Nuova fumata nera al Gse. Tutto rinviato a lunedì

Alla base del nulla di fatto i dubbi del ministero dell’Economia sui profili presentati per la carica di presidente e la speranza dello stesso dicastero di nominare una figura Istituzionale di garanzia

Nuova fumata nera per la nomina del presidente del Gse. Malgrado i richiami in settimana del sottosegretario al Mise Davide Crippa, non si è trovata la quadra sul nome del nuovo vertice del Gestore dei servizi energetici, rinviando la questione a lunedì 8 ottobre.

LE RAGIONI DEL RINVIO

Le ragioni del rinvio sarebbero da attribuire ai dubbi del ministero dell’Economia sui profili presentati per la carica di presidente e alla speranza dello stesso dicastero di nominare una figura Istituzionale di garanzia che sia in grado di guidare l’ente negli importanti compiti che svolge soprattutto nel settore delle rinnovabili viste anche le vicende giudiziarie in corso sui certificati bianchi.

GSELA RAGIONI DELLE FUMATE NERE SU MONETA

Il nome più accreditato negli ultimi tempi per la carica di presidente è quello di Roberto Moneta, attuale Direttore del Dipartimento Unità Tecnica Efficienza Energetica di Enea. Alcuni fonti vicine al dossier raccontano però di dubbi da parte del Mef sulla figura di Moneta per l’incarico in Agenzia che svolge sui Titoli di Efficienza energetica (TEE) di competenza diretta del Gse, sul ruolo che Enea potrebbe ricoprire sulla promozione delle rinnovabili che chiede da tempo e che oggi è in capo al Gse. Ma anche sull’incarico all’interno del Comitato di Gestione di Csea (Cassa per i servizi energetici e ambientali) che a sua volta eroga fondi al Gse e sul fatto che in qualità di esperto Enea ha svolto consulenze per numerosi operatori. In queste ore circola, comunque, anche il nome di Sergio Santoro, presidente di sezione del Consiglio di Stato, caldeggiato dal ministro Giovanni Tria, che qualche giorno fa, a chi gli chiedeva lumi sul Gse rispondeva: “Abbiamo bisogno di un nome di alto profilo”.

CADE NEL VUOTO L’APPELLO DEL SOTTOSEGRETARIO CRIPPA

Non sono valse a nulla, insomma, i richiami del sottosegretario Crippa alla vigilia dell’ennesimo buco nell’acqua: “Vorrei ricordare che il GSE è una figura chiave della governance dell’energia. Oltre a gestire le principali forme di incentivazione per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sovrintende e coordina i due principali meccanismi di promozione dell’efficienza energetica: i Certificati bianchi ed il Conto termico. Inoltre, controlla due società pubbliche che svolgono servizi fondamentali per i clienti finali dell’energia quali l’Acquirente Unico ed il Gestore del Mercato Elettrico oltre all’RSE che è l’ente che gestisce la Ricerca di Sistema del Settore Elettrico. Tutto questo lo fa con i fondi che provengono dalla bolletta energetica pagata dai cittadini i quali sono i principali finanziatori dei 16 miliardi di euro gestiti dal GSE”, le parole di Crippa.

Dopo 50 giorni Genova ha il suo commissario. E Bologna il suo raccordo

Il sindaco Bucci nominato dopo la mediazione di M5S e Lega e con il gradimento del governatore Toti. Ma nello stesso lasso di tempo, grazie all’opera e alla collaborazione “proficua” con le istituzioni locali, in Emilia Romagna si è chiusa la partita del ponte di Borgo Panigale, sull’A14 dopo l’esplosione dell’autocisterna del 6 agosto

A distanza di poco più di un mese e mezzo dal crollo del Ponte Morandi, Genova ha finalmente il suo commissario alla ricostruzione, il sindaco del capoluogo ligure Marco Bucci. Genovese di nascita è stato soprannominato fin dalla sua elezione “l’uomo dei miracoli” per aver posto fine a decenni di governo di centrosinistra nella Lanterna. Un vero e proprio manager con tanto di esperienza internazionale in varie aziende statunitensi e svizzere.

L’UOMO DEL COMPROMESSO PER M5S E LEGA, CON LA BENEDIZIONE DI TOTI

Una telefonata tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, ha posto fine alla serie di nomi che si erano avvicendati per la poltrona come quello di Claudio Gemme, poco gradito ai Cinque Stelle facendo pendere l’ago delle bilancia – e la concordia giallo-verde – sul nome di Bucci, con il gradimento del governatore Giovanni Toti. Una scelta per la quale sono serviti più o meno cinquanta giorni, tanto quanto è bastato ad Autostrade per l’Italia per ricostruire a Bologna il ponte a Borgo Panigale, sull’A14 dopo l’esplosione dell’autocisterna del 6 agosto in cui morirono due persone: un automobilista e un anziano travolto dall’onda d’urto mentre era nella sua abitazione.

LE DIFFERENZE TRA LE DUE TRAGEDIE NON POSSONO NASCONDERE I RITARDI

Le differenze tra le due tragedie, naturalmente, ci sono tutte: in Liguria le vittime sono state 43, si è aperta un’inchiesta per determinare le cause del crollo del ponte e le divisioni politiche sono state chiare ed evidenti fin da subito. Mentre a Borgo Panigale è stata sì aperta un’inchiesta contro ignoti ma le dinamiche dell’incidente hanno permesso una maggiore linearità di azione e il procuratore di Bologna Giuseppe Amato non ha disposto alcun sequestro – al contrario di Genova – consentendo di avviare quasi subito al lavoro. Fatto sta, però, che a distanza di soli 53 giorni, il Raccordo autostradale A1-A14 e della Tangenziale Sud di Bologna distrutta dopo lo scontro tra una cisterna di gpl e un autotreno è stato ricostruito e Autostrade per l’Italia ha riaperto la viabilità in anticipo rispetto ai 5 mesi inizialmente stimati, grazie al reperimento immediato delle travi necessarie per l’opera e alla collaborazione “proficua” con le istituzioni locali, come l’ha definita la stessa azienda in una nota. Mentre a Genova è tutto fermo e si è arrivati solo ora alla designazione di Bucci come Commissario nell’attesa di trovare un Consorzio al quale affidare i lavori di ricostruzione per evitare di affidarli ad Atlantia del gruppo Benetton che controlla Autostrade per l’Italia.

L’ALLUSIONE DEL SINDACO DI BOLOGNA

Un aspetto sottolineato, senza troppi giri di parole, dal sindaco di Bologna Virginio Merola che inaugurando il nuovo tratto accanto all’ad di Autostrade Giovanni Castellucci, ha fatto un chiaro riferimento a quanto sta accadendo più a nord: “Se tutti collaborano e si danno da fare il nostro paese i problemi li sa e li può risolvere: questo è il messaggio che arriva da Bologna”.

Def. Il testo ed i numeri della manovra Lega – M5S

Reddito di cittadinanza, stime del PIL viste al ribasso, riforma della legge Fornero. Ecco tutti i numeri (e le incognite) del DEF. Il testo integrale della nota di aggiornamento inviato alle Camere

L’Italia deve crescere “più rapidamente del resto d’Europa” e recuperare il “terreno perso negli ultimi vent’anni”:il ministro dell’Economia Giovanni Tria definisce “ambizioso ma realistico” l’obiettivo dichiarato della manovra, al punto che i paletti fissati ieri dal governo nella nota di aggiornamento al DEF potrebbero addirittura, assicura, essere superati.

Il documento è stato pubblicato e trasmesso alle Camere ieri, dopo esattamente una settimana (e tre conferenze stampa) dal Consiglio dei ministri che ha approvato la nota di aggiornamento al DEF (documento di economia e finanza)

Le stime del Pil per quest’anno vengono riviste al ribasso, quelle del prossimo triennio sono confermate rispettivamente all’1,5% per il 2019, l’1,6 per il 2020 e 1,4% nel 2021.

Confermate anche alcune delle promesse della maggioranza M5S – Lega, dal reddito di cittadinanza alla riforma della legge Fornero per un totale di 21,5 miliardi di impegni il prossimo anno.

L’esecutivo ha deciso di sterilizzare solo in parte l’aumento dell’Iva: non salirà nel 2019 mentre tornerà ad innalzarsi parzialmente nel biennio successivo.

Viene confermata la dote di nove miliardi per reddito e pensioni di cittadinanza e sette per la quota cento delle pensioni, a cui vanno aggiunti un miliardo per i centri per impiego, due per la flat tax, un miliardo per le forze dell’ordine e un miliardo e messo per i truffati delle banche.

Ipotizza anche incentivi per spingere le auto elettriche e ridurre le auto diesel e a benzina.

“Con gli interventi previsti in manovra – si legge nel documento che fa da cornice alla manovra – il governo spingerà la crescita di 0,6 punti percentuali nel 2019, di 0,5 nel 2020 e di 0,3 nel 2021”.

Tornando al quadro macro, il Def però mostra come a peggiorare sia il deficit strutturale, cioè la misura su cui l’Ue valuta i miglioramenti dei conti pubblici dei Paesi: questo “numerino” peggiorerà il prossimo anno di 0,8 punti percentuali passando dallo 0,9% di quest’anno all’1,7% per poi rimanere stabile su questo livello anche nel 2020 e nel 2021.

Rinviato poi sine die il pareggio di bilancio ‘strutturale’, previsto in precedenza nel 2020, quando “la crescita e la disoccupazione saranno tornati ai livelli precrisi”.

Il governo per contro registra una progressiva discesa del debito pubblico che passa dal 131,2% del 2017 al 126,7% del 2021, attestandosi al 130,9% di quest’anno. E seppure non si esclude la possibilità di una “riduzione più accentuata” proprio su questo fronte “qualora si realizzi una maggior crescita”, l’Esecutivo si trova a dover ammettere di non rispettare la cosiddetta regola del debito “dato che il rapporto debito/PIL nel 2021 è previsto eccedere il benchmark di 3,9 punti percentuali”.

La crescita messa in programma dal governo è dell’1,5% per l’anno prossimo, salirà all’1,6% in quello successivo per ripiegare sull’1,4% nel 2021. E’ quanto si evince dalla lettera inviata dal ministro dell’Economia Giovanni Tria a Bruxelles per riavviare un confronto che si prospetta tutto in salita.

«Auspico che il dialogo rimanga aperto e costruttivo», afferma però Tria. «A questo dialogo – chiude il ministro forse anche per allontanare le voci di sue dimissioni che continuano a circolare nei palazzi – il Governo si presenta compatto e fiducioso».

Da far digerire a Bruxelles ci sarà un deficit strutturale fisso all’1,7% per i prossimi tre anni, senza nessuna convergenza verso il pareggio di bilancio che secondo la relazione «sarà raggiunto gradualmente negli anni a seguite».

Il saldo netto da finanziare di competenza potrà aumentare nel 2019 fino al 68,5 per cento. Nonostante questo, la spesa per interessi crescerebbe solo di un decimo di Pil (meno di due miliardi) il prossimo anno.

Il debito scende dal 130,9 del 2018 al 129,2% del 2019, al 126,7% del 2020 e al 124,6% al 2021. Il saldo primario si attesta all’1,3% il prossimo anno, all’1,7% il successivo e al 2,1% a fine triennio. Confermate le clausole Iva, parziali, su 2020 e 2021.

Sul piano delle misure la NaDef arrivata in tarda serata conferma le priorità su reddito di cittadinanza, affidato a un Ddl collegato alla manovra insieme alla riforma dei centri per l’impiego, tasse e pensioni.

