Italia

“Ciao, come sto”, ritratto di Domenico Arcuri. Chi è e cosa fa il Commissario che dovrebbe salvare l’Italia

Arcuri

Responsabile per le scuole, le terapie intensive e i vaccini. Domenico Arcuri è l’uomo solo al comando che gestisce l’emergenza Covid-19 in Italia. Ma i risultati, a occhio, non sembrano ottimi. Perché abbiamo bisogno di un Commissario? Perché non governa il governo? E, soprattutto, chi è Arcuri?

Tra amici lo chiamano “Ciao, come sto”. E l’aneddoto non è una buona presentazione per un commissario incaricato dal governo di occuparsi di salvare gli italiani dalla pandemia. A rivelare il soprannome è stato il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, ospite alla trasmissione Tagada su La 7, chiedendosi come fa una persona a gestire tutte queste cose e trovare anche il tempo per apparire in televisione.

COSA FA ARCURI

Dal 16 marzo 2020, Arcuri ricopre il ruolo di Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19. Dopo aver coordinato la riapertura delle scuole in estate (chi non ricorda la polemica sul bando impossibile per la consegna dei banchi, le proteste dei produttori, le rotelle inutili, i banchi vecchi distrutti in alcune scuole), adesso sarà sempre Arcuri il responsabile del piano di distribuzione del vaccino, una volta disponibile in Italia.

DA DOVE VIENE ARCURI

Domenico Arcuri è nato nel 1963 a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria. Il Commissario scelto dal governo Conte per gestire la pandemia è da 13 anni amministratore delegato di Invitalia, l’agenzia nazionale per gli investimenti e lo sviluppo d’impresa controllata al 100% dal Ministero dell’Economia. Sebbene abbia ricevuto l’incarico di Commissario straordinario, è stato anche riconfermato alla guida di Invitalia, per la quinta volta, pochi mesi fa. Bisogna ricordare due cose importanti su Invitalia: la prima è che la controllata di Invitalia, Mediocredito centrale (Mcc), ha salvato e adesso controlla la Banca Popolare di Bari. La seconda è che il dg di Invitalia e vero braccio destro di Arcuri si chiama Ernesto Somma ed è stato consigliere economico dell’ex ministro Raffaele Fitto, ora europarlamentare, sconfitto alle elezioni regionali di settembre in Puglia dall’attuale governatore Michele Emiliano.

GLI STUDI E I PRIMI INCARICHI

Dopo aver frequentato la scuola militare della Nunziatella a Napoli, nel 1986 Arcuri si è laureato in Economia alla Luiss di Roma con una tesi sulla “Redditività economica e sociale degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno”, poi ha iniziato una lunga carriera tra pubblico e privato. Come riporta Repubblica, Arcuri ha iniziato a lavorare all’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri), dove si occupava delle aziende del gruppo operanti nei settori delle telecomunicazioni, dell’informatica e della radiotelevisione. Nel 2004, dopo aver guidato in Italia la Telco, Media e Technology di Arthur Andersen, è diventato amministratore delegato della Deloitte Consulting.

UN ESPERTO DI PROTEZIONE CIVILE?

Nel quartier generale della Protezione civile, ha scritto Repubblica, “Arcuri è già di casa”. Il quotidiano motiva la competenza di Arcuri scrivendo che: “Invitalia opera come centrale di committenza per gli appalti della Pubblica Amministrazione e da quando è iniziata l’emergenza si è occupato degli approvvigionamenti di materiale e apparecchiature sanitarie”. Altre fonti aggiungono che in Invitalia ha guidato il piano, voluto dal Governo, di riorganizzazione e rilancio dell’azienda. Un’azienda che oggi gestisce i principali incentivi per le nuove imprese, come ad esempio Smart&Start Italia e Fondo Italia Venture per le start-up innovative. Ma di protezione civile non sembra esserci molto.

LA SCELTA DI CONTE

Secondo i piani di Conte – ha scritto il Corriere della Sera – Arcuri è stato scelto perché il premier cercava una figura tecnica e non politica utile a gestire soprattutto la fase del post emergenza, un sottosegretario ad hoc che fa capo al presidente del Consiglio. Arcuri è stato selezionato così per rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti. Come riporta l’Espresso, “la scintilla con Conte sarebbe scattata su un finanziamento da 280 milioni di euro per lo sviluppo della Capitanata, nella provincia foggiana cara al presidente del Consiglio, che Arcuri avrebbe contribuito a sbloccare”.

