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Toninelli, il ministro più a rischio del M5S. Ecco perché

Altra gaffe sulle grandi opere, questa volta su Gronda e Terzo Valico, all’insegna dello scambio politico all’interno del governo giallo-verde

Ennesimo giro di valzer sulle grandi opere. Protagonisti, ancora una volta, i Cinque Stelle e in primis il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli che grazie alle sue gaffes, assieme al vicepremier Luigi Di Maio per via dei mancati stop a Ilva e Tap, viene indicato come uno dei principali responsabili delle troppe “aperture” fatte sui dossier caldi e delle marce indietro rispetto alle promesse elettorali.

TONINELLI SUL FILO DEL RASOIO?

I notisti politici da tempo considerano Toninelli come uno dei possibili “sacrificati” sull’altare del rimpasto pre-Europee per le sue gaffes che non hanno risparmiato, da ultimo, lo scambio politico con la Lega, anticipato da Repubblica il 18 ottobre scorso, sulle grandi opere liguri con il Terzo Valico “dentro”, per usare un gergo calcistico, e la Gronda negli spogliatoi.

SCAMBIO TERZO VALICO-GRONDA

E infatti come scrive sempre La Repubblica (Edizione Genova) del 31 ottobre “ogni verdetto ufficiale sulle infrastrutture arriverà solo al termine dell’ormai celebre valutazione costi-benefici. Però Toninelli mostra di avere già le idee chiare su quello che attende la Liguria, vale a dire Terzo Valico e Gronda. E se il primo è sostanzialmente troppo avanti per essere fermato, la seconda si può anche stoppare, visto che i cantieri devono ancora essere aperti e che l’assunto che regge (reggeva) la realizzazione era l’allungamento di quattro anni della concessone ad Autostrade”. Ma le cose stanno realmente così?

AUTOSTRADE PER L’ITALIA: PROGETTO GRONDA SUL TERRITORIO E’ GIA’ UNA REALTA’

Secca la replica di Autostrade per l’Italia sulle affermazioni del ministro (sulla Gronda “non esiste niente. Il progetto è fermo”): “Il progetto definitivo ha già ottenuto da tempo non solo le autorizzazioni urbanistiche e ambientali, ma anche la pubblica utilità preordinata agli espropri. Ad oggi sono stati completati gli espropri di 98 unità abitative, le cui famiglie stanno ultimando i propri trasferimenti; sono peraltro in corso le attività per la ricollocazione di oltre 30 unità produttive, di cui 27 già completate”. Insomma, i cantieri non saranno aperti ma le opere propedeutiche sono iniziate da tempo. “Tutte le aree di cantiere sono state acquisite in occupazione temporanea per oltre 270.000 mq e sono stati formalizzati oltre il 60% degli accordi per la rimozione delle interferenze – ha aggiunto Autostrade -. Il progetto Gronda è stato avviato agli inizi degli anni 2000 ed è passato attraverso anni di studi e analisi, anche di costi-benefici. Nel 2009 è stato oggetto del primo dibattito pubblico mai tenutosi in Italia, durato oltre 6 mesi e conclusosi con il favore del territorio, che ne attende ora la realizzazione. Il solo progetto esecutivo, di cui si attende la imminente approvazione per poter partire con le attività di predisposizione degli scavi, conta ben 12.000 tavole. A riprova della completezza e concretezza del progetto. Ad oggi Autostrade per l’Italia resta in attesa solo del via libera da parte del MIT – ritenuto dovuto ed imminente – del progetto esecutivo per avviare i lavori di realizzazione”.

MONDO DELLE IMPRESE IN CAMPO PER DIRE SI ALLE GRANDI OPERE

Anche il mondo delle imprese, intanto, è sceso in campo a sostegno delle infrastrutture come riporta sempre La Repubblica. “’Rimettere in discussione Tav e Terzo Valico è un colpo mortale alle possibilità di sviluppo del Nordovest, delle sue imprese, dei suoi occupati, della possibilità di realizzare una migliore coesione sociale’ spiegano in una lettera congiunta i presidente di Assolombarda, Unione industriali di Torino e Confindustria Genova a nome di 545mila imprese. Chiedono alla politica nazionale e locale ‘di smettere veti ideologici buoni forse in campagna elettorale ma dai quali deriva solo un aggravarsi del ritardo e dei costi logistici che frenano le imprese del Nordovest’. A firmare l’appello, ‘un grande appello alla responsabilità sul futuro del nostro Paese’ in queste ore ‘decisive per le scelte del nuovo governo e dei territori’ sono i presidenti di Assolombarda, Carlo Bonomi, dell’Unione industriali di Torino Dario Gallina e di Confindustria Genova, Giovanni Mondini. Tav e Terzo Valico ‘sono fondamentali e interconnesse – scrivono – Il Terzo Valico sull’asse verso il Centro Europa, abbatte il vantaggio finora conseguito dai porti nordeuropei sul primo porto commerciale container d’Italia’”.

