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Elezioni midterm. Ecco tutte le sfide per l’America di Trump

L’articolo di Stefano Graziosi sulle elezioni midterm in Usa del prossimo 6 novembre

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Tutti i dettagli della visita di Matteo Salvini in Qatar

Ecco alcuni dei temi al centro della visita del vicepremier Matteo Salvini in Qatar che supera le recenti posizioni della Lega critiche con il regime di Doha. L’approfondimento di Marco Orioles

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Tutti i dossier al centro della visita di Conte in Russia

L’approfondimento di Marco Orioles sulla visita del premier Conte a Mosca

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Europa, non è scontata la vittoria dei sovranisti secondo Eurobarometro

Per Eurobarometro nella maggior parte degli Stati membri la popolazione è soddisfatta di Ue e moneta unica. In Italia la percentuale più bassa di chi considera positivamente l’adesione del proprio paese all’Unione europea

Sovranisti e populisti travolgeranno l’Europa a maggio? Prenderanno la guida delle istituzioni europee per cambiare da dentro la struttura dell’Unione? Le cose non sembrano così facili almeno a giudicare dai sondaggi.

FORZE ANTIEUROPEISTE ANCORA LONTANE DALLA STANZA DEI BOTTONI?

Se secondo un recente sondaggio della Reuters, alle prossime elezioni le forze antieuropeiste, cioè Lega, M5s e i loro alleati continentali non riusciranno a superare quota 17 per cento dei seggi, il sondaggio di Eurobarometro evidenzia una crescita dell’apprezzamento per l’Unione europea nella maggior parte degli Stati membri con il 65% degli italiani che si dichiara favorevole all’euro, anche se gli intervistati sono i meno entusiasti dell’appartenenza all’Ue rispetto al passato.

IL SONDAGGIO EUROBAROMETRO

Secondo i dati dell’ultimo sondaggio Eurobarometro il 68% degli europei ritiene che il proprio paese ha tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue. Inoltre, il 62% degli intervistati considera positivamente l’adesione del proprio paese all’Unione europea (62%). Queste percentuali sono le più alte registrate negli ultimi 25 anni. Fanno eccezione solo pochi Paesi, tra cui l’Italia. Il 43% degli italiani intervistati, difatti, pensa che l’Italia abbia tratto beneficio dall’essere membro Ue, il dato più basso di tutti i paesi europei. Questo dato è comunque in crescita di 4 punti percentuali rispetto a settembre 2017, e mostra un trend positivo negli ultimi anni. La grande maggioranza degli italiani (65%) dichiara, inoltre, di essere favorevole all’euro, con una crescita di quattro punti rispetto a marzo 2018 e con una percentuale superiore alla media Ue (61%).

TAJANI: IN ALCUNI STATI MEMBRI, TRA CUI L’ITALIA, LA PERCENTUALE DI CHI PENSA CHE L’APPARTENENZA ALL’UE SIA POSITIVA È ANCORA TROPPO BASSA

“In quasi tutta Europa cresce l’apprezzamento per l’appartenenza all’Unione e per i benefici che ne derivano, con livelli record dal 1983. Anche la moneta unica piace alla grande maggioranza dei cittadini. In Italia il gradimento per l’Euro supera la media europea – 65% contro il 61% -, ed è cresciuto del 4% rispetto a marzo 2018 – ha commentato il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani -. Ma non possiamo certo cullarci sugli allori. In alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, la percentuale di chi pensa che l’appartenenza all’Ue sia positiva è ancora troppo bassa. Dobbiamo raddoppiare gli sforzi per dimostrare che l’Unione sa dare risposte davvero efficaci ai principali problemi degli europei, come immigrazione, sicurezza e disoccupazione”.

BREXIT: IN CASO DI NUOVO REFERENDUM 66% VOTEREBBE PER RESTARE

Quasi tutti i dati che misurano il sostegno per l’Ue mostrano una significativa ripresa dopo il referendum nel Regno Unito nel 2016, con una percentuale crescente di europei che si dimostra preoccupata per gli effetti della Brexit. In caso di referendum nel proprio Paese, il 66% degli intervistati voterebbe per restare nell’Ue, e solo il 17% per l’uscita. In crescita anche gli europei che si dicono soddisfatti del funzionamento democratico dell’Ue (49%, +3% rispetto ad aprile), mentre il 48% ritiene che la propria voce sia importante nell’Unione Europea.

