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Come procede la riorganizzazione al Ministero dello Sviluppo economico?

Fatti, nomi, indiscrezioni su quel che succede al Mise nell’articolo di Michele Arnese per Start Magazine a partire dalla bozza riservata pubblicata da Policy Maker

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Perché si riparla di una possibile fusione Nexi-Sia

Chi spinge per un campione nazionale nel settore dei sistemi di pagamento? Ossia: chi auspica davvero che ci sia una fusione tra le società Sia e Nexi?

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Come Toninelli planerà sull’Enac

Tra le nomine di governo c’è in ballo la presidenza dell’Enac. Il ministro Toninelli ha proposto Nicola Zaccheo, ad di Sitael

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Che cosa succede in Tim dopo l’arrivo di Gubitosi

Primo effetto di Gubitosi in Tim sulla comunicazione.

Per il resto, elogi e apprezzamenti multipartisan per Luigi Gubitosi, neo amministratore delegato di Tim.

CHI È GUBITOSI

L’ex manager di Fiat, ex numero uno di Wind ed ex direttore generale della Rai, è stato nominato capo azienda di Tim dal fondo americano Elliott – che con circa l’8% controlla il consiglio di amministrazione dell’ex Telecom Italia  e presto lascerà l’incarico di commissario Alitalia.

Non ha avuto l’ok dell’azionista di maggioranza di Tim, ossia dei francesi di Vivendi, ma Gubitosi non ha avuto la contrarietà del governo e della maggioranza M5S-Lega (anche se consiglieri governativi che seguono il dossier Alitalia da tempo sollevano critiche sulla conduzione del vettore e sulle modalità del prestito-ponte deciso da Gentiloni e Calenda con Gubitosi). Non solo, il nuovo numero uno di Tim che prende il posto di Amos Genish ha incassato anche il plauso di Forza Italia. Ieri Maurizio Gasparri, già ministro delle Comunicazioni nel governo Berlusconi, ha twittato: “Tim ha bisogno di una guida stabile e competente, con azionisti che rispettino l’Italia. In bocca al lupo a Gubitosi”.

METTE D’ACCORDO TUTTI (QUASI)

Pure dal Pd non arrivano scudisciate. Nessuna sorpresa: Gubitosi fu nominato dg della Rai dal governo Monti. Non solo: dai democrat arriva un giudizio positivo alla linea decisa dal governo sulla rete. “Ci sono questioni da verificare e condizioni da porre ma la direzione mi sembra condivisibile e, credo di poter dire, coerente con il disegno perseguito dai nostri governi”, ha commentato Antonello Giacomelli, vicepresidente della Vigilanza Rai ed ex sottosegretario alle Comunicazioni dei governi Renzi e Gentiloni, sull’emendamento al decreto fiscale del relatore Emanuele Fenu (M5S), che punta ad incentivare la fusione tra la rete Tim e Open Fiber.

VERSO LA RETE UNICA

Un progetto, quello del governo, menzionato esplicitamente da Gubitosi subito dopo la sua nomina ad amministratore delegato di Tim: i miei obiettivi? “Incrementare la generazione di cash flow per ridurre il debito ed esaminare con attenzione e velocità il progetto per la costituzione di una rete unica”, ha detto Gubitosi.

D’altronde proprio il dossier rete è stato uno dei dossier che hanno contrapposto Elliott a Vivendi. Con il fondo pro scorporo e allineato ai desiderata dell’esecutivo e i francesi contrari.

A riprova della buona, anzi ottima, stampa che gode Gubitosi, è significativo un articolo odierno del quotidiano la Repubblica, il giornale che si connota sempre più per le critiche al governo M5S-Lega. Gubitosi? “Si è sempre distinto come un manager che lavora tanto, parla poco e perfino nelle grandi occasioni preferisce rimanere nelle retrovie”.

Lo pensano anche pentastellati e leghisti? “Quello che succede in Tim è un’operazione di mercato. Quindi noi non interferiamo”, ha detto due giorni fa il vicepremier e capo M5s, Luigi Di Maio. Atarassia formale o sostanziale per Gubitosi?

