Toninelli, il ministro più a rischio del M5S. Ecco perché

Altra gaffe sulle grandi opere, questa volta su Gronda e Terzo Valico, all’insegna dello scambio politico all’interno del governo giallo-verde

Ennesimo giro di valzer sulle grandi opere. Protagonisti, ancora una volta, i Cinque Stelle e in primis il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli che grazie alle sue gaffes, assieme al vicepremier Luigi Di Maio per via dei mancati stop a Ilva e Tap, viene indicato come uno dei principali responsabili delle troppe “aperture” fatte sui dossier caldi e delle marce indietro rispetto alle promesse elettorali.

TONINELLI SUL FILO DEL RASOIO?

I notisti politici da tempo considerano Toninelli come uno dei possibili “sacrificati” sull’altare del rimpasto pre-Europee per le sue gaffes che non hanno risparmiato, da ultimo, lo scambio politico con la Lega, anticipato da Repubblica il 18 ottobre scorso, sulle grandi opere liguri con il Terzo Valico “dentro”, per usare un gergo calcistico, e la Gronda negli spogliatoi.

SCAMBIO TERZO VALICO-GRONDA

E infatti come scrive sempre La Repubblica (Edizione Genova) del 31 ottobre “ogni verdetto ufficiale sulle infrastrutture arriverà solo al termine dell’ormai celebre valutazione costi-benefici. Però Toninelli mostra di avere già le idee chiare su quello che attende la Liguria, vale a dire Terzo Valico e Gronda. E se il primo è sostanzialmente troppo avanti per essere fermato, la seconda si può anche stoppare, visto che i cantieri devono ancora essere aperti e che l’assunto che regge (reggeva) la realizzazione era l’allungamento di quattro anni della concessone ad Autostrade”. Ma le cose stanno realmente così?

AUTOSTRADE PER L’ITALIA: PROGETTO GRONDA SUL TERRITORIO E’ GIA’ UNA REALTA’

Secca la replica di Autostrade per l’Italia sulle affermazioni del ministro (sulla Gronda “non esiste niente. Il progetto è fermo”): “Il progetto definitivo ha già ottenuto da tempo non solo le autorizzazioni urbanistiche e ambientali, ma anche la pubblica utilità preordinata agli espropri. Ad oggi sono stati completati gli espropri di 98 unità abitative, le cui famiglie stanno ultimando i propri trasferimenti; sono peraltro in corso le attività per la ricollocazione di oltre 30 unità produttive, di cui 27 già completate”. Insomma, i cantieri non saranno aperti ma le opere propedeutiche sono iniziate da tempo. “Tutte le aree di cantiere sono state acquisite in occupazione temporanea per oltre 270.000 mq e sono stati formalizzati oltre il 60% degli accordi per la rimozione delle interferenze – ha aggiunto Autostrade -. Il progetto Gronda è stato avviato agli inizi degli anni 2000 ed è passato attraverso anni di studi e analisi, anche di costi-benefici. Nel 2009 è stato oggetto del primo dibattito pubblico mai tenutosi in Italia, durato oltre 6 mesi e conclusosi con il favore del territorio, che ne attende ora la realizzazione. Il solo progetto esecutivo, di cui si attende la imminente approvazione per poter partire con le attività di predisposizione degli scavi, conta ben 12.000 tavole. A riprova della completezza e concretezza del progetto. Ad oggi Autostrade per l’Italia resta in attesa solo del via libera da parte del MIT – ritenuto dovuto ed imminente – del progetto esecutivo per avviare i lavori di realizzazione”.

MONDO DELLE IMPRESE IN CAMPO PER DIRE SI ALLE GRANDI OPERE

Anche il mondo delle imprese, intanto, è sceso in campo a sostegno delle infrastrutture come riporta sempre La Repubblica. “’Rimettere in discussione Tav e Terzo Valico è un colpo mortale alle possibilità di sviluppo del Nordovest, delle sue imprese, dei suoi occupati, della possibilità di realizzare una migliore coesione sociale’ spiegano in una lettera congiunta i presidente di Assolombarda, Unione industriali di Torino e Confindustria Genova a nome di 545mila imprese. Chiedono alla politica nazionale e locale ‘di smettere veti ideologici buoni forse in campagna elettorale ma dai quali deriva solo un aggravarsi del ritardo e dei costi logistici che frenano le imprese del Nordovest’. A firmare l’appello, ‘un grande appello alla responsabilità sul futuro del nostro Paese’ in queste ore ‘decisive per le scelte del nuovo governo e dei territori’ sono i presidenti di Assolombarda, Carlo Bonomi, dell’Unione industriali di Torino Dario Gallina e di Confindustria Genova, Giovanni Mondini. Tav e Terzo Valico ‘sono fondamentali e interconnesse – scrivono – Il Terzo Valico sull’asse verso il Centro Europa, abbatte il vantaggio finora conseguito dai porti nordeuropei sul primo porto commerciale container d’Italia’”.

