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“Lo scandalo pugliese non dipende dall’assenza di finanziamento pubblico ai partiti”. Parla l’on. Quagliariello

Gaetano Quaglieriello Finanziamento Pubblico Partiti

Dopo gli scandali in Puglia e Piemonte è stato rotto il tabù intorno al tema del finanziamento pubblico ai partiti. Ne abbiamo parlato con l’on. Gaetano Quagliariello che, tra il 2013 e il 2014, è stato Ministro per le riforme costituzionali nel Governo Letta che ha varato la Legge 13/2014 che ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti. 

Il finanziamento pubblico ai partiti non è più un argomento da libri di storia. I recenti scandali, che coinvolgono la politica locale in Puglia e in Piemonte, hanno dato il là a diversi interventi che hanno riportato l’argomento dei costi della democrazia sul tavolo delle discussioni. La parlamentare Chiara Gribaudo (PD), in un’intervista a “La Stampa”, ha sottolineato la necessità di una “riforma attuativa dell’articolo 49 della Costituzione, riorganizzando le forme partitiche e tornando al finanziamento pubblico”, pena il “dissolversi della politica organizzata, con il risultato di far vincere i personaggi e i personalismi”. Nel nostro paese il finanziamento pubblico ai partiti è normato dalla legge 13/2014, varata dal governo Letta nel pieno dell’ascesa del furore grillino, che dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti aveva fatto una battaglia identitaria.

Sul tema abbiamo sentito il prof. Gaetano Quagliariello, presidente della Fondazione Magna Carta e dal 2013 al 2014 Ministro per le riforme costituzionali nel Governo Letta. 

La legge 13/2014 ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti. A 10 anni di distanza, secondo lei, quali sono i risultati di quella norma?

Quella legge fu un avanzamento rispetto al sistema precedente. Prima di tutto perché legava il finanziamento a un’opzione dei cittadini e, evidentemente, questo significava che non c’era più un automatismo. Inoltre, garantiva anche una maggiore trasparenza. Poi ricordiamo anche qual era il momento storico che stavamo vivendo: il voto raccolto dal Movimento 5 Stelle aveva bisogno di una risposta.

Nelle stagioni precedenti la trasparenza era mancata?

Negli anni precedenti i partiti avevano ottenuto risorse sia sotto forma di finanziamento ai partiti sia sotto forma di rimborsi elettorali. E, oggettivamente, era molto difficile, per il cittadino, riuscire a percepire quale fosse la massa di denaro che veniva trasferita verso i partiti. Ecco, la legge 13 del 2014 senz’altro migliora questo aspetto perché attribuisce le risorse ai partiti tenendo conto delle opzioni fatte dai cittadini.

La legge sul finanziamento pubblico ai partiti attualmente in vigore risponde alle esigenze della democrazia italiana?

La legge 13 del 2014 fu il risultato di un compromesso all’interno del Consiglio dei ministri. Io feci una battaglia affinché quella legge prevedesse un altro canale di sostegno ai partiti che potesse agevolare la partecipazione dei cittadini alla loro vita interna, riguardava forme di servizi che avrebbero potuto essere utilizzate dai partiti per comunicare con gli elettori come sale riunioni gratuite, oppure tariffe agevolate nelle comunicazioni postali o Internet. Ritenevo, poi, che bisognasse fissare una somma non variabile di finanziamento statale, da distribuire a seconda delle opzioni, mi riferisco al 2 per mille, scelte dai cittadini.

Ci fa un esempio?

Sì. Se Forza Italia avesse raggiunto il 7% delle opzioni decise dai cittadini avrebbe ottenuto anche il 7% dal fondo di finanziamento statale stanziato a priori. Questo, secondo me, avrebbe fissato un principio e scoraggiato una pratica. Il principio è che lo Stato finanzia i partiti che svolgono la funzione di cinghia di trasmissione tra le istituzioni e i cittadini, i partiti usufruiscono di quel finanziamento in percentuale a quanto vengono scelti, con l’attribuzione del 2 per mille. Questo metodo avrebbe scoraggiato delle pratiche che, invece, credo che in questi dieci anni si siano consolidate: un rapporto tra partiti e patronati che molto spesso mettono una crocetta sulla dichiarazione dei redditi, per questo o quel partito, all’insaputa del contribuente.

