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Ecco i fondi del Cipe per Intelligenza artificiale, Blockchain e Wi-fi

Su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico nell’ultimo Cipe 100 milioni di Euro sono stati destinati per lo sviluppo del Wi-Fi e le tecnologie emergenti (Intelligenza artificiale, Blockchain, Internet delle cose)

È arrivato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 19 ottobre, il Piano nazionale di ripartizione delle frequenze (P.N.R.F.) tra 0 e 3.000 Ghz per l’uso efficiente dello spettro e la transizione alla tecnologia 5G. Scopo del decreto, firmato dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio lo scorso 5 ottobre è “stabilire, in ambito nazionale e per il tempo di pace, l’attribuzione ai diversi servizi delle bande di frequenze oggetto del piano, di indicare per ciascun servizio nell’ambito delle singole bande l’autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze, nonché le principali utilizzazioni civili”. (qui il decreto)

L’OBIETTIVO? PIANIFICARE LE FREQUENZE

Il P.N.R.F. (qui l’appendice al piano) rappresenta un vero e proprio piano regolatore delle frequenze (qui la Tabella di attribuzione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze) che consente di verificare, come detto, l’efficiente utilizzazione dello spettro radio, al fine di riorganizzare la risorsa spettrale tra i servizi di radio e di gestire al meglio gli eventuali contenziosi con i Paesi frontalieri. Obiettivo ultimo del Piano, come ha chiarito lo stesso Mise “è di pianificare, in ambito nazionale e in tempo di pace le attribuzioni ai diversi servizi delle bande di frequenze oggetto del piano, indicare per ciascun servizio, nell’ambito delle singole bande, l’autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze, nonché le principali utilizzazioni civili; verificare l’efficiente utilizzazione dello spettro, al fine di liberare risorse per il settore televisivo e di gestire al meglio gli eventuali contenziosi con i Paesi frontalieri”.

SPAZIO ANCHE AL 5G

Il Pnrf recepisce di fatto nella legislazione nazionale il Regolamento delle radiocomunicazioni che viene periodicamente modificato dagli atti finali delle “Conferenze mondiali delle radiocomunicazioni” (Wrc), l’ultima delle quali si è tenuta a Ginevra nel 2015. Recepisce inoltre i provvedimenti approvati dalla Unione Europea (obbligatori) ed i provvedimenti della Cept (Conferenza europea delle poste e telecomunicazioni), se ritenuti necessari in quanto questi vengono implementati su base volontaria. L’aggiornamento del PNRF è uno dei compiti istituzionali del Mise-DGPGSR, sancito anche dal Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (d. lgs. 31 luglio 2005, n. 177) e l’attuale Piano è stato redatto sulla base dell’articolo 5 del Regolamento delle radiocomunicazioni. Ciò anche per stabilire la riduzione della banda destinata alle trasmissioni televisive a favore dei nuovi sviluppi delle reti di comunicazione mobile senza fili (5G). Infatti, per quanto riguarda l’assegnazione delle frequenze, è stato approvato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, con delibera n. 290/18/Cons del 27 giugno 2018, il nuovo Piano Nazionale di Assegnazione delle Frequenze (Pnaf 2018). Si è poi conclusa il 2 ottobre 2018, con un ammontare totale di offerte per più di 6,55 miliardi di euro, la procedura per l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze per il 5G, che era stata avviata il 13 settembre. (qui il documento di consultazione della Camera).