Chi sono e cosa faranno i nuovi vertici dei tg Rai

I graffi di Damato

Sarei umanamente e professionalmente grato a Luigi Di Maio, ma anche a Matteo Salvini, se evitassero di applicare alla Rai, dopo le nomine effettuate dal Consiglio di Amministrazione dell’era gialloverde, la stessa denominazione data all’accidentata manovra finanziaria del loro governo.

Non siamo approdati alla Rai “del popolo”, come si è detto appunto della manovra, dalla Rai  “dei partiti”, come l’azienda radiotelevisiva di Stato è stata definita, a torto o ragione, nella lunga stagione della lottizzazione. Così la chiamò all’esordio l’indimenticato e indimenticabile Alberto Ronckey. Che da “ingegnere” -come l’aveva definito con affettuosa ironia sull’Unità Fortebraccio quando ancora Alberto dirigeva La Stampa, lacerandosi ogni notte davanti agli errori che scopriva leggendone le prime copie- ad ogni sfornata di nomine  nel palazzone di viale Mazzini sapeva distinguerne il colore politico: un precursore, nel campo dell’informazione radiotelevisiva, di Massimiliano Cencelli. Il cui “manuale” fu adottato dalle correnti della Dc per distribuirsi le cariche, di partito e di governo e sottogoverno dopo ogni congresso o crisi ministeriale.

Ronckey, in verità, commentava le nomine dall’alto, in editoriali dove non faceva nomi. Ma parlandone con lui, mi resi conto che conosceva quel mondo a menadito.

Se poi Di Maio avrà trovato la disinvoltura di parlare di “Rai del popolo” dopo che avrò finito di scrivere queste righe, me ne farò una ragione. Ma il popolo non c’entra per nulla, è chiaro. Siamo rimasti alla Rai dei partiti, in una versione tuttavia peggiorata rispetto al passato, recente e non. Siamo approdati alla Rai del governo, perché accordo, spartizione e quant’altro sono stati raggiunti fra i soli partiti della maggioranza, almeno a livello dei telegiornali, perché una traccia di opposizione si trova solo alla direzione della radio, dove è stato trasferito Luca Mazzà, il direttore uscente del Tg3, l’ex lontano Telekabul di Alessandro Curzi.

Non si era mai visto, francamente, nulla di simile, forse neppure ai tempi della Rai del pur storico direttore generale Ettore Bernabei, l’uomo di fiducia di Amintore Fanfani. Sotto la cui ferma regìa  il cosiddetto pluralismo nel settore dell’informazione si esauriva nel perimetro della Dc, ma con poche -debbo aggiungere- e fortunate eccezioni professionali a sinistra dello scudo crociato, mai comunque a livello direttivo.

Le forme saranno pure state salvate, con le nomine proposte formalmente al Consiglio dall’amministratore delegato Fabrizio Salini, ma non sono state per niente salvate nelle trattative fra i due soli partiti che si sono arrogati il ruolo di “editori di riferimento” dei telegiornali. Così una volta scappò di dire con onestà a Bruno Vespa parlando del tg 1 che dirigeva e della Dc che ve lo aveva mandato premiandone, per carità, le indubbie doti e competenze professionali. Di cui egli dà ancora prova nel salotto televisivo di Porta a Porta, promosso da Giulio Andreotti a “terza Camera”, dopo quelle decisamente più affollate di Montecitorio e di Palazzo Madama.

Con i tempi che corrono, e con la conoscenza che ho della Rai, non foss’altro per avervi per qualche anno collaborato, apprezzandone il personale molto più di quanto abbia mostrato anche di recente Di Maio parlandone come di una folla di “raccomandati” e “parassiti”, temo di dover rimpiangere la vecchia lottizzazione. Che ha regalato al pubblico, almeno per i miei gusti, e grazie proprio alla presenza dell’opposizione, la terza rete di Angelo Guglielmi.

D’altronde, mi è già accaduto di fronte alle convulsioni del Pd, dove il cosiddetto fuoco amico è superiore spesso a quello del nemico, di rimpiangere il “centralismo democratico” di memoria togliattiana.

Nonostante queste premesse, vorrei fare gli auguri di buon lavoro ai nuovi direttori dei telegiornali della Rai: Giuseppe Carboni al Tg1, Gennaro Sangiuliano al Tg 2, Giuseppina Paterniti al Tg 3 e Alessandro Casarin ai telegiornali regionali.

Pur nominati nel peggiore o più vecchio dei modi, come preferite, essi meritano il credito che impone la loro professione. Sono sicuro che una cartolina di auguri gliel’avrebbe mandata anche il mio vecchio amico e compianto Andrea Barbato.

Il loro successo dipenderà dalla misura in cui sapranno affrancarsi dal bicolore gialloverde che le circostanze, diciamo così, hanno voluto che li selezionasse. Voglio ignorare le diverse tonalità  del gialloverde con cui sono stati descritti nella cronache delle trattative politiche che hanno preceduto la loro nomina per rendere i miei auguri non di circostanza, ma autentici.