Ambienti governativi sottolineano a Start: “Lui ha informato il ministero dello Sviluppo economico che voleva andare in Tim. Il Mise gli ha detto che è un cittadino libero”.

“Ai 5 stelle il suo nome di sicuro non piace e non credono sarà lui ad agevolare il loro piano”, ha scritto Ilario Lombardo del quotidiano La Stampa che segue da anni i grillini.

Aggiunge un esponente di spicco del Movimento: “In Tim non sono chiari né la governance né gli obiettivi azionali. E Gubitosi appare un cavallo zoppo visto la guerra preannunciata da Vivendi. Vedremo”.

Genish, nell’intervista al Sole 24 Ore dopo essere stato silurato, ha fatto un accenno non secondario: fra gli auspici di Elliott ai quali non avrebbe dato corso c’era anche la vendita della quota di Tim in Inwit.

SULLE TORRI

La questione delle torri non secondaria, in effetti. A luglio c’è stata l’Opa congiunta di Mediaset e F2i su Ei Towers, la società delle torri del Biscione.

Si è così aperto il risiko nel settore delle towerco in Italia. E a menare le danze all’unisono sono Mediaset di Berlusconi e un fondo partecipato dalla Cassa depositi e prestiti (controllata all’80% dal ministero dell’Economia).

L’operazione lanciata da Mediaset ed F2i su Ei Towers, infatti, è arrivata al termine dell’accordo tra la società del Biscione e il fondo infrastrutturale guidato da Renato Ravanelli dove ha un ruolo non secondario la Cdp.

L’obiettivo strategico, secondo gli addetti ai lavori, è poi un gruppo italiano delle torri con Rai Way.

LA NOTA DEL GRUPPO MEDIASET

Mediaset, con l’opa su Ei Towers insieme con F2i, vuole “valorizzare un asset rilevante” e nel contempo “rafforzare la strategia di focalizzazione sul core business della televisione gratuita”, spiegò il gruppo in una nota ufficializzando l’operazione.

Con il riassetto azionario e il fondo istituzionale che ne controllerà il 60% (Mediaset resterà al 40%), Ei Towers avrà “mani libere” per ripensare alle operazione che erano rimaste nel cassetto. Ovvero il tentativo di Opa su Rai Way, la società della tv pubblica, bloccata per decreto del governo Renzi.

La società delle torri – sottolinea la nota di Mediaset – acquisisce “il ruolo di operatore indipendente, uno status che consentirà di partecipare più agevolmente al processo di consolidamento del business delle torri broadcasting e di quelle telefoniche in atto a livello nazionale e internazionale”.

“Il business delle torri di trasmissione riveste un ruolo strutturale nel business tv” precisa inoltre Mediaset spiegando la ratio dell’investimento della nuova holding.

I TERMINI DELL’OPERAZIONE

L’offerta prevede un corrispettivo di 57 euro per azione, corrispondente ad un premio del 19,2% rispetto ai prezzi medi ponderati registrati nei sei mesi precedenti l’annuncio dell’operazione.

L’operazione avverrà attraverso la costituzione di una newco che lancerà un’offerta, anche sul restante 60% della società delle torri di Cologno Monzese.

Mediaset reinvestirà nell’operazione. Infatti proprio la società di Cologno Monzese, che già possiede il 40% di Ei Towers, dovrebbe mantenere più o meno la stessa quota all’interno di 2iTowers, ossia la società veicolo che lancerà l’offerta d’acquisto volontaria sull’intero capitale di Ei Towers. Al contrario, F2i dovrebbe avere – secondo le indiscrezioni di queste ore – il controllo di 2iTowers con il restante 60 per cento.

GLI INTRECCI FRA ADVISOR E BANCHE

L’offerta, secondo il piano allo studio, sarà finalizzata al delisting di Ei Towers. Advisor sono stati Mediobanca, Intesa Sanpaolo (Banca Imi), Credit Suisse e Unicredit. L’operazione prevede un prestito di un pool formato da Unicredit, che sarà anche global coordinator, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Da notare che Intesa Sanpaolo e Unicredit sono anche tra i promotori-azionisti di F2i.

