Stipendi degli onorevoli nel mirino M5s. Ecco quanto guadagnano

Uno studio inglese citato da Il Mattino evidenzia come i parlamentari italiani siano al primo posto nel mondo: dai rimborsi alle diarie voce per voce l’elenco delle spese

Sea Watch. Salvini per la prima volta è isolato

I Graddi di Francesco Damato. Sulla questione della Sea Watch, e più in generale sul decreto sicurezza, Salvini sembra (per la prima volta dalla nascita del governo) isolato.

Abituato a sfidare, e spesso anche a vincere, nelle sue vesti di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, il leader leghista Matteo Salvini sta vivendo l’esperienza per lui inedita dello sfidato, se non addirittura dell’assediato. E ciò sia all’interno del governo, sia all’esterno.

All’interno del governo l’omologo grillino Luigi Di Maio ha spiazzato e mandato su tutte le furie Salvini proponendo l’accoglienza in Italia delle donne e dei bambini bloccati da circa due settimane in mare sulla nave Sea Watch. E lasciando il resto dei profughi a disposizione di chi vorrà prendersi a carico gli uomini. Il che provocherebbe, peraltro, la separazione di nuclei familiari destinati poi a ricomporsi, probabilmente in Italia, dove la linea dura contro gli immigrati comincia a subire colpi, forse per gli eccessi compiuti da Salvini in parole e opere.

Si arriva così al secondo fronte dello scontro e delle sfide che per una volta il leader leghista deve ricevere e non dare: il fronte dei sindaci. Che, a dispetto di certe apparenze favorevoli al Viminale per il numero “esiguo” -si dice da quelle parti- dei primi cittadini in sostanziale rivolta contro l’applicazione della recente legge su sicurezza e immigrati, è fluttuante e insidioso. Se i sindaci e, più in generale, gli amministratori leghisti sinora sembrano solidali con il leader del loro partito, quelli di centrodestra – che pure rimane l’area elettorale del Carroccio- vacillano. Non parliamo poi delle convergenze fra la dissidenza amministrativa e i vescovi.

E’ accaduto anche ad altri governi e vertici di partito scontrarsi con i sindaci, una volta liquidati -per esempio- come “cacicchi” da un insofferente, al solito, Massimo D’Alema ancora forte. Ma non era mai accaduto che su una materia così delicata come la sicurezza un sindaco sfidasse il ministro in qualche modo sorvegliante, che è quello dell’Interno, a sostituirlo per poter impugnare l’atto davanti alla magistratura e chiedere a quest’ultima, che non ne vede forse l’ora, di trasferire la vertenza alla Corte Costituzionale. E’ ciò che ha fatto in diretta televisiva, su Rai 2, da Palermo Leoluca Orlando dopo avere definito “camomilla” una circolare emessa dal Viminale per cercare di mitigare, nell’applicazione, le norme della legge di sicurezza ostative, e perciò contestate dal sindaco siciliano, in materia di iscrizione all’anagrafe, con tutti gli effetti relativi, degli immigrati persino provvisti di permesso di soggiorno.

Leoluca Orlando, che nella sua attività amministrativa, fra le più lunghe in Italia, ha dato filo da torcere a fior di politici e magistrati, da Giulio Andreotti a Giovanni Falcone, ha portato la sfida a Salvini anche all’insolito livello, diciamo così, disciplinare e interdittivo. In particolare, egli ha chiesto alla Segreteria Generale del Palazzo delle Aquile di valutare provvedimenti a carico di un giornalista dell’ufficio stampa del Comune che aveva scambiato un post su facebook col ministro dell’Interno.

La situazione diventa per il ministro e, più in generale, per il governo ancora più difficile alla luce dei cambiamenti intervenuti a livello politico e mediatico con il ritorno, a livello nazionale, al sistema elettorale proporzionale. Che ha restituito la formazione del governo pienamente alla democrazia, diciamo così indiretta, quella delle trattative fra i partiti dopo le elezioni, lasciando l’autorevolezza e la stabilità degli organi prodotti dalla democrazia diretta solo alle amministrazioni locali e ai loro capi, sindaci dei Comuni o governatori delle Regioni che siano.

Decreti attuativi, la manovra passa alla prova dei fatti

Per attuare le misure contenute nella legge di Bilanciio saranno necessari 161 provvedimenti. Nella prima stesura del testo erano solo 40

Perchè la rivolta dei sindaci preoccupa il premier Conte

I Graffi di Francesco Damato sulle tensioni tra il premier ed i due vicepremier dopo la rivolta dei sindaci contro il decreto sicurezza, cavallo di battaglia della Lega difeso a spada tratta da (parte del) M5S

Questa volta il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha davvero spiazzato i suoi due vice, il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, lasciandoli soli a inveire contro i sindaci “spottisti elettorali” e “traditori” – o “banditi” nella versione sarcastica ricavatane nel titolo di copertina dal manifesto – che rifiutano l’applicazione di una parte della recente legge su sicurezza e immigrazione. E’ quella che impedisce, con tutte le relative conseguenze, l’iscrizione all’anagrafe degli stranieri residenti, anche se provvisti di un permesso di soggiorno.