 

 

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

Tagli alla difesa e arriva Centrale per opere pubbliche. Ecco il testo della Manovra bollinata

Spese militari ridotte, fondi decurtati alle Regioni che non tagliano i vitalizi, salta il Fondo per le politiche della famiglia e arriva la Centrale per la progettazione delle opere pubbliche. Sono alcune delle norme contenute nella bozza della Manovra, bollinata dalla Ragioneria di Stato, che Policy Maker è in grado di anticipare integralmente

TAGLIO ALLE SPESE MILITARI

“Le spese militari sono ridotte di euro 60 milioni annui a decorrere dall’anno 2019 e di ulteriori euro 531 milioni nel periodo dal 2019 – 2031”. È quanto si legge nell’ultima bozza della manovra, dove poi si specifica che “con apposito decreto, il ministro della Difesa di concerto con il ministro dell’Economia e delle finanze, entro il 30 gennaio 2019, ridetermina i programmi di spesa dei settori interessati e le relative consegne”.

ATTENZIONE ALLE REGIONI

Le Regioni che non provvederanno al taglio dei vitalizi si vedranno decurtati i fondi nella misura dell’80%. Lo stabilisce l’articolo 75 dell’ultima bozza della manovra circolata. Sebbene accanto alla misura ci sia scritto “in attesa di valutazione politica”.

SALTA IL FONDO PER LE POLITICHE DELLA FAMIGLIA

Nell’ultima bozza della Manovra uscita dal vertice di ieri sera a Palazzo Chigi, salta la norma che era contenuta nella versione precedente e che incrementava di 100 milioni di euro a partire dal 2019 il Fondo per le politiche della famiglia.

ARRIVA LA CENTRALE PER LE OPERE PUBBLICHE

Dall’ultima bozza della Manovra arriva all’art. 17 la Centrale per la progettazione delle opere pubbliche, che opererà, in autonomia amministrativa, organizzativa e funzionale, sotto la responsabilità di un Coordinatore che ne dirige l’attività e può stipulare convenzioni. La Centrale, su richiesta delle amministrazioni centrali e degli enti territoriali interessati, si occupa della progettazione di opere pubbliche.

Sono alcune delle norme contenute nell’ultima bozza della Manovra, bollinata dalla Ragioneria di Stato e inviata al Quirinale, che Policy Maker è in grado di anticipare integralmente (qui il testo integrale)

Decreto sicurezza. M5S vicino ad una resa dei conti interna, ecco chi sono i dissidenti

I dissidenti grillini verso il non voto sul decreto voluto da Salvini rischiano di mettere in crisi l’asse M5s-Lega. Si passerà alle espulsioni come nella scorsa legislatura?

Dopo la vicenda Tap il Movimento 5 Stelle non è più lo stesso. Ad ammetterlo per la prima volta il suo leader Luigi Di Maio che evoca via blog la figura del “Movimento-testuggine” prendendo in prestito scenari da Roma antica e chiedendo unità di fronte agli attacchi esterni ma soprattutto interni che arrivano per la prima volta all’esecutivo giallo-verde. Troppe le concessioni rimprovera la base: prima l’Ilva, poi la Tap ora la Tav che i pentastellati si sono affrettati a rimettere in discussione.

DECRETO SICUREZZA A RISCHIO

A farne le spese subito potrebbe essere il decreto sicurezza di Salvini: “I dissidenti grillini – come scrive Il Giornale – avrebbero intenzione di non partecipare al voto. Una scelta che potrebbe inguaiare e non poco la Lega ma che di fatto potrebbe mettere in discussione la tenuta della stessa maggioranza e del governo. Al Senato M5s e Lega hanno una maggioranza con 167 senatori, solo sei in più rispetto al “magic number” 161. Già tra i pentastellati si contano quattro firmatari degli emendamenti che possono mettere a rischio il Dl Salvini. I nomi di questi grillini sono ormai noti: Paola Nugnes, Gregorio De Falco, Elena Fattori e Matteo Mantero. Ma a quanto pare potrebbero essere più di quattro i componenti della fronda a palazzo Madama. Un problema non da poco per la maggioranza e soprattutto per il Movimento Cinque Stelle sempre più logorato dalle correnti”.

“STIAMO FACENDO COME IL PD”

Proprio la Nugnes all’Huffington Post respinge qualsiasi accusa al richiamo all’unità di Di Maio: “Per anni abbiamo criticato il Pd. Li vedevamo in Aula che si piegavano ai diktat di Matteo Renzi, che annullava il senso del Parlamento. E noi oggi stiamo facendo come loro”. Aggiungendo: “’Non posso votare la fiducia se il testo rimane questo’. Se sarà espulsa si opporrà? Farà ricorso? ‘No, perché io sono una donna di pace’”.

‘PUNIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO’

Elena Fattori, come racconta La Repubblica, sarebbe invece già sul tavolo dei probiviri: “Una delle soluzioni pensate dai vertici è il solito ‘punirne uno per educarne cento’ che nella scorsa legislatura non ha però portato bene” visto che “tra espulsioni e defezioni il gruppo M5s aveva perso 40 persone”. Mentre un altro fronte si è aperti con la presidente della  commissione finanze della Camera Carla Ruocco che ha tuonato contro il decreto Fiscale nel quale vorrebbe inserire il carcere per gli evasori sparito dal testo. “Il leader M5s quasi a risponderle – scrive sempre La Repubblica – appoggia la candidatura di Marcello Minenna – considerato vicino a Ruocco – alla presidenza della Consob”.

