parlamento il potere di legittimare governi d’estrazione extraparlamentare. Tanto il presidente del Consiglio quanto i suoi ministri possono benissimo provenire dalla società civile: nessun comma della Carta si sogna di vietarlo. L’importante è che ci sia l’investitura a monte delle Camere, perché l’Italia è una Repubblica Parlamentare e la democrazia si esercita attraverso il voto di deputati e senatori. Tutto ciò che viene dunque detto sul governo tecnico, dunque, ovvero che sarebbe meno importante e legittimato del governo politico, è frutto di caracollanti corbellerie propagandistiche. Tuttavia è innegabile che, vista la situazione attuale e i precedenti, il nostro Paese abbia fatto ricorso ai tecnici solo in frangenti di grave difficoltà nei quali la politica non è stata in grado di trovare le risposte.

GOVERNO TECNICO

Enrico Mentana, 1992

GOVERNO TECNICO, I TRE PRECEDENTI

Il primo governo tecnico della storia repubblicana risale al 1993. Per comprendere come e perché è nato bisogna però ritornare indietro di un anno ancora, al primo Governo Amato, quello del pareggio di bilancio ottenuto con una finanziaria lacrime e sangue da 100.000 miliardi di lire e il prelievo forzoso del 6‰ dai conti correnti delle famiglie italiane fatto nottetempo per rimettere in sesto i conti pubblici.

I primi anni ’90 sono stati a dir poco turbolenti per il nostro Paese. Non tutti se ne sono accorti, ma abbiamo rischiato di essere il primo grande Stato a fallire (come l’Argentina prima e la Grecia poi). In più, Tangentopoli aveva appena decapitato l’intera (o quasi) classe politica e la mafia, forte di quel patto scellerato con le istituzioni che soltanto ora iniziamo a scoprire, continuava ad aggredire i servitori del Paese. Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi diversi anni dopo racconterà di aver temuto che fossimo vicini al golpe.

GOVERNO CIAMPI, ESECUTIVO SOTTO LE BOMBE DI MAFIA

L’Italia doveva agganciare il treno dell’Euro, che iniziava a lasciare la stazione anche se ufficialmente la moneta unica si sarebbe affacciata sulle scene solo nel 2002. Per farlo, però, doveva rimettere i conti a posto, ma decenni di mal governo, voti di scambio e assistenzialismo sfrenato avevano prosciugato le casse dello Stato. Tocca dunque a Giuliano Amato iniziare a somministrare al Paese una cura da cavallo, ma il suo esecutivo non dura nemmeno un anno: si sfascia sotto il peso delle inchieste e si affloscia su una classe politica sempre più debole e disprezzata.

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Subentra allora Carlo Azeglio Ciampi, nocchiere di una nave in piena tempesta, con la Lira che ha appena subito la svalutazione più forte della propria storia. Anche per quello l’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, “pesca” dal vivaio di Bankitalia. Ciampi predilige una formula spuria, che potrebbe essere scelta anche da Mario Draghi: a personalità politiche (Nicola Mancino, Nino Andreatta, Rosa Russo Iervolino, Valdo Spini, Fabio Fabbri) affianca economisti illustri (Luigi Spaventa, Luigi Gallo, Piero Barucci).”Il mio – racconterà a Repubblica – è stato il governo delle bombe”, perché in quegli anni il ramo stragista di Cosa Nostra era più agguerrito che mai. Il governo Ciampi si è poi dimesso il 13 gennaio 1994, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale maggioritaria, il Mattarellum.

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Lamberto Dini

IL GOVERNO A SCADENZA DI DINI

Il secondo governo tecnico arriva nel 1995, dopo il crollo del primo esecutivo di Silvio Berlusconi dovuto alla rottura tra Forza Italia e la Lega Nord di Umberto Bossi. Tra l’egoarca di Arcore e il Colle si arriva allo scontro quando Scalfaro decide di dare mandato a un altro uomo di Bankitalia, Lamberto Dini, archiviando velocemente l’esperienza di governo di Berlusconi che, furibondo, arriva a definire il Capo dello Stato “attentatore della democrazia”. Riporta un retroscena dell’epoca di Repubblica: “Oscar Luigi Scalfaro affronta il Cavaliere e decide di difendersi con la medesima veemenza che accompagna gli attacchi a lui rivolti. “Mi vogliono sul banco degli imputati solo perché difendo la Costituzione. Ma io non arretro, vado avanti e resto fedele, al di là delle polemiche, al di là delle minacce. Abbiamo un compito: la fedeltà assoluta alla Carta costituzionale, senza farsi intimidire da schiamazzi inutili e dannosi per la convivenza civile”. Dini, ex ministro del Tesoro del Berlusconi I, trattiene per sé l’interim e compone un governo di tecnici, a esclusione di un giovanissimo Franco Frattini agli Affari regionali e Susanna Agnelli agli Esteri.

IL GOVERNO MONTI E IL RISCHIO FALLIMENTO

C’è nuovamente Silvio Berlusconi alla prua d’Italia quando subentra il terzo e ultimo governo tecnico della storia repubblicana. I fatti risalgono all’altro ieri, quindi è superfluo ripercorrerli con dovizia di particolari. Nel 2011 l’Europa è scossa da ondate speculative che hanno come obiettivo i cinque anelli deboli: l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo e, soprattutto, la Spagna e l’Italia. “Too big to fail”, si dice, perché la ramificazione economica è tale che, se Roma o Madrid cadessero, porterebbero con sé l’intero Vecchio continente.

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Mario Monti e Silvio Berlusconi

Il governo di Berlusconi è in drammatico affanno di credibilità, regalando agli speculatori altre opportunità di danneggiare economicamente il Paese. È nell’estate del 2011 che nel vocabolario degli italiani entra prepotentemente il termine spread, a indicare la distanza tra noi, gli asinelli e i tedeschi, i primi della classe. Una distanza che con l’autunno si fa sempre più preoccupante.

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Al Colle c’è Giorgio Napolitano che prima nomina Mario Monti senatore a vita, poi lo investe del compito di formare un governo totalmente tecnico che ridia credibilità all’Italia agli occhi degli investitori esteri e delle istituzioni comunitarie, con le quali il precedente esecutivo azzurro era invece continuamente in lotta. Oggi molti osservatori paragonano il futuribile governo di Mario Draghi a quello di Mario Monti, ma ai più attenti non è sfuggito un particolare fondamentale che dovrebbe distinguere le due esperienze: Monti fu chiamato a mettere un freno alla spesa pubblica, Draghi avrà un bottino da 209 miliardi da spendere.

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