Conte, che pure aveva assecondato il decreto legge emesso il 4 ottobre scorso, ma emanato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una dimenticata lettera di sostanziale ammonimento proprio a lui, e ne aveva poi festeggiato con Salvini la conversione parlamentare con tanto di cartello al collo, non se l’è sentita di liquidare sbrigativamente le proteste dei sindaci. Ed ha accolto la richiesta di un incontro e confronto avanzata dall’associazione nazionale dei Comuni, aprendo così quel “tavolo” contemporaneamente escluso dal ministro dell’Interno fra un’aranciata e l’altra ostentata davanti all’obiettivo del suo telefonino.

La disponibilità del presidente Conte, cui Salvini ha contrapposto le proteste del quasi omonimo Mario Conte, sindaco leghista di Treviso, contro i vertici dell’associazione dei comuni mobilitatisi a favore dei sindaci “disobbedienti”, ha prodotto l’estensione del dissenso degli amministratori locali.

Alla solidarietà del presidente forzista dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capofila ormai della rivolta, si è aggiunta quella -per esempio- dell’ex ministro forzista dell’Interno Claudio Scajola, ora sindaco di Imperia. Col quale Silvio Berlusconi ha conservato buoni rapporti anche dopo la rottura consumatasi in Liguria per la sua candidatura a sindaco, vincente ma contrastata dal governatore forzista della regione Giovanni Toti.

Questa vicenda dei sindaci che contestano la nuova legge su sicurezza e immigrazione ha due effetti politici collaterali e significativi: estende l’area dell’opposizione di sinistra targata Pd e accentua le crepe nel centrodestra uscito dalle urne del 4 marzo scorso con la nuova leadership di Salvini. Che però ha investito la sua forza, con la paradossale autorizzazione di Berlusconi ripetutamente ricordata dallo stesso Salvini, alleandosi al governo con i grillini e lasciando all’opposizione i partiti del Cavaliere e di Giorgia Meloni. I cui parlamentari tuttavia quando possono danno una mano a Salvini, pur lamentandone il “tradimento”, come hanno fatto – per esempio – nella vicenda autunnale della conferma di Marcello Foa alla presidenza della Rai, dopo la bocciatura estiva nella commissione bicamerale di vigilanza.

Taglio stipendi dei parlamentari. Tra gli onorevoli 5 Stelle molti sono contrari

Il taglio agli stipendi dei parlamentari, tanto caro a Luigi Di Maio, sembra essere un terreno scivoloso per il Vice Premier. Molti stra deputati e senatori a 5 Stelle sono contrari, nonostante le dichiarazioni ufficiali

Taglio agli stipendi dei parlamentari, “Occhio all’effetto boomerang”. La Camera è ancora chiusa, nei corridoi passano solo alcuni giornalisti e i commessi, il Transatlantico è deserto, ma anche a distanza le vecchie volpi di Montecitorio osservano le mosse di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista e sorridono. L’annuncio che il 2019 sarà l’anno del taglio degli stipendi dei Parlamentari ha aperto la campagna elettorale in vista delle Europee, il primo vero test elettorale per i pentastellati di governo. E un tema che può solleticare la pancia degli elettori, potrebbe però creare nuovi problemi all’interno di gruppi parlamentari già agitati da tensioni sempre più evidenti.

L’annuncia il taglio agli stipendi dei parlamentari lo stesso giorno delle espulsioni

“Non è un caso – riflette un parlamentare pentastellato – che siano arrivati nello stesso giorno i provvedimenti dei probiviri sulle espulsioni e l’annuncio di Di Maio e Di Battista. C’è bisogno di evitare nuove fughe e nuovi distinguo e il metodo scelto è quello del richiamo ai tagli alla casta e contemporaneamente della minaccia a chi non rispetta la disciplina, ma non è detto che funzioni”. “Il tema – riflette un parlamentare di lungo corso oggi all’opposizione – può pure funzionare in campagna elettorale, ma poi quando si tratta di votare siamo certi che deputati e senatori siano tutti compatti nella decisione di tagliarsi la paga? Questi sono arrivati qua dal niente, ma si vede che si sono già abituati alla nuova vita…”. Un rischio, dunque, a maggior ragione se dall’alleato leghista è arrivato un immediato stop a un provvedimento, per dirla con l’acida ironia del presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi, che porterebbe nelle aule “gli scappati di casa” e non “le eccellenze”.

Cosa dicono i vertici del M5S

Ai vertici del Movimento sono consapevoli del problema e per questo è stata attivata la “batteria comunicativa”.  “Privilegi e costi della politica devono essere tagliati. Dopo i vitalizi e le pensioni d’oro, siamo pronti a ridurre anche gli stipendi dei parlamentari”, affermano quasi all’unisono i vertici dei gruppi commentando l’annuncio del taglio agli stipendi dei parlamentari, mentre su Facebook Di Maio rilancia: “Secondo uno studio inglese i parlamentari italiani sono i più pagati al mondo. Indovinate chi gli taglierà lo stipendio?”. Un fuoco di fila che nasconde una pattuglia consistente di deputati e senatori grillini (almeno una ventina, secondo alcuni calcoli) che ha più di un dubbio sul provvedimento e su come fino a questo momento sono stati gestiti i parlamentari. E che in gran parte guarda al presidente della Camera Roberto Fico, che non a caso ha annunciato l’intenzione di presentare a breve “una serie di possibili interventi di riforma che incidono su organizzazione dei lavori, procedure, qualità legislativa”. A quanto pare, quindi, niente taglio agli stipendi dei parlamentari. Non risparmi “populisti”, dunque, ma aumento dell’efficienza e della produttività. Una impostazione del tutto differente da quella del capo politico e vicepremier, che potrebbe far esplodere il dualismo latente interno al Movimento.