LE CONDIZIONI DELL’OPERAZIONE

Il perfezionamento dell’operazione è subordinato al raggiungimento da parte di 2iTowers di una partecipazione nel capitale di Ei Towers superiore al 90% e alla approvazione incondizionata da parte dell’Antitrust.

I NUMERI DI EI TOWERS

Ei Towers è proprietaria e gestisce una rete di 2.300 torri broadcasting, altre mille dedicate alla telefonia mobile e dispone di una dorsale in fibra ottica di 6mila chilometri a servizio della propria infrastruttura.

LO SCENARIO SECONDO IL SOLE 24 ORE

L’operazione risponde evidentemente alla logica di un necessario consolidamento del mercato delle torri, scrive il Sole 24 Ore: “Nel 2015 ci fu il tentato blitz con l’Opa di Ei Towers sul 100% di RaiWay, fallito per l’obbligo di legge che il 51% di RaiWay resti in mano pubblica. Con l’ingresso nella partita di F2i (operatore infrastrutturale in cui partecipa come azionista la Cdp) – e l’aumento dell’indipendenza da Mediaset, che comunque non si defila rimanendo con il 40% – si potrebbero riaprire i giochi. Dall’altra parte anche nel le torri per le tlc rumors indicano movimenti di consolidamento. Qui occorrerà vedere come agiranno gli operatori che hanno torri, da Inwit (Telecom) a Vodafone in primis”. “Il compratore ideale sarebbe la spagnola Cellnex, la cui quota di maggioranza è stata appena rilevata dalla famiglia Benetton”, chiosa Repubblica.

LA MATRICE PUBBLICO-PRIVATA

“Questa architettura – grazie all’intervento del fondo partecipato dalla Cdp – garantirà che alla fine della fusione tra Ei Towers e Rai Way, il colosso nazionale delle torri televisive che nascerà dall’operazione continuerà a essere gestita in maggioranza da investitori di matrice pubblica”, nota Repubblica. Infatti il fondo F2i è partecipato oltre che da Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ardian, Cic (China Investment corporation) e fondazioni bancarie, in primis dalla Cassa depositi prestiti, controllata dal Tesoro.

Gli intrecci e gli scenari fra Mediaset, Cdp e Tim sono per caso destinati a rafforzarsi?

IL RUOLO DI ELLIOTT E SCARONI

Gli appassionati di retroscena risponderebbero di sì. Il fondo americano Elliott, che ora controlla il cda di Tim dopo aver spodestato (al momento) Vivendi, può contare su buoni rapporti con il prossimo, probabile, presidente del Milan: Scaroni, già presidente di Enel ed Eni, è “storicamente vicino al fondo statunitense”, ha scritto di recente sul Messaggero Rosario Dimito, oltre che a Silvio Berlusconi che lo ha voluto – sotto gli auspici anche di Gianni Letta – ai vertici dei colossi partecipate dallo Stato.

CHE COSA SUCCEDE IN MEDIASET

La partita del Milan s’interseca con quella sempre di Elliott nelle tlc a partire da Tim? Molti analisti si interrogano da settimane su tempi e modi del riassetto del comparto che non potrà non riguardare anche Mediaset.

L’assemblea degli azionisti di Mediaset nei giorni scorsi ha rinnovato il consiglio di amministrazione che sarà in carica per i prossimi tre esercizi, cioè fino all’approvazione del bilancio dell’esercizio 2020. Il nuovo board è composto da 15 membri: 12 sono espressione della lista di maggioranza presentata da Fininvest e guidata da Confalonieri, confermato alla presidenza; tre (Giulio Gallazzi, Costanza Esclapon e Raffaele Cappiello) sono espressione della lista presentato dal comitato dei gestori dei fondi di investimento (Assogestioni).

