Al via iter della proposta Meloni per togliere dalla Costituzione i vincoli Ue

Quattro articoli in tutto per “far recuperare allo Stato la sua sovranità in talune circostanze, evitando che le decisioni siano poi assunte da altri soggetti, magari nemmeno non eletti dal popolo”

È cominciato lo scorso 11 ottobre l’iter in commissione Affari Costituzionali della Camera della proposta di legge costituzionale targata Giorgia Meloni (FdI) sulla modifica dei rapporti tra ordinamento italiano e ordinamento europeo sugli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione, in particolare cioè sull’osservanza ai vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento unionale. (qui il testo della proposta).

COSA DICE LA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Come ha chiarito il relatore Emanuele Prisco (FdI) durante la prima seduta, “la proposta di legge costituzionale si compone di quattro articoli, i primi tre volti ad apportare modifiche agli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione, mentre il quarto contiene una disposizione transitoria”. L’obiettivo della proposta di legge costituzionale è quello di rimuovere dagli articoli della Costituzione i riferimenti all’ordinamento internazionale e dell’Unione europea dalla Costituzione. In sintesi: le pubbliche amministrazioni sarebbero tenute ad assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico non più in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea (articolo 97 della Costituzione); la potestà legislativa sarebbe esercitata dallo Stato e dalle regioni senza avere come vincoli espliciti quelli derivanti dall’ordinamento internazionale e dell’Unione europea (articolo 117 della Costituzione); l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa, subordinata alla necessità di garantire l’equilibrio dei rispettivi bilanci, per i comuni, le province, le città metropolitane e le regioni sarebbe mantenuta senza che tali enti debbano concorrere ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea (articolo 119 della Costituzione).

L’OBIETTIVO? FAR RECUPERARE ALLO STATO LA SUA SOVRANITA’

In tale quadro, Prisco ha osservato, durante l’esposizione in commissione, che “i princìpi di equilibrio tra entrate e spese del bilancio dello Stato e di garanzia della sostenibilità del debito a carico di tutte le pubbliche amministrazioni”, “non vengono mutati” limitandosi la norma infatti “ad escludere che il rispetto di tali princìpi debba essere effettuato nel rispetto dei vincoli economico-finanziari derivanti dall’Unione europea”. Restando in vigore “i vincoli derivanti dagli obblighi assunti in sede internazionale e di Unione europea”. Prisco, infine, ha sottolineato come la proposta “nasca dalla necessità di tutelare l’interesse nazionale laddove esso venga messo in discussione da una norma europea, disciplinando una specifica clausola di salvaguardia. Si tratta, a suo avviso, di far recuperare allo Stato la sua sovranità in talune circostanze, evitando che le decisioni siano poi assunte da altri soggetti, magari nemmeno non eletti dal popolo”.

GLI ESEMPI? L’AQUILA E IL DEF

Nel richiamare alcune sentenze della Corte costituzionale, che hanno già posto il tema dei “controlimiti” opponibili dall’ordinamento nazionale nei confronti di quello internazionale, il deputato di Fratelli d’Italia ha evidenziato “l’opportunità di una simile clausola di salvaguardia, laddove un’applicazione della norma europea impedisca di realizzare interventi importanti a favore delle popolazioni, soprattutto nelle occasioni in cui essi appaiono essenziali, come nel caso delle calamità naturali”. Per esempio è il caso della restituzione delle somme che erano state riconosciute a titolo di agevolazione alle vittime del terremoto dell’Aquila, richiesta sulla base di un’applicazione rigida delle norme europee. Secondo Prisco tale clausola di salvaguardia “va applicata ogniqualvolta entri in gioco la tutela dell’interesse nazionale, anche in campo economico, laddove si tratti, ad esempio, di tutelare i prodotti italiani, come nel settore agroalimentare”. Il parlamentare ha anche richiamato la recente presentazione della Nota di aggiornamento del DEF 2018, che dimostra, a suo avviso, “come i limiti imposti dall’ordinamento europeo possano costituire un ostacolo alla realizzazione di politiche a favore dei cittadini”. Per questo ha anche preannunciato la presentazione di emendamenti al testo della proposta di legge, “al fine di introdurre, ad esempio, la possibilità di sottoporre a referendum le decisioni relative alle cessioni di sovranità dello Stato o di modificare le norme relative al pareggio di bilancio, al fine di tutelare, in certe circostanze, la sovranità dello Stato e la libertà dei Governi di perseguire certe politiche economiche” affinché s”i interrompa un processo che – analogamente a quanto avvenuto in passato tra le regioni e lo Stato centrale – rischia di ridurre lo Stato italiano a un ente di secondo livello rispetto all’Unione europea”.

PD E LEU CONTRARI

Nettamente contrario il Pd (a cui si è associata anche LeU) che durante la prima seduta per bocca di Stefano Ceccanti ha espresso “il proprio radicale dissenso sul merito del provvedimento” pur riconosce ai presentatori della proposta di legge “di perseguire con chiarezza le proprie finalità, attraverso una presa di posizione sovranista espressa in termini espliciti, a differenza di quanto sta facendo il Governo in carica, con la Nota di aggiornamento al DEF 2018, con la quale ritiene che l’Esecutivo stia surrettiziamente tentando di aggirare le norme europee, in violazione dell’articolo 81 della Costituzione”.

Dl fiscale, ecco l’ultima bozza. Nodo pace fiscale tra Lega e M5s

In corso il vertice a Palazzo Chigi per sciogliere il nodo della pace fiscale in vista del cdm di questa sera. Ecco l’ultima bozza del dl fiscale visionata da Policy Maker.

Mentre è in corso a palazzo Chigi il vertice collegiale sulla manovra con il premier Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, resta ancora da sciogliere il nodo sul decreto fiscale riguardante gli interventi per la pace fiscale. Nella trattativa tra M5s e Lega in vista del Cdm il problema rimane lo  strumento da utilizzare: per la Lega è necessario che i contribuenti possano scontare non solo sanzioni e interessi ma anche il capitale, ovvero l’imposta dovuta (al 15% o al 25%). I pentastellati puntano invece a rafforzare il ravvedimento che consente di non pagare sanzioni e interessi ma senza scontare l’imposta.

Tra le novità contenute nell’ultima bozza che Policy Maker ha visionato ci sono: lo stanziamento di 50.000 euro l’anno in piu’ dal 2019 per la “completa realizzazione e la gestione evolutiva dell’Anagrafe nazionale vaccini” al fine di “raccogliere in modo uniforme sull’intero territorio nazionale mediante le anagrafi vaccinali regionali i dati da inserire nell’Anagrafe nazionale vaccini”. In totale sono stanziati 2 milioni di euro per il 2018 e 500.000 euro annui dal 2019.
Viene inoltre vietata ai governatori di essere anche commissari straordinari per la Sanita’ che diventano incompatibili. Infine arrivano 130 milioni in piu’ nel 2018 per le missioni internazionali.

(Qui il testo completo della bozza).

La pace fiscale fa esplodere la guerra tra Lega e grillini

La pace fiscale fa scoppiare la guerra tra Lega e M5S, la più dura da quando è nato il governo giallo-verde.

A poche ore dal Consiglio dei Ministri che dovrebbe dare il via libera alla manovra e al decreto legge fiscale, i leader dei due principali partiti di governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, neanche si parlano. Un gelo che va avanti ormai da ore, con i due che hanno disertato i vertici, ieri sera e stamani, che di fatto sono andati a vuoto.

Al centro del braccio di ferro c’è la cosiddetta pace fiscale sulle pendenze con il fisco. Nell’ultima bozza, quella di sabato, era presente il colpo di spugna sulle “mini-cartelle”, quelle al di sotto dei mille euro, ma niente era stato ancora deciso sui grandi importi, quelli che nei giorni scorsi avevano fatto gridare al “condono” da parte delle opposizioni. E che anche nel Movimento 5 stelle creano grande imbarazzo. “Una cosa – sottolinea un esponente pentastellato di primo piano – è chiudere i conti con il fisco su piccoli importi, un altro è fare un favore agli evasori. È  contro la nostra storia, il nostro elettorato non lo capirebbe”. Per questo Di Maio vuol tenere il punto, anche mostrando apertamente il suo disappunto.

Questa mattina il ministro dello Sviluppo economico ha annullato tutti gli impegni e si è presentato a Palazzo Chigi, ma al vertice alle 10.30 non è andato, facendo sapere attraverso il suo entourage che la sua assenza era un segno di dissenso. Per i pentastellati c’erano il ministro dei Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro e la viceministra al Mef Laura Castelli. Anche Salvini non si è fatto vedere: per lui c’era un impegno istituzionale a Monza e ha mandato il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, “con pieno mandato da parte del segretario della Lega”, ha fatto sapere il ministro dell’Interno.