Perchè Roberto Fico tuona sulla centralità del Parlamento

I graffi di Francesco Damato sulla lettera, passata quasi inosservata, del Presidente della Camera Roberto Fico.

Nel frastuono della “guerra” scoppiata fra il Viminale e i sindaci per l’applicazione delle nuove misure di sicurezza sugli immigrati, per non parlare delle perduranti reazioni al messaggio di Capodanno del capo dello Stato, fra poche critiche sincere e molti elogi farisaici, espressi a costo di interpretazioni opportunistiche, è passata ingiustamente inosservata una lettera del presidente grillino della Camera al Sole-24 Ore, Roberto Fico. Che, computer o penna in mano, l’ha scritta con grande coraggio o disinvoltura politica, come preferite,  visto che essa ripropone “la centralità del Parlamento” -anche nel titolo del quotidiano della Confindustria- pur dopo la “grande compressione” dell’esame parlamentare, appunto, del bilancio. Così l’ha definita il capo dello Stato in un passaggio pur fuggevole del discorso televisivo di San Silvestro a reti unificate,  e l’ha  ammessa lo stesso Roberto Fico. Il quale di suo ci ha messo soltanto l’aggettivo “dolorosa”, al posto di “grande”.

Se non è ancora diventato un reato penale il dissenso in questi tempi di “cambiamento” gialloverde, ho qualche difficoltà, da vecchio giornalista parlamentare, ad accontentarmi  del “dolore” del presidente della Camera Roberto Fico. E ne avrei anche per quello eventuale della presidente forzista del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sarebbe bastato che entrambi, nell’autonomo esercizio delle loro funzioni, si fossero prodigati a sostenere davanti alle preoccupazioni espresse o attribuite all’illustrissimo signor presidente della Repubblica che sarebbe stato meglio ricorrere a qualche settimana di cosiddetto esercizio provvisorio, regolarmente previsto e disciplinato dalla Costituzione, piuttosto che approvare il bilancio in quel modo non chiesto ma imposto dal governo.

Fra le prove indicate da Roberto Fico per sostenere la perdurante “centralità” del Parlamento e contestare la “ingenuità” di chi “vaneggia una centralità perduta”, ci sono 503 emendamenti apportati, fra Camera e Senato, sino al 20 dicembre scorso a provvedimenti del governo: emendamenti dei quali 174 proposti dalle opposizioni. Peccato però che il presidente della Camera si sia fermato al 20 dicembre, risparmiandosi così il dolore -è il caso di dire- di aggiungere all’elenco il maxi-emendamento del governo al testo originario del bilancio. Esso è arrivato nell’aula del Senato saltando praticamente il passaggio per la commissione competente, raccolto in un fascicolo di 270 pagine per chi lo ha letto nella versione a spazio uno, e di 600 pagine per chi lo ha forse letto nella versione a spazio due, come credo sia accaduto al direttore del Foglio Giuliano Ferrara. Che ne ha scritto con quel numero in un editoriale ispiratogli dai “paradossi virtuosi” di un bilancio di cui ora il governo dovrà rispondere da solo al Paese, procurandosi -credo- la delusione e le proteste degli elettori dei due partiti che lo compongono, quando sarà esaurita l’euforia verbale del presidente del Consiglio e dei suoi due vice.

Con queste premesse ho appreso con una certa apprensione dalla lettera al Sole-24 Ore la decisione di  Fico di proporre a giorni o a settimane alla competente giunta della Camera “una serie di possibili interventi di riforma” del regolamento “che incidono su organizzazione dei lavori, procedure, qualità legislativa”. Spero bene.

Resto convinto, dopo quello che è accaduto nella ormai scorsa e cosiddetta sessione di bilancio, che la centralità delParlamento sia destinata ad essere intesa solo in senso fisico, non più politico e istituzionale. Per essere nel centro di Roma, da dove tanti anni fa volevano “decentrarle” all’Eur, le sedi della Camera e del Senato  sicuramente ci sono ancora.  I palazzi, rispettivamente,  di Montecitorio e di Palazzo Madama, fanno sempre la loro bella e imponente figura.

Roberto Fico

Cosa dice il dossier ISPI “Dieci domande sul mondo che verrà”

Ispi – l’istituto italiano per gli studi politici – ha dedicato un Dossier speciale sviluppato in dieci domande e dieci focus su trend, paesi, elezioni, crisi, conflitti, leader e innovazioni chiave

Banca Carige commissariata dalla Bce. Modiano e Innocenzi tra i commissari, ecco cosa hanno dichiarato

Banca Carige ha confermato di essere stata posta in amministrazione straordinaria, su decisione della BCE, dopo le dimissioni della maggioranza dei membri del CdA, avvenute oggi. A confermare la notizia una nota della stessa Banca Carige, che ha inoltre sottolineato come la sua operatività sia garantita, e non dovrebbe quindi esserci nessun impatto su clienti, depositi, dipendenti. Intanto il titolo è stato sospeso in Borsa.