GLI ALTRI BIG SUL FILO

“Un altro ‘big’ grillino su cui pende una spada di Damocle è il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli, che per via delle sue tante gaffes molti danno per dead man walking, ovvero prossimo a essere silurato in un eventuale rimpasto di Governo prima delle elezioni europee – scrive invecce Affari Italiani -. Quanto alle donne, Roberta Lombardi, un tempo dea ex machina del M5s e terza fra cotanto senno dopo Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, è ormai stata allontanata dalle stanze del potere che contano e relegata in Regione Lazio a reggere indirettamente la maggioranza risicata del governatore Nicola Zingaretti. Mentre la sua nemica sindaca romana Virginia Raggi è in bilico per vicende giudiziarie e per problematiche di amministrazione capitolina, tanto che il m5s potrebbe essere pronto a scaricarla definitivamente in caso di condanna per falso in atto pubblico”.

PRONTI A ENTRARE IN SCENA

Sullo sfondo rimangono le figure di Alessandro Di Battista, ancora alle prese con il suo semestre sabbatico ma pronto a tornare in prima linea e il presidente della Camera, Roberto Fico che già ha evidenziato i suoi distinguo dai vertici di governo in più di un’occasione.

Tutti i dettagli della visita di Matteo Salvini in Qatar

Ecco alcuni dei temi al centro della visita del vicepremier Matteo Salvini in Qatar che supera le recenti posizioni della Lega critiche con il regime di Doha. L’approfondimento di Marco Orioles

Che cosa unisce e che cosa divide i governi di Roma e Berlino

I graffi di Damato

Un’altra lettera da Bruxelles sui conti italiani

“Il debito pubblico italiane rimane una vulnerabilità cruciale” e “fonte di preoccupazione per l’area euro”

La Commissione Europea ha inviato al ministero dell’Economia e delle Finanze una nuova lettera (qui il testo) in cui chiede di fornire lumi sul debito italiano e sul “netto contrasto” tra l’espansione di bilancio prevista per il 2019 e “l’aggiustamento di bilancio raccomandato dal Consiglio”.

MEF: SI TRATTA DI UNA “RELAZIONE SUI COSIDDETTI ‘FATTORI RILEVANTI’

Come spiega lo stesso Mef si tratta di una “relazione sui cosiddetti ‘fattori rilevanti’ che possano giustificare un andamento del rapporto Debito/Pil con una riduzione meno marcata di quella richiesta”. Tale relazione, prevista nelle procedure che governano la regola del debito, “dovrà essere trasmessa entro il prossimo 13 novembre”. La lettera che chiede chiarimenti, “pervenuta al Mef anche negli anni passati – ricorda il dicastero -, giunge a seguito della ‘opinione’ sul Documento Programmatico di Bilancio (DPB) 2019 adottata dalla Commissione il 23 ottobre scorso. La risposta del Mef, alla luce della quale si giustificherà la traiettoria di discesa del rapporto Debito/PIL indicata nel DPB, sarà inviata a Bruxelles rispettando la scadenza indicata”.

“IL DEBITO PUBBLICO ITALIANE RIMANE UNA VULNERABILITÀ CRUCIALE” E “FONTE DI PREOCCUPAZIONE PER L’AREA EURO”

Ma cosa c’è scritto esattamente? “Il debito pubblico italiane rimane una vulnerabilità cruciale” e un “debito pubblico così elevato limita lo spazio di manovra del governo per spese più produttive a beneficio dei suoi cittadini. Date le dimensioni dell’economia italiana, è anche fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso”. “L’Italia ha notificato a Eurostat un debito lordo delle amministrazioni pubbliche per il 2017 pari al 131,2% del Pil, confermando così che l’Italia non ha compiuto progressi sufficienti verso il rispetto del parametro di riferimento relativo all’adeguamento del rapporto debito/Pil nel 2017”. Non solo. “Il Dpb 2019 prevede una leggera diminuzione del rapporto debito/pil dal 131,2% del Pil nel 2017 al 130,9% nel 2018 e al 130,0% nel 2019. La diminuzione del rapporto debito/pil è poi attesa continuare, fino al 126,7% del Pil nel 2021. Nonostante la riduzione prevista del rapporto debito/pil, non si prevede che l’Italia soddisfi ‘prima facie’ il parametro di riferimento relativo all’adeguamento del rapporto debito/pil nel 2018 e nel 2019″ sulla base del documento programmatico di bilancio presentato dal governo italiano”. In sostanza, dunque, “questa traiettoria di bilancio, unita ai rischi al ribasso per la crescita del Pil nominale – si legge – sarà incompatibile con la necessità di ridurre in maniera risoluta il rapporto debito/Pil dell’Italia”.