Ma il problema, come è stato subito evidente, può essere sbloccato solo dai due capi, che torneranno a vedersi oggi nel vertice e poi nel Consiglio dei Ministri, che si preannunciano lunghi e assai tesi. Salvini assicura che sulla pace fiscale “andremo fino in fondo” ricordando che è nel contratto di governo. Ma anche Di Maio non vuole né può mollare e chiede di inserire dei paletti: un ‘tetto’ alla possibilità, per ogni contribuente, di mettersi in regola e la limitazione del provvedimento a tutti quei cittadini che non hanno pagato le tasse dovute, ma che hanno segnalato in modo fedele il proprio debito al fisco. “Niente spazio per la regolarizzazione dell’evasione”, è il mantra di Di Maio. Consapevole del fatto che un cedimento su questo terreno porterebbe a uno snaturamento della storia del M5S. Con conseguenze che potrebbero essere gravi.

Come i Palazzi europei si dividono sulla web tax

Sulla web tax la confusione regna sovrana anche nell’Unione europea. L’ultima novità? Il Consiglio europeo contro la Commissione di Bruxelles.

Strano ma vero: l’ufficio legale del Consiglio l’8 ottobre ha fatto le bucce all’impostazione dettata dal governo europeo sulla digital tax.

Eppure – si nota in ambienti governativi che seguono il dossier – se non si escogita una tassazione europea del mondo digitale, i singoli Stati membri dell’Unione difficilmente resisteranno alla tentazione di far da sé, magari per punire o agevolare i grandi gruppi.

Certo, la concorrenza fiscale può essere utile anche in questo settore, ma su queste materie meglio andare in ordine sparso o con regole comuni?

Ma vediamo che cosa è successo.

COS’È LA DIGITAL TAX

La Commissione di Bruxelles ha proposto l’introduzione di una digital tax, una tassa che vada a colpire i profitti dei colossi del web. In sostanza, si tratta di imporre a Google, Amazon, Apple (ma anche a qualunque azienda che operi online) un balzello sui profitti, nello Stato in cui essi vengono generati. Attualmente non è così, e i colossi dell’IT pagano le tasse soltanto nei Paesi in cui hanno la sede legale. Per esempio, nel caso di Google e Apple, in Irlanda (che pur di accaparrarsi la sede europea di Mountain View ha adottato un regime fiscale decisamente favorevole ai giganti della Silicon Valley).

IL CAOS LEGISLATIVO EUROPEO

Attualmente in Europa regna il caos: ciascuno Stato regolamenta il regime fiscale delle imprese digitali per conto proprio. Dieci hanno già legiferato, altri si apprestano a farlo e Bruxelles pare decisa a introdurre una regola comune per tutti i Ventisette, per non compromettere la concorrenza e per evitare distorsioni, come ad esempio quella irlandese. L’introduzione di una digital tax rischia di scontentare i big del web. L’esecutivo europeo ha proposto un misura per cui le imprese digitali paghino il 3% delle entrate agli Stati in cui si generano gli utili. La palla è passata quindi al Consiglio dell’Unione Europea, e qui la questione pare essersi arenata su una questione giuridica.

IL PARERE DELL’UFFICIO LEGALE DEL CONSIGLIO

L’ufficio legale del Consiglio negli scorsi giorni ha espresso un parere sulle basi giuridiche della proposta della Commissione e sulla legittimità del provvedimento stesso. Il Consiglio (costituito dai rappresentanti dei governi degli Stati membri) non ha sollevato obiezioni rispetto agli intenti della misura, riconoscendo che essa introdurrebbe “un sistema armonizzato” e rimpiazzerebbe “misure divergenti assunte unilateralmente dai singoli stati” che potrebbero compromettere il regime di concorrenza. Tuttavia, il Consiglio non concorda con le Commissione sugli strumenti messi in atto per introdurre la digital tax.

I principali nodi da sciogliere sono due: la configurazione come “imposta indiretta” della digital tax e potenziali contrasti con i trattati internazionali in merito alla doppia tassazione. Ovvero il fatto che le aziende vedrebbero i propri utili tassati due volte: nel paese dove si generano i profitti e nei paesi in cui le compagnie hanno la sede. La Commissione considera la tassa digitale un’imposta indiretta e dunque ne ha inquadrato l’ordinamento sotto l’articolo 113 del Trattato dell’Unione Europea, quello che regola specificamente accise e tasse dirette o indirette.

(per gli approfondimenti tecnici, si può leggere l’articolo di Start Magazine)

Come cambia il voto elettorale nella proposta M5S

Urne elettorali semitrasparenti, possibilità di voto fuori sede, sorteggio degli scrutatori, divieto di assunzione di personale da parte delle aziende speciali, delle istituzioni e delle società a partecipazione pubblica locale o regionale in prossimità delle elezioni locali o regionali

Introduzione delle urne elettorali semitrasparenti e delle cabine che riparino solo il busto dell’elettore; divieto per il presidente di seggio di ricoprire l’incarico per due volte consecutive nello stesso seggio; esclusione dalla funzione di componente di seggio dei condannati anche in via non definitiva per gravi reati; sorteggio degli scrutatori. Sono alcune delle novità contenute nella proposta di legge sulle elezioni, a firma del Movimento 5 stelle (Dalila Nesci, relatrice), che dopo un breve esame emendativo ha ricevuto il via libera della commissione Affari costituzionali alla Camera e ha cominciato il suo iter in aula. (qui il testo del provvedimento)

PREVISTO ANCHE IL VOTO FUORI SEDE

Il testo, ricalca, di fatto, la proposta di legge esaminata e approvata nella scorsa legislatura a Montecitorio ma poi archiviata al Senato. Ora il Movimento 5 stelle ha deciso di riproporla introducendo, oltre alle novità descritte (qui il dossier di documentazione della Camera) anche la riserva della metà dei posti di scrutatori ai disoccupati, l’aumento del limite inferiore di elettori per seggio, da 500 a 700 e il divieto di assunzione di personale da parte delle aziende speciali, delle istituzioni e delle società a partecipazione pubblica locale o regionale in prossimità delle elezioni locali o regionali. Viene introdotta, inoltre, la possibilità a coloro che, per motivi di studio, lavoro o cure mediche si trovino in un comune di una regione diversa da quella di residenza, di esercitare il diritto di voto – per i referendum e per l’elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo – nel comune in cui si trovano, ancorché diverso da quello di iscrizione elettorale.

SALA DEL SEGGIO ELETTORALE SIGILLATA

Per quanto riguarda la sala del seggio elettorale, la proposta di legge interviene in ordine alle porte e finestre. La disposizione oggi vigente già prevede che le porte e le finestre posizionate nella parete adiacente ai tavoli e ad una distanza minore di due metri dal loro spigolo più vicino, debbano essere chiuse in modo da impedire la vista ed ogni comunicazione dal di fuori. La proposta di legge aggiunge che devono essere chiuse anche le porte e le finestre che si trovino nella parete adiacente o retrostante alla cabine elettorali.

NIENTE SURROGA DEL PRESIDENTE E SCELTA PRESSO LA CORTE D’APPELLO

Il presidente di seggio dovrà essere scelto dal presidente di Corte d’appello competente per territorio tra i cittadini iscritti nell’apposito elenco eliminando la scelta dei cittadini sulla base di un “giudizio di idoneità all’ufficio del medesimo Presidente della Corte d’appello”. Così come si elimina la possibilità di surroga del presidente con il sindaco o suo delegato, in caso di impedimento che non consenta la nomina ordinaria del presidente. In tali casi la proposta di legge prevede che in sede di Corte di appello si proceda alla sostituzione mediante estrazione a sorte dall’elenco degli idonei alla funzione di presidente dell’ufficio elettorale.

LE INCOMPATIBILITÀ

Sono inoltre introdotte ulteriori cause ostative alla funzione di componente l’ufficio elettorale. La prima riguarda i dipendenti del Ministero dello sviluppo economico. La disposizione in vigore prevede l’esclusione per i dipendenti del Ministero dell’interno, del Ministero delle poste e telecomunicazioni e del Ministero dei trasporti, la cui denominazione viene adeguata, dalla proposta in esame, a quella vigente: “delle infrastrutture e dei trasporti”. La seconda causa ostativa riguarda i parenti e affini fino al secondo grado dei candidati alle elezioni interessate (attualmente è prevista l’esclusione dei soli candidati) riferita – nella proposta di legge – alle funzioni di presidente e di segretario (non a quella di scrutatore). La terza causa di esclusione riguarda coloro che siano stati condannati, anche non in via definitiva, per i seguenti reati: reati contro la pubblica amministrazione; delitti di cui all’articolo 416- bis (associazione mafiosa) nonché quelli commessi avvalendosi delle condizioni previste da tale articolo o al fine di agevolare l’attività delle associazioni ivi previste; delitti di cui all’articolo 416- ter (scambio elettorale politico-mafioso). L’esclusione si applica anche in caso di patteggiamento (art. 444 cpp) e in caso di condanna per decreto a pena pecuniaria (art. 459 cpp). Infine, sono esclusi anche coloro che sono stati condannati in via definitiva per reato non colposo, ovvero a pena detentiva uguale o superiore a 2 anni di reclusione per reato colposo. Le cause di esclusione sono verificate d’ufficio.