IL 48% DEGLI INTERVISTATI VORREBBE CHE L’UE SVOLGESSE UN RUOLO PIÙ SIGNIFICATIVO IN FUTURO

Per quanto riguarda l’immagine del Parlamento, un terzo (32%) ha un’opinione positiva, un quinto (21%) esprime un parere negativo e una maggioranza relativa (43%) rimane neutrale. Il 48% degli intervistati vorrebbe che l’Ue svolgesse un ruolo più significativo in futuro, mentre il 27% preferirebbe fosse ridimensionato. Cresce la consapevolezza delle elezioni europee del prossimo anno, con il 41% che identifica correttamente la data nel Maggio 2019 – un aumento di nove punti percentuale rispetto ad un’indagine analoga di sei mesi fa, e il 51% degli intervistati si dichiara interessato alla tornata elettorale europea. Tuttavia, il 44% ancora non sa dire quando si voterà.

IMMIGRAZIONE AL PRIMO POSTO NELL’AGENDA DEI TEMI PRIORITARI

L’immigrazione è al primo posto nell’agenda dei temi prioritari per l’imminente campagna elettorale (50%), seguita dall’economia (47%) e dalla disoccupazione giovanile (47%), mentre la lotta al terrorismo scende al quarto posto con il 44%. Priorità simili anche per i cittadini italiani, anche se l’immigrazione è percepita come tema chiave da ben il 71% degli intervistati. Seguono l’economia con il 62% e la disoccupazione giovanile al 59%.

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Come i Palazzi europei si dividono sulla web tax

Sulla web tax la confusione regna sovrana anche nell’Unione europea. L’ultima novità? Il Consiglio europeo contro la Commissione di Bruxelles.

Strano ma vero: l’ufficio legale del Consiglio l’8 ottobre ha fatto le bucce all’impostazione dettata dal governo europeo sulla digital tax.

Eppure – si nota in ambienti governativi che seguono il dossier – se non si escogita una tassazione europea del mondo digitale, i singoli Stati membri dell’Unione difficilmente resisteranno alla tentazione di far da sé, magari per punire o agevolare i grandi gruppi.

Certo, la concorrenza fiscale può essere utile anche in questo settore, ma su queste materie meglio andare in ordine sparso o con regole comuni?

Ma vediamo che cosa è successo.

COS’È LA DIGITAL TAX

La Commissione di Bruxelles ha proposto l’introduzione di una digital tax, una tassa che vada a colpire i profitti dei colossi del web. In sostanza, si tratta di imporre a Google, Amazon, Apple (ma anche a qualunque azienda che operi online) un balzello sui profitti, nello Stato in cui essi vengono generati. Attualmente non è così, e i colossi dell’IT pagano le tasse soltanto nei Paesi in cui hanno la sede legale. Per esempio, nel caso di Google e Apple, in Irlanda (che pur di accaparrarsi la sede europea di Mountain View ha adottato un regime fiscale decisamente favorevole ai giganti della Silicon Valley).

IL CAOS LEGISLATIVO EUROPEO

Attualmente in Europa regna il caos: ciascuno Stato regolamenta il regime fiscale delle imprese digitali per conto proprio. Dieci hanno già legiferato, altri si apprestano a farlo e Bruxelles pare decisa a introdurre una regola comune per tutti i Ventisette, per non compromettere la concorrenza e per evitare distorsioni, come ad esempio quella irlandese. L’introduzione di una digital tax rischia di scontentare i big del web. L’esecutivo europeo ha proposto un misura per cui le imprese digitali paghino il 3% delle entrate agli Stati in cui si generano gli utili. La palla è passata quindi al Consiglio dell’Unione Europea, e qui la questione pare essersi arenata su una questione giuridica.

IL PARERE DELL’UFFICIO LEGALE DEL CONSIGLIO

L’ufficio legale del Consiglio negli scorsi giorni ha espresso un parere sulle basi giuridiche della proposta della Commissione e sulla legittimità del provvedimento stesso. Il Consiglio (costituito dai rappresentanti dei governi degli Stati membri) non ha sollevato obiezioni rispetto agli intenti della misura, riconoscendo che essa introdurrebbe “un sistema armonizzato” e rimpiazzerebbe “misure divergenti assunte unilateralmente dai singoli stati” che potrebbero compromettere il regime di concorrenza. Tuttavia, il Consiglio non concorda con le Commissione sugli strumenti messi in atto per introdurre la digital tax.

I principali nodi da sciogliere sono due: la configurazione come “imposta indiretta” della digital tax e potenziali contrasti con i trattati internazionali in merito alla doppia tassazione. Ovvero il fatto che le aziende vedrebbero i propri utili tassati due volte: nel paese dove si generano i profitti e nei paesi in cui le compagnie hanno la sede. La Commissione considera la tassa digitale un’imposta indiretta e dunque ne ha inquadrato l’ordinamento sotto l’articolo 113 del Trattato dell’Unione Europea, quello che regola specificamente accise e tasse dirette o indirette.

