Reddito di cittadinanza e quota 100, ecco l’ultima bozza di decreto

Il provvedimento è suddiviso in tre titoli e 27 articoli complessivi. Giovedì dovrebbe approdare sul tavolo del Consiglio dei ministri

Dell’Acqua, chi è l’uomo della Lega per la Consob

Sono molti mesi ormai, troppi, che la Consob è senza guida, dopo le dimissioni del Presidente Mario Nava fortemente volute dalla dirigenza grillina. Mesi di stallo in cui nel triangolo tra Mattarella, Di Maio e Salvini non si è giunti a una sintesi.

Una partita di squash, con colpi veloci e continui nella speranza che uno degli avversari si distragga per un momento così da mettere a segno il punto.

I PIANI DEI 5 STELLE

Il piano A dei grillini è Marcello Minenna, sponsorizzato da Ruocco, ma non è gradito al Colle. E neppure a Palazzo Chigi. Il piano B a 5 Stelle, ma senza entusiasmo, è Donato Masciandaro, sponsorizzato da Buffagni.

L’UOMO DELLA LEGA

Anche la Lega ovviamente cerca di giocare la sua partita in questo tira e molla con un proprio nome, quello del prof. Alberto Dell’Acqua. Le chances ci sono e la Lega di Salvini punta tutto sul professore della Bocconi che a differenza dei predecessori conoscerebbe l’economia reale, operandovi da lungo tempo.

CHI È DELL’ACQUA

Milanese, insegna Corporate Finance alla SDA Bocconi. È un uomo di mercato, nella pratica e non solo in teoria, specializzato in finanza aziendale e immobiliare. Da alcuni anni è anche il Direttore del Master in Corporate Finance (MCF) della business school dell’università milanese, un master internazionale.

Dall’Oltrepò pavese è arrivato a insegnare fino in Australia in 30 anni di carriera accademica, mentre nel suo curriculum ci sono iniziative, imprenditoriali, come advisor e in vari board, nel settore finanziario e degli investimenti.

Non è facile leggerne interventi o raccoglierne dichiarazioni, in questo simile a uno dei suoi sponsor leghisti: il sottosegretario Giorgetti. Oltre agli studi condividono infatti la provenienza dalla provincia lombarda.

UN PENSIERINO SULLA CONSOB

Direttamente interpellato sulla funzione odierna di Consob a suo parere, unica domanda cui in realtà ha risposto, Dell’Acqua ha detto: “Ritengo che la vigilanza debba poggiare su tre pilastri: il confronto tra le funzioni interne e gli attori del mercato attraverso le audizioni; in secondo luogo, deve esserci una revisione costante e attenta del regolamento per accompagnare lo sviluppo dei mercati finanziari e infine, in ragione dei due punti prima menzionati, una richiesta di massima responsabilità a tutti gli attori, intervenendo con punizioni significative in caso di violazione del regolamento o di azioni a danno dei risparmiatori”. Segno evidente che alla Consob un pensierino lo ha fatto.

Dell’Acqua è un appassionato giocatore di squash. Potrebbe tornargli davvero utile in caso di nomina alla presidenza della Consob.

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Tra le nomine di governo c’è in ballo la presidenza dell’Enac. Il ministro Toninelli ha proposto Nicola Zaccheo, ad di Sitael

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Dalla ricognizione della Corte dei Conti emerge come gli affidamenti diretti rappresentino ancora la modalità prevalente nella selezione degli operatori per i servizi pubblici locali. Nonostante la (presunta) rigidità dei presupposti per derogare alle regole del mercato e della concorrenza

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I Graffi di Damato

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I Graffi di Francesco Damato. Le Regioni ingrossano le fila della protesta contro la legge su sicurezza e immigrazione, ma la stampa (con poche eccezioni) non ne ha parlato.

Referendum propositivo, perchè Lega e M5S litigano sul quorum

Al via l’iter per l’introduzione del referendum propositivo, ma Lega e M5S sono divisi. Per i pentastellati non ci deve essere quorum, per il Carroccio deve essere al 33%

M5s e Lega aprono l’anno con la proposta di riforma costituzionale per l’istituzione del referendum propositivo, ma le due forze di maggioranza sono in realtà in disaccordo sulla proposta, al vaglio della commissione Affari costituzionali.