MISE: 100 MILIONI DI EURO PER WI-FI E TECNOLOGIE EMERGENTI

Proprio all’interno del settore sono stati rimodulati una serie di fondi nel corso della seduta d’insediamento del CIPE del 25 ottobre. Su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico 100 milioni di Euro sono stati destinati per lo sviluppo del Wi-Fi e le tecnologie emergenti (Intelligenza artificiale, Blockchain, Internet delle cose). In particolare, sono stati dirottati 95 milioni di Euro (5 milioni erano già previsti) per sviluppare tecnologie emergenti e in favore della diffusione capillare del wi-fi sul territorio nazionale, in linea con il mandato volto all’innovazione e alla centralità della rete voluto dal Ministro Luigi Di Maio. Queste risorse erano state originariamente destinate (con delibera n. 105 del 22 dicembre 2017) per un importo complessivo fino a 60 milioni di euro per il cofinanziamento di progetti di ricerca, sperimentazione, realizzazione e trasferimento tecnologico aventi ad oggetto l’applicazione della tecnologia 5G a beni e servizi di nuova generazione promossi dalle regioni coinvolte nel progetto di sperimentazione pre-commerciale del 5G posto in essere dal Mise; per un importo complessivo fino a 35 milioni di Euro al cofinanziamento di progetti promossi dalle altre regioni, altri Dicasteri o Enti pubblici di ricerca, per lo sviluppo dei servizi di nuova generazione; infine per un importo complessivo di 5 milioni di Euro destinato allo sviluppo della fase II del progetto wifi.italia.it.

MENO RISORSE ALLA SPERIMENTAZIONE DEL 5G ORMAI IN FASE PRE-COMMERCIALE

In sostanza, come chiarisce lo stesso dicastero, “alla luce della fase ormai avanzata dei progetti di sperimentazione pre-commerciale 5G, non ritenendo più attuale l’esigenza di impegnare le risorse assegnate ai progetti di ricerca e sperimentazione” il ministero dello Sviluppo economico” ne ha richiesto “la rimodulazione, per un totale di 95 milioni di Euro fatti salvi eventuali impegni di spesa già perfezionati, a favore di progetti volti a favorire la diffusione dei servizi in Wi-Fi sul resto del territorio nazionale, ad incentivare la ricerca e lo sviluppo nelle tecnologie emergenti (Blockchain, Intelligenza Artificiale, Internet delle cose) e, in generale, a perseguire gli obiettivi del Piano BUL”. L’intervento destinato allo sviluppo della fase II del progetto wifi.italia.it. “è già in fase di realizzazione in seguito all’emanazione di un apposito decreto da parte del Ministro Luigi Di Maio, per il tramite di Infratel Italia s.p.a, società interamente partecipata da Invitalia, con riferimento ai comuni interessati dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016 e, in via residuale, in tutti gli altri comuni con popolazione inferiore ai 2000 abitanti. Tale linea di intervento sarà ulteriormente rafforzata utilizzando le risorse destinate dalla recente delibera Cipe”, conclude il Mise.

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L’AGCOM bacchetta i partiti: servono regole per la partecipazione online

È il richiamo del Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello
“È opportuno stabilire regole che disciplinino la partecipazione politica anche online e che consentano di constatarne rapidamente la correttezza. Agcom sta lavorando in questo senso”. Lo ha detto il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello, intervenendo oggi al dibattito su “Comunicazione politica e piattaforme online” nell’ambito del Seminario congiunto promosso a Roma da Agcom ed Eurovisioni su “Le riforme dell’audiovisivo in Europa: quali conseguenze per l’industria dei media”.

IL DISCORSO POLITICO È SOGGETTO A UN EPOCALE CAMBIAMENTO, CONTRAENDOSI IN CINGUETTII DI 140 CARATTERI O NEI POST DI FACEBOOK

“Nel mondo iperconnesso della comunicazione 4.0, in cui i giornalisti sostituiscono penna e calamaio con tastiera e cellulare, anche il discorso politico è soggetto a un epocale cambiamento, contraendosi in cinguettii di 140 caratteri o nei post di Facebook”, ha ricordato Martusciello. “La conseguenza – ha aggiunto – da un lato è il diffondersi della democrazia partecipativa, dall’altro la creazione di una sorta di campagna elettorale permanente, talvolta frutto di tecniche manipolative e propagandistiche come avvenuto nei recenti appuntamenti elettorali”.