Esclapon, imprenditrice nella comunicazione, ha lavorato spesso a fianco nelle aziende guidate da Luigi Gubitosi (Wind, Alitalia, Rai, fra l’altro), domenica scorsa eletto ad di Tim al post di Amos Genis, sfiduciato dal fondo Elliott.

GLI SCENARI E GLI AFFARI

La partita delle torri fa parte della partita più ampia delle tlc, in cui privato e pubblico s’intersecano. La Cdp controllata dal Tesoro è entrata nel capitale di Tim a sostegno di fatto di Elliott che studia lo scorporo non solo societario della rete fissa. E la stessa Cassa depositi e prestiti con Enel opera nella banca larga in Open Fiber.

Appuntamento alle prossime puntate. D’altronde Mediaset deve trovare un equilibrio finanziario e un futuro societario. Chi se ne occuperà? Per il momento, il gruppo del Biscione non può non essere soddisfatto. Ha scritto settimane fa Sara Bennewitz di Repubblica: “Mediaset con l’operazione di ieri farà un doppio affare: da una parte valorizzerà le sue torri tv in un colosso tricolore delle infrastrutture; dall’altra estrarrà valore anche da quelle telefoniche, magari mettendosi in affari con il gruppo della famiglia Benetton”.

La questione Mediaset resta centrale, ha sottolineato tra l’altro Alessandro Aresu a proposito di Tim nell’ultimo numero della rivista Limes.

Idem per l’economista dei trasporti, Andrea Giuricin, che oggi ha twittato prendendo spunto dal buon andamento in Borsa del titolo Tim dopo l’arrivo di Gubitosi:

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Regioni, ecco il progetto del governo sulle autonomie

Ecco tutte le impostazioni e le sensazioni che si raccolgono nel governo tra coloro che seguono agli Affari regionali il dossier “autonomie”

Non più una legge delega, ma una legge ordinaria. Non un modello unico, stile Veneto, per tutte le regioni. Sì, invece, a contrattazioni con le Regioni che hanno piani di autonomia già pronti e definiti. Consci che se non è arduo dare una cornice giuridica alle autonomie sarà molto più difficile tradurre in numeri – ovvero in costi standard e trasferimenti – gli accordi giuridici.

Sono queste le impostazioni e le sensazioni che si raccolgono nel governo tra coloro che seguono agli Affari regionali il dossier “autonomie”.

LEGGE ORDINARIA O LEGGE DELEGA?

L’ipotesi di una legge delega, dunque, è stata accantonata. Il motivo? I dubbi di molti costituzionalisti sul rispetto dell’articolo 116. Quindi avanti tutta con una legge ordinaria. Come dire: un’intesa comune è stata impossibile con tutte le regioni. Anche perché le singole regioni hanno chiesto competenze differenti.

LE PAROLE DEL MINISTRO STEFANI

Una conferma indiretta è arrivata ieri dal ministro degli Affari regionali, Erika Stefani (Lega): “Sono certa che i cinque stelle rispetteranno la volontà dei cittadini che per la Lombardia e il Veneto si sono espressi attraverso un referendum che è un sistema di democrazia partecipata nel quale i 5 stelle credono fortemente», ha detto Stefani a Venezia, in occasione del primo anniversario del referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto.

LA BENEDIZIONE DI SALVINI

In giornata è arrivata anche la «benedizione» di Matteo Salvini: «L’accordo sull’autonomia di Veneto e Lombardia andrà in una delle prossime riunioni del Consiglio dei ministri – ha confermato il leader della Lega e vicemistro -. Ho sentito Luca Zaia e sentirò Attilio Fontana. Conto che a Roma si discuta prestissimo del provvedimento attuativo sull’autonomia del Veneto, della Lombardia sicuramente e mi auguro anche dell’Emilia-Romagna».

IL PERCORSO DECISO

Una direzione di marcia diversa, comunque, rispetto a quella di alcune settimane fa. Quando si pensava a una legge delega con un passaggio in consiglio dei ministri già il 22 ottobre; passaggio che invece non c’è stato.