Le dimissioni odierne seguono a stretto giro il voto del 22 dicembre, che aveva bocciato l’aumento di capitale di 400 milioni. Aumento di capitale chiesto con forza dalla Bce.

Le dichiarazioni dei commissari

Banca Carige Pietro Modiano

Pietro Modiano

Commissari di Banca Carige sono stati nominati Pietro Modiano e Fabio Innocenzi, presidente e ceo dimissionari, e Raffaele Lener. Nominato anche il comitato di sorveglianza, i cui membri sono Gian Luca Brancadoro, Andrea Guaccero e Alessandro Zanotti.

Secondo Pietro Modiano l’amministrazione straordinaria “semplificherà e rafforzerà la governance di Carige e di conseguenza l’esecuzione della strategia in un quadro di sana e prudente gestione”. Mentre per il ceo dimissionario Fabio Innocenzi “I vantaggi in termini di stabilità della banca si tradurranno in benefici per i clienti, i dipendenti e il territorio” . Infine Raffaele Lener, afferma che “essere stato nominato accanto agli esponenti apicali della banca, confermati nel nuovo ruolo commissariale, è indice della chiara scelta di dare continuità operativa alla banca all’interno della strategia già delineata”.

La nota della BCE

La Bce ha spiegato in una nota che “Le dimissioni della maggioranza del Consiglio di amministrazione hanno reso necessario l’insediamento di un’amministrazione straordinaria che guidasse la banca al fine di stabilizzarne la governance e di perseguire soluzioni efficaci per assicurare in modo sostenibile la stabilità e la conformità alle norme. La decisione di avviare la procedura di amministrazione straordinaria è una misura di intervento precoce finalizzata ad assicurare la continuità e a perseguire gli obiettivi di un piano strategico

Le stategie di Banca Carige dopo il commissariamento

Banca Carige ha inoltre spiegato che i commissari saranno impegnati nel rafforzamento patrimoniale, recupero di quote di mercato nei segmenti core per l’istituto, la riduzione e rimodulazione del rischio attraverso la riduzione dei crediti deterioriati (i NPL, non performing loans) e sopratutto la ricerca di eventuali “aggregazioni aziendali”. Un acquirente quindi, che possa salvare l’istituto ligure come già auspicato nelle scorse settimane dalla stessa Bce. Una strategia che la stessa banca Carige definisce “in sintonia” con quanto fatto a fino a questo momento.

Tra le prime azioni annunciate, ci sara’ anche l’avvio di “riflessioni con lo schema volontario di intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi per rivalutare l’operazione alla luce del nuovo quadro venutosi a creare e al fine di consentire il proseguimento delle attivita’ di rafforzamento patrimoniale dell’istituto”. Queste decisioni sarabbero tutte contenute nel piano industriale che viene predisposto in queste ore.

Banca Carige Fabio Innocenzi

Fabio Innocenzi

Le reazioni di Salvini alle parole di Mattarella nel messaggio di fine anno

I Graffi di Francesco Damato su come il vicepremier e leader della Lega ha reagito al messaggio televisico del capo dello Stato. Uno dei discorsi di Mattarella più commentati di sempre.

Fra tutte le reazioni al messaggio televisivo di Capodanno del presidente della Repubblica -trasmesso a reti unificate e ascoltato da più di dieci milioni e mezzo di “concittadine e concittadini”, come ha preferito rivolgersi agli italiani Sergio Mattarella- la più sorprendente e clamorosa è stata quella del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che – “contento”- vi si è riconosciuto per avere il capo dello Stato “cominciato il suo intervento parlando di sicurezza”. Più esattamente, direi, della “domanda di sicurezza”. Che ha indubbiamente fruttato molti voti al partito di Salvini, prima consentendogli il 4 marzo scorso il sorpasso elettorale sul partito di Silvio Berlusconi all’interno del centrodestra e poi di allearsi al governo con i grillini e lasciare il pur consenziente cavaliere di Arcore all’opposizione con i suoi, ora addobbati per strada con gilet azzurri, per non confonderli con i gilet gialli di Francia.

Non vorrei che, inebriato dalla priorità indubbiamente data da Mattarella al tema della sicurezza nel messaggio di Capodanno, Salvini si fosse distratto, o avesse addirittura spento il televisore, perdendosi tutto il resto del discorso o ragionamento del presidente della Repubblica. Che, per quanto un po’ troppo sbrigativo, almeno per i miei gusti, nel passaggio in cui avrebbe poi parlato della “compressione” subita dal Parlamento col troppo affrettato esame del bilancio imposto dal governo con la complicità dei presidenti delle assemblee di Palazzo Madama e di Montecitorio, sulla sicurezza si è a lungo soffermato per coniugarla con altri valori, o esigenze, che francamente mi sembrano lontani dall’azione, direi anzi dalle sensibilità dell’attuale ministro dell’Interno: solidarietà, accoglienza, rispetto di tutti e altro ancora.