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Chi sono e cosa faranno i nuovi vertici dei tg Rai

I graffi di Damato

Sarei umanamente e professionalmente grato a Luigi Di Maio, ma anche a Matteo Salvini, se evitassero di applicare alla Rai, dopo le nomine effettuate dal Consiglio di Amministrazione dell’era gialloverde, la stessa denominazione data all’accidentata manovra finanziaria del loro governo.

Non siamo approdati alla Rai “del popolo”, come si è detto appunto della manovra, dalla Rai  “dei partiti”, come l’azienda radiotelevisiva di Stato è stata definita, a torto o ragione, nella lunga stagione della lottizzazione. Così la chiamò all’esordio l’indimenticato e indimenticabile Alberto Ronckey. Che da “ingegnere” -come l’aveva definito con affettuosa ironia sull’Unità Fortebraccio quando ancora Alberto dirigeva La Stampa, lacerandosi ogni notte davanti agli errori che scopriva leggendone le prime copie- ad ogni sfornata di nomine  nel palazzone di viale Mazzini sapeva distinguerne il colore politico: un precursore, nel campo dell’informazione radiotelevisiva, di Massimiliano Cencelli. Il cui “manuale” fu adottato dalle correnti della Dc per distribuirsi le cariche, di partito e di governo e sottogoverno dopo ogni congresso o crisi ministeriale.

Ronckey, in verità, commentava le nomine dall’alto, in editoriali dove non faceva nomi. Ma parlandone con lui, mi resi conto che conosceva quel mondo a menadito.

Se poi Di Maio avrà trovato la disinvoltura di parlare di “Rai del popolo” dopo che avrò finito di scrivere queste righe, me ne farò una ragione. Ma il popolo non c’entra per nulla, è chiaro. Siamo rimasti alla Rai dei partiti, in una versione tuttavia peggiorata rispetto al passato, recente e non. Siamo approdati alla Rai del governo, perché accordo, spartizione e quant’altro sono stati raggiunti fra i soli partiti della maggioranza, almeno a livello dei telegiornali, perché una traccia di opposizione si trova solo alla direzione della radio, dove è stato trasferito Luca Mazzà, il direttore uscente del Tg3, l’ex lontano Telekabul di Alessandro Curzi.

Non si era mai visto, francamente, nulla di simile, forse neppure ai tempi della Rai del pur storico direttore generale Ettore Bernabei, l’uomo di fiducia di Amintore Fanfani. Sotto la cui ferma regìa  il cosiddetto pluralismo nel settore dell’informazione si esauriva nel perimetro della Dc, ma con poche -debbo aggiungere- e fortunate eccezioni professionali a sinistra dello scudo crociato, mai comunque a livello direttivo.

Le forme saranno pure state salvate, con le nomine proposte formalmente al Consiglio dall’amministratore delegato Fabrizio Salini, ma non sono state per niente salvate nelle trattative fra i due soli partiti che si sono arrogati il ruolo di “editori di riferimento” dei telegiornali. Così una volta scappò di dire con onestà a Bruno Vespa parlando del tg 1 che dirigeva e della Dc che ve lo aveva mandato premiandone, per carità, le indubbie doti e competenze professionali. Di cui egli dà ancora prova nel salotto televisivo di Porta a Porta, promosso da Giulio Andreotti a “terza Camera”, dopo quelle decisamente più affollate di Montecitorio e di Palazzo Madama.

Con i tempi che corrono, e con la conoscenza che ho della Rai, non foss’altro per avervi per qualche anno collaborato, apprezzandone il personale molto più di quanto abbia mostrato anche di recente Di Maio parlandone come di una folla di “raccomandati” e “parassiti”, temo di dover rimpiangere la vecchia lottizzazione. Che ha regalato al pubblico, almeno per i miei gusti, e grazie proprio alla presenza dell’opposizione, la terza rete di Angelo Guglielmi.

D’altronde, mi è già accaduto di fronte alle convulsioni del Pd, dove il cosiddetto fuoco amico è superiore spesso a quello del nemico, di rimpiangere il “centralismo democratico” di memoria togliattiana.

Nonostante queste premesse, vorrei fare gli auguri di buon lavoro ai nuovi direttori dei telegiornali della Rai: Giuseppe Carboni al Tg1, Gennaro Sangiuliano al Tg 2, Giuseppina Paterniti al Tg 3 e Alessandro Casarin ai telegiornali regionali.

Pur nominati nel peggiore o più vecchio dei modi, come preferite, essi meritano il credito che impone la loro professione. Sono sicuro che una cartolina di auguri gliel’avrebbe mandata anche il mio vecchio amico e compianto Andrea Barbato.

Il loro successo dipenderà dalla misura in cui sapranno affrancarsi dal bicolore gialloverde che le circostanze, diciamo così, hanno voluto che li selezionasse. Voglio ignorare le diverse tonalità  del gialloverde con cui sono stati descritti nella cronache delle trattative politiche che hanno preceduto la loro nomina per rendere i miei auguri non di circostanza, ma autentici.

 

 

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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Decreto sicurezza. M5S vicino ad una resa dei conti interna, ecco chi sono i dissidenti

I dissidenti grillini verso il non voto sul decreto voluto da Salvini rischiano di mettere in crisi l’asse M5s-Lega. Si passerà alle espulsioni come nella scorsa legislatura?