OBBLIGO DEGLI SCRUTATORI DI CONFERMARE LA LORO DISPONIBILITÀ

Nel corso dell’esame in sede referente, è stato introdotto l’obbligo per gli iscritti all’albo degli scrutatori di confermare, ad ogni consultazione elettorale, la disponibilità a svolgere la funzione di scrutatore pena la cancellazione dall’albo dopo la mancata conferma per due consultazioni consecutive. A tal fine la commissione elettorale comunale sollecita la conferma attraverso un invito pubblicato, anche sul sito internet del comune, entro il 40esimo giorno antecedente la data della votazione. La conferma deve pervenire al comune entro il 27esimo giorno prima delle elezioni. In ogni caso, anche coloro che non hanno confermato sono presi in considerazione ai fini del sorteggio per la scelta degli scrutatori, qualora il numero dei “confermati” non sia sufficiente.

IL LIMITE MINIMO DEI SEGGI DA 500 A 700 ELETTORI

L’articolo 5 incide invece sull’ampiezza demografica delle sezioni elettorali. Secondo la norma vigente ciascuna sezione elettorale è costituita di regola da un numero di elettori iscritti non superiore a 1.200 e non inferiore a 500. Fanno eccezione i casi in cui particolari condizioni di lontananza e viabilità rendano difficile l’esercizio del diritto elettorale, per i quali è possibile costituire seggi con numero di iscritti non inferiore a 50. La disposizione aumenta il limite inferiore dei seggi ordinari sopra indicato, elevandolo da 500 a 700 elettori iscritti, al fine di rendere meno agevole una eventuale identificazione del voto. Tale disposizione è previsto si applichi a decorrere dal 1° giorno del secondo semestre successivo a quello di entrata in vigore del presente provvedimento.

Ad Unimpresa piace la pace fiscale del Governo Conte

Pucci (Unimpresa): “La pace fiscale va nella direzione giusta”. Secondo i dati dell’associazione ogni anno gli italiani evadono 97 miliardi di tasse e 11 miliardi di contributi previdenziali. Per l’Istat economia in nero e attività illegali valgono 210 miliardi

Raggiunge quota 108 miliardi di euro l’anno il totale dell’evasione fiscale in Italia. Alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi, in media, 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali per un totale di 107 miliardi e 933 milioni. E’ l’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) la tassa “preferita” dagli evasori, con 37,8 miliardi, seguita dall’Iva (imposta sul valore aggiunto), con 35,7 miliardi. L’evasione dell’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) ammonta a 8,1 miliardi, mentre l’Imu (imposta municipale unica) e la Tasi (tassa sui servizi indivisibili) si fermano vicine a quota 4 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa sull’evasione fiscale, secondo il quale i balzelli sulle locazioni generano un ammanco di gettito per quasi 1 miliardo.

PUCCI (UNIMPRESA): LA PACE FISCALE ANNUNCIATA DAL GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE VA NELLA GIUSTA DIREZIONE

“Le tasse vanno pagate e onorare le scadenze col fisco è un dovere di tutti i contribuenti sia famiglie sia imprese. Tuttavia, quando si osservano dati sull’evasione fiscale,  non si possono ignorare alcuni aspetti. Come il fatto che una parte dei soggetti che decide di non versare imposte e tributi nelle casse dello Stato lo fa per necessità, talora per la mancanza assoluta di disponibilità talora per far fronte ad altri pagamenti. Ciò vale per le famiglie e vale soprattutto per le imprese. L’imprenditore che non paga, spesso dirotta il denaro al pagamento degli stipendi o di altri fornitori magari artigiani, piccole aziende o professionisti” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci secondo il quale “la pace fiscale annunciata dal governo di Giuseppe Conte va nella giusta direzione, ma va accompagnata da una riforma tributaria volta sia all’abbattimento del peso delle tasse sia a una radicale semplificazione normativa”.

L’EVASIONE FISCALE IN ITALIA SI ATTESTA A 107,9 MILIARDI

Secondo la ricerca, basata su dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, l’evasione fiscale in Italia si attesta a 107,9 miliardi. Il dato è il frutto della media relativa al 2011-2015, anni per i quali sono disponibili informazioni complete: 97,1 miliardi si riferiscono alle tasse non pagate regolarmente all’erario, altri 10,8 miliardi sono, invece, contributi previdenziali non versati. Nel 2016, periodo per il quale i dati sull’Irpef sono parziali, il totale dell’evasione ha raggiunto quota 90,2 miliardi, ma mancano i dati relativi ai contributi. Nel 2011, l’evasione ha toccato quota 104,8 miliardi (94,4 miliardi di tasse e 10,4 miliardi di contributi); nel 2012 l’ammontare è salito a 108,1 miliardi (97,4 miliardi e 10,5 miliardi), per poi calare leggermente nel 2013 a 106,9 miliardi (96,6 miliardi e 10,2 miliardi); nel 2014 lo stock di evasione ha raggiunto il record con 112,6 miliardi (101,3 miliardi e 11,2 miliardi) e nel 2015 si è attestata a 107,2 miliardi (95,5 miliardi e 11,7 miliardi).

IRPEF LA PIÙ ODIATA DAI CONTRIBUENTI

Quanto all’analisi per tributo, l’Irpef risulta la più “odiata” dai contribuenti italiani. La media per il periodo 2011-2015 è di 37,8 miliardi; negli anni precedenti, il mancato gettito legato all’imposta sui redditi delle persone fisiche si è attestato a 37,1 miliardi nel 2011, 37,1 miliardi nel 2012, 36,8 miliardi nel 2013, 39,7 miliardi nel 2014, 39,7 miliardi nel 2015 e 33,9 miliardi nel 2016 (dato parziale). Poco dietro si posiziona, nella speciale classifica, l’Iva con una media di 35,7 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui consumi si è attestata a 36,7 miliardi nel 2011, a 36,1 miliardi nel 2012, 34,7 miliardi nel 2013, 36,4 miliardi nel 2014, 34,8 miliardi nel 2015 e 34,8 miliardi nel 2016. Per quanto riguarda l’Ires (società) la media dell’evasione è di 8,3 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui redditi delle persone giuridiche si è attestata a 9,1 miliardi nel 2011, 8,4 miliardi nel 2012, 8,3 miliardi nel 2013, 8,9 miliardi nel 2014, 6,8 miliardi nel 2015 e 7,6 miliardi nel 2016. Quanto al settore immobiliare, l’evasione relativa all’Imu/Tasi è in media pari a 3,9 miliardi: 3,9 miliardi nel 2012, 5,2 miliardi nel 2013, 5,2 miliardi nel 2013, 5,2 miliardi nel 2014, 5,1 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016. La quota di evasione relativa all’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) si attesta (media 2011-2015) a 8,1 miliardi (9,1 miliardi nel 2011, 8,7 miliardi nel 2012, 8,5 miliardi nel 2013, 8,4 miliardi nel 2014, 5,7 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016), mentre quella relativa ai tributi applicati sulle locazioni vale in media 1,1 miliardi (1,8 miliardi nel 2011, 1,3 miliardi nel 2012, 739 milioni nel 2013, 736 milioni nel 2014, 1,2 miliardi nel 2015 e 1,1 miliardi nel 2016). Il Canone Rai, che dal 2016 si paga direttamente nella bolletta dell’energia elettrica, ha generato in media, nel periodo 2011-2015, una quota di mancato gettito pari a 916 milioni (765 milioni nel 2011, 887 milioni nel 2012, 942 milioni nel 2013, 977 milioni nel 2014, 1,1 miliardi nel 2015 e 240 milioni nel 2016).

L’EVASIONE CONTRIBUTIVA MAGGIORE È QUELLE DI COMPETENZA DELLE AZIENDE E DEI DATORI DI LAVORO

Per quanto riguarda l’evasione contributiva, la fetta maggiore è quelle di competenza delle aziende e dei datori di lavoro: su una media per il periodo 2011-2015 di 10,8 miliardi, 2,5 miliardi sono riferibili ai lavoratori e 8,3 miliardi sono mancati versamenti dei datori di lavori. Una proporzione rispettata anche nelle serie storiche: 2,4 miliardi e 8,1 miliardi nel 2011 (totale 10,4 miliardi), 2,4 miliardi e 8,1 miliardi nel 2012 (totale 10,5 miliardi), 2,3 miliardi e 7,9 miliardi nel 2013 (totale 10,2 miliardi), 2,6 miliardi e 8,6 miliardi nel 2014 (totale 11,2 miliardi), 2,8 miliardi e 8,8 miliardi nel 2015 (totale 11,7 miliardi).