LA PRECEDENTE LETTERA UE

La lettera ribadisce, di fatto, quanto già scritto dalla Commissione Ue nella prima valutazione alla manovra italiana quando riscontrò un’inosservanza “particolarmente grave della raccomandazione in materia di bilancio” aggiungendo che “un’espansione fiscale vicina all’1% del Pil”, mentre il Consiglio aveva raccomandato un aggiustamento di bilancio, “e le dimensioni della deviazione (un divario dell’1,4 % circa del Pil pari a 25 miliardi di euro)” non trovavano riscontro “nella storia del patto di stabilità e crescita”.

CONTE RIBADISCE IL 2,4% NEL RAPPORTO DEFICIT/PIL

Il premier Giuseppe Conte ha però ribadito per l’ennesima volta l’intenzione di non cambiare una virgola del testo. Durante il vertice di ieri a palazzo Chigi con il ministro dell’economia Giovanni Tria, i sottosegretari Massimo Garavaglia e Laura Castelli, e i tecnici del Mef per chiudere definitivamente il testo è stata confermata l’impostazione del 2,4% nel rapporto deficit/Pil. Mentre oggi il ministro Tria ha incontrato a Berlino il suo omologo tedesco Olaf Scholz. Al centro delle discussioni la preparazione della riunione dei Ministri Finanziari dell’Eurogruppo e dell’Ecofin che si terrà la settimana prossima a Bruxelles ma soprattutto la manovra di bilancio italiana: il Ministro Tria ne ha spiegato “la logica economica, che è puntata sulla crescita per ridurre il debito del Paese”.

Tap, decreto sicurezza, condono ad Ischia. Tutti i nodi al pettine di Luigi Di Maio

Il capo politico del M5S Luigi Di Maio, raggiunto da Policy Maker, minimizza. Ma la base (e alcuni parlamentari) rumoreggia. L’articolo di Alberto Ferrarese

Poco prima delle 13 Luigi Di Maio esce a piedi dal portone posteriore di Palazzo Chigi. Insieme a Pietro Dettori, uomo chiave del M5S molto vicino a Davide Casaleggio, attraversa piazza del Parlamento e si infila nel ristorante dove spesso si ferma a pranzo. È uno dei momenti più difficili da quando Di Maio è capo politico del Movimento 5 Stelle e vicepremier: la Puglia è in rivolta per il via libera al Tap, la base rumoreggia, tra i parlamentari aumentano le voci di chi chiede una correzione di rotta. All’uscita incrocia Policy Maker, ma dei 5 Stelle ha poca voglia di parlare. “Nulla di diverso da quello che succede sempre nel Movimento”, taglia corto. Ma la realtà è che i fronti aperti sono molti e lo stesso Beppe Grillo si è fatto sentire per avere informazioni. Questa sera Di Maio riunirà i gruppi, per tentare di ricompattare il suo esercito prima che entrino nel vivo i lavori parlamentari sugli atti più significativi dell’esecutivo Conte. “Il problema – spiega una fonte di governo M5S – è che non si tratta di difficoltà contingenti. La verità è che i nodi stanno venendo al pettine, sia all’interno del Movimento che nei rapporti con la Lega. E affrontarli ora, al governo, è molto complesso”.

TUTTA COLPA DEL TAP

Per il Movimento 5 Stelle la questione Tap è stata un bagno di sangue. Che bloccare l’opera fosse affare complicatissimo lo si sapeva da sempre, ma nonostante questo in campagna elettorale Alessandro Di Battista era arrivato a dire che “lo blocchiamo in 15 giorni”. E invece, alla fine dell’analisi costi-benefici che Conte cita sempre, è stato detto che la marcia indietro non si può fare. “Abbiamo sbagliato – ammette un pentastellato -. Ci siamo fatti travolgere dalla rabbia senza governare le prevedibili proteste. Da un giorno all’altro siamo passati dal dire ‘lo possiamo fermare’ a essere completamente spariti. La comunicazione non ha funzionato: avremmo dovuto preparare il terreno. La reazione ci sarebbe stata comunque, ma forse sarebbe stata meno potente”. Per questo, sulla Tav, si cerca di non ripetere lo stesso errore. In questa direzione vanno l’atto approvato ieri dal Consiglio comunale di Torino, ma anche le dichiarazioni di Danilo Toninelli e Di Maio, che puntano a trattare con la Francia. L’obiettivo è che se non si potrà fermare l’opera, almeno si dovrà mostrare di aver fatto tutto il possibile.

IN ATTESA DEL 5 NOVEMBRE

In questa situazione di difficoltà si avvicinano alcune scadenze delicatissime in Parlamento, dove domani arriverà la Manovra. Le difficoltà principali potrebbero riguardare il decreto sicurezza, in aula al Senato dal 5 novembre. Matteo Salvini ha chiesto garanzie che non ci siano scherzi su un provvedimento che per il Carroccio è fondamentale. A Palazzo Madama i giallo-verdi sono 6 voti sopra la maggioranza assoluta. I ‘dissidenti’ sono quattro: Gregorio De Falco, Elena Fattori, Matteo Mantero e Paola Nugnes, che ha già annunciato il suo voto contrario. Ma i ‘malpancisti’ secondo fonti pentastellate, potrebbero essere una decina, che potrebbero magari venire fuori nel voto segreto sull’eventuale (e possibile) voto di fiducia. L’approvazione del dl non sarebbe a rischio, anche perchè arriverebbe il soccorso di Fratelli d’Italia, ma la sconfitta politica sarebbe bruciante.