MARTUSCIELLO HA MESSO IN GUARDIA SUI PERICOLI DI UNA POSSIBILE ESCLUSIONE DA FORME DI PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA ONLINE

“Una circostanza preoccupante se consideriamo che, con specifico riferimento al ranking dei mezzi che vengono utilizzati per informarsi sui temi della politica, Internet è risultata il secondo mezzo (dopo la tv) per formare le scelte politico-elettorali, privilegiata da ben il 34% degli aventi diritto al voto – ha ricordato il Commissario -. Certo la Rete consente sicuramente una positiva interazione personale tra cittadino e politico – ha proseguito – ma non possiamo negare alcune difficoltà”. Richiamando i dati del Digital Economy and Society Index 2018, Martusciello ha messo in guardia sui pericoli di una possibile esclusione da forme di partecipazione democratica online, affermando che “una rilevante fetta della popolazione non utilizza i servizi Internet e ha scarse competenze digitali”.

IL RISCHIO CHE SI PALESA “È QUELLO DI DAR FORMA ALLA ‘DEMOCRAZIA DEI CREDULONI’

Passando poi agli aspetti più propriamente economici, Martusciello ha rilevato come il ‘Platform Capitalism’, fondato essenzialmente sull’estrazione, l’aggregazione e l’analisi di dati, se può rendere le piattaforme in grado di indirizzare il cittadino verso un ‘prodotto’ (anche politico) con un grado di analisi più dettagliato, potrebbe anche giungere a rilevare la propensione dell’individuo a un’ideologia o un comportamento. “In assenza di quella che potremmo definire una telematica trasparente, l’uso ambiguo delle tecnologie può produrre forme di partecipazione molto fragili”, ha sottolineato, precisando però come non sia il mezzo in sé, ma il modo con cui viene utilizzato a rendere questo utile o dannoso. Dinanzi a questi eventi il rischio che si palesa “è quello di dar forma alla ‘democrazia dei creduloni’”. Per questo motivo occorrono interventi legislativi nazionali e sovranazionali adeguati.

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Chi stecca nel coro degli sciacalli sui Benetton

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La strategia anti-contraffazione del governo passa anche per la Blockchain

Il sottosegretario allo Sviluppo Economico Dario Galli ha confermato che si stanno individuando e raccogliendo iniziative già esistenti a livello nazionale ed internazionale al fine di valutare l’opportunità di diffonderne l’applicazione

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Il Nord tiene il passo della Germania, il Sud peggio della Grecia. Studio Cgia

La fotografia impietosa di un’Italia spaccata a metà dopo la crisi economica del 2008, realizzata dall’ufficio studi della Cgia evidenziano le difficoltà del paese

Il Nord corre e con qualche difficoltà tiene il passo della locomotiva d’Europa, vale a dire la Germania, il Sud, invece, arranca e presenta una situazione socio/occupazionale addirittura peggiore della Grecia, che da oltre un decennio è stabilmente il fanalino di coda dell’Eurozona. È questa la fotografia impietosa di un’Italia sempre più spaccata a metà dopo la crisi economica del 2008, realizzata dall’ufficio studi della Cgia dopo aver comparato una serie di indicatori economici, occupazionali e sociali della Germania con il Nord Italia e della Grecia con il nostro Mezzogiorno.

MASON (CGIA): LE POLITICHE PUBBLICHE DI SVILUPPO MESSE IN CAMPO IN QUESTI ULTIMI 70 ANNI NON HANNO ACCORCIATO LE DISTANZE TRA QUESTE REALTÀ

Tempi e modi della manovra, ecco dettagli e rumorsLe variabili messe a confronto dall’Ufficio studi si raggruppano in 3 grandi aree:  economia (Pil pro capite; produttività del lavoro, export/Pil e saldo commerciale/Pil); lavoro (tasso di occupazione, tasso di occupazione femminile, tasso di disoccupazione e tasso di disoccupazione giovanile); sociale (rischio di povertà o esclusione sociale). “Il divario tra il Nord e il Sud del nostro Paese – commenta il segretario Renato Mason – ha radici lontane che risalgono addirittura all’unità d’Italia. Purtroppo, le politiche pubbliche di sviluppo messe in campo in questi ultimi 70 anni non hanno accorciato le distanze tra queste realtà. Anzi, per certi versi sono aumentate, poiché i livelli di crescita delle regioni settentrionali sono stati decisamente superiori a quelli registrati nel meridione, che si conferma una delle aree economiche più disagiate dell’intera Eurozona”.