IL TESTO INTEGRALE DEL INVIATO ALLE CAMERE

Lo spread e la crisi della legittimità politica

L’analisi di Lorenzo Castellani, Ricercatore presso la Luiss.

Ci sono alcune domande scomode che nessuno vuole porsi. Ad esempio, da anni viene ripetuto da Commissione Europea e organizzazione internazionali che servono “riforme strutturali”, formula vaga e generalista (nel senso che ogni paese disegna riforme sulla base dei propri problemi e delle proprie tradizioni), ma queste riforme vengono rigettate parzialmente o totalmente da tutti i partiti che sono andati al governo negli ultimi anni. Quelle realizzate in Italia, come la riforma Fornero delle pensioni, sono state minate da tutti i partiti (ha iniziato il Pd con l’ape social e poi via tutti gli altri in campagna elettorale). Le elezioni sono state vinte da chi ha promesso di abolirla. Il jobs act, riforma plaudita da stampa e organizzazioni internazionali, è una policy controversa i cui risultati di lungo periodo non sono ancora chiari. Infatti, il mercato del lavoro è iperflessibile (aumentano i determinati), ma il jobs act mirava a stabilizzare dopo i tre anni di tutele crescenti. Quindi tecnicamente non ha raggiunto il suo obiettivo.

L’ELETTORATO RIGETTA LE RIFORME PRESCRITTE A LIVELLO INTERNAZIONALE

Al di là dei dettagli sulle policy esiste, comunque, un problema di fondo che in troppi non vogliono vedere, soprattutto tra chi scrive, analizza o segue la politica e l’economia: l’elettorato rigetta le riforme prescritte a livello internazionale, la loro parziale realizzazione non ha rimesso il paese sulla via della crescita, non ha ridotto il debito pubblico che da Monti ad oggi è costantemente aumentato. Le riforme del governo tecnico hanno placato lo spread in quella fase e momentaneamente “salvato” i conti pubblici per qualche anno. Poi i vecchi partiti si sono rimessi sul sentiero precedente, costitutivo della tradizione politica italiana, e quelli “nuovi” lo hanno estremizzato. L’elettorato è andato (e va) nel senso contrario a quelle riforme e, di fatto, a quella cultura di fondo incentrata sulla disciplina dei conti pubblici e sull’apertura economica globale. Gran parte del paese ha perso la sfida della globalizzazione e la rigetta, con sempre maggior foga. Nel frattempo si è diffusa l’impressione di una politica “con le mani legate”, cioè incapace di risolvere i due problemi fondamentali: la sicurezza dei conti pubblici/riduzione del debito, il miglioramento delle condizioni economiche (crescita). Nessuno vuole sacrificarsi per i conti pubblici (dopo Monti) poiché la stragrande maggioranza degli italiani non crede che questo possa produrre crescita. A livello elettorale la sottovalutata emergenza immigrazione ha fatto il resto. Ora ci troviamo con un governo che cerca di fare quello per cui è stato votato e lo spread che torna a salire. L’aumento del costo del debito, se prolungato, potrà forse ricondurre a più miti politiche il governo (non ci credo molto), ma restano grandi problemi di fondo (e non per il “golpe degli incompetenti” come molti credono: quello è un sintomo, non la malattia).

STIAMO VIVENDO UNA GIGANTESCA CRISI DI LEGITTIMITÀ DELLE ISTITUZIONI NAZIONALI E, IN PARTICOLARE, SOVRANAZIONALI

La domanda centrale mi pare sia si possono conciliare i vincoli della finanza internazionale, le regole europee, la politica delle mani legate, le riforme chieste dalle istituzioni sovranazionali con la riottosità e i desideri dell’opinione pubblica e con un consenso crescente nella direzione opposta alle riforme prescritte? Ecco, questo è il quesito evaso da gran parte dei partecipanti al dibattito pubblico. Certamente non si può ignorare lo spread, ma nemmeno dove si collocano le domande politiche e, di conseguenza, la infattibilità di certe riforme. Tutti tacciono su un fatto sempre più evidente: stiamo vivendo una gigantesca crisi di legittimità delle istituzioni nazionali e, in particolare, sovranazionali. Tradotto nella lingua popolare, fino a quindici anni fa il “ce lo chiede l’Europa” era un “proviamo a fare meglio”, fino a sette anni fa era un “sacrifichiamoci per salvarci”, oggi è un “…nulla è cambiato”. Le riforme del vecchio establishment europeo sono non azionabili in un paese come l’Italia e nemmeno l’intervento della Troika riuscirebbe a farle passare poiché il Parlamento le respingerebbe/smonterebbe. Per farle andrebbe sospesa la democrazia e ripristinato l’uso della violenza pubblica, due opzioni difficili da percorrere nel ventunesimo secolo. Lo stesso discorso vale per le istituzioni internazionali e persino per la finanza.

IL LIBERALISMO POLITICO PUÒ ESSERE LA VITTIMA SACRIFICALE DELL’ATTRITO TRA RISPARMIATORI E FINANZA

Il “risparmiatore” non è una categoria politica, ma economica e questo la classe dirigente farebbe bene a capirlo in fretta. Risparmiatori siamo tutti, ma ciò non conta a livello politico. Infatti i “risparmiatori”, nonostante mesi di terrorismo psicologico, se ne sono allegramente infischiati di Brexit, di Trump, dell’Unione Europea (Grecia, Italia). Allo stesso modo l’organizzazione finanziaria del mondo se ne frega che governi un tecnocrate o un populista, l’importante è che ci sia un rischio considerato sostenibile. Questo attrito tra le due sfere è potenzialmente mortale: perché stanno tornando i nazionalismi? Perché la credibilità di certe istituzioni è sempre più compromessa? Perché la mentalità del complotto si è così diffusa? Perché in nome di una comunità nazionale posso chiedere (forse) un grande sacrificio ed avere la forza necessaria per fregarsene dei mercati e delle istituzioni sovranazionali. Il liberalismo politico può essere la vittima sacrificale di questo attrito, sia che vincano ancora di più i populisti sia che arrivi la troika. Un regime politico ha molte difficoltà a sopravvivere quando le due forze più potenti, consenso politico da un lato e capitalismo finanziario dall’altro, vanno in direzioni opposte. Questo è lo scenario da affrontare nei prossimi anni, a cui si aggiunge quello geopolitico, senza scadere nella tifoseria, indipendentemente da come la si pensi: risolvere la crisi di legittimità politica prima che questa ci travolga tutti.

Iva. L’Europa vuole regola nuova, l’Italia combatte con l’evasione

L’Europarlamento ha proposto alcuni adeguamenti come la fissazione di un’aliquota massima al 25%. L’Italia al top per mancata imposta riscossa

Aliquota massima al 25% in Europa, introduzione di un meccanismo di risoluzione delle controversie, un sistema di notifica automatica delle modifiche alle norme Iva fra i diversi Stati membri e un portale informativo, attraverso il quale ottenere rapidamente informazioni accurate sulle aliquote in tutta l’Ue. Sono queste le principali novità della riforma targata Commissione Ue e sostenuta dal Parlamento europeo che ha approvato le proposte e segnalato alcuni adeguamenti.

SISTEMA PIÙ CHIARO PER LE ALIQUOTE IVA E GIRO DI VITE SULLE FRODI

Le novità sono costituite da due provvedimenti: il primo stabilisce un sistema più chiaro di aliquote Iva mentre il secondo mira a facilitare gli scambi, soprattutto per le PMI, nel mercato unico e a ridurre le frodi sull’Iva. In sostanza l’imposta sarà applicata agli scambi transfrontalieri tra le imprese visto che l’attuale esenzione per questi scambi costituisce una facile scappatoia che consente ad imprese senza scrupoli di riscuotere l’Iva e poi scomparire senza versarla allo Stato. Con lo sportello unico sarà, invece, più semplice per le imprese che operano a livello transfrontaliero adempiere agli obblighi in materia di Iva. Gli operatori saranno in grado di effettuare dichiarazioni e versamenti utilizzando un unico portale online nella loro lingua, seguendo le stesse norme e utilizzando gli stessi modelli amministrativi del paese di origine. Gli Stati membri verseranno direttamente l’Iva gli uni agli altri, come già avviene per la vendita di servizi elettronici. Si passerà inoltre al principio della “destinazione”, secondo il quale l’importo finale dell’Iva è sempre versato allo Stato membro del consumatore finale ed è determinato in base all’aliquota vigente in tale Stato membro. Infine saranno semplificatele norme in materia di fatturazione per consentire ai venditori di redigere le fatture in base alle norme del proprio paese anche quando operano a livello transfrontaliero. Le imprese non saranno più tenute a preparare un elenco di operazioni transfrontaliere per la loro autorità fiscale. E si introduce il concetto di “soggetto passivo certificato”, ossia una categoria di imprese fidate che beneficerà di norme molto più semplici ed efficaci in termini di risparmio di tempo. L’intero pacchetto con le proposte di miglioramento saranno ora trasmesse al Consiglio, che avrà il compito di adottare la legislazione, poiché il Parlamento è solo consultato in materia di fiscalità.

IN UE SCAPPATOIE E BUCHI PORTANO PERDITE GETTITO IVA

Durante il dibattito che ha preceduto la votazione, il relatore Jeppe Kofod (S&D, DK) ha sottolineato che “attualmente in Europa esiste un mosaico di sistemi Iva pieni di scappatoie e buchi. Ciò ha portato a una crescente perdita di entrate di imposta (divario Iva, vale a dire la differenza tra il gettito Iva previsto e l’Iva effettivamente riscossa, stimando le perdite di gettito dovute a frodi fiscali, evasione ed elusione fiscale, ma anche a fallimenti, insolvenze finanziarie o errori di calcolo). Con le riforme in discussione possiamo ridurre il divario dell’Iva di 41 miliardi di euro all’anno e ridurre i costi amministrativi per le imprese di 1 miliardo di euro all’anno”. L’altro relatore, Tibor Szanyi (S&D, HU), ha affermato che “completare la riforma del sistema Iva è fondamentale per sostenere le imprese dell’Ue. Il sistema attuale, semplicemente, non è adatto al mondo globalizzato di oggi. Le riforme riducono la discriminazione tra gli Stati membri pur mantenendo la flessibilità e sostengono le PMI e la dimensione sociale e ambientale”.

SI STIMA PERDITA DI 50 MLD DI GETTITO SOLO PER LE FRODI TRANSFRONTALIERE

Secondo uno studio europeo (Study and Reports on the VAT gap in the EU-28 Member States: 2018 Final Report), ogni anno i Paesi europei perdono fino a 50 miliardi di euro solo a causa di frodi transfrontaliere in materia di imposta sul valore aggiunto, risorse che dovrebbero essere utilizzate per investimenti pubblici in ospedali, scuole e strade. Sulla base delle cifre disponibili, l’importo totale dell’Imposta di valore aggiunto persa nell’Unione europea è stimata in 147,1 miliardi di euro nel 2016, che rappresenta una perdita del 12,3% del gettito totale previsto. Nel corso del 2016, il carico fiscale complessivo dell’Iva per gli Stati membri dell’Ue è rimasto pressoché invariato, mentre le entrate riscosse sono aumentate dell’1,1%. Di conseguenza, il divario complessivo dell’Imposta sul valore aggiunto negli Stati membri dell’Ue ha registrato una diminuzione in valore assoluto di circa 10,5 miliardi di euro, scendendo appunto alla cifra di 147,1 miliardi di euro. In percentuale, il divario complessivo in materia di IVA è diminuito dello 0,9%. I divari Iva stimati dagli Stati membri variavano dallo 0,85% in Lussemburgo, al 35,88% in Romania. Nel complesso, il divario Iva è diminuito nella maggior parte degli Stati membri, con i miglioramenti più importanti in Bulgaria, Lettonia, Cipro e Paesi Bassi, mentre è aumentato in sei Stati membri (Romania, Finlandia, Regno Unito, Irlanda, Estonia e Francia). Per quanto riguarda l’Italia, secondo le correzioni delle stime relative allo stock di crediti Iva, il divario nel 2016 era di circa 1 miliardo di euro, il 27% circa. In termini nominali, il divario italiano è il più grande tra tutti i paesi dell’Ue.