Il referendum propositivo secondo il M5S

La democrazia diretta è uno dei cavalli di battaglia dei pentastellati, quasi la ragione sociale, insieme ai tagli alla casta. Per questo la proposta presentata (primi firmatari i capogruppo grillino Michele D’Uva e leghista Riccardo Molinari) è particolarmente spinta. In pratica la proposta di legge andrebbe a modificare l’articolo 71 della costituzione, prevedendo il referendum propositivo accanto a quello abrogativo. Raccogliendo 500 mila firme, dunque, un comitato promotore potrà presentare in Parlamento una proposta di legge popolare. Se le Camere non legifereranno sulla materia entro 18 mesi, la proposta sarà sottoposta a un referendum senza quorum.

Perchè la Lega vuole il quorum per il referendum propositivo

E proprio qui sorge il problema. Perchè per la Lega (e non solo) un quorum deve essere previsto. “Altrimenti – spiegano fonti del Carroccio – il rischio è che passino leggi votate da una minoranza anche molto esigua o magari da gruppi di interesse“. Un altro punto critico è quello dei temi su cui potrebbero essere presentate le proposte di iniziativa popolare. Il testo arrivato in commissione pone paletti estremamente esigui: sarebbe possibile respingere un’istanza solo “se la proposta non rispetta i diritti e i principi fondamentali garantiti dalla Costituzione nonché i vincoli europei e internazionali, se non ha contenuto omogeneo e se non provvede ai mezzi per far fronte ai nuovi o maggiori oneri”.

A che punto siamo

Lunedì prossimo scade il termine per la presentazione degli emendamenti alla legge di riforma costituzionale, che dovrebbe andare in Aula a Montecitorio il 16. E i leghisti hanno già pronto un pacchetto di proposte correttive sui punti più delicati, a partire proprio dalla questione del quorum che vorrebbero fissare al 33%. Trovando su questo anche il favore delle opposizioni, che temono l’esautorazione del Parlamento. Una convergenza che potrebbe mettere in seria difficoltà il percorso della proposta di legge, che in quanto di modifica costituzionale richiede una maggioranza qualificata per evitare il referendum finale, il cui esito è sempre incerto (come insegnano Matteo Renzi e il suo governo).

Reddito di cittadinanza e quota 100: ecco il testo del decreto

Dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre arriva l’allarme: la metà della spesa per il reddito di cittadinanza, circa 3 su 6 miliardi di euro previsti, potrebbe finire nelle tasche di chi lavora in nero

Stipendi degli onorevoli nel mirino M5s. Ecco quanto guadagnano

Uno studio inglese citato da Il Mattino evidenzia come i parlamentari italiani siano al primo posto nel mondo: dai rimborsi alle diarie voce per voce l’elenco delle spese

Sea Watch. Salvini per la prima volta è isolato

I Graddi di Francesco Damato. Sulla questione della Sea Watch, e più in generale sul decreto sicurezza, Salvini sembra (per la prima volta dalla nascita del governo) isolato.

Abituato a sfidare, e spesso anche a vincere, nelle sue vesti di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, il leader leghista Matteo Salvini sta vivendo l’esperienza per lui inedita dello sfidato, se non addirittura dell’assediato. E ciò sia all’interno del governo, sia all’esterno.

All’interno del governo l’omologo grillino Luigi Di Maio ha spiazzato e mandato su tutte le furie Salvini proponendo l’accoglienza in Italia delle donne e dei bambini bloccati da circa due settimane in mare sulla nave Sea Watch. E lasciando il resto dei profughi a disposizione di chi vorrà prendersi a carico gli uomini. Il che provocherebbe, peraltro, la separazione di nuclei familiari destinati poi a ricomporsi, probabilmente in Italia, dove la linea dura contro gli immigrati comincia a subire colpi, forse per gli eccessi compiuti da Salvini in parole e opere.

Si arriva così al secondo fronte dello scontro e delle sfide che per una volta il leader leghista deve ricevere e non dare: il fronte dei sindaci. Che, a dispetto di certe apparenze favorevoli al Viminale per il numero “esiguo” -si dice da quelle parti- dei primi cittadini in sostanziale rivolta contro l’applicazione della recente legge su sicurezza e immigrati, è fluttuante e insidioso. Se i sindaci e, più in generale, gli amministratori leghisti sinora sembrano solidali con il leader del loro partito, quelli di centrodestra – che pure rimane l’area elettorale del Carroccio- vacillano. Non parliamo poi delle convergenze fra la dissidenza amministrativa e i vescovi.