Per Salvini invece, come lui stesso ha voluto precisare commentando proprio il discorso di Mattarella, almeno nel tratto -ripeto- che ha ascoltato e gli è piaciuto, o che ha comunque preferito anche a costo di apparire un finto tonto, la sicurezza sta nel coniugare il volere col potere. Il ministro dell’Interno è convinto di esserci riuscito al Viminale nel momento in cui, secondo lui, “l’Italia ha riconquistato i suoi confini” per mare e per terra, ma soprattutto per mare -debbo ritenere- perché da lì provengono gli immigrati più numerosi, che appaiono al leader leghista come i nuovi saraceni sulle coste italiane.

Vorrei essere una mosca, fuori stagione, per penetrare nelle stanze di Mattarella ed ascoltarne le reazioni, a sua volta, alla lettura che Salvini ha voluto fare pubblicamente del suo messaggio per poter continuare a muoversi nel governo -credo- come ha fatto da giugno, anche ora che il suo omologo grillino, cioè il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, ha potuto riabbracciare l’amico e concorrente Alessandro Di Battista sulle nevi non a buon mercato del Trentino. Dove la coppia a cinque stelle ha cominciato ad aggiornare il programma d’azione del movimento mettendo in cantiere la riduzione dei compensi dei parlamentari, alcuni dei quali peraltro appena espulsi dal partito perché dissidenti. Ma questo non c’è nel famoso contratto di governo con i leghisti, ha prontamente commentato a distanza Salvini. Che preferisce altre priorità, diciamo così: per esempio, quella di salvare più aspiranti possibili alla pensione anticipata quando si dovrà, a breve, disciplinare nel dettaglio la spesa messa per questo in bilancio. Così come i grillini dovranno cercare di salvare più aspiranti possibili al reddito di cittadinanza quando se ne dovrà disciplinare l’erogazione, e gli interessati potranno finalmente farsi i conti in tasca. Vasto programma, diceva il compianto generale Charles de Gaulle dei progetti dei suoi critici o avversari.

Elusione fiscale, la sterzata Ue parte con il nuovo anno

Le nuove norme dell’UE per eliminare le principali lacune sfruttate ai fini dell’elusione fiscale societaria sono entrate in vigore il 1° gennaio

Manovra. Tutte le mosse di Mattarella, Fico, Tria, Di Maio, Salvini e Tria

I Graffi di Damato su come le istituzioni, a partire dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, hanno affrontato la manovra del governo

E’ francamente difficile non riconoscersi in qualche modo nel gesto scaramantico delle corna attribuito da Emilio Giannelli, sulla prima pagina del Corriere della Sera, nel brindisi di Capodanno ai due uomini più rappresentativi del governo in carica. Che sovrastano e di parecchio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, specie dopo la sua prestazione -tra gaffe, errori e successive precisazioni o smentite- nella tradizionale conferenza stampa di fine anno.

I vice presidenti grillino e leghista del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, avrebbero ottime ragioni per ricorrere a quel gesto delle corna pensando l’uno all’altro nell’incipiente 2019, quando verranno inesorabilmente al pettine su tutti i piani – politico, elettorale e personale – i nodi della legge di bilancio approvata in terza e bruciante lettura alla Camera con 247 deputati assenti su 630. E promulgata in modo altrettanto bruciante dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella guadagnandosi l’applauso del Fatto Quotidiano, con due righe di titolo sopra la testata, per non avere ceduto alla tentazione di assumere “la guida dell’opposizione”. Così avrebbe fatto il capo dello Stato se avesse raccolto ansie, timori, proteste e quant’altro. E così invece avrebbe fatto, nella logica di quel giornale, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano apprezzando pubblicamente nei giorni scorsi il duro discorso pronunciato al Senato da Emma Bonino, ed anche quello successivo -si deve ritenere- dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti, sulle Camere “esautorate” con le procedure adottate per l’esame appunto del bilancio, e per la sua approvazione.

Anche a consolazione di Monti e Bonino, che pure ne avevano apprezzato originariamente l’annuncio della pur tardiva apertura di una trattativa con la Commissione Europea per ridurre il deficit dal 2,4 per cento del pil festeggiato da Di Maio sul balcone di Palazzo Chigi e bocciato a Bruxelles, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha attribuito al bilancio così avventurosamente approvato dalle Camere il merito di avere risparmiato all’Italia, “un commissariamento dai cinque ai sette anni”. Ma contemporaneamente da Bruxelles e dintorni è stato annunciato che i conti italiani continuano ad essere “vigilati” e che l’intesa raggiunta per evitare la procedura d’infrazione ha riguardato numeri e saldi, non il contenuto delle misure che il governo deve peraltro ancora prendere per tradurre in “fatti”, pur già vantati da Di Maio, il cosiddetto reddito di cittadinanza e l’accesso anticipato alla pensione. La vicenda, quindi, è tutt’altro che chiara e conclusa.