NEL 2015 RACCOLTI 1000 MILIARDI DI EURO IN TUTTA LA UE

Il sistema comune d’imposta sul valore aggiunto svolge un ruolo importante nel mercato unico europeo. La prima direttiva in materia di Iva risale al 1967 e fu originariamente introdotta per eliminare le imposte sulla cifra d’affari che falsavano la concorrenza e ostacolavano la libera circolazione dei beni, e per rimuovere le formalità’ e i controlli fiscali alle frontiere interne. L’Iva è una fonte di entrate importante e in crescita nell’Unione, che ha raccolto più di mille miliardi di euro nel 2015, pari al 7% del pil della Ue. Anche una delle risorse proprie dell’Unione si basa sull’Iva e, ricorda la Commissione, “trattandosi di un’imposta sui consumi, è una delle forme di tassazione che favorisce maggiormente la crescita”.

Gse, i rumor in vista delle nomine 

Domani l’ennesima assemblea dei soci per dare il via libera alla nomina del numero uno del Gestore dei servizi energetici. Chi sono i nomi in corsa, ma soprattutto perche questa poltrona è così importante?

Il 5 Ottobre si riunisce per la settima volta l’assemblea dei soci del GSE per la nomina dei vertici che si attende da prima dell’estate e sembra essere ancora al palo, tra voci che si rincorrono, curricula bruciati e dichiarazioni in seno alla maggioranza di Governo che chiedono a gran voce di chiudere una volta per tutte una partita da non poco conto.

GSE, UN COLOSSO DI STATO TRA ENERGIA E MERCATO

Il Gse, Gestore dei servizi energetici, è una società per azioni posseduta al 100% dal Ministero dell’Economia e Finanza rappresenta una realtà fondamentale nel mondo dell’energia. Istituito nel 1999 con decreto legislativo che ne prevede ruolo e funzioni tra cui quelle “in materia di promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità, comprese le attività di carattere regolamentare e le altre competenze, diritti e poteri ad esse inerenti”, come previsto dallo Statuto della Società. Nel 2016 il GSE ha fatturato ben 29,3 miliardi di euro e si è posizionato al terzo posto tra le maggiori aziende italiane (dopo Enel ed Eni e prima di Fca, rimasta orfana di Exor, dopo il trasferimento in Olanda). Siamo di fronte ad un colosso di Stato che gestisce una serie di interessi, di regole e di funzioni che spaziano dalle rinnovabili ai titoli di efficienza energetica, passando per la Borsa del Gas: infatti del gruppo GSE fanno parte Acquirente unico (che si occupa di regolazione del Mercato di maggior tutela), GME (Gestore del Mercato elettrico), RSE (Ricerca sul Sistema energetico).

GSE, A CHI SPETTA LA NOMINA. IL M5S DICE CHE IL TEMPO E’ SCADUTO

Davide CrippaLa nomina del presidente del Consiglio e amministratore delegato (cariche che coincidono in un’unica persona) spetta al Movimento 5 Stelle – accordo previsto nella designazione del vertice di ARERA a favore di un uomo vicino alla Lega, Stefano Besseghini. E proprio tra i 5 Stelle il nervosismo sale. Qualche ora fa il Sottosegretario allo Sviluppo economico del Movimento guidato da Luigi Di Maio, Davide Crippa, ha scritto un post su Facebook con un titolo che non lascia spazio ad interpretazioni “GSE, basta attese: il MEF indichi all’assemblea il nome del Presidente!“. Nel post Crippa non le manda a dire: “Mancano pochi giorni alla settima assemblea degli azionisti del #GSE che dovrebbe finalmente nominare il presidente e amministratore delegato della Società ed approvarne il bilancio. Una decisione, questa, attesa da tempo sia dalle istituzioni pubbliche che dal mondo delle imprese, oltre che dall’intero comparto energetico ma, fra gli addetti ai lavori, comincia a serpeggiare il timore che anche questa ennesima riunione possa concludersi con una fumata nera.

Capisco che in questo momento la Legge di Bilancio stia catalizzando l’attenzione del Ministero dell’Economia – dichiara l’on. Davide Crippa, Sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega all’energia – ma mi sfuggono i motivi per cui il MEF stia rimandando una decisione così importante che non solo sta rallentando la definizione e l’attuazione delle nostre politiche energetiche ma immobilizza interi settori della nostra economia che aspettano chiarezza su regole ed incentivi per poter programmare i propri investimenti.
Vorrei ricordare – continua il Sottosegretario – che il GSE è una figura chiave della governance dell’energia. Oltre a gestire le principali forme di incentivazione per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sovrintende e coordina i due principali meccanismi di promozione dell’efficienza energetica: i Certificati bianchi ed il Conto termico. Inoltre, controlla due società pubbliche che svolgono servizi fondamentali per i clienti finali dell’energia quali l’Acquirente Unico ed il Gestore del Mercato Elettrico oltre all’RSE che è l’ente che gestisce la Ricerca di Sistema del Settore Elettrico. Tutto questo lo fa con i fondi che provengono dalla bolletta energetica pagata dai cittadini i quali sono i principali finanziatori dei 16 miliardi di euro gestiti dal GSE.
Il Ministero dello Sviluppo Economico ha fatto la propria parte, sottoponendo al MEF le candidature di esperti di grande competenza e, sopratutto, estrema responsabilità, serietà e senso del dovere. Ci aspettiamo che il 5 ottobre l’assemblea del GSE ne scelga uno fra questi e che si cominci a lavorare. Non possiamo più aspettare!”

I NOMI CHE CIRCOLANO, SPUNTA IPOTESI SANTORO (CONSIGLIO DI STATO)

Tra i nomi che sono circolati in queste settimane – dopo la rinuncia di Luca Dal Fabbro – ci sono quello di Roberto Moneta (sostenuto, dicono i bene informati da Sara Romano, direttore generale del Mercato elettrico, le rinnovabili e l’efficienza energetica del Ministero dello Sviluppo economico), Luca Di Carlo, Carlo Maria Medaglia. Ma in queste ore circola insistentemente anche il nome di Sergio Santoro, presidente di sezione del Consiglio di Stato, che corrisponderebbe a quanto confidato dal ministro Giovanni Tria, qualche giorno fa, a chi gli chiedeva lumi sul Gse: “abbiamo bisogno di un nome di alto profilo”, ha detto il titolare di Via XX Settembre. Si spiegherebbe solo così la serie numerosa di rinvii per il vertice di Viale Pilsudski.

Costi delle bollette. La Camera avvia le audizioni

Costi delle bollette. Parte un ciclo di audizioni per cercare di capire come un intervento normativo possa evitare di scaricare i costi dei morosi sugli utenti che pagano regolarmente. Il sottosegretario Galli (Mise): “Arera valuta interventi su recesso e switching”

Entrano nel mirino della Camera i tanto discussi oneri generali del sistema elettrico che finiscono per far lievitare le bollette degli italiani oltre la soglia di sopportazione. Montecitorio ha infatti dato il via libera a un ciclo di audizioni sul tema dopo la discussione in commissione Attività produttive sulla risoluzione del responsabile Energia del Pd Gianluca Benamati incentrata sulla morosità. Le risposte del sottosegretario allo Sviluppo economico Dario Galli ad alcune interrogazioni, hanno inoltre fornito chiarimenti su questioni legate all’efficienza energetica, al recesso e switching dei clienti e sul tema del passaggio dal regime di maggior tutela a quello del mercato libero.

AL VIA CICLO DI AUDIZIONI SUI COSTI DELLE BOLLETTE IN COMMISSIONE ATTIVITÀ PRODUTTIVE DI MONTECITORIO

Parlando di costi delle bollette, secondo Benamati “alla luce di deliberazioni assunte nel 2018 dall’Autorità di regolazione” nelle bollette dell’energia elettrica sono presenti, oltre ai servizi di vendita e di rete, “altri oneri generali di sistema, il cui gettito, di natura parafiscale, è finalizzato alla copertura di costi relativi ad attività di interesse generale, derivati da impegni assunti dal Paese, quali, ad esempio, il sostegno alle fonti rinnovabili e il bonus elettrico. Si tratta di una somma complessiva di circa 13-14 miliardi di euro, sulla quale gravano anche le posizioni di morosità dell’utenza”. La questione è scaturita dopo una decisione dell’Autorità che stabiliva dovesse essere in capo ai gestori il rischio dovuto alla morosità, ponendo a loro carico la presentazione, per garanzia, di fidejussioni. In seguito a ricorsi da parte dei venditori, la giurisprudenza amministrativa ha poi sancito che “l’Autorità non ha titolo per imporre alle imprese tali sistemi di garanzia. Il risultato è che, in seguito alle richiamate deliberazioni del 2018, le posizioni di morosità vanno a gravare, per gli oneri generali, sugli utenti che pagano correttamente.Chi paga regolarmente si trova quindi a pagare anche per chi non paga. Non si tratta soltanto di una questione di principio ma di un onere di circa due euro per bolletta che complessivamente rappresenta un gravame per le famiglie”. Proprio per superare la dicotomia e la contraddizione tra le posizioni dell’Autorità di regolazione e quelle della giustizia amministrativa, ha sottolineato il responsabile Energia del Pd “si rende necessario un intervento normativo del legislatore” accompagnato “dal completamento della riforma della bolletta, iniziata nel 2015 e che si sarebbe dovuta completare quest’anno con il passaggio al mercato libero, che è stato però prorogato, anche comprensibilmente, al luglio 2020. La risoluzione intende quindi fornire un indirizzo al Governo per evitare di scaricare i costi delle posizioni morose sugli utenti che pagano regolarmente. Sulla soluzione migliore da adottare ritiene necessario un approfondimento con un ciclo di audizioni”. Su cui la presidente Barbara Saltamartini, preso atto dell’orientamento dei gruppi ha dato l’ok fissando il termine per l’indicazione di soggetti da ascoltare in audizione alle 12 del 3 ottobre.

GALLI (MISE): CI SARÀ UN CONFRONTO CON TUTTI I SOGGETTI COINVOLTI PER GARANTIRE UN MERCATO ENERGETICO EFFICIENTE, SOSTENIBILE E TRASPARENTE.