INFINE IL DL FISCALE

E poi c’è la questione del decreto fiscale. Di Maio cerca una tregua con Carla Ruocco che la scorsa settimana, insieme al senatore Elio Lannutti, aveva dato voce al dissenso, chiedendo di cancellare quelle norme che non sono in linea con i “valori” originari del Movimento. Come segno di buona volontà il capo politico del Movimento sostiene per la presidenza della Consob Marcello Minenna, caldeggiato dalla stessa Ruocco. Ma non è detto che basti, anche perché tra dl fiscale, manovra e collegati i punti di tensione con gli alleati leghisti possono essere molteplici.

Sullo sfondo c’è poi la data del 10 novembre, giorno della sentenza nel processo a carico di Virginia Raggi. Se la sindaca fosse condannata e si dimettesse, si aprirebbe un nuovo, grave, problema politico nel Movimento e forse anche nel rapporto con la Lega.

Manovra. Società pubbliche salvate dal “taglia-partecipate” della Madia

Cambia la norma “taglia-partecipate” prevista dalla Legge Madia. Le società pubbliche partecipate che nell’ultimo triennio abbiano conseguito utile, non saranno alienate

Come si è concluso il caso Consip

I graffi di Damato

Finanza. Il vero esame da superare sono i prossimi stress test per le banche

L’articolo di Alberto Ferrarese

Non usciranno né promossi né bocciati dagli stress test sulle banche europee i cui risultati saranno comunicati venerdì. Ma il giudizio potrebbe arrivare dal mercato, che comunque, al momento, sembra vivere con relativa tranquillità la situazione italiana (oggi lo spread è in calo sotto i 300 punti, dopo il giudizio di Standard & Poor’s arrivato venerdì).

A differenza del passato, l’esercizio Eba, l’Autorità di vigilanza europea, non conterrà indicazioni su necessità di aumenti di capitale, ma i risultati serviranno alla Bce per la redazione dello Srep (Supervisory review and evaluation process), una valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. A quel punto Francoforte potrebbe indicare alle banche in difficoltà azioni di rafforzamento da intraprendere. Da lì potrebbero emergere difficoltà per il governo. “Se serve una ricapitalizzazione delle banche noi ci siamo”, ha assicurato nei giorni scorsi il vicepremier Matteo Salvini. Ma il governo non ha poi spiegato in che modo e con quali risorse intende farlo. Senza poi contare il problema “politico” che un intervento pubblico sugli istituti di credito comporterebbe in una maggioranza già alle prese con tensioni su vari fronti.

L’ITALIA ALLA PROVA DELLO STRESS TEST

Lo stress test simulerà la tenuta degli istituti di credito nel caso di un ipotetico scenario avverso di una caduta del Pil, rispetto allo scenario base, dell’8,3% (il più alto inserito nei test fino a oggi) nel triennio 2018-2020, con gli shock correlati, come aumento della disoccupazione e dei tassi di interesse. A questo proposito è curioso rilevare che lo stress test ipotizza per l’Italia un aumento dei tassi nel 2018 a 3,30 sul decennale, una quota che sostanzialmente già è realtà. Per l’Italia sotto esame ci sono Ubi, UniCredit, Intesa e Bpm, mentre Mps è stata esentata perché sotto ristrutturazione.

TUTTE LE CONSEGUENZE

“Non ci sarà un effetto immediato – spiega un analista – perché non ci saranno prescrizioni, però è prevedibile una reazione dei mercati. In presenza di istituti molto indeboliti dallo stress test gli investitori potrebbero vendere i titoli di quelle banche”. Però al momento i mercati stanno guardando all’Italia in modo “benevolo” con uno spread che dopo aver passato, nei giorni scorsi, quota 300 si è stabilizzato per poi addirittura scendere e un buon andamento dell’asta . “Quello dello spread – spiega l’analista – è in realtà un falso problema. Per l’Italia è impossibile che si ripeta la situazione del 2011, con lo spread alle stelle, per una serie di motivi. Il primo è che allora c’era un forte deficit nelle partite correnti, mentre oggi il saldo è in attivo. Poi allora il debito era per almeno il 50% in mano ad investitori esteri, mentre oggi la quota è intorno al 30%. E poi lo spread aveva anche una motivazione ‘tecnica’. Il rendimento del Bund scendeva per effetto della crisi internazionale e anche se il Btp era fermo il differenziale aumentava”.

INTANTO TRA LEGA E M5S

Poi, certo, ci sarà da vedere come procederà la trattativa tra Italia e Ue sulla legge di Bilancio. La Lega è in pressing sul M5s per “ammorbidire” il tetto del 2,4% nel rapporto deficit/Pil, ma su questo la partita interna alla maggioranza è ancora tutta da giocare.