LE RELAZIONI DI ARCURI

Sempre l’Espresso ha spiegato la rete di relazioni istituzionali di Arcuri: “Nei tredici anni passati a guidare l’azienda di sostegno alle imprese italiane, Arcuri ha moltiplicato il suo spettro relazionale grazie all’ex moglie, la giornalista tv Myrta Merlino, e al suo uomo delle relazioni istituzionali Stefano Andreani, scomparso nel 2017, cavaliere del Santo Sepolcro ed ex portavoce del Divo Giulio Andreotti. Fra una cena elegante con l’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone e un convegno di Confindustria, Arcuri si è dovuto districare fra le numerose patate bollenti di un panorama imprenditoriale in declino”.

Arcuri è dunque, secondo l’Espresso, una persona adattabile. “Portato a Sviluppo Italia da Massimo D’Alema, si è ricollocato senza battere ciglio con il sistema Silvio Berlusconi-Gianni Letta. Con altrettanta flessibilità è tornato nelle grazie dei governanti giallo-rosa grazie al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, dalemiano antemarcia entrato in direzione nazionale proprio nel 2007, l’anno di esordio di Arcuri fra i boiardi di Stato”.

TUTTE LE STRADE PORTANO ARCURI

Da numero uno di Invitalia, scrive La Stampa insieme a molti altri giornali, “Arcuri ha seguito la reindustrializzazione di aree in crisi come Termini Imerese e la bonifica dell’area di Bagnoli. Anche per questo è l’uomo sul quale Conte e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, hanno puntato per pilotare l’intervento pubblico nell’ex Ilva del riluttante gruppo franco-indiano Arcelor Mittal”. “Proprio Invitalia – continua il racconto del quotidiano – è stata individuata come possibile partner azionario e garante dello Stato nella società che controlla il colosso siderurgico di Taranto”. E ancora: “Di lui si è parlato a suo tempo come possibile candidato al vertice di Cassa Depositi e Prestiti, e, più di recente come amministratore delegato di Leonardo al posto di Alessandro Profumo e, di ad dell’Eni al posto di Claudio Descalzi”.

I COMPITI DI ARCURI

Nel pieno della prima ondata del Covid, Arcuri, in quanto Commissario straordinario per le emergenze ospedaliere, è sceso in campo per coordinare tutta la filiera di efficienza del sistema sanitario, come ad esempio il rifornimento delle attrezzature o il monitoraggio dei posti letto suddivisi per categorie – o la creazione di nuove strutture. Lavoro per il quale Arcuri si è coordinato con Angelo Borrelli, capo del Dipartimento della Protezione Civile. Poi è stato nominato responsabile per la riapertura delle scuole in sicurezza, ma la vicenda dei banchi con le rotelle è stata ricca di problemi e di imbarazzi, come la storia della mini ditta che ha vinto un maxi appalto da 45 milioni di euro. Arcuri è stato poi nominato per gestire e rifornire le terapie intensive, collezionando anche qui critiche e polemiche, come la smentita ricevuta dai medici il 17 novembre scorso.

IL FLOP DELLE TRE T

A marzo, governo e commissari (compresa la task force già dimenticata di Vittorio Colao) erano d’accordo con la strategia delle tre T: testare, tracciare, trattare (o curare). Da marzo a novembre, però, a causa di responsabilità oggettive e di fattori esterni, incontrollabili, il fallimento è visibile su tutti i fronti. Difficoltà evidenti nel reperire test attendibili ed economici, dai tamponi ai sierologici. Prezzi alti e file chilometriche, che hanno favorito chi poteva ricorrere a strutture private. Confusione nella gestione della malattia a domicilio, con medici di base schiacciati nell’incudine senza istruzioni precise – senza pensare alle truffe come il caso dei tamponi falsi in Campania.