ISTAT: ECONOMIA IN NERO E ATTIVITA’ ILLEGALI VALGONO 210 MILIARDI

Secondo Istat, l’economia non osservata, ossia la somma dell’economia sommersa e delle attività illegali, nel 2016 vale circa 210 miliardi di euro, pari al 12,4% del Pil. Le stime al 2016, osserva l’istituto di statistica confermano la tendenza alla discesa dell’incidenza della componente non osservata dell’economia sul Pil, dopo il picco del 2014 (13,1%). In particolare, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa (che va dalle sotto-dichiarazioni all’impiego di lavoro irregolare, dagli affitti in nero alle mance) ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro; quello connesso alle attività illegali (produzione e traffico di droga, prostituzione e contrabbando di tabacco), incluso l’indotto (pari a circa 1,3 miliardi), risulta pari a circa 18 miliardi, stima l’Istituto.

Alitalia, le Fondazioni di Cdp premono su Tria per azzoppare il piano di Di Maio

Perchè Cdp non può entrare in Alitalia? Nelle ultime ore c’è subbuglio tra coloro che detengono parte del capitale di Cassa Depositi e Prestiti che premono sul titolare del Mef, affinché il piano del vicepremier non decolli

Nelle ultime ore, dopo l’intervista di Luigi Di Maio, a Il Sole 24 ore – che esponeva il piano per il salvataggio, o rilancio come ha detto il leader grillino, di Alitalia – le fondazioni bancarie che compongono parte del capitale di Cassa Depositi e Prestiti sono in un vero e proprio subbuglio.

LO STATUTO CDP VIETA DI ENTRARE IN OPERAZIONI RIGUARDANTI SOCIETÀ CHE NON GODONO DI BUONA SALUTE

Le fondazioni bancarie non se la sentono di prendere in mano un dossier che è destinato a fallire sicuramente. Anche perché, come spesso ricordato, lo Statuto di Cassa Depositi e Prestiti prevede espressamente che la Cassa non possa entrare in operazioni riguardanti società che non godono di buona salute. Recita infatti l’articolo 3 punto D dello Statuto di Cassa Depositi e Prestiti sull’oggetto sociale di Cdp, che l’ente può assumere partecipazioni anche indirette “in società di rilevante interesse nazionale – che risultino in una stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico e siano caratterizzate da adeguate prospettive di redditività – che possiedono i requisiti previsti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze ai sensi dell’articolo 5, comma 8 bis, del decreto legge”.

LE FONDAZIONI BANCARIE SONO RILUTTANTI ALL’IPOTESI ALITALIA

Il nervosismo di Tria è causato non solo dal contropiede di Di Maio che ha annunciato urbi et orbi il suo piano di “rilancio” ponendo il MEF come attore principale ma anche dal fatto che gli azionisti che compongono quasi il 16% di CDP, le fondazioni bancarie sono riluttanti a questa ipotesi e premono sul titolare di Via XX Settembre perché il piano della newco di Alitalia non veda la luce. Quanto meno a queste condizioni. Se poi aggiungiamo che ogni qualvolta si crea motivo di tensione tra Tria e il Movimento 5 Stelle parte la serie di dichiarazioni dei grillini che invitano Tria a dimettersi se non segue la linea, si capisce bene che lo scontro su Alitalia, Cdp e ruolo di quest’ultima può lasciare il segno.

DIMISSIONI DI TRIA SUL CASO ALITALIA?

Non è stato così sulla Manovra – sulla quale Tria ha spinto senza successo per tenere l’argine del rapporto deficit/pil all’1,6% -, non è stato così sulla nomina degli stessi vertici di CDP (Tria preferiva a Palermo, l’attuale vice presidente della Bei, Dario Scannapieco), ma questa volta si potrebbe oltrepassare il confine e potremmo assistere alle dimissioni di Tria che si è detto sfiduciato e stanco secondo i bene informati, che lo hanno incontrato a Bali in occasione del meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale.

Fs interessata ad Alitalia. Ma sul ruolo del Mef Tria taglia corto

Se l’operazione andasse in porto si potrebbe creare un polo integrato nel trasporto attivo su gomma, rotaia e aria

Le Ferrovie scendono in pista per l’Alitalia. Malgrado nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, avesse smorzato i toni e parlato di focus sul core business, il trasporto ferroviario, escludendo l’intervento in Alitalia a distanza di poche ore è arrivato il cambio di programma dopo le affermazioni dal vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio.

LA MANIFESTAZIONE DI INTERESSE DI FS

Fs ha presentato, infatti, la manifestazione di interesse con una breve nota precisando che “tale manifestazione, necessaria per analizzare al meglio il dossier relativo all’azienda, non è in questa fase vincolante”. Una mossa di natura evidentemente politica, visto che dal punto di vista industriale la società di trasporto deve assimilare l’incorporazione di Anas voluta dal governo Renzi e che invece l’attuale esecutivo parrebbe non voler portare avanti

LO STATO CON UN RUOLO NON SUPERIORE AL 15-20%

Ma che ruolo avrà Fs nel capitale di Alitalia, vettore in crisi da decenni? “Non immaginiamo uno Stato con una quota superiore al 15-20%: staremo in linea con le partecipazioni che hanno altri Stati europei”, ha dichiarato il sottosegretario ai Trasporti Armando Siri interpellato dall’agenzia di stampa Ansa, escludendo l’idea di arrivare al 51% come indicato in passato dal ministro Toninelli. “Potremo stare tra il 15-20%, l’importante è che ci sia un piano industriale sostenibile che dia prospettive per il futuro: non vogliamo soluzioni posticce, ma una soluzione seria e industriale”.

TRIA TAGLIA CORTO SU UN EVENTUALE RUOLO DEL MEF

Il progetto complessivo del governo, impostato in prima battuta dal vicepremier Di Maio, vedrebbe anche il Mef entrare direttamente in scena per salvare la compagnia di bandiera. Ma questa mattina il titolare del dicastero delle Finanze, Giovanni Tria, ha preso le distanze tagliando corto sulla questione. “Penso che delle cose che fa il Tesoro ne debba parlare il ministro dell’Economia e io non ne ho parlato”.Def

DI MAIO: IL PIANO PER ALITALIA È SOSTENUTO DAL CAPO DEL GOVERNO E DA TUTTE E DUE LE FORZE POLITICHE DI MAGGIORANZA

In post su Facebook Di Maio ha invece ribadito che “adesso inizia il percorso che può portarci al 31 ottobre con altri partner industriali che faranno di nuovo grande Alitalia, senza sprechi e senza sperpero di soldi degli italiani, e lo Stato ci sarà con parte del prestito ponte”. Ma soprattutto, Di Maio ha sottolineato che questa è la linea del governo e della maggioranza gialloverde. “Il piano per Alitalia – ha scritto nel post – è sostenuto dal capo del Governo e da tutte e due le forze politiche di maggioranza che lavorano ad un atto di indirizzo al Governo per rafforzare la linea del contratto per il Governo del cambiamento”. “Da oggi potrebbe nascere il primo gruppo al mondo di trasporto integrato gomma-ferro-aria. Su Alitalia l’Esecutivo ha le idee chiare. Il nostro obiettivo non è di “salvare” la compagnia ma di rilanciarla “affinché torni ad essere grande. Salvaguarderemo i livelli occupazionali ma, soprattutto, realizzeremo una politica turistica integrata per l’Italia. Ci sono milioni di turisti in ogni parte del globo che aspettano solo di conoscere il paese più bello del mondo. Andiamo a prenderceli!”, ha sottolineato.

CONTE: DI MAIO STA FACENDO UN OTTIMO LAVORO PER IL RILANCIO DI ALITALIA

Linea che era stata confermata anche dallo stesso premier in mattinata. “So che il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico – ha detto Conte – sta facendo un ottimo lavoro per il rilancio di Alitalia: creare una partnership tra Fs e uno o più aziende partecipate dello Stato va in questa direzione”.