ZABEO (CGIA): IL SUD PUÒ CONTARE SU UNA PRESENZA DI OLTRE 1 MILIONE E 300 MILA LAVORATORI IN NERO

Con un Paese che presenta uno squilibrio così marcato tra le principali ripartizioni geografiche che non ha eguali nel resto d’Europa, i dati statistici medi dell’Italia vanno sempre interpretati con le dovute cautele. In particolar modo per la forte presenza dell’economia non osservata che, solo per la parte del lavoro irregolare, produce nel Mezzogiorno oltre 27 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso all’anno. “Il Sud – chiarisce il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – può contare su una presenza di oltre 1 milione e 300 mila lavoratori in nero che rende le statistiche ufficiali sul mercato del lavoro meno allarmanti di quanto appaiono. Detto ciò, nessuno giustifica questo fenomeno quando è controllato da organizzazioni criminali o da caporali. Tuttavia, se il sommerso è una conseguenza del mancato sviluppo economico di un territorio, al tempo stesso rappresenta un ammortizzatore che consente a migliaia e migliaia di famiglie di non scivolare nella povertà o nell’esclusione sociale”.

CON LA CRISI ECONOMICA MEZZOGIORNO IL PIÙ PENALIZZATO

A un decennio dall’inizio della crisi economica che ha pesantemente colpito il nostro Paese, il Sud è stata la ripartizione geografica del Paese più penalizzata. Secondo una elaborazione della Fondazione Leone Moressa, tra il 2008 e il 2017 il Mezzogiorno d’Italia ha perso 310.000 occupati e ha registrato un aumento dei disoccupati pari a 592 mila unità. Sempre nello steso arco temporale, al Nord i posti di lavoro sono aumentati di 74 mila unità, mentre il numero dei senza lavoro è salito di 413 mila. L’Istat, tuttavia, stima che nel Mezzogiorno le unità di lavoro standard in nero siano pari a 1.300.000, contro le 776 mila presenti nel Nordovest e le 517.400 “occupate” nel Nordest.

SVIMEZ: ESODO VERSO IL NORD

Tra il 2008 e il 2017 i lavoratori che si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centronord sono diminuiti di quasi 16 mila unità. Dieci anni fa erano stati poco più di 160 mila coloro che avevano lasciato il Sud per risalire la penisola; l’anno scorso, invece, la quota ha sfiorato le 145 mila unità. Dal 2015, anno in cui la ripresa economica si è consolidata anche in Italia, il numero di cittadini del Mezzogiorno che per ragioni di lavoro ha raggiunto il Centronord è tornato a crescere. Se 3 anni fa a lasciare il Sud erano stati poco più di 113 mila addetti, nel 2016 il numero è salito a 137 mila per sfiorare l’anno scorso quota 145 mila. I dati appena segnalati sono dello Svimez.

