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I grilli sulla giustizia

Grillini Riforma

I Graffi di Damato. Troppi misfatti in nome della lotta alla mafia, anche nella riforma del processo

Quei cartelli degli ex, post e non so cos’altro dei grillini sventolati nell’aula della Camera, dove per un po’ sono stati occupati per protesta anche i banchi del governo, la dicono lunga sulle menzogne di cui è farcita la campagna contro la riforma del processo penale. Che sarebbe stata concepita per la “impunità di Stato” e per meritarsi i “ringraziamenti” della mafia

Il caso ha voluto che questa riforma approdasse nell’aula di Montecitorio in coincidenza con la piena assoluzione in primo grado, dopo una ventina di mesi di carcere e cinque anni di processo, dell’ex senatore forzista Antonio Stefano Caridi, accusato di associazione alla mafia calabrese, poi del solito e solo concorso esterno. Il suo arresto fu naturalmente autorizzato dal Senato con una votazione che l’allora presidente Pietro Grasso, ex magistrato, volle così rapida da invertire l’ordine del giorno della seduta.

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Il discorso pronunciato in aula da Caridi in sua difesa, come lo stesso Caridi ha ricordato, non fu neppure ascoltato dai senatori grillini, che “giocavano al telefonino” sicuri del (mis)fatto perché il Pd aveva garantito – fatta eccezione per Luigi Manconi – il loro voto a favore dell’arresto: un sì tanto convinto e significativo da essere annunciato e motivato dall’allora capogruppo Luigi Zanda.

Non credo che abbia torto Caridi neppure nella seconda denuncia politica, chiamiamola così, fatta nella sua intervista al Dubbio quando gli sono state ricordate le scuse rivolte qualche tempo fa dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio all’ex sindaco di Lodi assolto dall’accusa di turbativa d’asta, dopo l’arresto sollecitato in piazza dai grillini guidati allora dallo stesso Di Maio. “L’ex sindaco di Lodi è del Pd. La maggioranza oggi è quella e l’interesse di Di Maio sta tutto lì. Si difendono tra loro. Lo hanno fatto sempre e lo faranno sempre”, ha osservato Caridi, che non sarà più senatore ma non ha certamente perduto la capacità di una pertinente lettura politica dei fatti.

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La vicenda Caridi dimostra da sola non solo la commistione di lotta politica e giudiziaria che ammorba ormai da troppi anni l’Italia, e di cui francamente è ormai impossibile stabilire a chi debba essere attribuita la maggiore responsabilità fra la politica e la magistratura, ma anche i limiti del compromesso che persino un uomo come Mario Draghi e una donna come Marta Cartabia hanno dovuto accettare per garantirsi, ricorrendo persino a due voti di fiducia alla Camera, l’approvazione della riforma del processo penale. Nel cui testo modificato dopo una trattativa giustamente vantata, dal suo punto di vista, il presidente in pectore dei grillini Giuseppe Conte, il reato da cui è stato appena assolto Caridi perché il fatto non sussiste è di quelli per i quali continua ad essere un sostanziale espediente verbale la “ragionevole durata del processo” garantita dall’articolo 111 della Costituzione.

Con decisioni del giudice pur impugnabili in Cassazione i tempi di un processo per concorso esterno in associazione mafiosa potranno superare all’infinito i tre anni o i diciotto mesi che dal 2025 comporteranno la cosiddetta “improcedibilità”, sostitutiva della prescrizione voluta nel 2019 dall’allora guardasigilli grillino Alfonso Bonafede all’esaurimento del primo grado di giudizio. Un ricorso contro l’assoluzione da concorso esterno in associazione mafiosa renderà l’imputato potenzialmente a vita. Se non è un’oscenità, ditemi voi come chiamarla.

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