Dopo la vicenda Tap il Movimento 5 Stelle non è più lo stesso. Ad ammetterlo per la prima volta il suo leader Luigi Di Maio che evoca via blog la figura del “Movimento-testuggine” prendendo in prestito scenari da Roma antica e chiedendo unità di fronte agli attacchi esterni ma soprattutto interni che arrivano per la prima volta all’esecutivo giallo-verde. Troppe le concessioni rimprovera la base: prima l’Ilva, poi la Tap ora la Tav che i pentastellati si sono affrettati a rimettere in discussione.

DECRETO SICUREZZA A RISCHIO

A farne le spese subito potrebbe essere il decreto sicurezza di Salvini: “I dissidenti grillini – come scrive Il Giornale – avrebbero intenzione di non partecipare al voto. Una scelta che potrebbe inguaiare e non poco la Lega ma che di fatto potrebbe mettere in discussione la tenuta della stessa maggioranza e del governo. Al Senato M5s e Lega hanno una maggioranza con 167 senatori, solo sei in più rispetto al “magic number” 161. Già tra i pentastellati si contano quattro firmatari degli emendamenti che possono mettere a rischio il Dl Salvini. I nomi di questi grillini sono ormai noti: Paola Nugnes, Gregorio De Falco, Elena Fattori e Matteo Mantero. Ma a quanto pare potrebbero essere più di quattro i componenti della fronda a palazzo Madama. Un problema non da poco per la maggioranza e soprattutto per il Movimento Cinque Stelle sempre più logorato dalle correnti”.

“STIAMO FACENDO COME IL PD”

Proprio la Nugnes all’Huffington Post respinge qualsiasi accusa al richiamo all’unità di Di Maio: “Per anni abbiamo criticato il Pd. Li vedevamo in Aula che si piegavano ai diktat di Matteo Renzi, che annullava il senso del Parlamento. E noi oggi stiamo facendo come loro”. Aggiungendo: “’Non posso votare la fiducia se il testo rimane questo’. Se sarà espulsa si opporrà? Farà ricorso? ‘No, perché io sono una donna di pace’”.

‘PUNIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO’

Elena Fattori, come racconta La Repubblica, sarebbe invece già sul tavolo dei probiviri: “Una delle soluzioni pensate dai vertici è il solito ‘punirne uno per educarne cento’ che nella scorsa legislatura non ha però portato bene” visto che “tra espulsioni e defezioni il gruppo M5s aveva perso 40 persone”. Mentre un altro fronte si è aperti con la presidente della  commissione finanze della Camera Carla Ruocco che ha tuonato contro il decreto Fiscale nel quale vorrebbe inserire il carcere per gli evasori sparito dal testo. “Il leader M5s quasi a risponderle – scrive sempre La Repubblica – appoggia la candidatura di Marcello Minenna – considerato vicino a Ruocco – alla presidenza della Consob”.

GLI ALTRI BIG SUL FILO

“Un altro ‘big’ grillino su cui pende una spada di Damocle è il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli, che per via delle sue tante gaffes molti danno per dead man walking, ovvero prossimo a essere silurato in un eventuale rimpasto di Governo prima delle elezioni europee – scrive invecce Affari Italiani -. Quanto alle donne, Roberta Lombardi, un tempo dea ex machina del M5s e terza fra cotanto senno dopo Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, è ormai stata allontanata dalle stanze del potere che contano e relegata in Regione Lazio a reggere indirettamente la maggioranza risicata del governatore Nicola Zingaretti. Mentre la sua nemica sindaca romana Virginia Raggi è in bilico per vicende giudiziarie e per problematiche di amministrazione capitolina, tanto che il m5s potrebbe essere pronto a scaricarla definitivamente in caso di condanna per falso in atto pubblico”.

PRONTI A ENTRARE IN SCENA

Sullo sfondo rimangono le figure di Alessandro Di Battista, ancora alle prese con il suo semestre sabbatico ma pronto a tornare in prima linea e il presidente della Camera, Roberto Fico che già ha evidenziato i suoi distinguo dai vertici di governo in più di un’occasione.

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Che cosa unisce e che cosa divide i governi di Roma e Berlino

I graffi di Damato

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Un’altra lettera da Bruxelles sui conti italiani

“Il debito pubblico italiane rimane una vulnerabilità cruciale” e “fonte di preoccupazione per l’area euro”

La Commissione Europea ha inviato al ministero dell’Economia e delle Finanze una nuova lettera (qui il testo) in cui chiede di fornire lumi sul debito italiano e sul “netto contrasto” tra l’espansione di bilancio prevista per il 2019 e “l’aggiustamento di bilancio raccomandato dal Consiglio”.