PIL PRO CAPITE, PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO ED EXPORT: CONFRONTO ITALIA-GERMANIA

In termini di Pil pro capite il Nord Italia sconta un differenziale negativo con la Germania di poco superiore ai 4.300 euro; il dato del Mezzogiorno, invece, è superiore a quello greco di 2.000 euro. Tuttavia un cittadino del settentrione dispone di oltre 15.600 euro all’anno in più rispetto a un residente al Sud. Sul versante della produttività del lavoro (valore aggiunto per occupato in euro), invece, sia il Nord sia il Sud hanno la meglio rispettivamente della media tedesca e di quella greca. E’ questo l’unico indicatore tra i 10 presi in esame dove l’esito delle due macro aree del nostro Paese è migliore di quello registrato a Berlino e ad Atene. In merito all’export, infine, i dati della Germania non hanno eguali nel resto d’Europa, tuttavia il Nord Italia si difende benissimo, registrando un gap molto contenuto, anche nel rapporto tra saldo commerciale e Pil. Tra la Grecia e il nostro Sud, invece, le esportazioni sul Pil sono maggiori nel Paese ellenico, anche se il Mezzogiorno d’Italia conta una bilancia commerciale meno squilibrata di quella greca.

OCCUPAZIONE E DISOCCUPAZIONE

Sul versante occupazionale le distanze tra i dati riferiti al mercato del lavoro tedesco e quelli del Nord Italia sono importanti. Se il tasso di occupazione generale in Germania è superiore di quasi 10 punti, il tasso di disoccupazione, invece, è di poco inferiore alla metà (3,8 contro il 6,9 per cento). Altrettanto forte è il divario riferito al tasso di disoccupazione giovanile: in Germania è quasi 4 volte inferiore (6,8 contro il 24 per cento). Ugualmente preoccupanti i risultati che emergono dalla comparazione tra il nostro Sud e la Grecia. Solo per quanto concerne il tasso di disoccupazione generale il Mezzogiorno registra una situazione è migliore di quella greca (19,4 contro 21,5 per cento). In tutti gli altri casi Atene ha sempre la meglio.

RISCHIO POVERTÀ ED ESCLUSIONE SOCIALE

Sebbene il Nord Italia presenti degli indicatori occupazionali meno positivi della media tedesca, in materia di povertà o esclusione sociale la situazione si capovolge. Nelle nostre regioni settentrionali le percentuali sono inferiori sia al rischio povertà (19 contro 19,7 per cento), così come inteso dall’indicatore previsto dalla strategia Europa 2020, sia quando analizziamo il “tradizionale” indicatore del rischio povertà (12,1 contro il 16,5 per cento). Nelle comparazione tra il nostro Sud e la Grecia, infine, le distanze sono pesantissime e in entrambi i casi la popolazione greca presenta percentuali nettamente inferiori alle nostre.

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Da Roma a Milano, agenda fitta di incontri per Davide Casaleggio. La prossima settimana presenterà alle imprese lo studio realizzato dalla Casaleggio Associati sulla blockchain

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Giochi, aumento tasse in Manovra non scoraggerà i giocatori

Spallone (Luiss) a Policy Maker: Con aumento prelievo e calo del payout è presumibile una migrazione verso l’online o verso il gioco illegale. Non si deve demonizzare l’operatore o il concessionario, è proprio a loro che andrebbe demandato il controllo con i codici di autodisciplina

Aumenti in arrivo sul fronte giochi in manovra: il prelievo erariale unico (Preu) sulle giocate, già al 19,25% per le slot e al 6,25% per le videolotteries dopo il via libera al decreto dignità, sale di un altro mezzo punto. Ma l’effetto dell’intervento potrebbe non portare all’auspicato – da parte dell’esecutivo – calo dell’appetito dei giocatori d’azzardo verso il gioco quanto a una “migrazione” verso il gioco online o illegale. È il parere espresso da Marco Spallone, Professore di Economia Politica alla Luiss e autore di una ricerca sulla fiscalità dei giochi, in un’intervista a Policy Maker.

SPALLONE: AUMENTI A PREU PER FARE CASSA O SCORAGGIARE GIOCATORI?