Per il tracciamento, basta citare l’inefficacia dell’app Immuni, che aveva chiarissimi limiti già in partenza perché invece di pensare a come tutelare la privacy avrebbe potuto essere orientata esclusivamente al tracciamento della malattia. Le cure? Era evidente fin da marzo la necessità di potenziare gli ospedali non solo con nuovi reparti e posti letto per la terapia intensiva ma anche in termini di personale che è costretto a stare accanto ai malati di Covid-19 per dedicare loro le cure necessarie. Anche su questo fronte la seconda ondata ha travolto un sistema impreparato non certo per colpa di medici e infermieri.

LE LODI DI ARCURI AD ARCURI

Durante una conferenza stampa ricostruita da Il Giornale lo scorso 5 giugno, Arcuri si è dato alcune “pacche sulle spalle da solo”. “Ieri però ha esagerato – scrive il quotidiano – in mancanza di senso, sia della misura che dell’umorismo”. “Come ha definito la propria performance il commissario straordinario? ‘Straordinaria’. Ed è anche rimasto serio mentre lo diceva. ‘Per una volta – si è autocompiaciuto – sarebbe bello se ci accorgessimo che siamo stati straordinari: i fatti hanno prevalso sulle chiacchiere, il virtuosismo sull’autolesionismo”.

LA FIGURACCIA DELLE MASCHERINE

Come ha analizzato Il Giornale, per Arcuri in realtà è andato quasi tutto storto. “Eppure nel complessivo disastro che è stata l’emergenza, poche cose hanno funzionato così sistematicamente male come quelle gestite da Arcuri. Ieri si è vantato perfino dell’app Immuni. Eppure è chiaro che distribuita due mesi fa sarebbe stata scaricata da tutti gli italiani, oggi la vogliono in pochi ed è di dubbia efficacia. O i tamponi che Arcuri ha inseguito invano in tutto il mondo mentre in Veneto il professor Crisanti trovava un sistema fai-da-te. Fino al capolavoro delle mascherine.

Il commissario ha fin dall’inizio deciso che andavano prodotte in Italia e ha stanziato un fondo a disposizione di chi riconvertiva l’azienda. Intanto ha iniziato a scoraggiare l’importazione con controlli infiniti rendendo difficile l’acquisto all’estero, inciampando in varie figuracce come la consegna di 600 mila mascherine cinesi inutilizzabili all’ordine dei medici. Il culmine l’ha raggiunto il 26 aprile quando ha fissato il prezzo di vendita a 50 centesimi mettendo fuorigioco le aziende che aveva incentivato a produrre e le farmacie. È finita così: mascherine introvabili, risarcimenti a pioggia alle aziende e sua invettiva contro i liberisti da divano”.

IL PIANO (DISATTESO) DI ARCURI

Come ha ricostruito Carlo Terzano su Start Magazine lo scorso maggio: “Tra 10 giorni inizierà la produzione delle mascherine con le macchine che abbiamo contribuito a realizzare”, diceva Arcuri lo scorso 2 maggio. Le sue dichiarazioni sono riportate anche sul sito del ministero della Salute. “A metà giugno – aveva spiegato – le nostre macchine produrranno 4 milioni di mascherine al giorno; a metà luglio 25 milioni e da fine agosto in poi 35 milioni di mascherine al giorno”.

DOVE SONO FINITE QUELLE PRODOTTE IN ITALIA?

Ma l’8 maggio, sul proprio profilo Facebook, il giornalista de Il Foglio Luciano Capone, faceva notare: “Delle 5 aziende con cui il commissario Domenico Arcuri ha firmato l’accordo per le mascherine a prezzo politico (0,50 € al dettaglio), non tutte hanno ancora avviato la produzione: alcune sono nuove nel settore, fino a ieri si occupavano di digitale; i contratti vanno da 0,24 € a 0,465 € a mascherina; le quantità sono molto lontane dall’obiettivo di 660 milioni di pezzo. La realtà fatica ad adeguarsi all’ordinanza”. Secondo l’inchiesta del giornale romano, le cinque aziende sono: Veneta distribuzione Srl di Grafica Veneta, Parmon Spa, Mediberg srl, Fab e Triboo per l’importazione di dispositivi dalla Cina.