MEF: SI TRATTA DI UNA “RELAZIONE SUI COSIDDETTI ‘FATTORI RILEVANTI’

Come spiega lo stesso Mef si tratta di una “relazione sui cosiddetti ‘fattori rilevanti’ che possano giustificare un andamento del rapporto Debito/Pil con una riduzione meno marcata di quella richiesta”. Tale relazione, prevista nelle procedure che governano la regola del debito, “dovrà essere trasmessa entro il prossimo 13 novembre”. La lettera che chiede chiarimenti, “pervenuta al Mef anche negli anni passati – ricorda il dicastero -, giunge a seguito della ‘opinione’ sul Documento Programmatico di Bilancio (DPB) 2019 adottata dalla Commissione il 23 ottobre scorso. La risposta del Mef, alla luce della quale si giustificherà la traiettoria di discesa del rapporto Debito/PIL indicata nel DPB, sarà inviata a Bruxelles rispettando la scadenza indicata”.

“IL DEBITO PUBBLICO ITALIANE RIMANE UNA VULNERABILITÀ CRUCIALE” E “FONTE DI PREOCCUPAZIONE PER L’AREA EURO”

Ma cosa c’è scritto esattamente? “Il debito pubblico italiane rimane una vulnerabilità cruciale” e un “debito pubblico così elevato limita lo spazio di manovra del governo per spese più produttive a beneficio dei suoi cittadini. Date le dimensioni dell’economia italiana, è anche fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso”. “L’Italia ha notificato a Eurostat un debito lordo delle amministrazioni pubbliche per il 2017 pari al 131,2% del Pil, confermando così che l’Italia non ha compiuto progressi sufficienti verso il rispetto del parametro di riferimento relativo all’adeguamento del rapporto debito/Pil nel 2017”. Non solo. “Il Dpb 2019 prevede una leggera diminuzione del rapporto debito/pil dal 131,2% del Pil nel 2017 al 130,9% nel 2018 e al 130,0% nel 2019. La diminuzione del rapporto debito/pil è poi attesa continuare, fino al 126,7% del Pil nel 2021. Nonostante la riduzione prevista del rapporto debito/pil, non si prevede che l’Italia soddisfi ‘prima facie’ il parametro di riferimento relativo all’adeguamento del rapporto debito/pil nel 2018 e nel 2019″ sulla base del documento programmatico di bilancio presentato dal governo italiano”. In sostanza, dunque, “questa traiettoria di bilancio, unita ai rischi al ribasso per la crescita del Pil nominale – si legge – sarà incompatibile con la necessità di ridurre in maniera risoluta il rapporto debito/Pil dell’Italia”.

LA PRECEDENTE LETTERA UE

La lettera ribadisce, di fatto, quanto già scritto dalla Commissione Ue nella prima valutazione alla manovra italiana quando riscontrò un’inosservanza “particolarmente grave della raccomandazione in materia di bilancio” aggiungendo che “un’espansione fiscale vicina all’1% del Pil”, mentre il Consiglio aveva raccomandato un aggiustamento di bilancio, “e le dimensioni della deviazione (un divario dell’1,4 % circa del Pil pari a 25 miliardi di euro)” non trovavano riscontro “nella storia del patto di stabilità e crescita”.

CONTE RIBADISCE IL 2,4% NEL RAPPORTO DEFICIT/PIL

Il premier Giuseppe Conte ha però ribadito per l’ennesima volta l’intenzione di non cambiare una virgola del testo. Durante il vertice di ieri a palazzo Chigi con il ministro dell’economia Giovanni Tria, i sottosegretari Massimo Garavaglia e Laura Castelli, e i tecnici del Mef per chiudere definitivamente il testo è stata confermata l’impostazione del 2,4% nel rapporto deficit/Pil. Mentre oggi il ministro Tria ha incontrato a Berlino il suo omologo tedesco Olaf Scholz. Al centro delle discussioni la preparazione della riunione dei Ministri Finanziari dell’Eurogruppo e dell’Ecofin che si terrà la settimana prossima a Bruxelles ma soprattutto la manovra di bilancio italiana: il Ministro Tria ne ha spiegato “la logica economica, che è puntata sulla crescita per ridurre il debito del Paese”.

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Manovra. Società pubbliche salvate dal “taglia-partecipate” della Madia

Cambia la norma “taglia-partecipate” prevista dalla Legge Madia. Le società pubbliche partecipate che nell’ultimo triennio abbiano conseguito utile, non saranno alienate

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Finanza. Il vero esame da superare sono i prossimi stress test per le banche

L’articolo di Alberto Ferrarese

Non usciranno né promossi né bocciati dagli stress test sulle banche europee i cui risultati saranno comunicati venerdì. Ma il giudizio potrebbe arrivare dal mercato, che comunque, al momento, sembra vivere con relativa tranquillità la situazione italiana (oggi lo spread è in calo sotto i 300 punti, dopo il giudizio di Standard & Poor’s arrivato venerdì).

A differenza del passato, l’esercizio Eba, l’Autorità di vigilanza europea, non conterrà indicazioni su necessità di aumenti di capitale, ma i risultati serviranno alla Bce per la redazione dello Srep (Supervisory review and evaluation process), una valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. A quel punto Francoforte potrebbe indicare alle banche in difficoltà azioni di rafforzamento da intraprendere. Da lì potrebbero emergere difficoltà per il governo. “Se serve una ricapitalizzazione delle banche noi ci siamo”, ha assicurato nei giorni scorsi il vicepremier Matteo Salvini. Ma il governo non ha poi spiegato in che modo e con quali risorse intende farlo. Senza poi contare il problema “politico” che un intervento pubblico sugli istituti di credito comporterebbe in una maggioranza già alle prese con tensioni su vari fronti.