Ponte Morandi, Autostrade invia progetto ricostruzione al commissario straordinario

Il progetto prevede le attività di demolizione e ricostruzione del Ponte da realizzarsi in nove mesi. La società è pronta ad “impegnarsi contrattualmente al rispetto dei tempi indicati”

Il progetto per la ricostruzione del Ponte Morandi elaborato dalla società Autostrade per l’Italia, in adempimento delle previsioni di Convenzione, è stato inviato al Commissario Straordinario per Genova. Lo ha deciso il Consiglio di Amministrazione di Autostrade per l’Italia, “ritenendo essenziale l’obiettivo di ripristinare nei minori tempi possibili il Viadotto Polcevera e avendo particolare riguardo alla comunità di Genova”.

SULLA RICOSTRUZIONE IN NOVE MESI LA SOCIETÀ È PRONTA AD IMPEGNARSI CONTRATTUALMENTE

Il progetto prevede le attività di demolizione e ricostruzione del Ponte da realizzarsi in nove mesi decorrenti dalla sua approvazione e dalla disponibilità delle aree. “Su tale progetto la società è pronta ad impegnarsi contrattualmente al rispetto dei tempi indicati, fornendo garanzie economiche al riguardo – ha sottolineato Autostrade per l’Italia -. La società si dichiara altresì disponibile a sviluppare eventuali ulteriori ipotesi progettuali, laddove richieste dal Commissario”.

SOLUZIONE PROGETTUALE ED OPERATIVA DOVEROSA E LEGITTIMA E LA PIÙ EFFICACE PER RIPRISTINARE IN TEMPI CERTI E RAPIDI LA TRATTA AUTOSTRADALE

Autostrade per l’Italia ritiene che la presentazione di tale soluzione progettuale ed operativa “sia doverosa e legittima e la più efficace per ripristinare in tempi certi e rapidi la tratta autostradale Genova Aeroporto-Genova Ovest, auspicando (ovviamente salva la tutela delle sue ragioni) che possa essere positivamente valutata dal Commissario Straordinario e dalle Istituzioni tutte”, ha concluso la società.

Week-end di impegni per il premier Conte. Lunedì il cdm per il Dl fiscale

Sabato a Bologna e domenica a Milano. Poi lunedì a Roma per il Consiglio dei ministri sul decreto in materia di fisco. La manovra entro il 20 ottobre

Dopo il tour in Etiopia, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è atteso da un week end di impegni che apriranno la strada a un inizio settimana denso di appuntamenti: il premier parteciperà sabato 13 ottobre a Bologna all’ottava edizione di “Io non rischio” della Protezione civile. L’incontro è previsto alle ore 16:30, in via Rizzoli dove Conte incontrerà i volontari della Protezione civile e la cittadinanza. Domenica 14 ottobre invece il premier sarà a Milano. Alle 10:45 e parteciperà alla giornata inaugurale della Scuola di formazione politica della Lega presso il centro Congressi Palazzo Castiglioni. Alle 12 visita la ‘Digital Factory’ di Italgas, infine alle 14:30 incontra le start up a ‘Talent Garden’. Lunedì, infine, il Consiglio dei ministri approverà il dl fiscale, la legge di bilancio sarà invece approvata nei giorni successivi entro il termine del 20 ottobre, secondo quanto confermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, da Trento. Il M5S aveva annunciato, invece, l’intenzione del governo di approvare decreto e manovra insieme lunedì. Entro il 15 l’esecutivo dovrà comunque inviare a Bruxelles il Def.

I dubbi di Anac (e non solo) sul Decreto Genova

Il presidente dell’anticorruzione ha evidenziato perplessità sulla al Codice antimafia e sull’esclusione di soggetti diversi dall’attuale concessionario, generalizzate a tutti i concessionari. Incertezze sul testo anche secondo i tecnici della Camera

Dubbi e perplessità sull’impianto normativo del decreto Genova soprattutto per quanto riguarda la deroga a tutte le norme extrapenali che comporta anche la deroga al Codice antimafia e alla relativa disciplina sulle interdittive. Ma anche su come dovranno essere affidati gli appalti o sulla possibilità del general contractor di poter subappaltare. Sono alcuni degli esempi di incertezze contenute nel testo del provvedimento espresse dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone alle Commissioni Ambiente e Trasporti della Camera. Che si aggiungono a quelle espresse del Comitato per la legislazione di Montecitorio.

RISCHIO MOLTIPLICAZIONE DEI CONTENZIONI

Cantone ha osservato come la deroga a tutte le norme dell’ordinamento italiano, ad esclusione di quelle penali sia di fatto “una disposizione senza precedenti” che nelle intenzioni dell’esecutivo deve consentire al Commissario Bucci, “peraltro la persona più adatta per quel ruolo, di muoversi con assoluta e totale libertà, imponendogli solo i principi inderogabili dell’Unione europea ed ovviamente i principi costituzionali”. Secondo il numero uno dell’Anac però la deroga, per quanto amplissima, “ovviamente non preclude la possibilità, garantita costituzionalmente, di adire la giurisdizione per un qualunque aspetto connesso alle attività da compiersi da parte di chiunque possa averne interesse”, con il rischio “di moltiplicare il contenzioso proprio perché il quadro normativo si caratterizzerà per estrema incertezza”.

L’ESCLUSIONE DI TUTTI I CONCESSIONARI APPARE DI DUBBIA LEGITTIMITÀ

Ma soprattutto Cantone ha espresso dubbi su chi dovrà occuparsi della ricostruzione, sulla scia di quanto già evidenziato dall’Antitrust e cioè che “l’esclusione di soggetti diversi dall’attuale concessionario, generalizzate a tutti i concessionari di strade a pedaggio o che abbiano partecipazioni in esse o che siano da esse controllate, appare di dubbia legittimità, perché in contrasto con i principi di proporzionalità, concorrenza e con le indicazioni contenute nella più volte richiamata direttiva 2014/24/UE, che prevede cause di esclusione tassative”. La stessa precisazione contenuta nel comma 7 del decreto, “appare poco comprensibile: evitare un indebito vantaggio. Che cosa significa? Quale sarebbe il vantaggio competitivo di un operatore che ha una partecipazione anche minima in una concessionaria di strade a pedaggio? E quale sarebbe il vantaggio competitivo di altri operatori, diversi dall’attuale concessionario?”, ha aggiunto il presidente dell’Anac.

TEMPI DI PUBBLICAZIONE TROPPO LUNGHI E MANCANO LE RELAZIONI

Molte osservazioni sono giunte sul decreto anche dai tecnici del Comitato per la legislazione della Camera nel dossier di documentazione del provvedimento (qui il testo). Prima di tutto i tempi di pubblicazione e le relazioni allegate. Il primo appunto riguarda la pubblicazione del testo del decreto legge 15 giorni dopo il via libera del Consiglio dei ministri. Malgrado sia avvenuto altre volte, anche nella passata legislatura, “appare opportuno un approfondimento sulle conseguenze di questa prassi, anche con riferimeto al requisito dell’immediata applicazione dei decreti-legge di cui all’articolo 15 della legge n. 400 del 1988”. Il provvedimento, inoltre, “non è corredato né della relazione sull’analisi tecnico-normativa (ATN) né della relazione sull’analisi di impatto della regolamentazione (AIR), nemmeno nella forma semplificata.

PROBLEMI ANCHE DALLA MANCANZA DEL REQUISITO DELL’OMOGENEITÀ E SULL’AGENZIA NAZIONALE PER LA SICUREZZA DELLE FERROVIE E DELLE INFRASTRUTTURE STRADALI E AUTOSTRADALI

Secondo i tecnici della Camera anche le due distinte finalità del provvedimento – la necessità di affrontare le emergenze di Genova, Ischia e dei sisma in generale e l’autorizzazione a nuovi interventi di cassa integrazione guadagni straordinaria – “avrebbe anche potuto costituire, in vero, due autonomi provvedimenti di urgenza” e potrebbe “ presentare profili problematici, per quel che concerne il requisito dell’omogeneità, la disposizione di cui all’articolo 43, recante misure urgenti in favore dei soggetti beneficiari di mutui agevolati”. “Potrebbe presentare criticità, sotto il profilo del requisito dell’immediata applicazione dei decreti-legge, di cui all’articolo 15 della legge n. 400 del 1988, la previsione dell’articolo 12 che istituisce, ma solo a decorrere dal 1° gennaio 2019, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali”.