IL PREZZO DI STATO E ALTRE MAGAGNE HANNO BLOCCATO TUTTO

“Cos’è successo, invece, alle mascherine di Arcuri importate?”, si chiede Terzano nel suo articolo. “Una serie di – prevedibilissime – conseguenze. Anzitutto il prezzo di Stato ha bloccato l’approvvigionamento: non si contano le farmacie che hanno deciso di ritirarle dagli scaffali per non perderci denaro. Anche i produttori e i distributori preferiscono bloccare le importazioni piuttosto che venderle a ribasso, aspettando equi compensi che mai arriveranno”.

IL SOLE24 ORE E IL “PASTICCIO” DELLE MASCHERINE DI ARCURI

Scrive Il Sole 24 Ore: “Il pasticcio sulle mascherine di Stato a prezzi popolari è il frutto di un mix di variabili. Innanzitutto  l’effetto annuncio di un prezzo imposto che ha bloccato per troppi giorni i rifornimenti: i broker hanno smesso di lavorare per l’Italia aspettando la scelta sul prezzo che si è fatta attendere troppo e tra l’altro il prezzo finale deciso dal commissario Arcuri – 50 centesimi (più basso di tanti Paesi) – se conveniente per i cittadini ha reso meno attraente il nostro mercato. I farmacisti non hanno più potuto rifornirsi vendendo così le ultime scorte che avevano (saranno ristorati – è la promessa di Arcuri -, se hanno acquistato a prezzo più alto)”.

LO STIPENDIO DI ARCURI

Un articolo del quotidiano fondato da Carlo De Benedetti ha mandato su tutte le furie Arcuri, che ha avviato una causa per tutelare la sua “immagine e reputazione”. Il Domani ha scritto che “La cifra non è stata restituita, il commissario [Arcuri] ha ricevuto 1.467.200 euro in più rispetto ai limiti di legge, e ora la Guardia di finanza, su delega del vice procuratore generale Massimo Lasalvia (il fascicolo è passato alla magistrata Gaia Palmieri), ha acquisito dati e documenti per approfondire due questioni. La prima riguarda la verifica degli emolumenti ricevuti, in questi anni, da Arcuri e dagli altri manager di Invitalia. La seconda questione riguarda una legge che permette alle società che emettono strumenti finanziari di derogare al tetto dei compensi. I militari hanno acquisito tutta la documentazione per capire se gli strumenti finanziari emessi da Invitalia consentono di rientrare nelle società esonerate dagli obblighi di riduzione dei costi”.

LA RISPOSTA DI FELTRI

“Nella mia carriera mi era capitato di incontrare soltanto persone – potenti e non – che si sentissero danneggiati dalle notizie scorrette, da epiteti offensivi, da paragoni inappropriati. Non mi era mai capitato di trovare qualcuno che si sente danneggiato da una notizia vera, peraltro riportata in un breve articolo nel basso di una pagina. Ma la legge consente ad Arcuri di chiedere danni ai giornali anche in questo caso, spetterà poi a un giudice decidere. Nell’attesa dell’esito, saranno i lettori e i cittadini a valutare l’opportunità da parte di uno degli uomini più potenti d’Italia di avviare richieste di risarcimento danni nei confronti di un giornale che pubblica notizie vere sulla sua persona nel pieno di una tragica pandemia che pensavamo assorbisse ogni energia del Commissario straordinario”.

COSA SI NASCONDE DIETRO LA DIATRIBA

Secondo Start Magazine, “dietro la guerra di Arcuri al quotidiano nato per iniziativa di Carlo De Benedetti si cela anche una diatriba di fatto all’interno del consiglio di amministrazione della società che edita il quotidiano Domani. Infatti, secondo le indiscrezioni raccolte in ambienti legali romani, a difendere Arcuri sarà lo studio del noto avvocato Grazia Volo, che è uno dei consiglieri di amministrazione proprio della società del giornale debenedettiano presieduta da Luigi Zanda. Non solo: a difendere invece il quotidiano diretto da Feltri sarà come sempre un avvocato che è anche membro del Cda dell’Editoriale Domani spa: Virginia Ripa di Meana”. Ah, per concludere, Arcuri è anche Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana.


A seguito della pubblicazione di questo articolo ci ha scritto l’azienda Triboo precisando che sulla produzione delle mascherine “Abbiamo prodotto tutto in Italia secondo i numeri ed i tempi scanditi dal Commissario Arcuri”.

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