E’ accaduto anche ad altri governi e vertici di partito scontrarsi con i sindaci, una volta liquidati -per esempio- come “cacicchi” da un insofferente, al solito, Massimo D’Alema ancora forte. Ma non era mai accaduto che su una materia così delicata come la sicurezza un sindaco sfidasse il ministro in qualche modo sorvegliante, che è quello dell’Interno, a sostituirlo per poter impugnare l’atto davanti alla magistratura e chiedere a quest’ultima, che non ne vede forse l’ora, di trasferire la vertenza alla Corte Costituzionale. E’ ciò che ha fatto in diretta televisiva, su Rai 2, da Palermo Leoluca Orlando dopo avere definito “camomilla” una circolare emessa dal Viminale per cercare di mitigare, nell’applicazione, le norme della legge di sicurezza ostative, e perciò contestate dal sindaco siciliano, in materia di iscrizione all’anagrafe, con tutti gli effetti relativi, degli immigrati persino provvisti di permesso di soggiorno.

Leoluca Orlando, che nella sua attività amministrativa, fra le più lunghe in Italia, ha dato filo da torcere a fior di politici e magistrati, da Giulio Andreotti a Giovanni Falcone, ha portato la sfida a Salvini anche all’insolito livello, diciamo così, disciplinare e interdittivo. In particolare, egli ha chiesto alla Segreteria Generale del Palazzo delle Aquile di valutare provvedimenti a carico di un giornalista dell’ufficio stampa del Comune che aveva scambiato un post su facebook col ministro dell’Interno.

La situazione diventa per il ministro e, più in generale, per il governo ancora più difficile alla luce dei cambiamenti intervenuti a livello politico e mediatico con il ritorno, a livello nazionale, al sistema elettorale proporzionale. Che ha restituito la formazione del governo pienamente alla democrazia, diciamo così indiretta, quella delle trattative fra i partiti dopo le elezioni, lasciando l’autorevolezza e la stabilità degli organi prodotti dalla democrazia diretta solo alle amministrazioni locali e ai loro capi, sindaci dei Comuni o governatori delle Regioni che siano.

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Per attuare le misure contenute nella legge di Bilanciio saranno necessari 161 provvedimenti. Nella prima stesura del testo erano solo 40

Perchè la rivolta dei sindaci preoccupa il premier Conte

I Graffi di Francesco Damato sulle tensioni tra il premier ed i due vicepremier dopo la rivolta dei sindaci contro il decreto sicurezza, cavallo di battaglia della Lega difeso a spada tratta da (parte del) M5S

Questa volta il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha davvero spiazzato i suoi due vice, il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, lasciandoli soli a inveire contro i sindaci “spottisti elettorali” e “traditori” – o “banditi” nella versione sarcastica ricavatane nel titolo di copertina dal manifesto – che rifiutano l’applicazione di una parte della recente legge su sicurezza e immigrazione. E’ quella che impedisce, con tutte le relative conseguenze, l’iscrizione all’anagrafe degli stranieri residenti, anche se provvisti di un permesso di soggiorno.

Conte, che pure aveva assecondato il decreto legge emesso il 4 ottobre scorso, ma emanato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una dimenticata lettera di sostanziale ammonimento proprio a lui, e ne aveva poi festeggiato con Salvini la conversione parlamentare con tanto di cartello al collo, non se l’è sentita di liquidare sbrigativamente le proteste dei sindaci. Ed ha accolto la richiesta di un incontro e confronto avanzata dall’associazione nazionale dei Comuni, aprendo così quel “tavolo” contemporaneamente escluso dal ministro dell’Interno fra un’aranciata e l’altra ostentata davanti all’obiettivo del suo telefonino.

La disponibilità del presidente Conte, cui Salvini ha contrapposto le proteste del quasi omonimo Mario Conte, sindaco leghista di Treviso, contro i vertici dell’associazione dei comuni mobilitatisi a favore dei sindaci “disobbedienti”, ha prodotto l’estensione del dissenso degli amministratori locali.

Alla solidarietà del presidente forzista dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capofila ormai della rivolta, si è aggiunta quella -per esempio- dell’ex ministro forzista dell’Interno Claudio Scajola, ora sindaco di Imperia. Col quale Silvio Berlusconi ha conservato buoni rapporti anche dopo la rottura consumatasi in Liguria per la sua candidatura a sindaco, vincente ma contrastata dal governatore forzista della regione Giovanni Toti.