SU ALCUNE DEROGHE IMPLICITE ERA OPPORTUNO FARE RICORSO ALLE PROCEDURE ORDINARIE”

Alcune disposizioni del provvedimento prevedono procedure ad hoc, in deroga solo implicita rispetto alle procedure ordinarie come la nomina dei Commissari straordinari con DPCM piuttosto che con DPR e l’istituzione della zona logistica semplificata per il porto e il retroporto di Genova e la zona franca per la città metropolitana di Genova, mentre a legislazione vigente, alla loro istituzione si poteva procedere, rispettivamente, con DPCM o con provvedimento del CIPE. “Al riguardo, con riferimento a tali disposizioni potrebbe risultare opportuno fare ricorso alle procedure ordinarie previste in via generale a legislazione vigente, ovvero esplicitarne il carattere derogatorio rispetto a tali procedure ordinarie”, scrivono i tecnici della Camera che evidenziano in relazione alla nomina del direttore dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali, il richiamo all’articolo 41, comma 2, del decreto-legge n. 262 del 2006 “che tuttavia risulta abrogato”. Non “risulta chiaro” inoltre se l’ampliamento delle competenze dell’Autorità di regolazione dei trasporti alle concessioni autostradali aggiornate o revisionate “riguardi sia la definizione dei sistemi tariffari dei pedaggi sia gli schemi dei bandi di gara ovvero solo una di queste due competenze”. Infine, la “durata massima del mandato del Commissario straordinario per la ricostruzione dei territori dell’isola di Ischia colpiti dal sisma del 21 agosto 2017 non risulta allineata con la durata dello stato di emergenza per il medesimo sisma che, si concluderà il 31 dicembre 2018”.

Decreto sicurezza. Tutti i dubbi dei tecnici del Senato

I tecnici del Senato puntano l’indice su alcuni aspetti del decreto sicurezza riguardanti i taser, la revoca della cittadinanza, le misure contro le occupazioni e i subappalti

Perplessità sulla sperimentazione dei taser e su un loro eventuale esito negativo (o positivo). Ma anche sulla revoca della cittadinanza, sulle misure anti-occupazioni e sul trattamento sanzionatorio per le condotte degli appaltatori, che facciano ricorso, illecitamente a meccanismi di subappalto. Sono solo alcuni dei rilievi mossi dai tecnici del Senato nel dossier sul provvedimento (qui il testo completo).

DECRETO SICUREZZA. I DUBBI SUI TASER

Il decreto sicurezza introduce in via sperimentale – sei mesi – per le polizie municipali (dei comuni sopra i centomila abitanti), la possibilità di utilizzare armi comuni ad impulsi elettrici. In esito alla sperimentazione, i comuni potranno poi deliberare, con proprio regolamento, di assegnare in dotazione effettiva di reparto queste armi. “Affinché il comune possa procedere alla messa a regime del ricorso allo strumento ad impulsi elettronici, occorre che l’arma risulti ‘positivamente sperimentata’. In proposito, la disposizione non detta alcun principio circa la modalità con cui debba essere effettuata tale valutazione, che pare pertanto demandata alla piena discrezionalità dei comuni (in assenza di richiami a criteri eventualmente rimessi alla Conferenza unificata o alla Conferenza Stato-città). Non è peraltro chiaro se un’eventuale valutazione negativa possa costituire un ostacolo alla possibilità di procedere, in un secondo momento (anche a seguito del rinnovo degli organi comunali) alla messa a regime dello strumento”. Si pone, inoltre, a carico dei Comuni e delle Regioni “gli oneri derivanti, rispettivamente, dalla sperimentazione e dalla formazione del personale delle polizie municipali interessato, nei limiti delle risorse disponibili nei propri bilanci. Al termine del periodo di sperimentazione, qualora questo abbia dato esiti positivi e i Comuni decidano di introdurre a regime tale strumento fra quelli in dotazione effettiva alla Polizia municipale, le regioni parrebbero essere chiamate a sostenere i costi della formazione a regime”.

REVOCA DELLA CITTADINANZA NEL DECRETO SICUREZZA

Nel decreto si introducono nuove disposizioni in materia di acquisizione e revoca della cittadinanza. In particolare, viene abrogata la disposizione che preclude il rigetto dell’istanza di acquisizione della cittadinanza per matrimonio decorsi due anni dall’istanza. Inoltre viene innalzato da 200 a 250 euro l’importo del contributo richiesto per gli atti relativi alla cittadinanza. Si estende da ventiquattro a quarantotto mesi il termine per la conclusione dei procedimenti di riconoscimento della cittadinanza per matrimonio e per c.d. naturalizzazione. Da ultimo, sono introdotte nuove ipotesi di revoca della cittadinanza in caso di condanna definitiva per i reati di terrorismo ed eversione esclusa per i cittadini italiani iure sanguinis. Tuttavia, “in relazione all’ambito di operatività delle ipotesi di revoca introdotte andrebbe valutato se, a fronte di una condanna definitiva per determinati reati, sia configurabile che le conseguenze (in termini di revoca della cittadinanza) differiscano in base alla modalità con cui la cittadinanza sia stata acquisita”.

LE OCCUPAZIONI

Il decreto SICUREZZA inasprisce le sanzioni per coloro che promuovono o organizzano l’invasione di terreni o edifici, ovvero che compiono il fatto armati. Due le circostanza aggravanti speciali, la cui presenza modifica il regime di procedibilità implicando la punibilità d’ufficio. La prima circostanza ricorre quando “il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata; la seconda circostanza, invece, ricorre quando il fatto è commesso da più di dieci persone, anche senza armi. In questo secondo caso, “è opportuno rilevare che per la configurabilità dell’aggravante prevista dal secondo comma dell’art. 633, la giurisprudenza ritiene necessario che l’azione invasiva sia stata commessa collettivamente, da più persone concorrenti che agiscano riunite e siano presenti simultaneamente sul luogo del delitto per la sua consumazione (Cassazione, sez. II. Sentenza 26 giugno 2016, n. 43120). Pertanto – osservano i tecnici del Senato – la nuova disposizione sembrerebbe escludere dal proprio ambito di applicazione i promotori e organizzatori che pur avendo progettato l’invasione non vi hanno poi, materialmente, preso parte”.

APPALTATORI CHE FANNO RICORSO ILLECITAMENTE A MECCANISMI DI SUBAPPALTO

L’articolo 25 del decreto sicurezza mira ad inasprire il trattamento sanzionatorio per le condotte degli appaltatori, che facciano ricorso, illecitamente a meccanismi di subappalto. La disposizione trasforma questo tipo di reati da contravvenzioni a delitti, puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni e con la multa non inferiore a un terzo del valore dell’opera concessa in subappalto o a cottimo e non superiore ad un terzo del valore complessivo dell’opera ricevuta in sub-appalto. “In proposito è opportuno rilevare che la trasformazione in delitto – in mancanza di una espressa previsione – comporta l’esclusione della punibilità delle ipotesi colpose – evidenzia il dossier –. Si tratta di una conseguenza di non poco conto soprattutto per gli effetti inter-temporali della trasformazione: in altri termini in sede applicativa si dovrà chiarire se i fatti colposi commessi ante decreto-legge restino punibili alla luce della previgente fattispecie contravvenzionale oppure la restrizione dell’area della rilevanza penale alle sole ipotesi dolose, conseguente alla trasformazione del reato da contravvenzione a delitto, si riverberi anche ai fatti antecedenti alla modifica normativa”.

Cosa c’è nell’ultima bozza di decreto fiscale

Dalla Cigs a Rfi passando per Lotteria degli Scontrini e Bcc. Tutte le misure (e il testo della bozza) che andranno lunedì in Consiglio dei ministri nella bozza dell’11 ottobre

Proroga di 12 mesi per la mobilità in deroga, lotteria degli scontrini, disciplina del gruppo Iva per il Gruppo Bcc, taglio delle sanzioni per chi emette in ritardo la e-fattura ma solo per i primi sei mesi del periodo d’imposta. Sono alcune delle novità della bozza di decreto fiscale che lunedì andrà in Consiglio dei ministri.

LE MISURE: DALLA CIGS A RFI PASSANDO PER LOTTERIA DEGLI SCONTRINI E BCC

Nella nuova bozza del dl fiscale trova spazio la proroga di 12 mesi per la mobilità in deroga nelle aree di crisi e scompare la soglia minima di 100 lavoratori per usufruire della Cigs. Dal 1 gennaio 2020 partirà inoltre la lotteria degli scontrini. Mentre viene stabilito esplicitamente che il Gruppo Bcc non potrà costituire un gruppo Iva: il rappresentante di gruppo dovrà essere la capogruppo e che la disciplina valga da gennaio 2019. Il decreto legge fiscale abbassa, poi, le sanzioni per chi emette tardi la e-fattura ma solo per i primi sei mesi del periodo d’imposta 2019 riducendole del 20% per chi slitta al mese o trimestre successivo.

Altra novità è la previsione di annullamento automatico – alla data del 31 dicembre 2018, dei debiti di importo residuo fino a mille euro calcolati alla data di entrata in vigore della legge e comprensivi di capitale interessi affidati agli agenti della riscossione dal 1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2010

Inoltre viene previsto l’obbligo di comunicazione telematica dei corrispettivi Iva e vengono introdotte una serie di semplificazioni legate all’obbligo di fatturazione elettronica e a un credito d’imposta del 50% per ammodernare gli strumenti. In base ai calcoli dell’Agenzia delle Entrate i soggetti coinvolti sono oltre un milione. La relazione tecnica al decreto stima 300 milioni di entrate nel 2019.