Il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, che ha avuto pietà, diciamo così, delle opposizioni difendendole almeno dall’attacco mosse loro dal blog del suo movimento di avere praticato del terrorismo politico contro il governo e la sua legge di bilancio, ha cercato di fornire un altro elemento di consolazione ai vari Monti e Bonino. A cose ormai fatte, mentre Mattarella già smaltiva al Quirinale la pratica della promulgazione del bilancio, Fico dal suo ufficio di Montecitorio, in barba scura e in maniche di camicia bianca, ha spiegato che era stato appena evitato il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio. Che pure è regolarmente previsto e regolato dalla Costituzione. E fior di costituzionalisti ed economisti, fra i quali il mancato presidente del Consiglio Carlo Cottarelli, prevedendolo della durata necessaria, e perciò limitata, ad un completo e vero esame del bilancio in Parlamento, avevano dichiarato di preferire a ciò che invece è accaduto.

In manovra il taglio alle pensioni (anche) contributive

Intanto una circolare Inps chiarisce che a gennaio le rivalutazioni scatteranno sulla base delle vecchie norme. Impossibile fare calcoli con una legge di Bilancio appena approvata. Ma poi scatteranno i conguagli

Perchè la manovra, appena approvata, deve essere riscritta

La manovra approvata deve essere riempita di contenuti, numeri, saldi. Praticamente scritta ex novo. Su decreti e provvedimenti attuativi il percorso è rischioso 

Manovra approvata, va scritta la manovra. Non è un controsenso, ma il paradosso della prima “manovra del popolo”, approvata dalla Camera in via definitiva sul filo di lana per evitare l’esercizio provvisorio, ma che adesso deve essere riempita di contenuti e corretta. Cosa che preannuncia un mese di gennaio assai difficile per il governo e la maggioranza.

Manovra approvata: reddito di cittadinanza e pensioni

Innanzitutto ci sarà da scrivere i due provvedimenti principali: per il reddito di cittadinanza e la “quota 100” sulle pensioni nella manovra sono state solo appostate le risorse. Le norme saranno contenute in due distinti decreti che, secondo quanto annunciato più volte sia dal premier Giuseppe Conte che dai vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, andranno in uno dei primi Consigli dei Ministri dell’anno. Gli uffici dei Ministeri interessati sono al lavoro ormai da settimane, ma per entrambi non sarà una passeggiata. Innanzitutto sono diminuite le risorse: 2,7 miliardi in meno per le pensioni e 1,9 miliardi in meno per il reddito. Cosa che limiterà, al di là delle rassicurazioni ufficiali, il raggio di azione dei due atti. Ma più che il varo dei decreti, il problema potrebbe essere il passaggio in Parlamento. I leghisti sono pronti a fare le pulci al reddito di cittadinanza e a modificarlo emendamento su emendamento. E proprio l’incrocio nelle aule dei due decreti da convertire potrebbe riproporre una situazione di alta tensione tra Carroccio e M5s simile a quella che si è verificata a novembre su dl sicurezza e ddl anticorruzione, ma potenzialmente molto più “pericolosa” per gli equilibri della maggioranza gialloverde.

La manovra approvata necessita dei decreti attuativi

Poi ci sarà da far partire le misure (e sono molte, oltre la metà) che necessitano di decreti attuativi e regolamenti per diventare operativi. E’ il caso, ad esempio, della web tax al 3% per i giganti di Internet e dei servizi digitali; dei fondi per i rimborsi ai risparmiatori truffati dalle banche; dei progetti di dismissioni immboliari, ma anche degli investimenti, per i quali la manovra prevede strutture di missione e cabine di regia che sono tutte da realizzare, con il rischio di un ritardo notevole nei tempi. Quella dei decreti attuativi, del resto, è una partita sempre mediaticamente secondaria, ma di fondamentale importanza. E soprattutto difficile da realizzare quando tra le diverse componenti di un esecutivo non c’è piena fiducia (non a caso con il governo Letta si era arrivati a uno “stock” di provvedimenti attuativi arretrati vicino a quota 1000, ridotto a circa 640 con l’esecutivo Gentiloni).

Gli errori da correggere

Senza contare poi gli interventi già annunciati per correggere errori non modificati per mancanza di tempo. C’è in primo luogo da recuperare la “gaffe” della stangata Ires sul volontariato, che tocca anche gli ospedali (con il personale sanitario già pronto a scendere in piazza) e riprendere in mano la questione degli Ncc. Il tutto senza deviare dal percorso stabilito con l’Ue, che ha solo rimandato il giudizio definitivo sulle politiche economiche giallo-verdi pretendendo, non a caso, una “garanzia” di due miiardi.

Migliorata la velocità delle connessioni mobili in 26 città su 40

Sul sito del progetto Misura Internet Mobile i risultati comparativi dei principali operatori

A Montecitorio debuttano i “gilett azzurri”, la nuova opposizione di Berlusconi

Silvio Berlusconi annuncia per gennaio proteste in tutte le piazze e lancia i gilet azzurri. I graffi di Francesco Damato

Per una volta, proprio nelle ultime battute della brutta partita parlamentare sulla legge di bilancio – giocata violando le regole persino costituzionali con la complicità neppure tanto sofferta dei presidenti di entrambe le Camere, trattenuti un po’ da affinità di parte, come nel caso del pentastellato Roberto Fico a Montecitorio, e un po’ dalla preoccupazione di evitare il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, come nel caso della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati al Senato- i grillini hanno potuto più divertirsi che imbarazzarsi, più godere che soffrire.