Questa vicenda dei sindaci che contestano la nuova legge su sicurezza e immigrazione ha due effetti politici collaterali e significativi: estende l’area dell’opposizione di sinistra targata Pd e accentua le crepe nel centrodestra uscito dalle urne del 4 marzo scorso con la nuova leadership di Salvini. Che però ha investito la sua forza, con la paradossale autorizzazione di Berlusconi ripetutamente ricordata dallo stesso Salvini, alleandosi al governo con i grillini e lasciando all’opposizione i partiti del Cavaliere e di Giorgia Meloni. I cui parlamentari tuttavia quando possono danno una mano a Salvini, pur lamentandone il “tradimento”, come hanno fatto – per esempio – nella vicenda autunnale della conferma di Marcello Foa alla presidenza della Rai, dopo la bocciatura estiva nella commissione bicamerale di vigilanza.

Taglio stipendi dei parlamentari. Tra gli onorevoli 5 Stelle molti sono contrari

Il taglio agli stipendi dei parlamentari, tanto caro a Luigi Di Maio, sembra essere un terreno scivoloso per il Vice Premier. Molti stra deputati e senatori a 5 Stelle sono contrari, nonostante le dichiarazioni ufficiali

Taglio agli stipendi dei parlamentari, “Occhio all’effetto boomerang”. La Camera è ancora chiusa, nei corridoi passano solo alcuni giornalisti e i commessi, il Transatlantico è deserto, ma anche a distanza le vecchie volpi di Montecitorio osservano le mosse di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista e sorridono. L’annuncio che il 2019 sarà l’anno del taglio degli stipendi dei Parlamentari ha aperto la campagna elettorale in vista delle Europee, il primo vero test elettorale per i pentastellati di governo. E un tema che può solleticare la pancia degli elettori, potrebbe però creare nuovi problemi all’interno di gruppi parlamentari già agitati da tensioni sempre più evidenti.

L’annuncia il taglio agli stipendi dei parlamentari lo stesso giorno delle espulsioni

“Non è un caso – riflette un parlamentare pentastellato – che siano arrivati nello stesso giorno i provvedimenti dei probiviri sulle espulsioni e l’annuncio di Di Maio e Di Battista. C’è bisogno di evitare nuove fughe e nuovi distinguo e il metodo scelto è quello del richiamo ai tagli alla casta e contemporaneamente della minaccia a chi non rispetta la disciplina, ma non è detto che funzioni”. “Il tema – riflette un parlamentare di lungo corso oggi all’opposizione – può pure funzionare in campagna elettorale, ma poi quando si tratta di votare siamo certi che deputati e senatori siano tutti compatti nella decisione di tagliarsi la paga? Questi sono arrivati qua dal niente, ma si vede che si sono già abituati alla nuova vita…”. Un rischio, dunque, a maggior ragione se dall’alleato leghista è arrivato un immediato stop a un provvedimento, per dirla con l’acida ironia del presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi, che porterebbe nelle aule “gli scappati di casa” e non “le eccellenze”.

Cosa dicono i vertici del M5S

Ai vertici del Movimento sono consapevoli del problema e per questo è stata attivata la “batteria comunicativa”.  “Privilegi e costi della politica devono essere tagliati. Dopo i vitalizi e le pensioni d’oro, siamo pronti a ridurre anche gli stipendi dei parlamentari”, affermano quasi all’unisono i vertici dei gruppi commentando l’annuncio del taglio agli stipendi dei parlamentari, mentre su Facebook Di Maio rilancia: “Secondo uno studio inglese i parlamentari italiani sono i più pagati al mondo. Indovinate chi gli taglierà lo stipendio?”. Un fuoco di fila che nasconde una pattuglia consistente di deputati e senatori grillini (almeno una ventina, secondo alcuni calcoli) che ha più di un dubbio sul provvedimento e su come fino a questo momento sono stati gestiti i parlamentari. E che in gran parte guarda al presidente della Camera Roberto Fico, che non a caso ha annunciato l’intenzione di presentare a breve “una serie di possibili interventi di riforma che incidono su organizzazione dei lavori, procedure, qualità legislativa”. A quanto pare, quindi, niente taglio agli stipendi dei parlamentari. Non risparmi “populisti”, dunque, ma aumento dell’efficienza e della produttività. Una impostazione del tutto differente da quella del capo politico e vicepremier, che potrebbe far esplodere il dualismo latente interno al Movimento.

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