“L’idea di fondo” della misura contenuta in manovra “è abbastanza confusa, nel senso che da un lato si può interpretare l’aumento della tassazione come a un deterrente nei confronti dei giocatori: in questo caso la misura troverebbe coerenza rispetto alle finalità del governo di rendere meno appetibile e scoraggiare il gioco d’azzardo. Ma se fosse veramente questa la finalità dell’esecutivo allora non è chiaro perché si utilizzano i giochi per trovare le coperture”, ha sottolineato Spallone. In sostanza, ha aggiunto il professore “se siamo convinti che all’aumentare della tassazione diminuisca la raccolta, conseguentemente dovrebbero diminuire anche le entrate erariali. Se invece pensiamo che l’aumento delle aliquote serva a trovare delle coperture finanziarie, la finalità non sarà più quella di scoraggiare il gioco d’azzardo ma di fare cassa. Delle due l’una insomma”.

DA AUMENTO PRELIEVO PROBABILE MIGRAZIONE VERSO ONLINE O GIOCHI ILLEGALI

Non solo. Spallone ha ricordato che le aliquote del Preu “hanno come base imponibile la raccolta e non il margine sul gioco. Ciò significa che la crescita del prelievo, una volta pagate le vincite ai giocatori e pagate le spese operative di gestione, è probabile possa essere ‘riversata’ sui giocatori portando inevitabilmente e necessariamente a un calo del payout con una presumibile migrazione verso l’online o verso giochi a più alta resa come il gioco illegale sottoposto per sua natura a una minore pressione fiscale”, ha ammesso il Professore ricordando che per alcune tipologie di giocatori “in particolare quelli che si dice di voler proteggere come i problematici e i patologici” la spesa è “quasi incomprimibile e costante” portando quindi i giocatori stessi a “indirizzarsi verso comparti illegali”.

NON DEMONIZZARE L’OPERATORE O IL CONCESSIONARIO. A LORO ANDREBBE DEMANDATO IL CONTROLLO CON I CODICI DI AUTODISCIPLINA

“C’è un’altra cosa che mi preoccupa e riguarda le disposizioni sul divieto di pubblicità e i distanziometri che rischiano di spostare ulteriormente i giocatori verso il gioco illegale: è vero che la pubblicità può essere interpretata in vari modi e indurre i consumatori a giocare ma è anche vero che chi fa pubblicità è un concessionario o un esercente legale: e di per se è informazione – ha sottolineato Spallone a Policy Maker -. Se levo queste informazioni, li gravo di ulteriori imposte e sposto le sale giochi legali in periferia rischio di lasciare i consumatori nelle braccia del gioco illegale. Diventa quindi rischioso tutto il complesso di quello che si sta facendo. Come in tutti i settori maturi credo che non si debba demonizzare l’operatore o il concessionario ma è proprio a loro che andrebbe demandato il controllo con i codici di autodisciplina e di autoregolamentazione. È nell’interesse di chi opera su quel mercato evitare che quel mercato venga appesantito da patologie e da giocatori che diventano pericolosi intraprendendo comportamenti nocivi all’immagine di tutto il mercato. Andrei quindi – è un’opinione tecnica ma anche personale – nella direzione opposta per rendere i giocatori consapevoli anche se queste sono scelte politiche”, ha concluso Spallone.

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Banche. Lega e M5S vogliono indagare su agenzie di rating e Bankitalia

Non solo le banche ma anche gli organismi di controllo come la Banca d’Italia e le agenzie di rating, e i loro potenziali conflitti di interessi, finiranno sotto la lente di ingrandimento della nuova commissione di inchiesta sul sistema bancario italiano.

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In Manovra uno Sport Bonus potenziato per il 2019

Credito di imposta “del 65%” per le “erogazioni liberali in denaro effettuate da privati” nel corso del prossimo anno secondo quanto riporta la prima bozza della Legge di Bilancio di cui Policy Maker ha preso visione

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La morte e il linciaggio di Gilberto Benetton

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La scure dell’Antitrust si abbatte su Apple e Samsung

Multate per 10 e 5 milioni di euro per aggiornamenti software che hanno procurato gravi inconvenienti e/o ridotto le funzionalità di alcuni cellulari accelerandone la sostituzione da parte degli utenti

L’Antitrust ha imposto una multa di 5 milioni di euro a Samsung e 10 ad Apple per pratiche commerciali scorrette relative al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari che hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni, in modo tale da accelerare la loro obsolescenza e il processo di sostituzione.