E’ accaduto tutto nell’aula di Montecitorio, prima della votazione di fiducia che con 327 sì e 188 no, e più di cento assenti, ha approvato le 270 pagine e più di mille commi del maxi-emendamento già passato al Senato. E’ accaduto quando i parlamentari di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, hanno indossato una pettorina azzurra di protesta e, addossati ai banchi del governo, hanno voltato ad esso le spalle.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il vice presidente Luigi Di Maio, il ministro dei rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, tutti grillini, sono stati ripresi dai teleobiettivi con le facce a dir poco sorridenti. E ne avevano tutte le ragioni, dal loro punto di vista, perché i forzisti voltando loro le spalle e rivolgendosi quindi ai banchi dei deputati in realtà protestavano contro quelli più a portata delle loro braccia e dei loro occhi: i colleghi leghisti. Che per tutto il giorno erano stati attaccati dagli esponenti del partito berlusconiano per avere “tradito” nell’azione di governo i loro elettori di centrodestra.

Contemporaneamente Silvio Berlusconi, ancora ineleggibile al momento dell’elezione delle Camere di questa diciottesima legislatura, accreditava dai suoi uffici e residenze la protesta pettorale dei suoi deputati come un antipasto di quello che accadrà nell’incipiente anno nuovo sulle piazze: si deve presumere come antipasto o pietanza unica delle campagne elettorali per il rinnovo non solo della rappresentanza italiana al Parlamento Europeo, ma anche di un bel po’ di amministrazioni regionali. Alle quali ultime però forzisti e leghisti parteciperanno insieme, da alleati, con candidati a governatori già concordati o in via di perfezionamento con incontri al vertice dei due partiti, e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, per niente clandestini.

Pertanto lo spettacolo improvvisato nell’aula di Montecitorio dai forzisti emuli, con quei pettorali azzurri, dei francesi in gilet gialli a Parigi e altrove nelle settimane scorse, ha potuto mettere di buon umore i grillini. Fra i quali la convivenza al governo con la Lega di Matteo Salvini è stata vissuta da maggio con crescente disagio e preoccupazione un po’ per i perduranti legami personali epolitici dello stesso Salvini con quel demonio che rimane nell’immaginario grillino il fondatore di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e un po’ per la capacità costantemente dimostrata dal capo del Carroccio di tenere la scena. E persino di apparire l’azionista non di minoranza della combinazione governativa gialloverde, in base ai risultati elettorali del 4 marzo scorso, ma di maggioranza in base ai sondaggi e, ripeto, all’attivismo del leader lombardo. Che, fra l’altro, a furia di andare in giro indossando felpe e altro della Polizia o di altri corpi sottoposti alla giurisdizione del Viminale finirà per avere la pretesa, ironicamente attribuitagli da Altan sulla prima pagina della Repubblica di carta, di presentarsi prima o poi al Quirinale come un corazziere, Tanto, il fisico ce l’ha.

Difficoltà, contraddizioni, tensioni e quant’altro nel centrodestra, nella speranza o illusione che possano tradursi in un danno per Salvini, sono unguento sulle ferite procurate al corpaccione grillino dalle obiettive e crescenti difficoltà di tradurre in buona e concreta azione di governo uno stellare e perciò velleitario programma di “cambiamento” o addirittura di rivoluzione. “Rivolteremo questo Paese come un guanto”, ha appena promesso il presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno emulando il “calzino” evocato nel 1992 dai magistrati milanesi di “Mani pulite”, impegnati nella demolizione della cosiddetta prima Repubblica.

Il programma grillino partendo dalla eliminazione o sconfitta della povertà, addirittura annunciata dal balcone di Palazzo Chigi dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio in una notte di tre mesi fa come cosa ormai avvenuta, si è tradotto nella liquidazione come avari -col richiamo del presidente del Consiglio a Moliere- dei pensionati a soli 1500 euro e rotti al mese che protestano per la ridotta indicizzazione dei loro assegni decisa con la legge di bilancio. Avari, si deve presumere, come quelli che percepiscono pensioni sopra i 500 mila euro lordi annui e stanno lamentandosi, nelle loro case o negli alti uffici che ancora frequentano, per il prelievo quinquennale di “solidarietà” del 40 per cento sulla parte eccedente. E questo 40 per cento è stato sbandierato da Di Maio come un trofeo per far credere agli italiani di avere stramazzato non 23, quanto sono in Italia i pensionati sopra i 500 mila euro, ma centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di odiosi “parassiti” o “profittatori”, come lui liquida di solito quelli di cui semplicemente non condivide pensioni, stipendi, posti e qualifiche, secondo le circostanze e gli umori dei suoi elettori.

Governo: le proteste alla Camere ed i rapporti tra Conte ed i Vice Premier

I Graffi di Damato sullo stato dei rapporti tra il premier Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Se al Senato sono state le spalle rivolte al governo l’immagine emblematica della protesta contro le procedure, più ancora del contenuto, praticamente imposte dal governo per l’esame  -si fa per dire – del bilancio del 2019, alla Camera sono stati i commessi e altri volenterosi ripresi dai teleobiettivi nel tentativo di contenere il deputato del Pd Emanuele Fiano, con la camicia sbottonata sul ventre ansimante di protesta.