L’ITALIA ALLA PROVA DELLO STRESS TEST

Lo stress test simulerà la tenuta degli istituti di credito nel caso di un ipotetico scenario avverso di una caduta del Pil, rispetto allo scenario base, dell’8,3% (il più alto inserito nei test fino a oggi) nel triennio 2018-2020, con gli shock correlati, come aumento della disoccupazione e dei tassi di interesse. A questo proposito è curioso rilevare che lo stress test ipotizza per l’Italia un aumento dei tassi nel 2018 a 3,30 sul decennale, una quota che sostanzialmente già è realtà. Per l’Italia sotto esame ci sono Ubi, UniCredit, Intesa e Bpm, mentre Mps è stata esentata perché sotto ristrutturazione.

TUTTE LE CONSEGUENZE

“Non ci sarà un effetto immediato – spiega un analista – perché non ci saranno prescrizioni, però è prevedibile una reazione dei mercati. In presenza di istituti molto indeboliti dallo stress test gli investitori potrebbero vendere i titoli di quelle banche”. Però al momento i mercati stanno guardando all’Italia in modo “benevolo” con uno spread che dopo aver passato, nei giorni scorsi, quota 300 si è stabilizzato per poi addirittura scendere e un buon andamento dell’asta . “Quello dello spread – spiega l’analista – è in realtà un falso problema. Per l’Italia è impossibile che si ripeta la situazione del 2011, con lo spread alle stelle, per una serie di motivi. Il primo è che allora c’era un forte deficit nelle partite correnti, mentre oggi il saldo è in attivo. Poi allora il debito era per almeno il 50% in mano ad investitori esteri, mentre oggi la quota è intorno al 30%. E poi lo spread aveva anche una motivazione ‘tecnica’. Il rendimento del Bund scendeva per effetto della crisi internazionale e anche se il Btp era fermo il differenziale aumentava”.

INTANTO TRA LEGA E M5S

Poi, certo, ci sarà da vedere come procederà la trattativa tra Italia e Ue sulla legge di Bilancio. La Lega è in pressing sul M5s per “ammorbidire” il tetto del 2,4% nel rapporto deficit/Pil, ma su questo la partita interna alla maggioranza è ancora tutta da giocare.

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Ecco i fondi del Cipe per Intelligenza artificiale, Blockchain e Wi-fi

Su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico nell’ultimo Cipe 100 milioni di Euro sono stati destinati per lo sviluppo del Wi-Fi e le tecnologie emergenti (Intelligenza artificiale, Blockchain, Internet delle cose)

È arrivato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 19 ottobre, il Piano nazionale di ripartizione delle frequenze (P.N.R.F.) tra 0 e 3.000 Ghz per l’uso efficiente dello spettro e la transizione alla tecnologia 5G. Scopo del decreto, firmato dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio lo scorso 5 ottobre è “stabilire, in ambito nazionale e per il tempo di pace, l’attribuzione ai diversi servizi delle bande di frequenze oggetto del piano, di indicare per ciascun servizio nell’ambito delle singole bande l’autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze, nonché le principali utilizzazioni civili”. (qui il decreto)

L’OBIETTIVO? PIANIFICARE LE FREQUENZE

Il P.N.R.F. (qui l’appendice al piano) rappresenta un vero e proprio piano regolatore delle frequenze (qui la Tabella di attribuzione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze) che consente di verificare, come detto, l’efficiente utilizzazione dello spettro radio, al fine di riorganizzare la risorsa spettrale tra i servizi di radio e di gestire al meglio gli eventuali contenziosi con i Paesi frontalieri. Obiettivo ultimo del Piano, come ha chiarito lo stesso Mise “è di pianificare, in ambito nazionale e in tempo di pace le attribuzioni ai diversi servizi delle bande di frequenze oggetto del piano, indicare per ciascun servizio, nell’ambito delle singole bande, l’autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze, nonché le principali utilizzazioni civili; verificare l’efficiente utilizzazione dello spettro, al fine di liberare risorse per il settore televisivo e di gestire al meglio gli eventuali contenziosi con i Paesi frontalieri”.