Quindi il modello Veneto cavalcato dalla Lega lascia spazio a un’operazione per singole regioni, con una sorta di contrattazione che riguarderà le singole regioni.

IL RUOLO DI BUFFAGNI (M5S)

Un’impostazione frutto della mediazione con i 5 Stelle? Da ricordare che a metà settembre il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni, esponente di spicco dei Pentastellati e vicinissimo a Luigi Di Maio, aveva detto: “La richiesta del Veneto di avere tutte le 23 materie previste dalla Costituzione è irrealizzabile”.

Tutto dipenderà, ora, anche dallo stato di avanzamento dei progetti delle Regioni. Si intavoleranno le trattative, si dice in ambienti dell’esecutivo, con quelle che hanno progetti e proposte di autonomia già definiti: in primi Veneto e Lombardia, ma anche Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

LE STRADE AUTONOMISTE

Il percorso che dovrebbe portare – in teoria entro l’anno – alcune Regioni ad acquisire maggiore “indipendenza” è stato avviato anni fa e ha avuto il suo apice nei referendum proposti l’anno scorso in Lombardia e Veneto, entrambi vinti a larga maggioranza dagli autonomisti.

I referendum chiedevano di assegnare maggiori competenze alle Regioni interessate. La trattativa in corso con Roma si gioca tutta sul definire quali di queste competenze acquisire, e la partita è delicata perché ogni ambito porta con sé i finanziamenti.

CHE COSA STABILISCE LA COSTITUZIONE

La Costituzione stabilisce 20 materie concorrenti fra Stato e Regioni (rapporti internazionali e con l’Unione europea, commercio con l’estero, tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, professioni, ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione, tutela della salute, alimentazione, ordinamento sportivo, protezione civile, governo del territorio, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione, ordinamento della comunicazione, produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, previdenza complementare e integrativa, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali e Casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale, Enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale).

Poi ci sono tre materie di competenza esclusiva dello Stato per cui le Regioni, se vogliono, possono chiedere “condizioni particolari di autonomia”. Parliamo di organizzazione della giustizia, limitatamente ai giudici di pace, norme generali sull’istruzione e Tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

LA STRADA LOMBARDA

La richiesta della Lombardia, formalizzata a luglio dalla giunta Fontana di centrodestra, prevede in sostanza che le venti materie concorrenti diventino competenza esclusiva della Regione. La proposta individua 11 macro aree, nelle quali sono racchiuse le quindici materie di cui si richiede la competenze. Sono: governo del territorio; grandi reti di trasporto e di navigazione; istruzione; ordinamento sportivo; porti e aeroporti civili; rapporti internazionali con l’UE e commercio con l’estero; ricerca scientifica e tecnologica; tutela dell’ambiente; tutela della Salute; tutela e valorizzazione dei beni culturali; welfare. La proposta deve passare il vaglio del Ministero degli Affari Regionali e di quello dell’Economia.

LA STRADA VENETA

Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, ha invece scelto una strada più radicale. Venezia vuole il trasferimento di tutte le 23 competenze. Con entrambe le regioni sono stati avviati i tavoli tecnici su vari temi, dall’istruzione, al lavoro, alla protezione civile. I temi, essendo legati alle coperture finanziarie, sono delicatissimi. Due fra i nodi da sciogliere più difficili, come ha sottolineato il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni (M5S): la compartecipazione all’Irpef e la quantificazione del personale che dovrà svolgere le nuove funzioni».

LO SCENARIO

Tutto dipenderà, ora, anche dallo stato di avanzamento dei progetti delle Regioni. Si intavoleranno le trattative, si dice in ambienti dell’esecutivo, con quelle che hanno progetti e proposte di autonomia già definiti: in primi Veneto e Lombardia, ma anche Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

Michele Arnese 

(ha collaborato Lorenzo Bernardi)

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Ecco la nuova CDP di Tononi e Palermo

Cdp. Presenza più marcata nei territori, semplificazioni societarie, razionalizzazione ove possibile, spinta su infrastrutture e innovazione. Con un occhio particolare alle aziende strategiche e rilevanti ma rispettando i paletti dello statuto che prevedono solo interventi in società che sono in equilibrio economico.