Costi Bollette Dario Galli

Il Sottosegretario Dario Galli

Non solo. Lo stesso Benamati ha presentato anche un’interrogazione al governo sugli orientamenti in materia di riforma del mercato energetico per porre l’attenzione sul tema del passaggio dal regime di maggior tutela a quello del mercato libero nel settore del gas naturale e dell’energia elettrica, e in particolare su una serie di adempimenti a carico del ministro dello Sviluppo economico volti a garantire ai consumatori la possibilità di scegliere con consapevolezza le offerte più vantaggiose e contenere i costi delle bollette. “Le modifiche recentemente apportate alla legge sulla concorrenza hanno prorogato la data per la cessazione del regime di prezzi regolati nel settore elettrico e del gas, non per ritardare il processo di estensione dei prezzi di mercato, ma per poter stimolare e creare, nel tempo intercorrente a tale cambiamento, condizioni di piena consapevolezza ed effettivo vantaggio per i consumatori – ha replicato il sottosegretario allo Sviluppo economico Dario Galli -. È prevista l’adozione di un decreto del ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia rappresenta il punto d’arrivo, ovvero la sintesi, di una serie di pre-condizioni sullo stato dei mercati retail, ritenuto non ancora soddisfacente, e soprattutto della messa in campo di precisi strumenti a tutela dei consumatori, con particolare riguardo a quelli più vulnerabili, che ad oggi non sono ancora tutti operativi o non pienamente efficaci. Lo slittamento al 2020 della data della cessazione del regime di ‘maggior tutela’, deciso dal Parlamento, si è reso quindi indispensabile in considerazione della non sussistenza delle necessarie garanzie di informazione per i consumatori, di competitività e di trasparenza – ha aggiunto Galli -. Il ministero intende utilizzare questo periodo di tempo concesso dal Parlamento per migliorare le condizioni di competitività del mercato e per effettuare questa trasformazione dando maggior sicurezza e tranquillità alle famiglie, attraverso contratti luce e gas chiari, trasparenti e senza condizioni vessatorie nei loro confronti, oltre che con forme di qualificazione del mercato e degli operatori che ne fanno parte, prevedendo adeguate misure di controllo e sanzionatorie nei confronti dei comportamenti scorretti. A tal fine, è stato annunciato un confronto con tutti i soggetti coinvolti come ARERA, AGCM, operatori del settore e Consumatori al fine di raggiungere l’obiettivo fondamentale di garantire alla collettività un mercato energetico efficiente, sostenibile e trasparente. La proroga del termine di cessazione dei regimi di tutela consentirà infatti un pieno coinvolgimento di tutti i soggetti portatori di interessi in un processo complesso, che pone al centro l’interesse dei consumatori e in relazione al quale è opportuno avere ampia condivisione da parte dei soggetti coinvolti”.

GALLI (MISE): IL GOVERNO STA LAVORANDO AL PIANO INTEGRATO ENERGIA E CLIMA CON GLI OBIETTIVI DI EFFICIENZA ENERGETICA AL 2030 E AL 2050

Per quanto riguarda le iniziative per favorire sviluppo e competitività delle aziende che operano nel settore dell’energia, sempre per contenere i costi delle bollette, Galli – rispondendo a un’altra interrogazione – ha ammesso che “la politica per la sostenibilità ambientale del settore energetico è uno dei pilastri della politica nazionale, nella consapevolezza delle ricadute positive che ciò ha sulla qualità ambientale, sulla riduzione dei costi delle forniture energetiche, sullo sviluppo di filiere produttive innovative nonché sulla sicurezza energetica. In particolare, in Italia è già presente un mix di strumenti per la promozione dell’efficienza energetica ampio, consolidato e spesso efficace nel sostenere sul mercato la domanda di beni e servizi per l’efficienza, rivolto alle imprese, agli enti pubblici e singoli cittadini. È comunque precisa intenzione del Governo di rafforzare le politiche per l’efficienza energetica al fine di accelerare il processo di decarbonizzazione in corso, per creare nuovi strumenti di intervento in particolare nei settori civile, con un programma di riqualificazione dell’edilizia, e nel settore dei trasporti, con riferimento specifico alla mobilità sostenibile dove occorre puntare a rafforzare la filiera industriale. In queste settimane il Governo sta lavorando alla stesura del Piano integrato energia e clima, che declinerà non solo gli obiettivi in materia di efficienza energetica da raggiungere al 2030 e al 2050, ma anche ulteriori strumenti e misure di attuazione, nel senso sopra descritto”.

Costi bollette gianluca beneamati

Gianluca Beneamati

GALLI (MISE): “ARERA VALUTA INTERVENTI SU RECESSO E SWITCHING”

Infine, sulle iniziative per modificare le procedure di recesso contrattuale per i clienti del settore elettrico e del gas, “si ritiene che la gestione centralizzata della procedura mediante il SII consenta lo svolgimento di queste attività con modalità informatizzate e standardizzate, affidate ad un soggetto terzo e neutrale rispetto agli interessi dei diversi soggetti coinvolti (venditore entrante, venditore uscente, impresa distributrice), nel rispetto di determinate tempistiche e modalità operative”, ha evidenziato Galli. Mentre sulla tutela nei confronti dei clienti di piccole dimensioni “a valle dell’adozione della delibera sono pervenute all’Autorità alcune segnalazioni relative all’applicazione della regolazione sui contratti dei clienti di maggiori dimensioni: le procedure di recesso e switching verso altro fornitore, regolate dalla delibera, mal si concilierebbero con termini di recesso medio-lunghi, liberamente stabiliti dalle parti nei contratti di fornitura di energia elettrica e gas di clienti non domestici, e condizionerebbero l’esercizio del diritto di recesso alla contestuale scelta di un diverso fornitore. Ad ogni buon conto, si è appreso che l’Autorità stia vagliando le segnalazioni pervenute sul tema e stia valutando, ove ravvisi la necessità, le possibilità di intervento e di modifica della disciplina attualmente in vigore”.

FEDERCONSUMATORI: RACCOLTE MIGLIAIA DI FIRME PER LA RIFORMA DEGLI ONERI DI SISTEMA

Gli aumenti dei costi delle bollette scattati con l’aggiornamento tariffario per il IV trimestre 2018 (che prevedono un incremento in bolletta del 7,6% per l’elettricità e del +6,1% per il gas) non saranno gli unici ad incidere sui bilanci delle famiglie. Infatti, indipendentemente dall’andamento dei mercati, nei prossimi trimestri incombe l’ombra dell’applicazione di quanto finora rinviato dall’ARERA, ovvero il rialzo degli oneri che, secondo l’Autorità, ha comportato “un contenimento della spesa per i consumatori elettrici, domestici e non domestici, di circa un miliardo di euro (per tutto il 2018), a beneficio sia del mercato libero che di quello tutelato”. Un’operazione che, dietro alla sua “magnanimità”, in realtà non fa altro che nascondere un eterno rinvio. Bisogna andare oltre gli annunci, perché è necessario intervenire radicalmente sul tema degli oneri di sistema. Negli ultimi mesi abbiamo raccolto, online e presso i nostri sportelli, migliaia di firme per rivendicare una riforma degli oneri di sistema improntata all’equità ed all’equilibrio. I cittadini, infatti, trovano insensato continuare a pagare in bolletta per voci desuete o inappropriate, quali ad esempio la dismissione delle centrali nucleari, le agevolazioni alla rete ferroviaria, le agevolazioni alle imprese energivore e via dicendo. Per questo, in molti, hanno firmato manifestando la propria richiesta di un riordino di tali oneri. Nelle prossime settimane consegneremo al Parlamento le firme raccolte, per rivendicare l’attenzione del Governo su un tema tanto sentito dai cittadini, che trovano ormai insopportabile il peso di queste vere e proprie tasse occulte e per richiedere una urgente riforma generale di sistema. Si tratta di un tema rilevante, da affrontare con urgenza, specialmente alla luce degli aggravi registrati sul piano energetico sui mercati internazionali, nonché del dilagare del fenomeno della povertà energetica, che sta divenendo sempre più grave e allarmante nel nostro Paese. Alla luce dei recenti rincari abbiamo chiesto, inoltre, la il recupero degli oneri bloccati avvenga con scaglioni lunghi, che guardino al contesto delle dinamiche dei prezzi delle materie prime e l’automatizzazione dell’erogazione dei bonus energia e gas, indispensabili per fornire un sostegno reale alle famiglie meno abbienti, specialmente in un periodo di rincari come quello alle porte.

Asta per le frequenze 5G. Incasso record per lo Stato, ecco quanto hanno offerto gli operatori

Asta frequenze 5G: 6,55 miliardi di incasso per lo Stato, con un aumento rispetto alla base d’asta del 130%. Ecco quando hanno pagato le loro frequenze gli operatori: Tim, Vodafone, Iliad, Fastweb e Wind 3.

L’asta per le frequenze del 5G, che si è chiusa alle 17.30 dello scorso 2 ottobre, finisce con un esborso, per gli operatori, che è più del doppio (il 130%) della base d’asta, a tutto vantaggio delle casse dello stato. Che incamerano 6.550.422.258,00 euro, una cifra record.

ASTA FREQUENZE 5G. QUANTO HANNO OFFERTO GLI OPERATORI

Per le bande messe a gara il totale delle offerte ha raggiunto i 6.550.422.258,00 euro. Si tratta di una cifra di gran lunga superiore a quanto auspicato dallo Stato inizialmente, che si attendeva 4 miliardi di introito minimo (come previsto nella Legge di Bilancio): l’ammontare finale ha superato del 164% il valore delle offerte iniziali e del 130,5% la base d’asta.

Scendendo nei particolari, a riscuotere maggior successo, come si legge sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, sono stati:

  • i lotti per la banda 700 MHz FDD hanno raggiunto la quota di 2.039.909.188,00 euro;
  • i lotti per la banda 3700 MHz hanno raggiunto quota pari a 4.346.820.000,00 euro;
  • i lotti per la banda 26 GHz hanno raggiunto la quota di 163.693.070,00 euro.

ASTA FREQUENZE 5G: IL LOTTO PER I 700Mhz E QUELLO PER I 3700 Mhz

Il lotto riservato ai nuovi entranti di 10 MHz in banda 700 MHz FDD è stato aggiudicato dal remedy taker Iliad Italia per 676.472.792,00 euro, mentre Vodafone si è aggiudicato 2 lotti generici in banda 700 MHz FDD, per un totale di 10 MHz alla cifra complessiva di 683.236.396,00 euro. I restanti 2 lotti generici in banda 700 MHz FDD, per un totale di 10 MHz, sono stati aggiudicati da Telecom Italia per un importo complessivo di 680.200.000,00 euro.

La società Telecom Italia si è aggiudicata il lotto specifico (C1) di 80 MHz per 1.694.000.000,00 euro, la società Vodafone Italia si è aggiudicata il lotto generico di 80 MHz per 1.685.000.000,00 euro, la società Wind 3 si è aggiudicata un lotto generico di 20 MHz per 483.920.000,00 euro. Iliad Italia si è aggiudicata il secondo lotto generico di 20 MHz per 483.900.000,00 euro.

BANDA 26 GHz

I 5 lotti in banda 26 GHz sono stati aggiudicati 1 per ogni società: in particolare Telecom Italia si è aggiudicata un lotto per 33.020.000,00 euro, Iliad Italia si è aggiudicata un lotto per 32.900.000,00 euro, Fastweb si è aggiudicata un lotto per 32.600.000,00 euro, Wind 3 si è aggiudicata un lotto per 32.586.535,00 e Vodafone Italia si è aggiudicata un lotto per 32.586.535,00 euro.

NESSUNA OFFERTA PER I 700 Mhz SDL

Come dichiarato dal Ministero dello Sviluppo Economico, nessuna offerta è stata fatta per i lotti 700 MHz SDL, pertanto i soggetti che ne abbiano manifestato l’interesse potranno partecipare alla fase di gara successiva, secondo le procedure previste dal disciplinare di gara per frequenze non aggiudicate, che si svolgerà a partire da venerdì 5 ottobre.