Ecco l’ultima bozza della Manovra

Sono 115 gli articoli nell’ultimo testo della Manovra che Policy Maker ha visionato e che dovrebbe approdare in Parlamento al massimo entro mercoledì. Molte le novità

Tap. Le vere motivazioni del dietrofront del M5S

Tap si farà, i 5 Stelle deludono l’elettorato. Annarita Digiorgio smonta le motivazioni addotte da Di Maio e colleghi pentastellati

Ecco i fondi del Cipe per Intelligenza artificiale, Blockchain e Wi-fi

Su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico nell’ultimo Cipe 100 milioni di Euro sono stati destinati per lo sviluppo del Wi-Fi e le tecnologie emergenti (Intelligenza artificiale, Blockchain, Internet delle cose)

È arrivato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 19 ottobre, il Piano nazionale di ripartizione delle frequenze (P.N.R.F.) tra 0 e 3.000 Ghz per l’uso efficiente dello spettro e la transizione alla tecnologia 5G. Scopo del decreto, firmato dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio lo scorso 5 ottobre è “stabilire, in ambito nazionale e per il tempo di pace, l’attribuzione ai diversi servizi delle bande di frequenze oggetto del piano, di indicare per ciascun servizio nell’ambito delle singole bande l’autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze, nonché le principali utilizzazioni civili”. (qui il decreto)

L’OBIETTIVO? PIANIFICARE LE FREQUENZE

Il P.N.R.F. (qui l’appendice al piano) rappresenta un vero e proprio piano regolatore delle frequenze (qui la Tabella di attribuzione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze) che consente di verificare, come detto, l’efficiente utilizzazione dello spettro radio, al fine di riorganizzare la risorsa spettrale tra i servizi di radio e di gestire al meglio gli eventuali contenziosi con i Paesi frontalieri. Obiettivo ultimo del Piano, come ha chiarito lo stesso Mise “è di pianificare, in ambito nazionale e in tempo di pace le attribuzioni ai diversi servizi delle bande di frequenze oggetto del piano, indicare per ciascun servizio, nell’ambito delle singole bande, l’autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze, nonché le principali utilizzazioni civili; verificare l’efficiente utilizzazione dello spettro, al fine di liberare risorse per il settore televisivo e di gestire al meglio gli eventuali contenziosi con i Paesi frontalieri”.

SPAZIO ANCHE AL 5G

Il Pnrf recepisce di fatto nella legislazione nazionale il Regolamento delle radiocomunicazioni che viene periodicamente modificato dagli atti finali delle “Conferenze mondiali delle radiocomunicazioni” (Wrc), l’ultima delle quali si è tenuta a Ginevra nel 2015. Recepisce inoltre i provvedimenti approvati dalla Unione Europea (obbligatori) ed i provvedimenti della Cept (Conferenza europea delle poste e telecomunicazioni), se ritenuti necessari in quanto questi vengono implementati su base volontaria. L’aggiornamento del PNRF è uno dei compiti istituzionali del Mise-DGPGSR, sancito anche dal Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (d. lgs. 31 luglio 2005, n. 177) e l’attuale Piano è stato redatto sulla base dell’articolo 5 del Regolamento delle radiocomunicazioni. Ciò anche per stabilire la riduzione della banda destinata alle trasmissioni televisive a favore dei nuovi sviluppi delle reti di comunicazione mobile senza fili (5G). Infatti, per quanto riguarda l’assegnazione delle frequenze, è stato approvato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, con delibera n. 290/18/Cons del 27 giugno 2018, il nuovo Piano Nazionale di Assegnazione delle Frequenze (Pnaf 2018). Si è poi conclusa il 2 ottobre 2018, con un ammontare totale di offerte per più di 6,55 miliardi di euro, la procedura per l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze per il 5G, che era stata avviata il 13 settembre. (qui il documento di consultazione della Camera).

MISE: 100 MILIONI DI EURO PER WI-FI E TECNOLOGIE EMERGENTI

Proprio all’interno del settore sono stati rimodulati una serie di fondi nel corso della seduta d’insediamento del CIPE del 25 ottobre. Su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico 100 milioni di Euro sono stati destinati per lo sviluppo del Wi-Fi e le tecnologie emergenti (Intelligenza artificiale, Blockchain, Internet delle cose). In particolare, sono stati dirottati 95 milioni di Euro (5 milioni erano già previsti) per sviluppare tecnologie emergenti e in favore della diffusione capillare del wi-fi sul territorio nazionale, in linea con il mandato volto all’innovazione e alla centralità della rete voluto dal Ministro Luigi Di Maio. Queste risorse erano state originariamente destinate (con delibera n. 105 del 22 dicembre 2017) per un importo complessivo fino a 60 milioni di euro per il cofinanziamento di progetti di ricerca, sperimentazione, realizzazione e trasferimento tecnologico aventi ad oggetto l’applicazione della tecnologia 5G a beni e servizi di nuova generazione promossi dalle regioni coinvolte nel progetto di sperimentazione pre-commerciale del 5G posto in essere dal Mise; per un importo complessivo fino a 35 milioni di Euro al cofinanziamento di progetti promossi dalle altre regioni, altri Dicasteri o Enti pubblici di ricerca, per lo sviluppo dei servizi di nuova generazione; infine per un importo complessivo di 5 milioni di Euro destinato allo sviluppo della fase II del progetto wifi.italia.it.