Arrivano infine 540 milioni in totale per il contratto di programma di RFI con il Ministero delle Infrastrutture, 10 milioni nel 2018 per favorire la ristrutturazione dell’autotrasporto, l’intermodalità e il trasporto combinato, 15 milioni in più per il fondo per il finanziamento degli interventi di adeguamento del porto di Genova e 735 milioni per il Fondo di garanzia per le PMI nel 2018. (qui il testo completo della bozza)

Cosa dice punto su punto la risoluzione sul Def della maggioranza

Flat tax, superamento della Fornero ma anche correzione dell’Unione bancaria e graduale azzeramento dei fondi per l’editoria

Misure di riduzione del cuneo fiscale correlate all’offerta di rapporti di lavoro stabili con i giovani più meritevoli. Dal 2019 graduale azzeramento del fondo per l’editoria e impegno a implementare al più presto una Banca per gli investimenti con Cdp-Bankitalia. E ancora: una cabina regia al Mef sulla spending review, flat tax al 15% per professionisti e artigiani, cedolare secca su affitti negozi, quota 100 per le pensioni e avvio del reddito di cittadinanza. Infine taglio delle spese militari e via libera a un nuovo modello per la difesa. Sono alcuni degli impegni messi nero su bianco nella risoluzione di maggioranza presentata al Senato in occasione dell’esame della nota di aggiornamento al Def. (qui il testo integrale)

LA PREMESSA È LA CRISI DEL 2008 E LE POLITICHE FALLIMENTARI DEGLI ULTIMI ANNI

La premessa parte dalla crisi del 2008, dall’aumento della quota di popolazione a rischio povertà e precarietà e dal “sostanziale fallimento delle politiche perseguite negli scorsi anni” testimoniate da “un vistoso scarto nel tasso di crescita del Pil e nelle più significative grandezze economiche rispetto ai maggiori partner dell’Ue”. Da qui, la necessità di “invertire le tendenze inerziali e realizzare una netta discontinuità” con il passato attraverso “riforme e diverse policy prospettate” in un quadro di interventi per “semplificare e ridurre il carico tributario”, cancellare l’Iva programmata per il 2019, contrastare la disoccupazione giovanile “promuovendo il ricambio generazionale”, modificare la legge Fornero, introdurre un reddito di cittadinanza accompagnato “dalla riforma e dal potenziamento dei centri per l’impiego e l’avvio del processo di cittadinanza digitale” e la pensione di cittadinanza.

GLI OBIETTIVI MACROECONOMICI

Il saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato di competenza potrà aumentare fino a 68,5 miliardi di euro nel 2019, 56,5 miliardi nel 2020 e 45,5 miliardi nel 2021. il corrispondente saldo netto da finanziare di cassa potrà aumentare fino a 147 miliardi di euro nel 2019, 119,5 nel 2020 e 96 nel 2021. Per quanto riguarda la riduzione del debito pubblico lo scenario programmatico prevede una partenza dal 131,2 per cento nel 2017 fino ad arrivare al 126,7 del 2021.

GLI IMPEGNI DELLA MAGGIORANZA NELLA RISOLUZIONE

Si prevede una rimodulazione incisiva del sistema di tassazione alla imprese con la riduzione dell’aliquota IRES del 9% – dal 24 al 15% – sugli utili reinvestiti in acquisto di macchinari e attrezzature innovative e nuove assunzioni.

Si amplia la platea dell’aliquota flat tax al 15% a cui possono accedere liberi professionisti, artigiani, ditte individuali e si riduce il carico per le pmi che non potranno optare per il nuovo regime forfettario ampliato. Unito a un regime speciale per le nuove partite Iva e le startup innovative degli under 35. Si stende poi la cedolare secca agli affitti dei locali commerciali a partire dai cosiddetti “esercizi di vicinato”.

Da un punto di vista lavorativo la maggioranza si impegna a potenziare gli investimenti pubblici e privati nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie strettamente connesse ma anche a misure di riduzione del cuneo fiscale nei rapporti di lavoro dei giovani più meritevoli.

Per contrastare il fenomeno delle ‘culle vuote’ verranno pensate misure di incentivo per l’istruzione scolastica e la formazione universitaria. Mentre per le pensioni si conferma “quota 100” come somma di età anagrafica e anzianità contributiva nell’ottica del superamento della Fornero.

Prevista inoltre una revisione dell’attuale modello di difesa per ridurre le spese militari e razionalizzare i sistemi di difesa – ad esclusione dei settori di ricerca ad alto contenuto tecnologico e di utilizzo duale anche per scopi civili – salvaguardando i livelli occupazionali.

Nero su bianco anche la creazione di una cabina di regia unica presso il Mef in coordinamento con Palazzo Chigi per attuare la spending review. E la realizzazione di un’altra cabina di regia per monitorare lo stato di attuazione dei programmi di investimento infrastrutturali per prevenire ritardi e rimuovere criticità.

Infine, viene previsto un graduale azzeramento a partire dal 2019 del contributo del Fondo per il pluralismo presso il Dipartimento informazione ed editoria e il proseguimento del percorso di attuazione dell’articolo 116 della Costituzione che dà seguito ai referendum di Lombardia e Veneto.

I COLLEGATI ALLA MANOVRA

Tra i disegni di legge collegati alla manovra per il periodo 2019-2021 sono previsti un provvedimento di riforma e riordino della disciplina in materia di tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità, riassetto dell’avvocatura di Stato e della giustizia amministrativa e la riforma di alcuni istituti del Codice Civile.

IL GOVERNO SI IMPEGNA A CORREGGERE L’UNIONE BANCARIA, A INTERVENIRE SU TARANTO E A REALIZZARE IN TEMPI RAPIDI LA BANCA PER GLI INVESTIMENTI

Infine si impegna il governo a promuovere iniziative a livello Ue per correggere l’Unione bancaria e il processo di unificazione dei mercati dei capitali per assicurare maggiori garanzie ai risparmiatori italiani, a realizzare disposizioni per la riqualificazione economica, industriale e ambientale di Taranto, implementare in tempi rapidi la Banca per gli investimenti coinvolgendo Bankitalia e Cdp per gestire ed erogare direttamente incentivi e finanziamenti all’economia reale.

Privacy. Le incertezze del M5S e della Casaleggio Associati

Secondo Daniela Aiuto, Europarlamentare M5S che ha da poco lasciato il MoVimento, il partito di Di Maio avrebbe imposto agli eletti di consegnare le password dei loro profili social. Una palese (e grave, se vera) violazione della Privacy, per di più ai danni di personaggi pubblici e con incarichi istituzionali.

I dubbi sulle dichiarazioni della Aiuto sono legittimi, dal momento che la stessa si era autosospesa dal M5S per aver finanziato con i soldi della UE una ricerca, che era però – in buona parte – un copia e incolla da Wikipedia (per altro, non proprio una fonte a prova di bomba).

L’intervista di Daniela Aiuto

Tuttavia, quando dichiarato da Daniela Aiuto in una lunga intervista, rilasciata all’indomani dal definitivo addio dal M5S, trova dei riscontri nella cronaca recente: politici sotto schiaffo dello staff di comunicazione, una certa malsopportazione per dichiarazioni pubbliche non preventivamente approvate dagli uomini della Casaleggio Associati.

L’intervista dei soci della Casaleggio Associati

Anche se nel quartier generale di Ivrea negano di occuparsi di politica. Lagnano anzi il fatto di essere stati danneggiati dalla esposizione mediatica del M5S, creatura di quel Gianroberto Casaleggio che della Casaleggio Associati fu amministratore delegato e principale animatore ed ispiratore. Davide Casaleggio, Luca Eleuteri e Maurizio Benzi lo hanno dichiarato in una intervista rilasciata a Raffaele Leone e Carmelo Caruso per Panorama, nella quale ricostruiscono anche la storia della loro azienda. Che, sempre stando alle parole dei manager, ha anticipato i tempi, ci ha visto giusto, ha saputo interpretare al meglio alcuni cambiamenti. Dei mercati, certo, ma molto di più del modo di comunicare e di costruire il consenso. Basti pensare al Blog di Beppe Grillo, capolavoro comunicativo della società di Ivrea, intuizione di Gianronerto Casaleggio.

