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Preferenze legge elettorale

Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia: chi vuole le preferenze, chi no e perché

Fratelli d’Italia, con l’appoggio di Noi Moderati, spinge per inserire nella riforma elettorale le preferenze, mentre Lega e Forza Italia (che ora esce allo scoperto) vorrebbero mantenere le liste bloccate. Ma quali sono le vere ragioni dell’uno e dell’altro fronte?

Espunto dall’accordo di maggioranza, lo spauracchio delle preferenze mina le intese tra alleati sulla legge elettorale. Ma perché Lega e Forza Italia non le vogliono? E perché invece Fratelli d’Italia ci tiene così tanto?

LO SCONTRO NELLA MAGGIORANZA

Se la contrarietà della Lega era nota da tempo, fino a ieri Forza Italia s’era mantenuta sul vago. Poi il segretario e vicepremier Antonio Tajani ha rotto la riserva: “L’accordo complessivo sulla legge elettorale non prevede le preferenze”. Per tutta risposta Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione interna di Fratelli d’Italia, ha ribadito l’intenzione di proporre un emendamento in Aula per reintrodurle.

Uno scontro che dice molto del momento che stanno vivendo i partiti di maggioranza, terrorizzati dall’avanzata di Vannacci – che non a caso si dice favorevole alle preferenze – e alle prese con la messa in discussione delle leadership di Matteo Salvini e Antonio Tajani.

I TIMORI DI SALVINI E L’OMBRA DI ZAIA

Con le preferenze contano molto la notorietà personale, le reti territoriali e le macchine elettorali locali. In teoria, pane per i denti della Lega, che ha in Luca Zaia – ma non solo – un vero e proprio campione delle urne.

Tuttavia, il Carroccio non vive un momento facile, anche nei suoi feudi storici. In Lombardia il caso Vigevano e i cambi di casacca in Consiglio comunale dimostrano la presa che può avere Futuro Nazionale sui transfughi. E persino in Veneto perde pezzi: addirittura, come riporta il Foglio, nel nuovo Consiglio comunale di Venezia la Lega non esiste più. Paradossalmente il Carroccio se la passa meglio altrove – leggasi in proposito, sempre sul Foglio, lo sfogo di Simonetta Matone, che non ne vuole sapere del ritorno alle origini nordiste.

Da settimane e probabilmente fino al ritiro di Treviso, il tormentone sarà la redistribuzione dei ruoli interni: si parla di ruoli ad hoc per Zaia o chi per lui (la vicesegreteria?), se sdoppiare il partito (il modello Cdu-Csu che sembra oggi scartato?), se istituire una cabina di regia territoriale.

Varie ed eventuali che puntano tutte a una questione fondamentale: togliere potere a Salvini, accusato di una strategia fallimentare – imbarcare Vannacci, ora nemico pubblico numero uno – e restituirlo alla base nordista. Centralità che il segretario, subodorando il golpe dei suoi, non vuole assolutamente cedere. E per questo motivo si tiene stretta l’esclusiva sull’indicazione dei candidati.

TAJANI, IL FRONTE “LIBERAL” E LE SPINTE CENTRIFUGHE

Capitolo Forza Italia. Anche qui il segretario Antonio Tajani non se la passa benissimo. Dopo la riorganizzazione dei capigruppo, la corrente “liberal” è attivissima, fomentata dalla contrapposizione ideologica con Futuro Nazionale, con Vannacci che non perde occasione per evidenziare il ruolo ambiguo di Marina Berlusconi e quindi, per converso, lo scarso peso del segretario nella gestione interna. Una nuova sferzata è arrivata pochi giorni fa da Strasburgo, con la revoca dell’immunità al capogruppo degli eurodeputati forzisti (e segretario campano) Fulvio Martusciello, in relazione al Huaweigate. Anche sul suo conto s’era paventata una possibile sostituzione: chissà che questa non possa essere la volta giusta.

Per tenere ferme le redini del partito, sempre più inquieto, Tajani ha dato il via a una massiccia campagna di tesseramento e a una stagione di congressi regionali e provinciali, ma in entrambi i casi è andato incontro a ostacoli di ogni tipo da parte degli esponenti locali.

Il caso più emblematico di spaccatura interna è probabilmente quello siciliano, dove imperversa Giorgio Mulè e dove il recente rimpasto varato da Renato Schifani sembra prodotto l’effetto opposto rispetto a quello sperato dai suoi compagni di partito, acuendo i malcontenti. Non va meglio in Lombardia, Puglia e Marche, mentre Piemonte e Calabria sono in mano ai maggiori competitor di Tajani, Cirio e Occhiuto. Insomma, con le preferenze c’è il rischio concreto che Tajani perda definitivamente il controllo del partito, favorendo l’avanzata dei liberal.

PERCHÉ FRATELLI D’ITALIA VUOLE LE PREFERENZE

E allora perché Fratelli d’Italia insiste? Il motivo è molto semplice. Negli ultimi anni il partito è passato da forza relativamente piccola a principale partito della coalizione di centrodestra. Ha costruito una rete di amministratori, consiglieri regionali e dirigenti locali molto più ampia rispetto al passato. In un sistema con preferenze, questi candidati possono trasformare il proprio consenso locale in voti personali, senza contare che, essendo il traino della coalizione, può sperare di ottenere una quota maggiore di eletti rispetto a un sistema più controllato dalle trattative tra partiti.

Inoltre l’argomento delle preferenze è uno dei pochissimi con cui FdI può giustificare l’urgenza della riforma elettorale di fronte agli elettori, comprensibilmente concentrati su altri temi in una fase politica e geopolitica così delicata. Presentandola come una restituzione di potere al popolo, Giorgia Meloni potrà dire di aver ripristinato il ruolo diretto degli elettori. Malgrado già oggi Donzelli, nel tentativo di accomodare la cosa agli alleati, parli di una “una formula, magari con un po’ di fantasia, che possa dare la possibilità all’elettore di scegliere e anche ai partiti di garantire una parte della classe dirigente”.

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