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Come va la crisi?

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I Graffi di Damato. I sampietrini della salita del Colle sulla strada della crisi di governo

Nella grande commedia degli equivoci, delle ambiguità e delle ipocrisie che è diventata la verifica di governo, durante la quale quasi tutti hanno detto una cosa pensando ad un’altra di segno anche opposto, mettiamo che a Sergio Mattarella riesca il miracolo annunciato un po’ da tutti i giornali. Che è quello di fare uscire dal contenzioso fra Conte e Renzi, o viceversa, la materia dalla quale tutto in fondo è partito, almeno a parole: il cosiddetto Recovery plan, cioè il piano d’utilizzo degli ingenti fondi europei della ripresa destinati all’Italia.

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Il presidente della Repubblica non ha torto, per carità, a considerare questo piano di tale interesse nazionale, nella crisi economica e sociale aggravata dalla pandemia virale, da volerlo mettere – come si dice – in sicurezza. Cioè, dal chiedere ai partiti della maggioranza di approvarlo comunque, accontentandosi i renziani – pur sfottuti come arresi dal Fatto Quotidiano – delle tante modifiche già ottenute rispetto al testo originario.

Se la crisi dovesse aprirsi senza l’approvazione preventiva di questo piano, la Commissione Europea rimarrebbe di fatto, nella gestione dei fondi della ripresa, senza interlocutore nel nostro Paese, al di là dell’ordinaria amministrazione di competenza di un governo dimissionario. Ma di ordinario c’è francamente ben poco in uno stato di emergenza via via prorogato.

I renziani, che hanno già ingoiato il bilancio preventivo del 2021 per non dare il pretesto del cosiddetto esercizio provvisorio alle solite speculazioni internazionali contro i titoli dell’ingente, ora ingentissimo debito pubblico italiano, potrebbero anche ingoiare come “ultimo atto” – ha titolato la Repubblica – il Recovery plan grazie alle modifiche ottenute. Il testo originario destinava alla sanità pur colpita dalla pandemia soli e miseri 9 miliardi di euro, portati a 18, cioè raddoppiati, senza attingere neppure un euro dal fondo europeo salva-Stati noto come Mes per non fare incenerire quel che resta del contrarissimo Movimento 5 Stelle. L’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria si chiede scettico in ogni intervista dove il governo abbia trovato tanti soldi dalla mattina alla sera.

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Privata di questo benedetto o maledetto piano, alla verifica di governo rimarrebbe il compito non piccolo di concordare, prevedibilmente col passaggio formale di una crisi, un cosiddetto “programma di fine legislatura”, naturalmente ordinaria, da portare a termine nel 2023.

Si dà il caso però che tra i problemi di fine legislatura ce ne sia uno politico e istituzionale grande come una casa: l’elezione fra un anno del presidente della Repubblica, scadendo il mandato di quello attuale, come lo stesso Mattarella ha ricordato -forse non a caso – nel suo messaggio di fine anno a reti unificate, e in piedi davanti ad una vetrata del Quirinale. Mi chiedo se questa maggioranza così scombinata, pur in un rinnovato governo Conte “alla rovescia”, come scrive un deluso e preoccupato Marco Travaglio, sia in grado di affrontare un simile tema senza esplodere. Probabilmente lo accantonerebbe come una miccia per la crisi successiva. Non sarebbe d’altronde la prima maggioranza di governo a dissolversi sulla strada del Colle. Ma ne riparleremo.

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