Nel corso della sua audizione in Commissione Affari costituzionali del Senato sui ddl n. 207 e 549 in materia di finanziamento dei partiti politici lei ha detto: “Non è cambiando le limitazioni alla quota di finanziamenti pubblici e privati, aumentando i primi e diminuendo i secondi, che si dà attuazione all’articolo 49 della Costituzione”. In che modo si da attuazione all’art 49 della Costituzione?

L’art. 49 della Costituzione garantisce a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla politica nazionale. La Legge 13 del 2014 stabilisce che i finanziamenti, attraverso il 2 per mille, siano riservati solo ai partiti che forniscono garanzie di democrazia interna. Per la prima volta una erogazione dello Stato viene legata al rispetto delle regole democratiche da parte dei partiti, esattamente come è previsto dall’articolo 49. Difatti, fino all’arrivo di Conte, il Movimento 5 Stelle non ha usufruito del finanziamento pubblico perché non aveva presentato il suo statuto alla Commissione di garanzia. Quindi, direi che la Legge 13 del 2014 è stata un primo passo nell’attuazione dell’articolo 49 che può arrivare, voglio sottolinearlo, fino al riconoscimento giuridico dei partiti politici. Ci sono ancora molte cose da fare ma quella legge ha rappresentato un’inversione di rotta.

Secondo lei quanto degli scandali a cui stiamo assistendo in Puglia e in Piemonte dipende dall’assenza di finanziamento pubblico ai partiti?

Non credo ci sia un legame. La politica ha bisogno di mezzi e strumenti ma, a parte il fatto che per chi vive nelle istituzioni questi strumenti ci sono e che c’è la possibilità di un ricorso alle forme di autofinanziamento, a me non pare, soprattutto a livello locale, che gli scandali fossero minori quando il finanziamento pubblico era maggiore. Quindi, stabilire un nesso automatico tra la quantità del finanziamento pubblico e gli scandali mi sembra, francamente, una forzatura. Credo che vada rintracciato un altro nesso.

Quale?

Quello tra la qualità della classe politica che viene selezionata e gli episodi di malcostume. Io metterei l’accento e la lente d’ingrandimento su questo: molto spesso la raccolta di consensi presuppone delle campagne elettorali molto dispendiose che, in alcuni casi, devono trovare forme e modi per essere ripagate. Per questo cercherei meno di fare l’elegia delle preferenze.

Perché?

Perché le preferenze sono un metodo, che in alcuni casi può servire, ma è un metodo imperfetto come quello dei collegi uninominali oppure delle liste bloccate. Non a caso, questi scandali riguardano quasi sempre i recordman delle preferenze…

Se si dovesse tornare a normare il finanziamento pubblico ai partiti in una maniera diversa dal 2 per mille quali dovrebbero essere gli errori del passato da non ripetere?

Io cercherei di perfezionare il metodo in essere, di ampliare la sfera della pubblicità, dei controlli e delle garanzie. Solo per fare un esempio, la Commissione di garanzia sulla vita interna dei partiti, così come prevista oggi, è fondamentalmente una barzelletta perché non ha le risorse per svolgere bene il suo lavoro, non ha funzionari e strumenti idonei. Ecco, se ci si crede, bisognerebbe potenziarla. Su questi aspetti sarei molto più attento: sui bilanci, sulla loro pubblicità, sul rispetto dei tetti. E cercherei di lavorare anche sul rendere reale la possibilità di frequentazione di un partito. Oggi i partiti si riducono a un gruppo di fedeli, non a una realtà che discute anche criticamente e nella quale una minoranza può esistere cercando di diventare maggioranza seguendo il metodo democratico.

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