Sono le priorità del nuovo vertice di Cassa depositi e prestiti (controllata dal ministero dell’Economia e partecipata dalle fondazioni bancarie) presieduta da Massimo Tononi e guidata dall’amministratore delegato Fabrizio Palermo, nominato dal governo Conte.

Le prime uscite pubbliche del nuovo capo azienda sono considerate significative per comprendere la direzione di marcia del nuovo corso in Cdp dopo l’era Costamagna-Gallia.

AVANTI SULLE INFRASTRUTTURE

La prima uscita pubblica di Fabrizio Palermo è stata a Genova, il 24 agosto scorso. Fincantieri (dove Palermo ha lavorato con il numero uno Giuseppe Bono prima di arrivare in Cdp come cfo), controllata da Cassa depositi e Prestiti attraverso la finanziaria Fintecna, è stata chiamata in campo dal governo, insieme a Italferr, per la ricostruzione del Ponte Morandi. Poi si è scoperto che le due aziende non hanno le dichiarazioni Soa, ma comunque faranno di sicuro parte – secondo la volontà del governo – di quel raggruppamento di imprese che si occuperà della ricostruzione del Ponte alla quale non parteciperà Autostrade per l’Italia, come stabilisce il decreto Urgenze-Genova.

Ma la visita dell’ad di Cassa nel capoluogo ligure rappresenta anche qualcosa di più, ha sottolineato Mf: “Proprio le infrastrutture sono uno dei punti cardine del nuovo corso che Palermo sembra avere in mente per Cdp, per dare alla società un ruolo attivo nella progettazione delle opere in Italia”.

IL PIANO PER UNA REGIA UNICA DELL’EXPORT

L’altro intervento pubblico di Palermo, l’11 settembre scorso, è stato alla VII cabina di regia per l’internazionalizzazione che si è tenuta alla Farnesina, durante la quale l’amministratore delegato di Cassa ha sottolineato l’importanza del sostegno all’export senza il quale, negli ultimi sei anni, il pil italiano sarebbe stato inferiore di oltre 6 punti percentuali.

Per sostenere meglio le imprese italiane che puntano all’estero, Palermo è pronto ad avviare un’opera di semplificazione nell’offerta di servizi e sostegni alle imprese. L’ambizione di Cdp, che corrisponde ai progetti più volte annunciati anche dai precedenti governi, è quella di creare una sorta di cabina di regia, anche a livello periferico, a servizio dell’internazionalizzazione delle imprese. Mettendo a fattor comune, e superando sovrapposizioni e duplicazioni, energie e strumenti di Sace, Simest e Ice se possibile. E puntando sulla base territoriale appannaggio ora di Sace.

L’ESEMPIO FRANCESE

Il modello nemmeno troppo lontano, secondo quanto ha scritto il Sole 24 Ore, è quello della “Banque des Territoires” che la Cdp francese ha lanciato a maggio per offrire una struttura unica ai suoi clienti sul territorio, divisa per filoni d’attività e organizzata in 16 direzioni generali e 35 sedi territoriali.

Più sullo sfondo, e tutte da definire in accordo con l’esecutivo e con il Tesoro, sono il capitolo equity e il progetto banca pubblica.

IL DOSSIER PARTECIPAZIONI

Il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni (M5s), nelle scorse settimane ha detto al Messaggero: “La Cassa depositi e prestiti può svolgere un ruolo di regia della politica industriale. Abbiamo aziende come Eni, Terna, Enel, Leonardo, Fincantieri, Saipem, Snam, Italgas eccetera che fanno grandi cose ovunque e sotto la Cdp – che garantirebbe una visione d’insieme – potrebbero essere davvero il volano per investimenti tali da garantire uno sviluppo sostenibile al Paese”.

