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Province, a volte ritornano: i nomi e le proposte in campo

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Licia Ronzulli, Massimiliano Romeo, Bruno Astorre e Marco Silvestroni hanno presentato quattro proposte di riforma delle Province. Prime stime sui costi: 223 milioni, oggi la scadenza sui soggetti da audire

La coalizione salita al governo dopo il voto del 25 settembre punta forte sulle riforme istituzionali. Lo dicevano i programmi elettorali, lo dice anche la cronaca degli ultimi giorni.

Il 2022 si è concluso con la conferenza stampa della premier Giorgia Meloni, dove si rivendicava la volontà di arrivare a un modello presidenzialista (almeno) simile a quello francese. E il nuovo anno si è aperto con un’altra questione di sistema, quella delle Province.

Sul tavolo, infatti, ci sono quattro proposte di riforma: le firme di testa sono di Marco Silvestroni (FdI), Licia Ronzulli (FI), Massimiliano Romeo (Lega) e Bruno Astorre (Pd).

TORNANO LE PROVINCE?

Forza Italia è sicuramente il partito che spinge di più per il ritorno di fiamma con gli enti provinciali. Ma insieme agli azzurri ci va forte anche la Lega: entrambe le forze politiche voglio ripristinare i poteri effettivi che fino al governo Renzi facevano capo alle Province, tra cui il ruolo di coordinamento territoriale, la gestione delle strade o delle scuole superiori.

In generale, riassegnare “funzioni, eletti, denari e poteri”: ne parlava Salvini al festival delle Regioni e le province autonome, ricorda il Corriere della Sera. Rivendicando che “la scelta diretta dei cittadini è qualcosa che porterà più servizi e minori oneri”.

Parlando al Giornale, Licia Ronzulli (capogruppo di Forza Italia al Senato) ha detto chiaramente cosa vuole fare: “ridare voce a milioni di elettori che a causa della Delrio si sono visti rimuovere il loro diritto a votare direttamente il loro presidente della Provincia e il Consiglio provinciale”. Aggiungendo che “è necessario e fondamentale recuperare un rapporto fiduciario tra elettore e rappresentante delle istituzioni. E questo si può realizzare proprio quando i cittadini scelgono direttamente chi li può governare, perché gli amministratori poi dovranno rispondere a loro”.

Rivendicando la condivisione del progetto con gli alleati, visto che anche Fratelli d’Italia vuole tornare al pre 2014, Ronzulli ha poi dettagliato la sua idea: “noi proponiamo l’elezione diretta dei presidenti di provincia, senza il ballottaggio, nel caso il candidato superi il 40 per cento. Anzi, abbiamo previsto che questa norma sia estesa anche per tutti i comuni sopra i 15mila abitanti, sulla scia del modello siciliano, dove ha dimostrato di funzionare”.

Mentre il partito di Giorgia Meloni punta a “ripristinare la sovranità popolare sancita dall’articolo 1 della Costituzione attraverso la sola modalità costituzionalmente prevista, cioè il suffragio universale, e la reintroduzione dell’elezione diretta del presidente e dei consiglieri della Provincia e, ovviamente, l’elezione diretta a suffragio universale per il sindaco e i consiglieri metropolitani”, recita testualmente la proposta.

Dove si aggiunge: “È necessario il superamento della legge Delrio perché non può essere attuata poiché le Province sono ancora previste dalla Costituzione e mantengono le competenze sull’edilizia scolastica, sulla tutela e valorizzazione dell’ambiente, sui trasporti e sulle strade provinciali”.

I NO E I NODI DA RISOLVERE

Ma non sarà facile andare avanti, al netto della volontà comune a destra. Perché, come racconta Luca Roberto sul Foglio, “nel centrodestra ci si arrabatta tra questi due contrapposti stati d’animo. Si vuole un ritorno al conforto del passato. Ma quando si tratta di delineare un percorso d’amministrazione, è un attimo che Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia s’incagliano nelle rispettive divergenze e contraddizioni”. Le amministrative, ma anche i casi dei presidenti di provincia ad Arezzo, Savona, Foggia e Frosinone devono restare una lampadina accesa nella testa dei protagonisti degli alleati per non incappare nei soliti errori.

Sempre sotto il profilo politico, a contestare il ritorno di fiamma ci sono esponenti di destra e di sinistra. Attilio Fontana, presidente uscente e ricandidato alla Regione Lombardia, ha definito inutili le Province, meglio concentrarsi sull’autonomia differenziata. Dal Pd, il senatore Enrico Borghi ha detto che “il riordino degli enti locali non si risolve con un disegno di legge puntuale su un aspetto specifico, ma deve stare dentro inevitabilmente a un percorso di riforma che peraltro la stessa maggioranza ha lanciato”.

Ci sono poi i costi di cui tener conto. Come scrive Public Policy, il ministero dell’Interno “ha già predisposto una nota, che sarà resa disponibile non appena saranno concluse alcune verifiche, secondo la quale risulterebbe un onere complessivo di circa 223 milioni”. Le parole sono di Wanda Ferro, sottosegretaria all’Interno, alla commissione Affari costituzionali al Senato sui ddl Province. Ribadendo il carattere prioritario che l’esecutivo Meloni intende conferire a questo tema e che “il ministro dell’Interno ha costituito un gruppo di lavoro tra i ministeri coinvolti, dovendosi anche prevedere la copertura finanziaria del provvedimento, per esempio in riferimento al ripristino dell’indennità di carica per il presidente della Provincia”.

UNA LUNGA STORIA (QUELLA DELLE PROVINCE)

La riforma Delrio è lo spartiacque. Datata 2014, la legge 56 – ma non solo – allargo il concetto di Province da enti simili ai Comuni a enti di area vasta che includono le città metropolitane (14), i liberi consorzi comunali siciliani (4) e gli Enti di decentramento regionale (4) friulani. Ma, come ricorda Openpolis, “la legge aveva definito una disciplina che sarebbe dovuta essere transitoria, in attesa della completa abolizione delle province. La riforma costituzionale Renzi-Boschi infatti prevedeva che le città metropolitane restassero gli unici enti di area vasta presenti nel paese. Come è noto però la riforma non è mai entrata in vigore, visto il voto contrario al referendum”.

Da allora, a rimanere intatto è stato questo limbo della normativa provvisoria.

Tornando all’attualità, intanto, oggi scade il termine dei soggetti da audire aggiunge Public Policy. Non si esclude la pista bipartisan e la probabile istituzione di un comitato ristretto per analizzare le proposte presentate. Rafforzando la conclusione per cui ormai è evidente che l’amore per le Province non finisce mai.

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