SPAZIO ANCHE AL 5G

Il Pnrf recepisce di fatto nella legislazione nazionale il Regolamento delle radiocomunicazioni che viene periodicamente modificato dagli atti finali delle “Conferenze mondiali delle radiocomunicazioni” (Wrc), l’ultima delle quali si è tenuta a Ginevra nel 2015. Recepisce inoltre i provvedimenti approvati dalla Unione Europea (obbligatori) ed i provvedimenti della Cept (Conferenza europea delle poste e telecomunicazioni), se ritenuti necessari in quanto questi vengono implementati su base volontaria. L’aggiornamento del PNRF è uno dei compiti istituzionali del Mise-DGPGSR, sancito anche dal Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (d. lgs. 31 luglio 2005, n. 177) e l’attuale Piano è stato redatto sulla base dell’articolo 5 del Regolamento delle radiocomunicazioni. Ciò anche per stabilire la riduzione della banda destinata alle trasmissioni televisive a favore dei nuovi sviluppi delle reti di comunicazione mobile senza fili (5G). Infatti, per quanto riguarda l’assegnazione delle frequenze, è stato approvato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, con delibera n. 290/18/Cons del 27 giugno 2018, il nuovo Piano Nazionale di Assegnazione delle Frequenze (Pnaf 2018). Si è poi conclusa il 2 ottobre 2018, con un ammontare totale di offerte per più di 6,55 miliardi di euro, la procedura per l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze per il 5G, che era stata avviata il 13 settembre. (qui il documento di consultazione della Camera).

MISE: 100 MILIONI DI EURO PER WI-FI E TECNOLOGIE EMERGENTI

Proprio all’interno del settore sono stati rimodulati una serie di fondi nel corso della seduta d’insediamento del CIPE del 25 ottobre. Su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico 100 milioni di Euro sono stati destinati per lo sviluppo del Wi-Fi e le tecnologie emergenti (Intelligenza artificiale, Blockchain, Internet delle cose). In particolare, sono stati dirottati 95 milioni di Euro (5 milioni erano già previsti) per sviluppare tecnologie emergenti e in favore della diffusione capillare del wi-fi sul territorio nazionale, in linea con il mandato volto all’innovazione e alla centralità della rete voluto dal Ministro Luigi Di Maio. Queste risorse erano state originariamente destinate (con delibera n. 105 del 22 dicembre 2017) per un importo complessivo fino a 60 milioni di euro per il cofinanziamento di progetti di ricerca, sperimentazione, realizzazione e trasferimento tecnologico aventi ad oggetto l’applicazione della tecnologia 5G a beni e servizi di nuova generazione promossi dalle regioni coinvolte nel progetto di sperimentazione pre-commerciale del 5G posto in essere dal Mise; per un importo complessivo fino a 35 milioni di Euro al cofinanziamento di progetti promossi dalle altre regioni, altri Dicasteri o Enti pubblici di ricerca, per lo sviluppo dei servizi di nuova generazione; infine per un importo complessivo di 5 milioni di Euro destinato allo sviluppo della fase II del progetto wifi.italia.it.

MENO RISORSE ALLA SPERIMENTAZIONE DEL 5G ORMAI IN FASE PRE-COMMERCIALE

In sostanza, come chiarisce lo stesso dicastero, “alla luce della fase ormai avanzata dei progetti di sperimentazione pre-commerciale 5G, non ritenendo più attuale l’esigenza di impegnare le risorse assegnate ai progetti di ricerca e sperimentazione” il ministero dello Sviluppo economico” ne ha richiesto “la rimodulazione, per un totale di 95 milioni di Euro fatti salvi eventuali impegni di spesa già perfezionati, a favore di progetti volti a favorire la diffusione dei servizi in Wi-Fi sul resto del territorio nazionale, ad incentivare la ricerca e lo sviluppo nelle tecnologie emergenti (Blockchain, Intelligenza Artificiale, Internet delle cose) e, in generale, a perseguire gli obiettivi del Piano BUL”. L’intervento destinato allo sviluppo della fase II del progetto wifi.italia.it. “è già in fase di realizzazione in seguito all’emanazione di un apposito decreto da parte del Ministro Luigi Di Maio, per il tramite di Infratel Italia s.p.a, società interamente partecipata da Invitalia, con riferimento ai comuni interessati dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016 e, in via residuale, in tutti gli altri comuni con popolazione inferiore ai 2000 abitanti. Tale linea di intervento sarà ulteriormente rafforzata utilizzando le risorse destinate dalla recente delibera Cipe”, conclude il Mise.

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L’AGCOM bacchetta i partiti: servono regole per la partecipazione online

È il richiamo del Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello
“È opportuno stabilire regole che disciplinino la partecipazione politica anche online e che consentano di constatarne rapidamente la correttezza. Agcom sta lavorando in questo senso”. Lo ha detto il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello, intervenendo oggi al dibattito su “Comunicazione politica e piattaforme online” nell’ambito del Seminario congiunto promosso a Roma da Agcom ed Eurovisioni su “Le riforme dell’audiovisivo in Europa: quali conseguenze per l’industria dei media”.

IL DISCORSO POLITICO È SOGGETTO A UN EPOCALE CAMBIAMENTO, CONTRAENDOSI IN CINGUETTII DI 140 CARATTERI O NEI POST DI FACEBOOK

“Nel mondo iperconnesso della comunicazione 4.0, in cui i giornalisti sostituiscono penna e calamaio con tastiera e cellulare, anche il discorso politico è soggetto a un epocale cambiamento, contraendosi in cinguettii di 140 caratteri o nei post di Facebook”, ha ricordato Martusciello. “La conseguenza – ha aggiunto – da un lato è il diffondersi della democrazia partecipativa, dall’altro la creazione di una sorta di campagna elettorale permanente, talvolta frutto di tecniche manipolative e propagandistiche come avvenuto nei recenti appuntamenti elettorali”.