L’Ordine dei giornalisti è superato? Come organizzare il comparto della comunicazione

L’Ordine (dei giornalisti) è morto, viva l’Ordine. Ovvero, per una riforma complessiva delle professioni della Comunicazione. L’intervento di Daniele Chieffi, Digital Communication and Content Factory Manager di AGI e responsabile rinnovamento ed innovazione di Ferpi. L’articolo originale è pubblicato sul Blog “Online Media Relations”.

Un social media manager che gestisce la diffusione degli articoli di un quotidiano online è un giornalista o no? Un brand journalist, che usa tecniche appunto giornalistiche per la comunicazione corporate è un giornalista o no? E un addetto stampa deve essere un giornalista o meno? Non esiste una singola risposta, non esiste la possibilità di un sì o no, netti e indiscutibili, semplicemente perché la domanda è mal posta e nasce da una confusione, forse voluta, forse no, fra due piani diversi: il ruolo e le peculiarità della professione giornalistica da un lato, la sua regolamentazione e organizzazione normativa e previdenziale dall’altro. Un discorso che va oltre il dibattito sull’abolizione o meno dell’Ordine dei Giornalisti.

Questo s‘intreccia con i destini di decine di nuove figure professionali “digitali” – di cui il social media manager e il brand journalist sono solo due esempi -. È forse arrivato il momento di accettare che il mondo è cambiato da quel lontano 1948 (legge sulla stampa) come da quel 1963 (legge sulla professione giornalistica) ma anche dal 2000 (legge 150 sulle attività di comunicazione della PA) e finanche dal 2013 (legge 4 sulle professioni non riconosciute). È necessario considerare il mondo della comunicazione per quel che è: un ecosistema complessivo del quale siamo tutti abitanti: media, comunicatori, giornalisti, pubblicitari, community manager, addetti stampa, ecc. Tutti profondamente interdipendenti quanto portatori ciascuno di peculiarità e singolarità profonde, ma uniti da unico comun denominatore: comunichiamo, produciamo informazione, sia pure con scopi diversi.

Pensare di risolvere questo problema – come da alcune parti si sente dire – gonfiando la definizione di “giornalista”, trasformandola in una categoria “ombrello” omnicomprensiva, è deleterio innanzitutto proprio per la professione giornalistica stessa, perché finirebbe per minarne definitivamente l’identità e il ruolo. Dall’altra parte costringerebbe altre figure professionali in un ruolo che definire contraddittorio è poco: è possibile immaginare un comunicatore o un digital strategist obbligati a prendere il tesserino dell’Ordine oppure a versare i contributi all’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti?

È necessario viceversa iniziare a ragionare in un’ottica complessiva, quella di un “comparto della comunicazione”, in grado di raccogliere e normare tutte le figure professionali che in quest’ambito operano, dare a tutte – salvaguardandone peculiarità e specificità – organizzazione, regolamentazione, tutele e regole deontologiche ed etiche, un sistema previdenziale comune. Questo permetterebbe, infine, di creare un sistema solido e articolato di garanzia e tutela per chi la comunicazione la fruisce, che siano lettori, utenti o clienti. Un sistema unico, costruito però su un assunto preciso: salvaguardare la differenza di scopo.

Non è un giornalista, infatti, chi produce informazione, indipendentemente dal fatto che lo faccia in maniera disintermediata o intermediata. Quindi non è un giornalista il social media manager, non è un giornalista l’addetto stampa, non è un giornalista il copy di un’agenzia pubblicitaria e via elencando. Non sono giornalisti semplicemente perché non svolgono un’attività che si possa ricondurre all’articolo 21 della Costituzione, al diritto-dovere d’informare, in maniera indipendente, per creare una coscienza critica nella popolazione e svolgere quel ruolo di garanzia della legalità e del buon esercizio del Potere.

È proprio la differenza di scopo la chiave di tutto: il giornalista svolge un’attività garantita dalla Costituzione, quindi d’interesse pubblico; chiunque altro faccia qualsiasi altra forma di comunicazione e informazione lo fa per sostenere e veicolare interessi particolari e “privati”. Il problema nasce evidentemente, come dicevamo prima, quando si inizia a parlare del fatto che chi svolga altre attività – il dibattito si è concentrato su chi svolge attività di comunicazione nelle aziende o nella Pubblica Amministrazione – debba essere ricondotto entro il sistema normativo giornalistico: iscrizione all’Ordine, adesione all’Inpgi, alla Casagit, ecc.

La contraddizione è evidente: strumenti normativi nati e pensati per la professione giornalistica applicati a quanti questa professione, nel senso spiegato sopra, non la svolgono. Ma perché propendere per questa soluzione che appare evidentemente illogica? Non è un ragionamento legato al cambiamento degli scenari della comunicazione, si tratta meramente di soldi. Il sistema dei media è in crisi da anni: i giornalisti regolarmente assunti che quindi versano i contributi sono sempre meno, mentre i pensionati sempre di più, Questo sta aprendo una voragine nei conti dell’Inpgi. La soluzione di cui si inizia a discutere piuttosto insistentemente? Imbarchiamo i comunicatori d’azienda, trasformiamoli obbligatoriamente in giornalisti, così saniamo i conti.

La soluzione deve essere diversa, e deve passare da un ripensamento complessivo di tutto il comparto della comunicazione, anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti portati dal digitale. Ha senso quindi parlare di un “comparto della comunicazione”, per dirla con linguaggio sindacale? Sì, ha grande senso. Siamo in un ecosistema, dicevamo. La disintermediazione che la rivoluzione digitale ha comportato, e che di questo ecosistema è il segno identitario, comporta un profondo ampliamento di problemi etici e deontologici e della necessità di garantire al pubblico, a tutti noi, che l’informazione prodotta in questo ecosistema sia corretta, realizzata secondo criteri professionali precisi, prestabiliti e che chi non li segua venga sanzionato. I giornalisti questo sistema di garanzia lo hanno, si chiama Ordine. Anche i comunicatori e si chiama Ferpi.

Ha senso quindi pensare di mappare tutte le professioni della comunicazione, identificare le loro peculiarità tecniche e poi promuovere per ciascuna una forma associativa che ne tuteli gli interessi e, contemporaneamente, ne garantisca l’etica e la deontologia, ne certifichi la professionalità, come forma di tutela verso il pubblico e, perché no, anche verso i clienti? Sì, ha molto senso.

Parliamo quindi di immaginare un unico “comparto della comunicazione”, all’interno del quale ogni singola famiglia professionale abbia una forma associativa in grado di tutelarne gli interessi, regolamentarne l’accesso e la pratica e di certificarne la professionalità presso gli stakeholders.

In questo contesto non ci sarebbe nulla di illogico o sbagliato nell’immaginare una regolamentazione previdenziale unica per tutti gli operatori della comunicazione: un’unica Cassa che certo non si potrebbe più chiamare “Istituto Nazionale di Previdenza dei giornalisti”.

Riconoscimento e tutela delle nuove professioni, un sistema previdenziale solido e garanzie per gli utenti, lettori, clienti. È una soluzione che chiede però importanti interventi legislativi. Innanzitutto una mappatura precisa di quali siano le professioni della comunicazione, soprattutto di quelle nuove, native digitali – un tavolo, in questo senso, è già stato aperto -. Definirne le caratteristiche, le esigenze e le regolamentazioni di cui necessitano per garantire i destinatari finali della propria attività. Da qui la definizione normativa di un comparto professionale della comunicazione, entro cui dare finalmente soluzione a una serie importante di problemi aperti: la sostenibilità del sistema previdenziale dei giornalisti, il riconoscimento e la regolamentazione delle nuove figure professionali digitali e una tutela ampia e articolata degli utenti, dei lettori, dei clienti. In breve, di tutti noi.

Articolo di Daniele Chieffi, tratto da Online Media Relations

 

Lobby, cresce il fatturato ma manca una legge

Malgrado la mancanza di una legge di regolamentazione nel nostro paese (ma in Europa solo sei Stati membri ce l’hanno), il fatturato dei primi dieci player di settore è in crescita complice anche la novità del governo giallo-verde

Lobby sempre più radicate nei processi decisionali e con un giro d’affari in crescita. Dopo anni di lavoro nell’ombra, a differenza degli Stati Uniti ad esempio, dove sono legittime e radicate nella cultura nazionale, oggi una prima forma di regolamentazione nel nostro paese è arrivata con l’istituzione di un registro alla Camera (ma ce ne sono anche al ministero dello Sviluppo economico e della Pubblica amministrazione), considerato però non sufficiente per le imprecisioni e la mancanza di informazioni contenute, tanto da far invocare una legge di regolamentazione delle lobby su cui lavora da tempo, Italia Decide, la fondazione culturale di cui fanno parte Giuliano Amato, Gianni Letta, Pier Carlo Padoan e Giulio Tremonti.

lobbyIN ITALIA LOBBY NON REGOLAMENTATE PER LEGGE MA SIAMO IN BUONA COMPAGNIA IN UE

L’Italia non è però l’unico paese a non aver regolamentato il fenomeno: solo sei paesi sui 29 dell’Ue hanno introdotto delle leggi di settore e sono Austria, Irlanda, Lituania, Polonia, Regno Unito e Slovenia.

CRESCE IL GIRO D’AFFARI DEI PRIMI DIECI PLAYER DEL SETTORE NEL NOSTRO PAESE

Tornando al nostro paese, complice anche la novità del governo giallo-verde, il lavoro delle lobby sembra essere aumentato. A testimoniarlo lo dimostra il giro d’affari dei primi dieci player del mercato “che ha registrato una crescita media annua, su base triennale del 30,5%”, scrive Milano Finanza. A fine 2017 le prime dieci aziende attive nel settore avevano prodotto “un fatturato aggregato di 29,47 milioni, in crescita del 24,4% rispetto all’anno precedente” . Tra i settori che più fanno ricorso al lobbying rientrano la sanità, i servizi finanziari, l’hi-tech, le telecomunicazioni e il comparto infrastrutture e logistica.

LA TOP TEN ITALIANA

In cima alla classifica dei ricavi siede, ormai da tempo, la Cattaneo Zanetto & Co fondata nel 2005 da Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, che ha chiuso il bilancio dello scorso anno con un fatturato di 6,26 milioni, un +22,5% sul 2016, e un utile netto di 1,44 milioni di euro (+88%). In seconda posizione si piazza la Comin&Partners fondata nel 2014 da Gianlunca Comin – già presidente di Ferpi e alla guida delle relazioni istituzionali di Montedison, Telecom ed Enel – e in poco tempo ai vertici in Italia con un fatturato di 5,18 milioni di euro (+21%) e utili per 778 mila euro (+9%). Al terzo posto la InRete di Simone Dattoli con ricavi per 4,36 milioni di euro (+72%) e un utile di quasi 100 mila euro (-0,4%). Con ricavi di poco superiori ai 3,3 milioni di euro (+0,7%) troviamo poi la FB Associati di Fabio Bistoncini e un utile di 302 mila euro (+9,5%), Utopia Lab con 2,33 milioni di ricavi e un utile di circa 135 mila euro, la Apco (fatturato di 2,2 milioni e profitti per 130 mila euro), OpenGate (fatturato di 1,85 milioni e utile di 49 mila euro), Reti/Quicktop (ricavi per 1,63 milioni e utile di 15mila euro), Nomos Csp (ricavi per 1,2 milioni e profitti per 43mila euro) e Telos/Fipra (ricavi di quasi 1,1 milioni e utili per 165 mila euro).

Le sfide di Larry Culp, l’outsider che guiderà GE

General Electric in forte difficoltà, sceglie la strada dell’outsider per guidare il rilancio: si tratta di Larry Culp che Wall Street ha conosciuto per aver portato in alto la Danaher Corp

Passaggio di consegne in General Electric a distanza di poco più di un anno dal precedente cambio di poltrone: l’amministratore delegato John Flannery viene messo alla porta dopo i risultati disastrosi del gruppo, e sostituito con un outsider, Larry Culp.