QUALI SONO LE PRATICHE CONTESTATE DALL’ANTITRUST

La decisione dell’Authority italiana arriva al termine di due complesse istruttorie, durante le quali l’Antitrust ha accertato che le società del gruppo Apple e del gruppo Samsung hanno realizzato pratiche commerciali scorrette (in violazione degli artt. 20, 21, 22 e 24 del Codice del Consumo) in relazione al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari. “Tali società hanno, infatti, indotto i consumatori – mediante l’insistente richiesta di effettuare il download e anche in ragione dell’asimmetria informativa esistente rispetto ai produttori – ad installare aggiornamenti su dispositivi non in grado di supportarli adeguatamente, senza fornire adeguate informazioni, né alcun mezzo di ripristino delle originarie funzionalità dei prodotti”.

COSA HA FATTO SAMSUNG

In particolare, “Samsung ha insistentemente proposto, dal maggio 2016, ai consumatori che avevano acquistato un Note 4 (immesso sul mercato nel settembre 2014) di procedere ad installare il nuovo firmware di Android denominato Marshmallow predisposto per il nuovo modello di telefono Note 7, senza informare dei gravi malfunzionamenti dovuti alle maggiori sollecitazioni dell’hardware e richiedendo, per le riparazioni fuori garanzia connesse a tali malfunzionamenti, un elevato costo di riparazione”.

COSA HA FATTO APPLE

Quanto a Apple, essa “ha insistentemente proposto, dal settembre 2016, ai possessori di vari modelli di iPhone 6 (6/6Plus e 6s/6sPlus rispettivamente immessi sul mercato nell’autunno del 2014 e 2015), di installare il nuovo sistema operativo iOS 10 sviluppato per il nuovo iPhone7, senza informare delle maggiori richieste di energia del nuovo sistema operativo e dei possibili inconvenienti – quali spegnimenti improvvisi – che tale installazione avrebbe potuto comportare. Per limitare tali problematiche, Apple ha rilasciato, nel febbraio 2017, un nuovo aggiornamento (iOS 10.2.1), senza tuttavia avvertire che la sua installazione avrebbe potuto ridurre la velocità di risposta e la funzionalità dei dispositivi. Inoltre, Apple non ha predisposto alcuna misura di assistenza per gli iPhone che avevano sperimentato problemi di funzionamento non coperti da garanzia legale, e solo nel dicembre 2017 ha previsto la possibilità di sostituire le batterie ad un prezzo scontato”. Nei confronti di Apple è stata anche accertata una seconda condotta “in violazione dell’art. 20 del Codice del Consumo in quanto la stessa, fino a dicembre 2017, non ha fornito ai consumatori adeguate informazioni circa alcune caratteristiche essenziali delle batterie al litio, quali la loro vita media e deteriorabilità, nonché circa le corrette procedure per mantenere, verificare e sostituire le batterie al fine di conservare la piena funzionalità dei dispositivi”.

 

LE SANZIONI RAPPRESENTANO IL MASSIMO EDITTALE

Per questi motivi, ha chiarito l’Antitrust, “alle due imprese sono state applicate sanzioni pari al massimo edittale, tenuto conto della gravità delle condotte e della dimensione dei professionisti: a Samsung 5 milioni di euro e ad Apple 10 milioni di euro (5 milioni per ciascuna delle due pratiche contestate)”. Entrambe le imprese dovranno inoltre pubblicare sulla pagina in italiano del proprio sito internet una dichiarazione rettificativa che informi della decisione dell’Autorità con il link al provvedimento di accertamento.

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Perché è un po’ truccata la partita fra Roma e Bruxelles sui conti

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Bruxelles boccia la manovra italiana. Le ragioni Ue

L’Italia dovrà presentare il documento programmatico di bilancio riveduto entro tre settimane dall’adozione del parere

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