Italia

M5s pro o contro il Pd alle regionali?

Il riscatto del reggente Vito Crimi sotto le cinque stelle del movimento grillino

Delle due l’una a proposito del pasticcio del referendum digitale dei grillini sulle alleanze locali smentito dai fatti successivi secondo il titolo di prima pagina di Repubblica sulle elezioni regionali del 20 settembre: “Fallisce l’intesa Pd-5S. La coalizione divisa ovunque”. Ovunque, in verità, ad eccezione della Liguria, dove però l’appoggio del Pd alla candidatura del giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa ha rafforzato la possibilità della conferma del governatore uscente di centrodestra Giovanni Toti con l’aiuto dei dissidenti di sinistra.

Delle due, dicevo, l’una: o Luigi Di Maio, per quanto irritato a parole da questa ipotesi, ha fregato il segretario del Pd Nicola Zingaretti, illudendolo di una porta aperta, se non addirittura spalancata, all’estensione dell’intesa di governo in periferia, rendendo strategica o organica, come preferite, l’alleanza stretta l’anno scorso per ragioni tattiche, allo scopo di evitare elezioni anticipate vinte dal centrodestra a trazione leghista, o Di Maio e Zingaretti insieme sono stati fregati dal “reggente” pentastellato Vito Crimi. Il cui nome proprio ha ispirato la vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere, che lo propone ai lettori come una vite che gira su se stessa smentendo le attese, gli auspici e quant’altro persino del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e addirittura di Beppe Grillo: il fondatore, il “garante”, l’elevato” e chissà cos’altro del movimento 5 Stelle.

Entrambe le ipotesi hanno una loro credibilità: sia quella che penalizza Di Maio nei rapporti con Zingaretti, essendo stato troppo repentino il passaggio del ministro degli Esteri dalle resistenze alle spinte per l’estensione dell’alleanza di governo col Pd in periferia, sia quella che rivitalizza, diciamo così, la figura politica di Crimi, facendone non più un reggente ma un capo vero, finalmente riscattatosi non solo dalla provvisorietà statutaria del suo mandato, dopo le dimissioni di Di Maio, ma anche o soprattutto da quella maledetta e vecchia foto al Senato che lo inchioda ad un sonno non certo di marca massonica.

Si può intravvedere persino della perfidia politica, del compiacimento, del divertimento nella decisione di Crimi di dare proprio al Corriere della Sera una versione a dir poco banalizzante della consultazione digitale improvvisamente svoltasi fra i grillini e interpretata, nei suoi risultati, come “svolta” funzionale non solo alle elezioni locali del 20 settembre ma anche a quelle della primavera  dell’anno prossimo. Allora si si voterà per il rinnovo, fra le altre, delle amministrazioni comunali di Roma e Torino, dove sono in uscita sindachesse grilline una delle quali – Virginia Raggi in Campidoglio – già prenotatasi per la ricandidatura, e smaniosa quindi di essere liberata dal vincolo dei due, e non più di due, mandati elettivi da lei già consumati prima come consigliere comunale e poi come prima cittadina.

Ma per amor del Cielo – ha spiegato Crimi vantandosi di avere deciso lui il ricorso improvviso al passaggio digitale – si è fatto ricorso ai computer dei militanti per l’urgenza delle pratiche di “quattro Comuni”, non di più, alle prese con le elezioni del 20 settembre: uno è quello di Pomigliano d’Arco, dove Di Maio ha strappato al Pd l’appoggio al proprio candidato a sindaco, un altro è Faenza e un altro ancora Vimercate, in Brianza. E sono tre. Il quarto nome è rimasto in sonno, come il Crimi della foto del Senato ormai superata dal protagonismo fulminante del reggente pentastellato.

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