LARRY CULP, UN OUTSIDER SUL PONTE DI COMANDO

General Electric

Il benservito a Flannery, il cui periodo alla guida di General Electric, colosso dell’energia americano è stato il più breve di tutti i 126 anni di storia dell’azienda, ha visto il crollo del prezzo delle azioni della società di oltre il 50 per cento e la mancanza all’appello nel bilancio della società 2018 di oltre 23 miliardi di dollari. Larry Culp, al contrario, che ha guadagnato gli elogi di Wall Street per aver trasformato e spinto ad alti livello la Danaher Corp., una multinazionale attiva nella progettazione, sviluppo, produzione e marketing di prodotti professionali, medicali e industriali, subentra immediatamente per risanare uno dei crolli più profondi della storia di GE. Come sottolinea Bloomberg “la straordinaria scossa” determinata dall’avvicendamento sul ponte di comando dell’azienda Usa “sottolinea l’urgenza di GE, che ha perso mezzo trilione di dollari in valore di mercato dal picco del 2000. Il piano di Flannery per razionalizzare il colosso non è riuscito a conquistare gli investitori, e il declino delle azioni è peggiorato dopo la sua ascesa a CEO a metà del 2017. Durante questo periodo, GE ha dovuto affrontare carenze di liquidità, una domanda in calo e indagini della U.S. Securities and Exchange Commission”.

LA SCURE DI CULP SULLA DIVISIONE ENERGIA?

Il cambio ha portato il prezzo delle azioni GE a salire di circa l’8 per cento nel pomeriggio di ieri, quando gli investitori hanno incoraggiato con il loro comportamento il cambiamento di leadership. “L’uscita di Flannery è stata decisa in una teleconferenza del consiglio di amministrazione della società dopo che la profondità dei problemi nella produzione di energia elettrica è diventata evidente – si legge sul Financial Times – . Il breve mandato di Flannery appare ancora più brusco dopo i 16 anni di permanenza di Jeff Immelt al vertice della società. Flannery ha preso il controllo nell’agosto dello scorso anno annunciando un piano radicale per snellire GE che non è riuscito a conquistare gli investitori. Non ci si aspetta che Culp cambi la strategia, che include uno spin-off del business delle apparecchiature medicali del gruppo e la vendita della sua partecipazione del 62,5% in Baker Hughes, il gruppo di servizi per i giacimenti petroliferi. Ma per ora Culp ha indicato che si sarebbe concentrato sul miglioramento delle prestazioni operative di GE, il che sembra significare, probabilmente, un ulteriore taglio dei costi, specialmente nella divisione energia”. Ciò a differenza di Flannery che aveva adottato una serie di misure per cercare di fermare l’emorragia dei conti, “tra cui tagli dei costi e cambiamenti significativi del portafoglio. Si era già impegnato a vendere o scorporare le attività GE di lunga data, tra cui trasporti, assistenza sanitaria e illuminazione, riducendo al contempo l’attenzione dell’azienda sulla produzione di energia, l’aviazione e le energie rinnovabili”, sottolinea Bloomberg.

CULP: LAVOREREMO SODO E CI MUOVEREMO CON URGENZA PER TAGLIARE I DI DEBITI General Electric

Culp, 55 anni, è il primo outsider ad assumere la carica di CEO di GE, evidenziando con la sua nomina, di fatto, i cambiamenti e le sfide monumentali che stanno avvenendo sul produttore. “Nelle prossime settimane lavoreremo sodo e ci muoveremo con urgenza” per tagliare i di debiti ha detto Culp in una dichiarazione ripresa dai media americani, aggiungendo essere “un privilegio guidare un’azienda iconica”.

PER GE PROBLEMI NELLA DIVISIONE TURBINE A GAS

GE ha sofferto di recenti problemi con le pale delle turbine a gas utilizzate per la produzione di energia elettrica. Il gruppo si è specializzato, infatti, in componentistica utilizzata per produrre energia dal gas, “un settore che tuttavia, in questi ultimi anni, è stato schiacciato dall’aumento dell’energia rinnovabile a basso costo, dalla debole crescita della domanda di elettricità nei paesi sviluppati e dalla persistente concorrenza del carbone in Asia – ha evidenziato Bloomberg -. L’acquisizione del business energetico di Alstom nel 2015 ha portato GE ad approfondire la produzione di energia da combustibili fossili, aggiungendo la tecnologia delle turbine a vapore e creando una divisione con 65.000 dipendenti. Sotto la guida di Culp dal 2000 al 2014, le azioni Danaher hanno quintuplicato il loro valore sull’indice SEI/P500 e sono cresciute di dodici volte. Al contrario, le azioni GE hanno perso circa tre quarti del loro valore nello stesso periodo”.

COME VANNO I CONTI DI GE. MEGLIO IN BORSA DOPO L’AVVICENDAMENTO AL VERTICE

Parlando più nel dettaglio dei conti, nel 2017 GE ha registrato un fatturato complessivo di 122,1 miliardi di dollari mentre il secondo trimestre del 2018 ha chiuso con ricavi per 30,1 miliardi di dollari, in aumento del 3% rispetto ai 29,1 miliardi del corrispondente periodo dell’esercizio precedente. Il trimestre si è chiuso con un utile netto di 615 milioni di dollari, in forte calo rispetto agli 875 milioni del secondo trimestre del 2017. Di conseguenza, l’utile per azione è sceso da 0,1 dollari a 0,07 dollari. Il cambio al vertice sembra, comunque, aver subito alimentato entusiasmo a livello dei mercati: nel corso della seduta di lunedì il titolo è arrivato a guadagnare fino al 16%, per poi ripiegare di qualche punto attestandosi attorno ai 12,2 dollari ad azione ma guadagnando comunque il migliore incremento percentuale addirittura dal 12 marzo del 2009, quando arrivò al 12,7%. Nella giornata di ieri, invece, Standard & Poor’s ha tagliato il giudizio del gruppo portandolo a BBB+ da A ma l’outlook è migliorato a “stabile” da “negativo”. Anche Fitch e Moody’s hanno messo sotto osservazione il rating di GE e nei prossimi giorni potrebbe arrivare anche la loro valutazione. Malgrado il downgrade il titolo è salito dell’1,5% a 12,27 dollari dopo essere sceso a 11,77 dollari nella mattinata Usa.

Bologna e Genova, due tragedie simili ma una ricostruzione diversa

In Emilia-Romagna la ricostruzione del Raccordo autostradale A1-A14 e della Tangenziale Sud è avvenuta in soli 53 giorni grazie alla collaborazione con le istituzioni. Ponte Morandi, dopo 49 giorni non ha ancora un commissario all’emergenza

In Italia è impossibile realizzare qualsiasi opera per colpa di burocrazia, incertezze normative, mancanza di fondi. Un mantra che abbiamo sentito ripetere spesso negli ultimi anni. Eppure, a volte, il paese riesce ad uscire dal pantano e completare infrastrutture anche in anticipo rispetto ai tempi previsti.

DOPO 53 GIORNI RIAPERTI IL RACCORDO AUTOSTRADALE A1-A14 E LA TANGENZIALE SUD DI BOLOGNA

È il caso del Raccordo autostradale A1-A14 e della Tangenziale Sud di Bologna distrutta dopo lo scontro tra una cisterna di gpl e un autotreno il 6 agosto scorso. Episodio che ha provocato la morte di una persona e il ferimento di altre 100, oltre al crollo di un cavalcavia e la chiusura di entrambe le strade. Ebbene quel tratto viario, a distanza di soli 53 giorni, è stato ricostruito e Autostrade per l’Italia ha riaperto la viabilità in anticipo rispetto ai 5 mesi inizialmente stimati, che erano stati poi ridotti a 2 mesi grazie al reperimento immediato delle travi necessarie per l’opera.

“MERITO DELLA PROFICUA COLLABORAZIONE CON LE ISTITUZIONI LOCALI E L’AFFIDAMENTO DEI LAVORI A PAVIMENTAL”

Come sottolinea la stessa Autostrade per l’Italia in una nota, “la proficua collaborazione con le istituzioni locali e l’affidamento dei lavori a Pavimental, società del gruppo Atlantia, hanno accelerato la realizzazione del cavalcavia permettendo l’apertura in anticipo. In totale sono state 25.000 le ore lavorate con un media di 58 uomini impegnati quotidianamente”.

BONACCINI: COOPERAZIONE E COLLABORAZIONE SENZA CHIACCHIERE E POLEMICHE. LA MENTE CORRE A GENOVA?

Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini su Twitter, in occasione della riapertura del tratto autostradale emiliano-romagnolo, ha scritto che “dopo lo straordinario lavoro dell’emergenza lo sforzo incredibile di ricostruzione, in soli 55 giorni” quello della Tangenziale di Bologna rappresenta un esempio “di cooperazione e collaborazione senza chiacchiere e polemiche” riferendosi, probabilmente, a un’altra tragedia altrettanto importante come il crollo del Ponte Morandi a Genova.

SUL PONTE MORANDI SITUAZIONE DI STALLO CAUSATA DALLO SCONTRO ISTITUZIONALE

Proprio il confronto con la vicenda del Ponte Morandi mette in evidenza come lo scontro istituzionale e politico abbia prodotto, di fatto, una situazione di stallo. A distanza di 49 giorni dal crollo del viadotto genovese, il Governo non ha ancora nominato un Commissario all’emergenza e alla ricostruzione della struttura, nonostante le dichiarazioni sulla necessità di fare presto. Anche il Decreto Genova contenente le prime misure dell’esecutivo per tamponare la situazione nell’immediato è stato pubblicato a distanza di 45 giorni dal crollo del ponte, il 28 settembre, escludendo Autostrade per l’Italia – al contrario di quanto accaduto a Bologna – dalla ricostruzione. La stessa Autostrade, che pure aveva stanziato 500 milioni di euro a distanza di tre giorni dalla tragedia e presentato dopo 20 giorni un progetto di ricostruzione esecutivo, che prevedeva lavori di demolizione e ripristino della struttura in soli 8 mesi, grazie all’expertise degli ingegneri e delle maestranze che lavorano per le società che orbitano attorno il Gruppo Atlantia, tra cui Pavimental.

Nord Stream 2, quando la geopolitica si intromette nell’energia

La minaccia delle sanzioni statunitensi contro la Russia incombe sulla fornitura di gas in Europa

I prossimi tre mesi che ci separano dalla fine dell’anno, saranno cruciali per conoscere il futuro del progetto Nord Stream 2 che dovrebbe essere terminato a fine 2019 e reso operativo nel 2020. L’infrastruttura non è altro che un gasdotto che attraversa il Mar Baltico con l’obiettivo di fornire 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia a Greifswald, sulla costa settentrionale della Germania, e da lì al mercato europeo del gas. Ma c’è da fare i conti con Mosca. Washington è da tempo contraria alla realizzazione della condotta e la stessa Russia è oggetto di sanzioni da parte dell’Occidente. Le decisioni da prendere nelle prossime settimane decideranno se il progetto, che è già in costruzione, proseguirà o meno. Ma potrebbero anche avere implicazioni politiche e commerciali molto più ampie, come indicato in un eccellente articolo del professor Alan Riley.