MARTUSCIELLO HA MESSO IN GUARDIA SUI PERICOLI DI UNA POSSIBILE ESCLUSIONE DA FORME DI PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA ONLINE

“Una circostanza preoccupante se consideriamo che, con specifico riferimento al ranking dei mezzi che vengono utilizzati per informarsi sui temi della politica, Internet è risultata il secondo mezzo (dopo la tv) per formare le scelte politico-elettorali, privilegiata da ben il 34% degli aventi diritto al voto – ha ricordato il Commissario -. Certo la Rete consente sicuramente una positiva interazione personale tra cittadino e politico – ha proseguito – ma non possiamo negare alcune difficoltà”. Richiamando i dati del Digital Economy and Society Index 2018, Martusciello ha messo in guardia sui pericoli di una possibile esclusione da forme di partecipazione democratica online, affermando che “una rilevante fetta della popolazione non utilizza i servizi Internet e ha scarse competenze digitali”.

IL RISCHIO CHE SI PALESA “È QUELLO DI DAR FORMA ALLA ‘DEMOCRAZIA DEI CREDULONI’

Passando poi agli aspetti più propriamente economici, Martusciello ha rilevato come il ‘Platform Capitalism’, fondato essenzialmente sull’estrazione, l’aggregazione e l’analisi di dati, se può rendere le piattaforme in grado di indirizzare il cittadino verso un ‘prodotto’ (anche politico) con un grado di analisi più dettagliato, potrebbe anche giungere a rilevare la propensione dell’individuo a un’ideologia o un comportamento. “In assenza di quella che potremmo definire una telematica trasparente, l’uso ambiguo delle tecnologie può produrre forme di partecipazione molto fragili”, ha sottolineato, precisando però come non sia il mezzo in sé, ma il modo con cui viene utilizzato a rendere questo utile o dannoso. Dinanzi a questi eventi il rischio che si palesa “è quello di dar forma alla ‘democrazia dei creduloni’”. Per questo motivo occorrono interventi legislativi nazionali e sovranazionali adeguati.

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Chi stecca nel coro degli sciacalli sui Benetton

I graffi di Damato

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La strategia anti-contraffazione del governo passa anche per la Blockchain

Il sottosegretario allo Sviluppo Economico Dario Galli ha confermato che si stanno individuando e raccogliendo iniziative già esistenti a livello nazionale ed internazionale al fine di valutare l’opportunità di diffonderne l’applicazione

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Il Nord tiene il passo della Germania, il Sud peggio della Grecia. Studio Cgia

La fotografia impietosa di un’Italia spaccata a metà dopo la crisi economica del 2008, realizzata dall’ufficio studi della Cgia evidenziano le difficoltà del paese

Il Nord corre e con qualche difficoltà tiene il passo della locomotiva d’Europa, vale a dire la Germania, il Sud, invece, arranca e presenta una situazione socio/occupazionale addirittura peggiore della Grecia, che da oltre un decennio è stabilmente il fanalino di coda dell’Eurozona. È questa la fotografia impietosa di un’Italia sempre più spaccata a metà dopo la crisi economica del 2008, realizzata dall’ufficio studi della Cgia dopo aver comparato una serie di indicatori economici, occupazionali e sociali della Germania con il Nord Italia e della Grecia con il nostro Mezzogiorno.

MASON (CGIA): LE POLITICHE PUBBLICHE DI SVILUPPO MESSE IN CAMPO IN QUESTI ULTIMI 70 ANNI NON HANNO ACCORCIATO LE DISTANZE TRA QUESTE REALTÀ

Tempi e modi della manovra, ecco dettagli e rumorsLe variabili messe a confronto dall’Ufficio studi si raggruppano in 3 grandi aree:  economia (Pil pro capite; produttività del lavoro, export/Pil e saldo commerciale/Pil); lavoro (tasso di occupazione, tasso di occupazione femminile, tasso di disoccupazione e tasso di disoccupazione giovanile); sociale (rischio di povertà o esclusione sociale). “Il divario tra il Nord e il Sud del nostro Paese – commenta il segretario Renato Mason – ha radici lontane che risalgono addirittura all’unità d’Italia. Purtroppo, le politiche pubbliche di sviluppo messe in campo in questi ultimi 70 anni non hanno accorciato le distanze tra queste realtà. Anzi, per certi versi sono aumentate, poiché i livelli di crescita delle regioni settentrionali sono stati decisamente superiori a quelli registrati nel meridione, che si conferma una delle aree economiche più disagiate dell’intera Eurozona”.

