Fact Checking

Mondo Macho, così il Covid aumenta il gender gap

135,6 sono gli anni che devono ancora trascorrere per raggiungere la parità di genere. Nel 2020 erano 99,5 ma la pandemia ha ulteriormente ampliato il gender gap. I dati del report del World Economic Forum – che non sono affatto positivi per l’Italia

La pandemia ha ampliato il gender gap di una generazione e sulla base dei dati attuali, le donne dovranno aspettare 135,6 anni – rispetto ai 99,5 del 2020 – per raggiungere la parità di genere. A quantificarlo è il report Global Gender Gap Index del World Economic Forum che ha preso in considerazione 4 ambiti: politica, economia, istruzione e salute.

GENDER GAP IN POLITICA

Il Global Gender Gap Index ha rilevato che il gender gap politico dovrebbe richiedere 145,5 anni per essere colmato. Solo il 26,1% dei seggi parlamentari nei 156 Paesi esaminati sono detenuti da donne, e solo il 22,6% dei ministri del governo sono donne. Più della metà dei Paesi nel rapporto, 81 per l’esattezza, non hanno mai avuto un capo di Stato donna.

GENDER GAP SALARIALE

Per quanto concerne l’aspetto economico, l’analisi ha rilevato che ci vorranno addirittura 267,6 anni per colmare il gender gap e, se in alcune aree sono stati fatti progressi, la pandemia ha fatto nuovamente arretrare la parità. Mentre il numero di donne professioniste qualificate continua ad aumentare, il divario salariale e la mancanza di donne in posizioni senior e manageriali continuano a segnare un triste record.

gender pay gap

L’attivista americana Lilly Ledbetter

BUONE NOTIZIE DAI SETTORI ISTRUZIONE E SALUTE

In compenso, il gender gap si sta riducendo nei settori dell’istruzione e della salute. 37 Paesi hanno raggiunto la parità di genere nell’istruzione, tuttavia ci vorranno ancora circa 14,2 anni per colmare del tutto questo divario. Nella salute, più del 95% del divario di genere è stato colmato.

Leggi anche: Sanità, i Paesi Ue che combattono di più il gender gap

IL GENDER GAP NEL MONDO

L’indice utilizzato per misurare i progressi consiste in una scala da 0 a 100. I punteggi riflettono la percentuale di gender gap che è stato ridotto.

I MIGLIORI

I Paesi del Nord Europa continuano ad avere buoni risultati. Islanda (89,2%), Finlandia (86,1%) e Norvegia (84,9%) sono sul podio. Oltre a essere i migliori in merito alla classifica, tutti e tre hanno in comune un’altra cosa: sono guidati da premier donne – Katrín Jakobsdóttir per l’Islanda, Sanna Marin per la Finlandia (classe 1985) ed Erna Solberg per la Norvegia.

Katrín Jakobsdóttir, Sanna Marin ed Erna Solberg

I PEGGIORI

Medio Oriente e Nord Africa continuano ad avere il più alto livello di divario di genere (39,1%) e al secondo posto si posiziona l’Asia meridionale (62,3%).

CHI PROVA A FARE DI MEGLIO

Lituania, Serbia, Timor Est, Togo ed Emirati Arabi Uniti – avendo ridotto il loro gender gap di almeno 4,4 punti percentuali o più – vengono considerati i Paesi che sono migliorati di più.

E L’ITALIA?

L’Italia ha guadagnato 13 posti nella classifica ma c’è poco da rallegrarsi. Se abbiamo ottenuto un miglioramento nella politica, in cui ci posizioniamo al 41esimo posto (arrivando al 33esimo se si considera il numero di donne nell’esecutivo Conte II, periodo a cui fa riferimento l’analisi), siamo anche il 114esimo Paese per parità economica. Tra l’Islanda, prima in classifica, e l’Italia ci sono infatti ben 24 punti percentuali di differenza – che rendono il nostro Paese il peggiore nell’Europa occidentale.

I DANNI DEL COVID

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, dall’inizio della pandemia il 5% di tutte le donne lavoratrici ha perso il lavoro o il reddito contro il 3,9% degli uomini lavoratori.

E mentre le donne hanno avuto più probabilità di perdere il loro lavoro perché erano impiegate nei settori più colpiti dalla pandemia, fa notare il report del WEF, continuano ad essere escluse dai lavori del futuro. La pandemia, infatti, ha accelerato il cammino verso l’automazione e la digitalizzazione. Ma le donne costituiscono solo il 14% della forza lavoro nel cloud computing, il 20% nell’ingegneria e il 32% nei dati e nell’intelligenza artificiale.

Leggi anche: Razzismo, violenza sulle donne, abbandono scolastico: col Covid gli ultimi stanno ancora peggio

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