CHE COSA HA COMBINATO FIANO

Fiano correva verso i banchi del governo per lanciare più da vicino possibile contro i sottosegretari di guardia, in assenza dei ministri, il faldone dei contestatissimi conti preventivi dello Stato. Il cui peso da solo, e in ogni senso, dimostra la scandalosa sproporzione rispetto al tempo d’esame lasciato ad una Camera che il quotidiano il manifesto ha avuto facile, e drammatico, gioco a definire “ardente”: anche qui, in ogni senso.

L’INTERVENTO DIBATTUTO DEL PRESIDENTE FICO

Il presidente grillino dell’assemblea Roberto Fico, abitualmente prodigo di sconfinamenti con parole ed opere in campi e materie di competenza governativa, tanto da essersi procurato più volte le proteste del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, per non parlare degli imbarazzi trattenuti a stento dall’altro vice presidente e compagno di partito Luigi Di Maio, ha preferito deplorare dal suo scranno più le proteste delle opposizioni che la desistenza della maggioranza. La quale infatti si è persino sottratta a quel poco di dibattito concesso col cosiddetto contingentamento per ridurne ulteriormente la durata e fare di quei faldoni stampati dalla tipografia di Montecitorio una specie di simbolo della crisi del Parlamento.

LA CONFERENZA STAMPA DEL PREMIER CONTE

Non meno sconcertante è stato lo spettacolo, a poche decine di metri di distanza, della conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ha paradossalmente usato proprio le paradossali procedure imposte al Parlamento, e alla fine subite dai presidenti delle due assemblee legislative, per respingere l’accusa – rivoltagli con particolare sarcasmo al Senato da Mario Monti – di essersi fatto scrivere il bilancio dalla Commissione Europea, dopo averla sfidata con quel deficit fissato nel mese di settembre al 2,4 per cento del prodotto interno lordo e diventato alla fine 2,04.

PAROLE E SCUSE DI CONTE

Nossignori, il governo – ha praticamente raccontato Conte a Palazzo Chigi – avrebbe condotto una dura trattativa con i commissari europei, spingendola oltre i tempi necessari al Parlamento per un esame dei conti finali degno di questo nome, proprio per difendere e conservare la propria sovranità. Ma se così fosse o fosse stato, non si capirebbe francamente il rifiuto di un ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio per i giorni o le settimane -non più di due, per esempio- utili ad un dibattito parlamentare serio e credibile sul bilancio vero. Che così avrebbe anche potuto essere modificato, piuttosto che rinviare ad un altro provvedimento l’errore, per esempio, clamorosamente riconosciuto del raddoppio dell’Ires sugli enti del volontariato.

FRA MERCATI E BRUXELLES

Una cosa, obiettivamente, è il ricorso all’esercizio provvisorio, consentito per un massimo di quattro mesi, non disponendo il governo e la sua maggioranza di un accordo sul bilancio. Altra cosa, più spiegabile o meno equivocabile in ogni sede, anche quella dei cosiddetti mercati finanziari, sarebbe stato e tuttora sarebbe in teoria un esercizio provvisorio di una quindicina di giorni per onorare, e non deridere, le prerogative del Parlamento. Che è la principale espressione della sovranità di quel “popolo”, citato nel primo articolo della Costituzione, cui i grillini intestano tutte le loro iniziative in una concezione del “populismo” rivendicata proprio dal presidente del Consiglio nella sua conferenza stampa di fine anno a Palazzo : il primo dei cinque della legislatura nata con le elezioni del 4 marzo scorso, ma non so francamente se anche della durata del governo Conte.

IL RIMPASTO EVOCATO DA CONTE

Al di là o dietro l’ottimismo del presidente del Consiglio sulle prospettive dell’esecutivo gialloverde, un certo scetticismo o timore si è colto nella disponibilità avvertita un po’ da tutti a un rimpasto, per cambiare magari qualche ministro troppo facile alle gaffe e, più in generale, agli errori. E magari anche per calibrare meglio i rapporti di forza fra i due partiti della compagine governativa alla luce dei risultati delle elezioni europee di maggio. Non parliamo poi della opportunità ventilata da Salvini di aggiornare il famoso “contratto” stipulato a maggio. Ma Conte deve essersi spinto troppo in questa direzione se dopo la conferenza stampa è intervenuta qualche precisazione in senso diverso, se non contrario, di impronta grillina.

I NUMERI E LE CIFRE

Per il resto, della conferenza stampa del presidente del Consiglio è forse rimasto impressa a chi ha potuto seguirla in diretta da casa quella scarsa e poco convincente dimestichezza con le cifre, scambiando centinaia di migliaia di euro per milioni. Un avvocato civilista dell’esperienza e del rango di Giuseppe Conte, con le parcelle di studio praticate da una ventina d’anni, quanti sono quelli ormai trascorsi dall’adozione dell’euro, non può francamente né scherzare con l’avarizia, ricorrendo a Moliere, per contestare le proteste dei pensionati per il “raffreddamento” del meccanismo di adeguamento al costo della vita né mostrarsi poco abituato a calcolare i redditi altrui nel momento di tagliarli considerandoli troppo alti.

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