Un progetto simile a quello di Renzi e Gentiloni? Ad aprile dello scorso anno, quando tra le indiscrezioni si parlò di un progetto «Capricorn», allo studio c’era l’ipotesi di coinvolgere partecipazioni della maggiori aziende quotate (Eni, Enel e Poste) per un valore di almeno 20 miliardi di euro, “con la Cdp a fare da veicolo attraverso l’emissione di azioni privilegiate”, scrisse La Stampa il 15 luglio dl 2017.

In sostanza, il piano Capricorn renziano si basava su un veicolo di Cdp in cui far confluire le quote delle società partecipate dal Tesoro o dalla Cassa. E poi una parte delle quote del veicolo si vendevano ai privati pur tenendo la maggioranza delle quote nelle mani di Cdp. “Una follia. Noi non abbiamo intenzione di svendere alcun titolo”, dice un esponente di rilievo del Movimento che segue il dossier e la Cdp ora guidata dall’amministratore delegato, Fabrizio Palermo, che avrebbe partecipato all’idea e a al progetto graditi al Movimento.

LA BANCA PUBBLICA E L’ESEMPIO BPI IN FRANCIA

Sullo sfondo resta il progetto di una vera e propria banca pubblica per gli investimenti, indicata dal contratto di governo M5S-Lega. Più concreto il riferimento all’esperienza della Bpi in Francia, come evocato di recente da esponenti pentastellati.

La Bpi France, fondata nel 2013 su iniziativa di Macron, è una banca a tutti gli effetti, sportelli diffusi sul territorio, investimenti disseminati in Francia e all’estero. Svolge varie funzioni: supporto all’investimento, agenzia di innovazione, fondo sovrano e agenzia di credito finalizzata all’export. Si tratta di una banca pubblica al 100%, controllata al 50% dallo Stato attraverso l’Agenzia governativa Epic, e al 50% dalla Caisse des Depots, altra società a controllo pubblico.

La legge francese la definisce «un gruppo pubblico che punta al finanziamento e allo sviluppo delle aziende, agendo in accordo con le politiche pubbliche definite sia dallo Stato che dalle autorità regionali».

Strutturalmente è divisa in tre parti: una banca vera e propria (Bpifrance Financement), una compagnia che gestisce le partecipazioni (Bpifrance Partecipations) e un’agenzia di credito per l’export (Bpifrance Assurance Export).

Massimo Tononi CDP

Massimo Tononi CDP

GLI INVESTIMENTI

I finanziamenti erogati da Bpi sono diversificati. Il 27% nel commercio, trasporti, hotel e catering, il 21% nell’industria, il 15% nel real estate, l’11% nell’edilizia, il 10% nei servizi alle imprese e il 6% nella tecnologia dell’informazione e comunicazione. Il totale degli investimenti è destinato al 44% alle piccole e medie imprese, al 25% alle medie imprese (capitalizzazione fra 2 e 10 miliardi), al 23% alle micro imprese e il 7% alle grandi imprese. Fra queste spiccano la partecipazione in Peugeot, di cui Bpi detiene una quota del 12% pari a 2,3 miliardi, e in Citroen (12,7%).

BANCA PRIVATA NEI FATTI

Malgrado la partecipazione pubblica al 100%, ha spiegato di recente l’ad Nicolas Dufourcq, «siamo una banca privata nei fatti. Agiamo con logiche di mercato. Abbiamo 2.500 dipendenti e 50 agenzie regionali e funzioniamo come sportello unico per le imprese». Bpi ha una diffusione capillare e, si legge sul sito della banca stessa, «abbiamo una stretta relazione con le imprese del territorio. Il 90% delle decisioni sono prese negli uffici regionali. Abbiamo, in ogni ufficio, responsabili per l’innovazione, finanziari e assicurativi».