MENO RISORSE ALLA SPERIMENTAZIONE DEL 5G ORMAI IN FASE PRE-COMMERCIALE

In sostanza, come chiarisce lo stesso dicastero, “alla luce della fase ormai avanzata dei progetti di sperimentazione pre-commerciale 5G, non ritenendo più attuale l’esigenza di impegnare le risorse assegnate ai progetti di ricerca e sperimentazione” il ministero dello Sviluppo economico” ne ha richiesto “la rimodulazione, per un totale di 95 milioni di Euro fatti salvi eventuali impegni di spesa già perfezionati, a favore di progetti volti a favorire la diffusione dei servizi in Wi-Fi sul resto del territorio nazionale, ad incentivare la ricerca e lo sviluppo nelle tecnologie emergenti (Blockchain, Intelligenza Artificiale, Internet delle cose) e, in generale, a perseguire gli obiettivi del Piano BUL”. L’intervento destinato allo sviluppo della fase II del progetto wifi.italia.it. “è già in fase di realizzazione in seguito all’emanazione di un apposito decreto da parte del Ministro Luigi Di Maio, per il tramite di Infratel Italia s.p.a, società interamente partecipata da Invitalia, con riferimento ai comuni interessati dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016 e, in via residuale, in tutti gli altri comuni con popolazione inferiore ai 2000 abitanti. Tale linea di intervento sarà ulteriormente rafforzata utilizzando le risorse destinate dalla recente delibera Cipe”, conclude il Mise.

L’AGCOM bacchetta i partiti: servono regole per la partecipazione online

È il richiamo del Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello
“È opportuno stabilire regole che disciplinino la partecipazione politica anche online e che consentano di constatarne rapidamente la correttezza. Agcom sta lavorando in questo senso”. Lo ha detto il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello, intervenendo oggi al dibattito su “Comunicazione politica e piattaforme online” nell’ambito del Seminario congiunto promosso a Roma da Agcom ed Eurovisioni su “Le riforme dell’audiovisivo in Europa: quali conseguenze per l’industria dei media”.

IL DISCORSO POLITICO È SOGGETTO A UN EPOCALE CAMBIAMENTO, CONTRAENDOSI IN CINGUETTII DI 140 CARATTERI O NEI POST DI FACEBOOK

“Nel mondo iperconnesso della comunicazione 4.0, in cui i giornalisti sostituiscono penna e calamaio con tastiera e cellulare, anche il discorso politico è soggetto a un epocale cambiamento, contraendosi in cinguettii di 140 caratteri o nei post di Facebook”, ha ricordato Martusciello. “La conseguenza – ha aggiunto – da un lato è il diffondersi della democrazia partecipativa, dall’altro la creazione di una sorta di campagna elettorale permanente, talvolta frutto di tecniche manipolative e propagandistiche come avvenuto nei recenti appuntamenti elettorali”.

MARTUSCIELLO HA MESSO IN GUARDIA SUI PERICOLI DI UNA POSSIBILE ESCLUSIONE DA FORME DI PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA ONLINE

“Una circostanza preoccupante se consideriamo che, con specifico riferimento al ranking dei mezzi che vengono utilizzati per informarsi sui temi della politica, Internet è risultata il secondo mezzo (dopo la tv) per formare le scelte politico-elettorali, privilegiata da ben il 34% degli aventi diritto al voto – ha ricordato il Commissario -. Certo la Rete consente sicuramente una positiva interazione personale tra cittadino e politico – ha proseguito – ma non possiamo negare alcune difficoltà”. Richiamando i dati del Digital Economy and Society Index 2018, Martusciello ha messo in guardia sui pericoli di una possibile esclusione da forme di partecipazione democratica online, affermando che “una rilevante fetta della popolazione non utilizza i servizi Internet e ha scarse competenze digitali”.

IL RISCHIO CHE SI PALESA “È QUELLO DI DAR FORMA ALLA ‘DEMOCRAZIA DEI CREDULONI’

Passando poi agli aspetti più propriamente economici, Martusciello ha rilevato come il ‘Platform Capitalism’, fondato essenzialmente sull’estrazione, l’aggregazione e l’analisi di dati, se può rendere le piattaforme in grado di indirizzare il cittadino verso un ‘prodotto’ (anche politico) con un grado di analisi più dettagliato, potrebbe anche giungere a rilevare la propensione dell’individuo a un’ideologia o un comportamento. “In assenza di quella che potremmo definire una telematica trasparente, l’uso ambiguo delle tecnologie può produrre forme di partecipazione molto fragili”, ha sottolineato, precisando però come non sia il mezzo in sé, ma il modo con cui viene utilizzato a rendere questo utile o dannoso. Dinanzi a questi eventi il rischio che si palesa “è quello di dar forma alla ‘democrazia dei creduloni’”. Per questo motivo occorrono interventi legislativi nazionali e sovranazionali adeguati.

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