I TRE SCENARI POSSIBILI SUL NORD STREAM 2

Sono tre i possibili scenari verso cui potrebbe volgere la vicenda. In primo luogo, la Germania potrebbe andare avanti per la sua strada e ignorare la minaccia delle sanzioni statunitensi e il malcontento al progetto in gran parte dell’Europa orientale. I tedeschi potrebbero anche mettere da parte il problema dell’Ucraina, che perderà le sue forniture di gas e le entrate di transito se, come previsto, il gasdotto che attraversa il paese dirigendosi verso l’Europa centrale sarà chiuso quando entrerà in funzione Nord Stream 2. La seconda opzione è che la Germania ceda agli Stati Uniti, che hanno minacciato di imporre sanzioni contro qualsiasi impresa coinvolta nel progetto. In quel caso Nord Stream 2 verrebbe abbandonato e l’Europa finirebbe per importare gas da altri paesi, compresi forse gli Stati Uniti. La terza opzione consisterebbe nel rinviare Nord Stream 2 in attesa di un miglioramento delle relazioni tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. In caso di successo, la mossa potrebbe scoraggiare l’ingerenza russa nelle elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno, una questione di reale preoccupazione in molti paesi europei, e porre fine alle sanzioni.

LA SITUAZIONE È COMPLICATA NEL TRILEMMA RUSSIA-USA-EUROPA

In Germania manca il desiderio di soddisfare le volontà dell’amministrazione statunitense Donald Trump perché ciò, ritengono in molti, potrebbe incoraggiare il titolare della Casa Bianca ad adottare una linea ancora più dura contro l’Iran sulle questioni nucleari. C’è anche scarsa voglia di isolare la Russia, che è generalmente vista come un vicino difficile piuttosto che come una minaccia. Inoltre, molte imprese europee nel settore energetico e non solo, hanno parecchi interessi in Russia e accoglierebbero con favore una soluzione che eviti il rischio di ritorsioni russe. Thomas Bareiss, ministro dell’energia tedesco, durante una conferenza a Londra in queste ore, ha ribadito che il gasdotto è importante per garantire l’approvvigionamento energetico e la Russia è un fornitore sicuro e affidabile di gas per la Germania.

LO SCENARIO PIÙ PROBABILE? IL PROGETTO VA AVANTI CON ALCUNE CONCESSIONI ALL’UCRAINA

Secondo Nick Butler, visiting professor e chair del King’s Policy Institute al King’s College di Londra nonché  opinionista del Financial Times “fin d’ora, e con l’avvertimento che la situazione è fluida, mi aspetto che il progetto proceda con alcune concessioni che almeno mantengano le forniture all’Ucraina per l’immediato futuro”. Non solo. “Se Washington dovesse imporre sanzioni, ciò rappresenterebbe un fatto molto grave per le imprese con sede in Europa che svolgono operazioni consistenti negli Stati Uniti. Pertanto, le decisioni che saranno prese in Germania nelle prossime settimane avranno implicazioni che vanno ben oltre la fornitura di gas naturale. I rischi su quello che dovrebbe essere un semplice progetto commerciale sono pericolosamente elevati, e potrebbero portare ad una rottura del complesso insieme di relazioni tra Russia, Europa e Stati Uniti”.

AL VIA PARTNERSHIP TRA NORD STREAM AG E STRELKA KB

Nel frattempo l’azienda che sta gestendo la realizzazione del gasdotto, la Nord Stream 2 AG, ha annunciato una partnership con Strelka KB. Strelka KB è un’azienda leader nelle strategie di sviluppo spaziale in Russia. Su richiesta di Nord Stream 2, Strelka svilupperà un piano di gestione della riserva naturale di Kurgalsky che servirà come strumento amministrativo per l’attuazione sostenibile degli obiettivi di conservazione di quest’area protetta a medio e lungo termine.

Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026. Ecco chi ha lavorato alla rottura con Torino

Chi c’è dietro la rottura con Torino e l’ascesa del duo MIlano-Cortina per la candidatura alle Olimpiadi 2026? Retroscena e ricostruzione di un disegno che porta la firma dell’asse lombardo-veneto leghista, ma non solo. SI lavora già ad una ricucitura con il capoluogo piemontese? Ecco i dettagli.

Olimpiadi 2026. Le decisioni del Coni

La decisione del Coni, che tramite il suo presidente Giovanni Malagò si appresta a candidare formalmente il duo Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026 sta scatenando una bagarre politica che rischia di lasciare il segno negli attuali equilibri istituzionali del Governo targato Lega-Movimento 5 Stelle. Il dossier della candidatura Milano-Cortina, che ancora non esiste e che siamo tutti in attesa di leggere, ha avuto la spinta di molti soggetti e un gioco delle parti che in questi mesi si è sviluppato sull’asse lombardo-veneto, con le due regioni saldamente a guida leghista, e il Comune di Milano, che di fatto ha messo all’angolo il Comune di Torino, a guida pentastellata.

Olimpiadi 2026. L’entusiasmo di Luca Zaia

Il Governatore della Regione Veneto, che ieri ha esultato di fronte alla formalizzazione della candidatura Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026 (“così capiranno quei due o tre lazzaroni che pensavano di metterci all’angolo”, ha dichiarato ieri Luca Zaia. Ma a chi si riferiva? Ai 5 Stelle?), pare essere stato tra i maggiori artefici del progetto; a questo si è aggiunta la sponda del primo cittadino di Milano, Giuseppe Sala, che di fatto a creato la rottura con la città di Torino, nel mese di settembre quando ha espresso la sua posizione: “Rinnoviamo la nostra disponibilità ad ospitare i Giochi olimpici invernali ma il ruolo di Milano deve essere chiaro“. Intenzione non velata del primo cittadino meneghino era quella di presentare il nome di Milano prima di quello di Torino e Cortina, per una questione di brand e di riconoscibilità dato dal primato della città meneghina. A questo punto l’asse tra Zaia-Sala e Fontana si è rinsaldato di fronte alle critiche e alle osservazioni di Chiara Appendino, che ha sempre guardato con occhio critico alla candidatura a tre iniziale, soprattutto pensando ai costi e ai benefici conseguenti di una manifestazione come quella delle Olimpiadi.

Le reazioni di Chiara Appendino

La stessa Chiara Appendino, a proposito delle Olimpiadi 2026, ha dichiarato stamane a Radio Anch’io, ai microfoni di Giorgio Zanchini, che le ha chiesto se ormai fosse stata detta una parola definitiva sull’esclusione del capoluogo piemontese: “Per quanto mi riguarda non è finita, come città è da mesi che lavoriamo a questa candidatura. Sono giorni che insisto: se esiste Milano-Cortina esiste anche Torino, per questo bisogna mettere a confronto le due candidature e metterle ai voti. Chi ha scelto Milano Cortina deve prendersi la responsabilità di spiegare come si fa, visto che non ci sono gli impianti”. La sindaca di Torino ha incalzato ancora: “Non si capisce chi mette le risorse. Il dossier Milano-Cortina non esiste, non c’è neanche trasparenza; come penseranno le due regioni di coprire i costi? Ritengo che le Olimpiadi si debbano fare e fare bene, perché sono un opportunità di sviluppo. Il modello a tre non prevedeva i costi di gestioni dell’evento per un’area che va dal Piemonte a Cortina. Ho anche pensato di dimettermi per sostenere la candidatura di Torino“. Dimissioni a cui la sindaca di Torino non pensa più, anzi dal tono dell’intervista si percepisce quasi una voglia di riscatto per l’immagine di Torino, forte del fatto che gli impianti nell’area Milano-Cortina non ci sono ancora.

Olimpiadi 2026 Chiara Appendino su Facebook

Olimpiadi 2026. Lo sfogo di Chiara Appendino su Facebook

Questioni di “campanile”?

E qui la questione territoriale, o campanilistica se vogliamo, ha giocato un ruolo molto importante, perché il Governatore lombardo, Attilio Fontana si è aggiunto all’asse Sala-Zaia per timore che gli impianti della Valtellina (Bormio) rimanessero marginalizzati dall’accordo originario a tre con il Piemonte e Torino. Chi ha cercato di tenere l’equilibrio invece è stato Giancarlo Giorgetti, che da Palazzo Chigi ha cercato in tutti i modi un’intesa con il Movimento 5 Stelle, ma alla fine le Regioni del Nord a guida leghista hanno avuto la meglio. “Molto probabilmente – dichiara una fonte bene informata vicina a Via Bellerio – le regioni pensano, in virtù della loro forza e della loro autonomia, che non si debba tenere conto degli equilibri istituzionali del Governo, anche per paura di una marginalizzazione che possono scontare con l’asse gialloverde”.

Le speranze di Torino e le posizioni di Malagò

Staremo a vedere se a questo punto la linea di recuperare Torino per le Olimpiadi 2026, che si legge nelle parole della Appendino, ma soprattutto in quelle di Malagò potrà diventare una realtà. Ecco cosa ieri il numero uno del Coni ha dichiarato all’Ansa sulla richiesta della Appendino di mettere ai voti i due dossier Milano-Cortina e Torino: “Ho letto le dichiarazioni della sindaca Appendino, che auspica ci sia una votazione del Consiglio nazionale del Coni. Tutto mi si può dire tranne che non siamo stati pazienti, disponibili o sostenitori del fatto che Torino fosse della partita. Da parte del Coni, nulla di ostativo, anzi. Se si può fare dopo la sessione Cio di Buenos Aires? Sì, assolutamente. Non c’è nessun problema. Ci sarà una candidatura italiana, non c’è nulla in contrario. Lì presenteremo l’unica candidatura sul tavolo, Milano e Cortina. Se poi ce ne fosse un’altra diremo al Cio che il Consiglio nazionale del Coni ha invertito la candidatura. Anche perché, gli incontri con il Cio sono fissati nel mese di novembre”.

Ecco la nuova CDP di Tononi e Palermo

Cdp. Presenza più marcata nei territori, semplificazioni societarie, razionalizzazione ove possibile, spinta su infrastrutture e innovazione. Con un occhio particolare alle aziende strategiche e rilevanti ma rispettando i paletti dello statuto che prevedono solo interventi in società che sono in equilibrio economico.

Sono le priorità del nuovo vertice di Cassa depositi e prestiti (controllata dal ministero dell’Economia e partecipata dalle fondazioni bancarie) presieduta da Massimo Tononi e guidata dall’amministratore delegato Fabrizio Palermo, nominato dal governo Conte.

Le prime uscite pubbliche del nuovo capo azienda sono considerate significative per comprendere la direzione di marcia del nuovo corso in Cdp dopo l’era Costamagna-Gallia.

AVANTI SULLE INFRASTRUTTURE

La prima uscita pubblica di Fabrizio Palermo è stata a Genova, il 24 agosto scorso. Fincantieri (dove Palermo ha lavorato con il numero uno Giuseppe Bono prima di arrivare in Cdp come cfo), controllata da Cassa depositi e Prestiti attraverso la finanziaria Fintecna, è stata chiamata in campo dal governo, insieme a Italferr, per la ricostruzione del Ponte Morandi. Poi si è scoperto che le due aziende non hanno le dichiarazioni Soa, ma comunque faranno di sicuro parte – secondo la volontà del governo – di quel raggruppamento di imprese che si occuperà della ricostruzione del Ponte alla quale non parteciperà Autostrade per l’Italia, come stabilisce il decreto Urgenze-Genova.

Ma la visita dell’ad di Cassa nel capoluogo ligure rappresenta anche qualcosa di più, ha sottolineato Mf: “Proprio le infrastrutture sono uno dei punti cardine del nuovo corso che Palermo sembra avere in mente per Cdp, per dare alla società un ruolo attivo nella progettazione delle opere in Italia”.