BPI E CDP

Buona parte di quello che fa Bpi lo fa già Cdp“, chiosa un profondo conoscitore della Cassa che preferisce l’anonimato. Ma Cdp non potrebbe trasformarsi in una banca vera e propria senza alienare prima partecipazioni strategiche come quelle in Eni. Inoltre, aggiunge l’osservatore, “più che finanziamenti alle imprese in Italia servono garanzie (i finanziamenti li possono dare le banche se qualcuno li garantisce)”.

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SIA. Perchè il M5S preferisce che vada a CdP

Perché Sia deve finire a un player di sistema? Per preservare la terzietà della società, che vanta un’infrastruttura strategica, meglio che sia la Cassa depositi e prestiti a controllare Sia. Sono, in estrema sintesi, i ragionamenti che si fanno ai piani alti del Movimento 5 Stelle dopo le ultime notizie che riguarda la società attiva nelle piattaforme tecnologiche per i sistemi di pagamento e che processa dati sensibili.

LA NOTIZIA DEL SOLE 24 ORE SU POSTE ITALIANE E SIA

Tutto nasce da una notizia pubblicata venerdì scorso dal Sole 24 Ore: “Poste Italiane ha conferito un incarico esplorativo alla banca d’affari statunitense Jp Morgan. Sul tavolo c’è la possibile acquisizione del controllo di Sia, la cui compagine è oggi diversificata tra Cdp, banche e F2i”, ha scritto Carlo Festa del quotidiano ora diretto da Fabio Tamburini.

COME OPERA SIA

Ma che cosa fa Sia? Il gruppo opera a livello europeo nella progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture e servizi tecnologici dedicati a istituti di credito, banche centrali, imprese e pubbliche amministrazioni.

LE AREE DI BUSINESS DI SIA

Le aree da core business sono i pagamenti, la monetica, i servizi di rete e i mercati dei capitali.

LA MAPPA DEL GRUPPO SIA

Sia eroga servizi in 48 paesi e opera anche attraverso controllate in Austria, Germania, Romania, Ungheria e Sudafrica. La società ha inoltre filiali in Belgio e Olanda e uffici di rappresentanza in Inghilterra e Polonia.

LO STATO DELL’ARTE

Quali sono state le reazioni alla notizia del Sole? Nulla di pubblico, ma di certo – secondo le indiscrezioni di Start Magazine – Poste Italiane gongolano, le banche estere clienti di Sia (come Deutsche Bank, Bnp Paribas e Ing) sono preoccupate e gli istituti di credito azionisti di Sia (come Intesa Sanpaolo e Unicredit) mugugnano.

I PENSIERI DEI PENTASTELLATI SU SIA E POSTE ITALIANE

Qualcuno pensava che siccome i vertici di Poste Italiane sono apprezzati da esponenti di primo piano del Movimento 5 Stelle (Davide Casaleggio ha di recente lodato l’azione del gruppo controllato da Mef e Cdp) la mossa della società guidata dall’ad, Matteo Del Fante, trovasse il placet dei Pentastellati. Secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine in ambienti parlamentari M5S, ai vertici del Movimento gradirebbero invece che – vista la strategicità dell’infrastruttura di Sia – fosse la Cassa depositi e prestiti a rilevare il controllo della società, che invece aveva in serbo un’Offerta pubblica di acquisto.

LA CDP IN SIA TRAMITE FSIA INVESTIMENTI

D’altronde la Cdp ha già un piede in Sia. Tra gli azionisti, c’è anche il veicolo Fsia Investimenti (che vede Fsi Investimenti di Cdp al 70% e Poste Italiane al 30%) con il 49,48% seguito da F2i con il 17,05%, dal fondo Hat Orizzonte (8,64%) e dal gruppo di banche storicamente presenti nella compagine: BancoBpm (4,82%), Intesa Sanpaolo (4,05%), Unicredit (3,97%), Mediolanum (2,85%), Deutsche Bank (2,58%).

“Proprio perché strategica, Sia, non ha senso che sia inglobata da un player di sistema”, è il ragionamento dei vertici del Movimento 5 Stelle. Meglio dunque, per i Pentastellati, la soluzione Cdp controllata dal Tesoro.

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