Italia

La crisi di governo è superata?

scenari governo Conte

I Graffi di Damato. La crisi di governo è chiusa, anzi continua dopo il voto striminzito del Senato

Ma questa benedetta o maledetta crisi di governo, secondo i gusti, c’è stata o non c’è stata? E conseguentemente si deve intendere chiusa o continua dopo la fiducia riottenuta da Giuseppe Conte alla Camera senza problemi, con una maggioranza anche superiore alla soglia di quella assoluta, ma al Senato con una maggioranza relativa, o semplice. Che è sufficiente legalmente ma politicamente non risolutiva perché troppo striminzita, e neppure garantita in tutte le commissioni.

I 156 voti di Palazzo Madama sono non solo inferiori di cinque alla maggioranza assoluta di 161, necessaria per passaggi legislativi di una certa importanza, ma comprensivi di cinque spuri per la loro provenienza. Vi hanno contribuito, in particolare, due forzisti aggiuntisi all’ultimo momento, fra cui Mariarosaria Rossi, potentissima e alla fine contestata ex segretaria di Silvio Berlusconi, e tre senatori a vita. Che hanno, per carità, gli stessi diritti degli altri ma l’inconveniente di non essere stati eletti, di non rappresentare quindi nessuna delle forze politiche che si contendono nelle urne la guida del Paese.

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I voti mancati questa volta potrebbero arrivare dopo, al seguito di un governo “piccolo piccolo”, come  lo definisce nel titolo di prima pagina la Repubblica, o “dimezzato”, secondo la Nazione, ma rimasto in carica e quindi attrattivo, dicono i sostenitori politici e mediatici del presidente del Consiglio. Che sperano quindi nel successo differito, diciamo così, dell’appello accorato, se non disperato, di Conte ai “volenterosi”, come ispirandosi a don Luigi Sturzo, il progenitore della pur disciolta Democrazia Cristiana, lui ha voluto chiamare i “responsabili” sperimentati da Berlusconi nel 2010, per difendersi dall’abbandono di Gianfranco Fini, tra gli insulti e le proteste dei suoi avversari. I grillini, oggi forza trainante di Conte, li bollarono come “voltagabbana”, “corrotti”, “traditori”, proponendosi una riforma costituzionale per vincolare il mandato parlamentare.

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Ma, in attesa dei nuovi arrivi, la maggioranza abbandonata dai renziani – ora all’opposizione anch’essa relativa con l’astensione adottata tanto alla Camera quanto al Senato, dove tuttavia se si fossero aggiunti ai no avrebbero prodotto un devastante pareggio per il governo, per cui si sentono “determinanti” –  deve fare i conti con la sua intrinseca ed eterogenea debolezza nelle “sabbie mobili” avvertite dal manifesto. E soprattutto deve chiarire la sua origine, perché è un po’ figlia di ignoti all’anagrafe politica. Essa è nata da una crisi, come capita di solito ai governi, o da cos’altro?

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Conte ha parlato alle Camere di una crisi “grave e incomprensibile aperta” con l’uscita delle due ministre renziane dal suo secondo governo e motivata in una conferenza stampa dallo stesso Renzi con attacchi di tale durezza e slealtà nei suoi riguardi da renderlo irrecuperabile. Ma quando e dove si è davvero aperta questa crisi per evitare la cui formalizzazione Conte si è ostinatamente rifiutato di dimettersi, come forse il presidente della Repubblica si aspettava per potere correttamente e doverosamente gestirla? Senza l’intervento del capo dello Stato tuttora in angoscia, le consultazioni di rito, il conferimento di uno o più incarichi di presidente del Consiglio abbiamo tutti assistito a una crisi-non crisi, cioè a un pasticcio, se non vogliamo chiamarlo imbroglio.

Il mio carissimo amico Emanuele Macaluso è morto in tempo per risparmiarsi l’epilogo di questo spettacolo politico che non avrebbe sicuramente apprezzato sferzando ancora una volta il contributo dato dai suoi ex compagni del Pd e dintorni.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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