IL PIANO PER UNA REGIA UNICA DELL’EXPORT

L’altro intervento pubblico di Palermo, l’11 settembre scorso, è stato alla VII cabina di regia per l’internazionalizzazione che si è tenuta alla Farnesina, durante la quale l’amministratore delegato di Cassa ha sottolineato l’importanza del sostegno all’export senza il quale, negli ultimi sei anni, il pil italiano sarebbe stato inferiore di oltre 6 punti percentuali.

Per sostenere meglio le imprese italiane che puntano all’estero, Palermo è pronto ad avviare un’opera di semplificazione nell’offerta di servizi e sostegni alle imprese. L’ambizione di Cdp, che corrisponde ai progetti più volte annunciati anche dai precedenti governi, è quella di creare una sorta di cabina di regia, anche a livello periferico, a servizio dell’internazionalizzazione delle imprese. Mettendo a fattor comune, e superando sovrapposizioni e duplicazioni, energie e strumenti di Sace, Simest e Ice se possibile. E puntando sulla base territoriale appannaggio ora di Sace.

L’ESEMPIO FRANCESE

Il modello nemmeno troppo lontano, secondo quanto ha scritto il Sole 24 Ore, è quello della “Banque des Territoires” che la Cdp francese ha lanciato a maggio per offrire una struttura unica ai suoi clienti sul territorio, divisa per filoni d’attività e organizzata in 16 direzioni generali e 35 sedi territoriali.

Più sullo sfondo, e tutte da definire in accordo con l’esecutivo e con il Tesoro, sono il capitolo equity e il progetto banca pubblica.

IL DOSSIER PARTECIPAZIONI

Il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni (M5s), nelle scorse settimane ha detto al Messaggero: “La Cassa depositi e prestiti può svolgere un ruolo di regia della politica industriale. Abbiamo aziende come Eni, Terna, Enel, Leonardo, Fincantieri, Saipem, Snam, Italgas eccetera che fanno grandi cose ovunque e sotto la Cdp – che garantirebbe una visione d’insieme – potrebbero essere davvero il volano per investimenti tali da garantire uno sviluppo sostenibile al Paese”.

Un progetto simile a quello di Renzi e Gentiloni? Ad aprile dello scorso anno, quando tra le indiscrezioni si parlò di un progetto «Capricorn», allo studio c’era l’ipotesi di coinvolgere partecipazioni della maggiori aziende quotate (Eni, Enel e Poste) per un valore di almeno 20 miliardi di euro, “con la Cdp a fare da veicolo attraverso l’emissione di azioni privilegiate”, scrisse La Stampa il 15 luglio dl 2017.

In sostanza, il piano Capricorn renziano si basava su un veicolo di Cdp in cui far confluire le quote delle società partecipate dal Tesoro o dalla Cassa. E poi una parte delle quote del veicolo si vendevano ai privati pur tenendo la maggioranza delle quote nelle mani di Cdp. “Una follia. Noi non abbiamo intenzione di svendere alcun titolo”, dice un esponente di rilievo del Movimento che segue il dossier e la Cdp ora guidata dall’amministratore delegato, Fabrizio Palermo, che avrebbe partecipato all’idea e a al progetto graditi al Movimento.

LA BANCA PUBBLICA E L’ESEMPIO BPI IN FRANCIA

Sullo sfondo resta il progetto di una vera e propria banca pubblica per gli investimenti, indicata dal contratto di governo M5S-Lega. Più concreto il riferimento all’esperienza della Bpi in Francia, come evocato di recente da esponenti pentastellati.

La Bpi France, fondata nel 2013 su iniziativa di Macron, è una banca a tutti gli effetti, sportelli diffusi sul territorio, investimenti disseminati in Francia e all’estero. Svolge varie funzioni: supporto all’investimento, agenzia di innovazione, fondo sovrano e agenzia di credito finalizzata all’export. Si tratta di una banca pubblica al 100%, controllata al 50% dallo Stato attraverso l’Agenzia governativa Epic, e al 50% dalla Caisse des Depots, altra società a controllo pubblico.

La legge francese la definisce «un gruppo pubblico che punta al finanziamento e allo sviluppo delle aziende, agendo in accordo con le politiche pubbliche definite sia dallo Stato che dalle autorità regionali».

Strutturalmente è divisa in tre parti: una banca vera e propria (Bpifrance Financement), una compagnia che gestisce le partecipazioni (Bpifrance Partecipations) e un’agenzia di credito per l’export (Bpifrance Assurance Export).

Massimo Tononi CDP

Massimo Tononi CDP

GLI INVESTIMENTI

I finanziamenti erogati da Bpi sono diversificati. Il 27% nel commercio, trasporti, hotel e catering, il 21% nell’industria, il 15% nel real estate, l’11% nell’edilizia, il 10% nei servizi alle imprese e il 6% nella tecnologia dell’informazione e comunicazione. Il totale degli investimenti è destinato al 44% alle piccole e medie imprese, al 25% alle medie imprese (capitalizzazione fra 2 e 10 miliardi), al 23% alle micro imprese e il 7% alle grandi imprese. Fra queste spiccano la partecipazione in Peugeot, di cui Bpi detiene una quota del 12% pari a 2,3 miliardi, e in Citroen (12,7%).

BANCA PRIVATA NEI FATTI

Malgrado la partecipazione pubblica al 100%, ha spiegato di recente l’ad Nicolas Dufourcq, «siamo una banca privata nei fatti. Agiamo con logiche di mercato. Abbiamo 2.500 dipendenti e 50 agenzie regionali e funzioniamo come sportello unico per le imprese». Bpi ha una diffusione capillare e, si legge sul sito della banca stessa, «abbiamo una stretta relazione con le imprese del territorio. Il 90% delle decisioni sono prese negli uffici regionali. Abbiamo, in ogni ufficio, responsabili per l’innovazione, finanziari e assicurativi».

BPI E CDP

Buona parte di quello che fa Bpi lo fa già Cdp“, chiosa un profondo conoscitore della Cassa che preferisce l’anonimato. Ma Cdp non potrebbe trasformarsi in una banca vera e propria senza alienare prima partecipazioni strategiche come quelle in Eni. Inoltre, aggiunge l’osservatore, “più che finanziamenti alle imprese in Italia servono garanzie (i finanziamenti li possono dare le banche se qualcuno li garantisce)”.

Claudio Gemme. Chi è il commissario in pectore per Genova

Claudio Gemme, nato a Pegli (antico borgo marinaro sul ponente di Genova) ma cresciuto in via Porro, proprio a poche centinaia di metri dall’isola ecologica Amiu investita dal crollo del ponte sul Polcevera, è il probabile nuovo Commissario Staordinario per la ricostruzione a Genova.

Un manager che “ha girato il mondo”, come lo aveva definito il vicepremier Salvini, ma sopratutto un uomo vicino a Genova ed ai genovesi. La sua famiglia, hanno ricordato in molti, possiede ancora un immobile in via Porro, a due passi dall’argine del Polcevera. Immobile che il padre poté acquistare in quanto ferroviere, come tanti altri in quel quartiere.

Claudio Gemme, presidente di Fincantieri Sistemi Integrati

Dal novembre 2016b Claudio Gemme è presidente di Fincatieri Sistemi Integrati, controllata del gruppo Fincantieri, costituita nel 2014, che si occupa di sistemi elettrici, elettronici ed elettromeccanici.

Gemme conosce bene l’industria italiana: entra nel gruppo Finmeccanica nel 1973, con incarichi prima nell’ambito della Direzione Approvvigionamenti, poi nella Gestione progetti di Ansaldo S.p.A. Nel 2000, con la privatizzazione del ramo industriale del gruppo Ansaldo, Gemme passa nel settore privato per gestire il processo di privatizzazione di Ansaldo Sistemi Industriali SpA dove dà un contributo nella fase cruciale che si apre nel 2005.

Gemme in Anas

Dal 2009 al 2011 è stato membro del Consiglio di Amministrazione di ANAS. Esperto di energia e di efficienza energetica, Claudio Gemme ricopre numerose cariche nei principali enti e associazioni di settore a livello nazionale ed europeo. È stato vice presidente e CEO di Nidec ASI S.p.A, amministratore delegato di Nidec ASI Japan Corporation, managing director di Nidec ASI GmbH Germania, Presidente del Counseil de Surveillance di Nidec ASI s.a Francia, Presidente di Nidec ASI.Vei Russia, membro del Consiglio di Amministrazione di Nidec ASI RO S.r.l Romania, Presidente del Consorzio Arsenal (impianti elettrici per l’arsenale della marina militare di Taranto).

Il ruolo in Confindustria

Cludio Gemme, Cavaliere della Repubblica dal 2002, Laureato in Scienze Economiche e Politiche, siede in Confindustria come membro dell’Advisory Board, Presidente del Gruppo Tecnico Industria e Ambiente, membro del Comitato per l’implementazione della riforma e definizione dei protocolli di aggregazione (Commissione Pesenti). Fa inoltre parte del Consiglio Generale e del Consiglio di Presidenza.

Le reazioni della politica

Il nome di Gemma inizia a circolare lo scorso 28 settembre, quando sembra che il Governo abbia trovato un nome che mette tutti d’accordo: secondo fonti del Governo a suggerirlo sarebbe stato Matteo Salvini, con l’avallo del vicepremier M5s Luigi Di Maio e del ministro M5s per Infrastrutture e Trasporti, Danilo Toninelli. Secondo alcuni rumors, smentiti seccamente dal leader Leghisti, le cose sarebbe andate diversamente: sarebbe stato il M5S a fare pressioni sull’alleato di governo per il manager di Fincantieri.

Dall’opposizione si fa (timidamente) notare che il ruolo in Fincantieri, che il M5S vorrebbe alla guida della riscotruzione del Ponte Morandi, è a rischio di conflitto di interessi, ma il manager genovese dichiara che le sue dimissioni sono già a disposizione del gruppo, così da poter essere operativo immediatamente dopo la nomina.

Il governatore ligure Giovanni Toti, che secondo indiscrezioni avrebbe voluto Gemme candidato sindaco di Genova per il centrodestra nelle passate elezioni, lo indica come “il nome giusto” tra quelli discussi con il Premier Conte.

Le prime dichiarazioni di Claudio Gemme

“Ho letto e riletto il decreto- ha dichiarato Gemme sabato 29 settembre parlando del Decreto urgenze – ma potro’ esprimermi solo quando entrero’ pienamente nel dossier e cerchero’ di capire come realizzare al piu’ presto le attivita’ che la citta’ attende. Ma lo potro’ fare solo quando avro’ una nomina che oggi non ho”

“Bisogna vedere esattamente il progetto – spiega in una intervista sempre il 29 settembre – dobbiamo cercare di capire come sarà l’evoluzione e io non ho in questo momento dei tempi. Otto mesi mi sembrano francamente pochi”

Il manager genovese indica due proprità precise: costruire una buona squadra e (sopratutto) fare presto.

La situazione attuale

Mentre il premier Conte, tramite Facebook, fa sapere che il commissario straordinario per la riscotruzione di Genova sarà nominato “ad ore”, qualcuno avanza dubbi sul nome di Claudio Gemme. Secondo il Codacons il suo nome non rispetterebbe i dettami del codice degli appalti e potrebbe finire nel mirino dell’Anac.

Gemme d’altra parte non ha mai nascosto di conoscere i tanti ostacoli sulla sua strada, prima e dopo l’ufficializzazione della sua nomina. “Mi aspetto interferenze politiche”, aveva già chiarito nei giorni scorsi.

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