Italia

Travaglio travaglieggia sul Quirinale

Quirinale

I Graffi di Damato. La caccia metodica alle ombre sulla via un po’ scoscesa del Quirinale

A parole tutti cercano di far credere di non volersi occupare dei candidati al Quirinale, per la successione a Sergio Mattarella, o perché maiora premunt, fra riapertura delle scuole, vaccinazioni, green pass, caro-bollette eccetera, o perché il peso contrattuale dei partiti, e relative correnti, va rimisurato con i risultati delle elezioni amministrative o suppletive di ottobre, o perché sarebbe irriguardoso per il presidente uscente della Repubblica – in un paese e in un mondo politico dove il riguardo di solito è disatteso quando si tratta di conquistare una qualsiasi postazione – o perché, infine, l’esperienza sconsiglia corse e scommesse premature rispetto all’apertura formale dei giochi. Che dovrebbe essere costituita, all’inizio di gennaio, dalla convocazione formale delle Camere in seduta congiunta, da parte del presidente dell’assemblea di Montecitorio, e delle operazioni per la designazione dei delegati regionali da parte dei rispettivi Consigli.

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A parole, ripeto. Nei fatti è tutto un gioco neppure tanto dietro le quinte, ma alla luce del sole di giorno e di potenti riflettori di notte. Quando Enrico Letta dice e ripete come segretario del Pd, dopo avere peraltro reclamato una “moratoria” sino a fine anno, che Mario Draghi deve restare a Palazzo Chigi “almeno sino al 2023”, cioè all’epilogo naturale della legislatura, lo esclude dal concorso quirinalizio, lasciando in campo tutti gli altri: dallo stesso Mattarella per una rielezione sostanzialmente a tempo, come quella di Giorgio Napolitano nel 2013, a sé medesimo, come si è già cominciato a scrivere, insinuare e quant’altro.

Quando un giornale interessato ai pronostici, diciamo così, come Il Fatto Quotidiano scrive e titola che il Papa in persona, tra un viaggio e l’altro, un’udienza e l’altra, un’intervista e l’altra, un Angelus e l’altro, candida al Quirinale la guardasigilli Marta Cartabia chiamandola a far parte della Pontificia Accademia delle scienze sociali, dove aveva già portato Draghi promuovendone anche l’approdo a Palazzo Chigi, per la povera ministra della Giustizia si mette male, data l’avversione dichiarata alla sua elezione dal direttore in persona di quel giornale, addirittura tentato dal “vomito” e dall’imitazione che potrebbero farne i lettori. Fra i quali purtroppo ce ne sono di più o meno autorevoli sotto le pur cadenti cinque stelle.

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Lo stesso Travaglio ha così riassunto o rappresentato di recente i compiti di un presidente della Repubblica, fra il faceto e il serio, o drammatico per la partecipazione al “Conticidio” attribuita a quello in carica: “dire quattro banalità a Capodanno (vestiteti che fa freddo, mettetevi le galosce), baciare bambini, tagliare nastri ed estrarre dal cilindro un banchiere o chi per lui nelle crisi più serie”. Se è per questo, anche estrarre dal cilindro un ben poco conosciuto professore di diritto e promuoverlo da candidato ministro della pubblica amministrazione in un governo monocolore pentastellato a presidente del Consiglio di un bicolore gialloverde, confermandolo poi alla testa di una coalizione di segno disinvoltamente opposto.

Sempre in questa logica di caccia alle ombre, e sempre da quel giornale, la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti è stata sospettata di avere appena nominato il sesto portavoce del suo mandato per partecipare meglio, più visibile o gradita, alla corsa al Quirinale. E l’operoso ministro piddino dei beni culturali Dario Franceschini di avere messo a capo degli Archivi di Stato un presunto ammiratore del compianto Pino Rauti per guadagnarsi i voti della figlia Isabella, di Giorgia Meloni e dei fratelli d’Italia, sempre nella corsa al Colle.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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