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Piano pandemico, durissimo J’accuse del generale Lunelli

Pier Paolo Lunelli piano pandemico nazionale
Il generale dell'Esercito in pensione Pier Paolo Lunelli

Lunelli: “Quattordici anni di incuria sul piano pandemico nazionale. Ma quali errori o sbavature. Noi totalmente impreparati, anello debole nella difesa in Europa e i risultati in termini di vittime parlano da soli: a fine dicembre primi al mondo per tasso di mortalità tra i Paesi medi e grandi”

“Il mancato aggiornamento del piano pandemico nazionale appare soltanto la parte emersa e visibile di un iceberg che nasconde aspetti più gravi e complessi. Numerosi sono gli indizi di sciatteria, incuria, negligenza, noncuranza e grave inadempienza talvolta al limite del temerario”. L’ex generale dell’Esercito, ora in pensione, Pier Paolo Lunelli, che in carriera ha elaborato per diversi Stati europei piani emergenziali, non usa certo mezzi termini per definire il Piano pandemico italiano, ma anzi abbonda con gli aggettivi. E non sono lusinghieri, anzi.

LE SCUDISCIATE DI LUNELLI AL PIANO PANDEMICO

“L’ultimo piano pandemico nazionale”, spiega Lunelli nel report che ha pubblicato (più che un rapporto, un j’accuse di 132 pagine), “i cui contenuti consentono di datarlo al 2006, non incorpora alcuna delle prescrizioni indicate nel Regolamento Sanitario Internazionale (RSI) entrato in vigore l’anno successivo”.

Che cos’è il Regolamento Sanitario Internazionale, cruciale per comprendere l’analisi dell’ex generale, lo illustra lo stesso report in modo efficace: “l’RSI pone le basi dell’edificio di sicurezza globale per la prevenzione dalle pandemie. Anche per questa ragione avrebbe dovuto essere prontamente rielaborato”.

Quindi una linea guida internazionale che l’Organizzazione mondiale della Sanità voleva che tutti i Paesi adottassero per fare fronte comune in caso di pandemia. Perché nelle emergenze sanitarie è noto: basta un anello debole e il virus inizierà a insinuarsi e a diffondersi senza controllo.

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Per il grande accusatore, già autore di un’altra durissima analisi prontamente messa agli atti dai magistrati di Bergamo che stanno indagando per capire se ci sono responsabilità politiche nella diffusione del Coronavirus nelle zone di Alzano Lombardo e Nembro durante la prima ondata, il mancato aggiornamento potrebbe essere costato, in termini di vite umane, non meno di 10mila vittime.

Per il generale oggi in pensione alla sbarra non dovrebbe tanto finire il governo che si è trovato ad affrontare la pandemia, che comunque nei due anni a disposizione non aveva provveduto a rinnovare il piano pandemico, quanto tutti gli esecutivi degli ultimi 14.

Il nuovo documento, mostrato ieri sera in anteprima nazionale dal TGla7 di Enrico Mentana, è se possibile ancora più sferzante. “È stato violato il principio sul quale si basano coloro che si occupano di pianificazione: pensa al peggio, pianifica per il peggio e spera nel meglio. Nessuna puntuale analisi post emergenza è stata ancora condotta, forse per celare al pubblico gravi responsabilità spacciate per sbavature”.

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“Queste circostanze, assieme ad altre – prosegue Lunelli nei panni di perito con un piglio accusatore degno però di un procuratore -, vanno a formare un castello di indizi e prove logiche che certificano la quasi totale impreparazione con la quale ci siamo trovati ad affrontare l’emergenza Covid-19 non solo sul versante del piano pandemico, ma anche in quello delle risorse materiale e umane. In Europa siamo stati uno degli anelli deboli e i risultati in termini di vittime parlano da soli: a fine dicembre primi al mondo per tasso di mortalità tra i Paesi medi e grandi”.

“Nessuna esercitazione pandemica”, sottolinea Lunelli, “è stata condotta a livello nazionale”, questo nonostante i nostri vicini di casa fossero stati più lungimiranti: “nel 2014 la Svizzera ne ha simulata una”. E infatti per anni l’Italia non si è nemmeno degnata di rispondere all’OMS ai quesiti di autovalutazione.

lunelli piano pandemico 2

Insomma, una catena di inadempienze che parte da lontano e che è perdurata per tutto il quinquennio 2007, data dell’arrivo dell’RSI, fino al 2012 e che sembra aver fatto del nostro Paese la porta di ingresso del virus almeno nel Vecchio continente: “La mancata segnalazione del completamento delle capacità fondamentali nel giugno 2012, reiterata fino al 2015, corrisponde al momento in cui tutti i Paesi firmatari dell’RSI avrebbero dovuto assicurare che il loro anello nazionale, parte della catena difensiva mondiale nelle pandemie, fosse sufficientemente robusto. L’argomento però sembra sia stato trascurato o, peggio, ignorato per anni dall’Italia”.

In soldoni, mentre gli altri, come la già citata Svizzera o la Germania, facevano le formiche e seguivano le direttive dell’OMS, l’Italia avrebbe fatto la cicala. Una disattenzione reiterata e totale che non permette di salvare la valutazione su quanto fatto poi nell’emergenza, seppur tra gli sforzi encomiabili di chi s’è trovato sul campo a gestire una situazione eccezionale ma prevedibile, per la quale non era stato preparato: “Qualsiasi strategia rimane un libro dei sogni fin quando non è tradotta in azioni sul campo e per farlo occorre un’accurata programmazione, tempo e chiarezza di intenti dato che i mezzi non si creano dall’oggi al domani. I piani non indicano solo chi fa cosa ma assegnano anche le risorse necessarie”. E ce ne siamo accorti, scoprendo per esempio nel peggiore dei modi che il nostro Paese non produceva più da tempo mascherine chirurgiche. Quante vite si sarebbero potute salvare solo se avessimo avuto scorte sufficienti? Ma questa, come dice Lunelli, è solo la punta dell’iceberg…

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