ZABEO (CGIA): IL SUD PUÒ CONTARE SU UNA PRESENZA DI OLTRE 1 MILIONE E 300 MILA LAVORATORI IN NERO

Con un Paese che presenta uno squilibrio così marcato tra le principali ripartizioni geografiche che non ha eguali nel resto d’Europa, i dati statistici medi dell’Italia vanno sempre interpretati con le dovute cautele. In particolar modo per la forte presenza dell’economia non osservata che, solo per la parte del lavoro irregolare, produce nel Mezzogiorno oltre 27 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso all’anno. “Il Sud – chiarisce il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – può contare su una presenza di oltre 1 milione e 300 mila lavoratori in nero che rende le statistiche ufficiali sul mercato del lavoro meno allarmanti di quanto appaiono. Detto ciò, nessuno giustifica questo fenomeno quando è controllato da organizzazioni criminali o da caporali. Tuttavia, se il sommerso è una conseguenza del mancato sviluppo economico di un territorio, al tempo stesso rappresenta un ammortizzatore che consente a migliaia e migliaia di famiglie di non scivolare nella povertà o nell’esclusione sociale”.

CON LA CRISI ECONOMICA MEZZOGIORNO IL PIÙ PENALIZZATO

A un decennio dall’inizio della crisi economica che ha pesantemente colpito il nostro Paese, il Sud è stata la ripartizione geografica del Paese più penalizzata. Secondo una elaborazione della Fondazione Leone Moressa, tra il 2008 e il 2017 il Mezzogiorno d’Italia ha perso 310.000 occupati e ha registrato un aumento dei disoccupati pari a 592 mila unità. Sempre nello steso arco temporale, al Nord i posti di lavoro sono aumentati di 74 mila unità, mentre il numero dei senza lavoro è salito di 413 mila. L’Istat, tuttavia, stima che nel Mezzogiorno le unità di lavoro standard in nero siano pari a 1.300.000, contro le 776 mila presenti nel Nordovest e le 517.400 “occupate” nel Nordest.

SVIMEZ: ESODO VERSO IL NORD

Tra il 2008 e il 2017 i lavoratori che si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centronord sono diminuiti di quasi 16 mila unità. Dieci anni fa erano stati poco più di 160 mila coloro che avevano lasciato il Sud per risalire la penisola; l’anno scorso, invece, la quota ha sfiorato le 145 mila unità. Dal 2015, anno in cui la ripresa economica si è consolidata anche in Italia, il numero di cittadini del Mezzogiorno che per ragioni di lavoro ha raggiunto il Centronord è tornato a crescere. Se 3 anni fa a lasciare il Sud erano stati poco più di 113 mila addetti, nel 2016 il numero è salito a 137 mila per sfiorare l’anno scorso quota 145 mila. I dati appena segnalati sono dello Svimez.

PIL PRO CAPITE, PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO ED EXPORT: CONFRONTO ITALIA-GERMANIA

In termini di Pil pro capite il Nord Italia sconta un differenziale negativo con la Germania di poco superiore ai 4.300 euro; il dato del Mezzogiorno, invece, è superiore a quello greco di 2.000 euro. Tuttavia un cittadino del settentrione dispone di oltre 15.600 euro all’anno in più rispetto a un residente al Sud. Sul versante della produttività del lavoro (valore aggiunto per occupato in euro), invece, sia il Nord sia il Sud hanno la meglio rispettivamente della media tedesca e di quella greca. E’ questo l’unico indicatore tra i 10 presi in esame dove l’esito delle due macro aree del nostro Paese è migliore di quello registrato a Berlino e ad Atene. In merito all’export, infine, i dati della Germania non hanno eguali nel resto d’Europa, tuttavia il Nord Italia si difende benissimo, registrando un gap molto contenuto, anche nel rapporto tra saldo commerciale e Pil. Tra la Grecia e il nostro Sud, invece, le esportazioni sul Pil sono maggiori nel Paese ellenico, anche se il Mezzogiorno d’Italia conta una bilancia commerciale meno squilibrata di quella greca.

OCCUPAZIONE E DISOCCUPAZIONE

Sul versante occupazionale le distanze tra i dati riferiti al mercato del lavoro tedesco e quelli del Nord Italia sono importanti. Se il tasso di occupazione generale in Germania è superiore di quasi 10 punti, il tasso di disoccupazione, invece, è di poco inferiore alla metà (3,8 contro il 6,9 per cento). Altrettanto forte è il divario riferito al tasso di disoccupazione giovanile: in Germania è quasi 4 volte inferiore (6,8 contro il 24 per cento). Ugualmente preoccupanti i risultati che emergono dalla comparazione tra il nostro Sud e la Grecia. Solo per quanto concerne il tasso di disoccupazione generale il Mezzogiorno registra una situazione è migliore di quella greca (19,4 contro 21,5 per cento). In tutti gli altri casi Atene ha sempre la meglio.

RISCHIO POVERTÀ ED ESCLUSIONE SOCIALE

Sebbene il Nord Italia presenti degli indicatori occupazionali meno positivi della media tedesca, in materia di povertà o esclusione sociale la situazione si capovolge. Nelle nostre regioni settentrionali le percentuali sono inferiori sia al rischio povertà (19 contro 19,7 per cento), così come inteso dall’indicatore previsto dalla strategia Europa 2020, sia quando analizziamo il “tradizionale” indicatore del rischio povertà (12,1 contro il 16,5 per cento). Nelle comparazione tra il nostro Sud e la Grecia, infine, le distanze sono pesantissime e in entrambi i casi la popolazione greca presenta percentuali nettamente inferiori alle nostre.

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