La comunicazione nel M5S secondo Daniela Aiuto

E delle intuizioni di Gianroberto Casaleggio in materia di comunicazione ha fatto tesoro il M5S di Luigi Di Maio e Rocco Casalino. Una gestione verticistica che tutti i cronisti politici conoscono, e che forse potrebbero riconoscere nelle parole di Daniela Aiuto: “Nel Movimento 5 Stelle gli eletti sono al servizio della comunicazione, e non il contrario. Comunicazione fatta di persone di solito provenienti dalla Casaleggio, o scelte lì. Queste persone sono diventate il gestore delle nostre e sistenze, non della comunicazione soltanto. Non faccio di tutta l’erba un fascio, nel Movimento ci sono tantissime persone che stimo. Io metto in discussione la subalternità di tutti alla comunicazione, cioè alla Casaleggio”.

Maurizio Benzi, supporter di Buttarelli (e della Privacy)

Eppure, alcune di queste pratiche (come ad esempio l’obbligo a condividere le password dei social network) sembrano essere in disaccordo con le convinzioni di alcuni dei soci della Casaleggio. Di Maurizio Benzi, in particolare, che pochi giorni fa su Twitter (un social, ca va san dir) plaudeva entusiasta alle parole di Giovanni Buttarelli, garante UE della Privacy, che ha dichiarato in una intervista a Michele Mezza “il potere dei proprietari delle soluzioni, dei dispositivi di servizio, travalica il ruolo e diventa un dominio assoluto che arriva ad asservire gli altri soggetti. Questa asimmetria va considerata provvisoria e dannosa.”.
E’ proprio questo il passaggio che lo stesso Maurizio Benzi definisce “Perfetto”. Avrà avuto in mente il sistema Rousseau, soluzione proprietaria della Casaleggio Associati, che secondo Buttarelli, in questo ruolo opera un “dominio assoluto che arriva ad asservire altri soggetti”?

Riduzione plastica, tutti gli emendamenti dei grillini alla proposta di direttiva UE

Pedicini (M5S): Abbiamo migliorato la proposta della Commissione per la riduzione della plastica. Resta un po’ di amarezza per il mancato inserimento di target chiari e vincolanti per tutti gli Stati Membri

Addio alla plastica monouso come piatti, posate, bicchieri e cotton fioc dal 2021. La Commissione Ue ha deciso di bandire i prodotti considerati altamente inquinanti. Per questo la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha esaminato e modificato la direttiva di Bruxelles (qui il testo delle proposta) per il cui via libera definitivo occorrerà aspettare però l’Assemblea plenaria del 22-25 ottobre in programma a Strasburgo. (qui l’allegato alla direttiva)

OLTRE L’80% DEI RIFIUTI MARINI È COSTITUITO DA PLASTICA

Secondo la Commissione europea, oltre l’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica. Insieme costituiscono il 70% di tutti i rifiuti marini. A causa della sua lenta decomposizione, la plastica si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge dell’Ue e del mondo. I residui di plastica si trovano in specie marine – come tartarughe marine, foche, balene e uccelli -, ma anche in pesci e crostacei, e quindi nella catena alimentare umana.

PROIBIRE, RIDURRE, TASSARE, MA ANCHE SOSTITUIRE, AVVERTIRE; GLI STATI MEMBRI HANNO MOLTE OPZIONI DA SCEGLIERE

Nella relazione redatta da Frédérique Ries (ALDE, BE), adottata con 51 voti favorevoli, 10 contrari e 3 astensioni, i deputati europei hanno aggiunto all’elenco dei prodotti monouso anche sacchetti di plastica leggeri, prodotti in plastica ossidodegradabile e contenitori per fast-food in polistirene espanso. “L’Europa è responsabile solo di una piccola parte della plastica che inquina i nostri oceani – ha detto il relatore -. Essa può e deve tuttavia svolgere un ruolo chiave nella ricerca di una soluzione, diventando leader a livello globale come ha fatto in passato nella lotta contro il cambiamento climatico. Proibire, ridurre, tassare, ma anche sostituire e avvertire; gli Stati membri hanno molte opzioni tra cui scegliere. Sta a loro decidere con saggezza e a noi continuare a spingere per ottenere di più”.

OBIETTIVI NAZIONALI DI RIDUZIONE

Plastiche monouso a parte, il consumo degli altri imballaggi, per i quali non esistono alternative, dovrà essere comunque ridotto dagli Stati membri in modo “ambizioso e sostenuto” entro il 2025. Ciò comprende scatole per hamburger monouso, scatole per panini o contenitori per alimenti per frutta, verdura, dessert o gelati. Gli Stati membri elaboreranno piani nazionali per incoraggiare l’uso di prodotti adatti ad un uso multiplo, nonché il riutilizzo e il riciclaggio. Altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% entro il 2025.

MOZZICONI DI SIGARETTE E ATTREZZI DA PESCA

Gli eurodeputati hanno deciso inoltre, che le misure di riduzione dovrebbero riguardare anche i rifiuti dei prodotti del tabacco, in particolare i filtri per sigarette contenenti plastica. La proposta prevede una riduzione del 50 per cento entro il 2025 e dell’80 per cento entro il 2030. Un mozzicone di sigaretta può inquinare tra i 500 e i 1000 litri d’acqua, e gettato sulla strada può richiedere fino a dodici anni per disintegrarsi. Gli Stati membri dovrebbero poi garantire che almeno il 50% degli attrezzi da pesca persi o abbandonati contenenti plastica venga raccolto ogni anno, con un obiettivo di riciclaggio di almeno il 15% entro il 2025. Questi prodotti rappresentano addirittura il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee.

RESPONSABILITÀ ESTESA DEL PRODUTTORE

Gli Stati membri dovrebbero garantire che i produttori di tabacco si facciano carico dei costi di raccolta dei rifiuti per tali prodotti, compresi il trasporto, il trattamento e la raccolta. Lo stesso vale per i produttori di attrezzi da pesca contenenti plastica, che dovranno contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di riciclaggio.

LE PROPOSTE DEL M5S

Tra le proposte di modifica accolte – anche se non integralmente – quelle presentate dal M5s europeo e in particolare da Piernicola Pedicini. I pentastellati proponevano una riduzione “significativa” del consumo di prodotti di plastica usa-e-getta (come proposto dalla Commissione europea), ma con obiettivi di riduzione concreti, del – 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030 per i contenitori per alimenti e le tazze per bevande; e del – 30% entro il 2025 e 50% entro il 2030 per le bottiglie per bevande. Inoltre proponevano come misure da adottare da parte degli Stati membri una Iva modulata sulla riutilizzabilità e riciclabilità del prodotto; incentivi all’installazione di distributori gratuiti di acqua nei luoghi pubblici; incentivi all’installazione di filtri per l’acqua nelle abitazioni; obbligo di utilizzo di stoviglie riutilizzabili in bar e ristoranti. Ma anche di assicurare che i produttori indichino sull’etichetta, a caratteri grandi, chiaramente leggili e indelebili, la disponibilità di alternative riutilizzabili e la presenza di agenti chimici preoccupanti; che i contenitori per bevande contegano almeno il 25% di contenuto minimo riciclato entro il 2025 e il 50% entro il 2030. Infine, il divieto di utilizzo delle buste di plastica ultraleggere, che hanno un elevato rischio di dispersione nell’ambiente, ad eccezione di casi in cui sia necessario per ragioni igieniche.

PEDICINI (M5S): AMAREZZA PER IL MANCATO INSERIMENTO DI TARGET CHIARI E VINCOLANTI PER TUTTI GLI STATI MEMBRI

Grazie ai nostri emendamenti abbiamo migliorato la proposta di direttiva della Commissione europea sulla riduzione di alcuni tipi di plastica. Abbiamo respinto l’assalto di Forza Italia che voleva azzerare tutto, resta un po’ di amarezza per il mancato inserimento di target chiari e vincolanti per tutti gli Stati Membri – ha dichiarato in una nota l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle, Piernicola Pedicini –. Questo voto è un primo, timido, passo avanti perché interviene contro l’inquinamento dei prodotti in plastica monouso come i mozziconi delle sigarette che impiegano tra i 10 e i 12 anni per decomporsi. Fra gli obiettivi approvati c’è anche la riduzione per i filtri in plastica dei prodotti del tabacco del 50% entro il 2025 e 80% entro il 2030. Inoltre, entro il 2025 le bottiglie per bevande in plastica devono contenere almeno il 35% di materiale riciclato ed essere riciclabili – ha aggiunto il pentastellato -. Siamo soddisfatti per l’approvazione del nostro emendamento che vieta l’utilizzo di contenitori per cibi e bevande composti da polistirolo espanso, molto usati nei fast food. Gli altri gruppi politici hanno provato ostinatamente a salvare gli interessi dell’industria, noi crediamo che la salute e la tutela ambientale vengano prima di ogni altra cosa”, ha concluso Pedicini.

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