(per gli approfondimenti tecnici, si può leggere l’articolo di Start Magazine)

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Riduzione plastica, tutti gli emendamenti dei grillini alla proposta di direttiva UE

Pedicini (M5S): Abbiamo migliorato la proposta della Commissione per la riduzione della plastica. Resta un po’ di amarezza per il mancato inserimento di target chiari e vincolanti per tutti gli Stati Membri

Addio alla plastica monouso come piatti, posate, bicchieri e cotton fioc dal 2021. La Commissione Ue ha deciso di bandire i prodotti considerati altamente inquinanti. Per questo la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha esaminato e modificato la direttiva di Bruxelles (qui il testo delle proposta) per il cui via libera definitivo occorrerà aspettare però l’Assemblea plenaria del 22-25 ottobre in programma a Strasburgo. (qui l’allegato alla direttiva)

OLTRE L’80% DEI RIFIUTI MARINI È COSTITUITO DA PLASTICA

Secondo la Commissione europea, oltre l’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica. Insieme costituiscono il 70% di tutti i rifiuti marini. A causa della sua lenta decomposizione, la plastica si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge dell’Ue e del mondo. I residui di plastica si trovano in specie marine – come tartarughe marine, foche, balene e uccelli -, ma anche in pesci e crostacei, e quindi nella catena alimentare umana.

PROIBIRE, RIDURRE, TASSARE, MA ANCHE SOSTITUIRE, AVVERTIRE; GLI STATI MEMBRI HANNO MOLTE OPZIONI DA SCEGLIERE

Nella relazione redatta da Frédérique Ries (ALDE, BE), adottata con 51 voti favorevoli, 10 contrari e 3 astensioni, i deputati europei hanno aggiunto all’elenco dei prodotti monouso anche sacchetti di plastica leggeri, prodotti in plastica ossidodegradabile e contenitori per fast-food in polistirene espanso. “L’Europa è responsabile solo di una piccola parte della plastica che inquina i nostri oceani – ha detto il relatore -. Essa può e deve tuttavia svolgere un ruolo chiave nella ricerca di una soluzione, diventando leader a livello globale come ha fatto in passato nella lotta contro il cambiamento climatico. Proibire, ridurre, tassare, ma anche sostituire e avvertire; gli Stati membri hanno molte opzioni tra cui scegliere. Sta a loro decidere con saggezza e a noi continuare a spingere per ottenere di più”.

OBIETTIVI NAZIONALI DI RIDUZIONE

Plastiche monouso a parte, il consumo degli altri imballaggi, per i quali non esistono alternative, dovrà essere comunque ridotto dagli Stati membri in modo “ambizioso e sostenuto” entro il 2025. Ciò comprende scatole per hamburger monouso, scatole per panini o contenitori per alimenti per frutta, verdura, dessert o gelati. Gli Stati membri elaboreranno piani nazionali per incoraggiare l’uso di prodotti adatti ad un uso multiplo, nonché il riutilizzo e il riciclaggio. Altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% entro il 2025.

MOZZICONI DI SIGARETTE E ATTREZZI DA PESCA

Gli eurodeputati hanno deciso inoltre, che le misure di riduzione dovrebbero riguardare anche i rifiuti dei prodotti del tabacco, in particolare i filtri per sigarette contenenti plastica. La proposta prevede una riduzione del 50 per cento entro il 2025 e dell’80 per cento entro il 2030. Un mozzicone di sigaretta può inquinare tra i 500 e i 1000 litri d’acqua, e gettato sulla strada può richiedere fino a dodici anni per disintegrarsi. Gli Stati membri dovrebbero poi garantire che almeno il 50% degli attrezzi da pesca persi o abbandonati contenenti plastica venga raccolto ogni anno, con un obiettivo di riciclaggio di almeno il 15% entro il 2025. Questi prodotti rappresentano addirittura il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee.

RESPONSABILITÀ ESTESA DEL PRODUTTORE

Gli Stati membri dovrebbero garantire che i produttori di tabacco si facciano carico dei costi di raccolta dei rifiuti per tali prodotti, compresi il trasporto, il trattamento e la raccolta. Lo stesso vale per i produttori di attrezzi da pesca contenenti plastica, che dovranno contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di riciclaggio.

LE PROPOSTE DEL M5S

Tra le proposte di modifica accolte – anche se non integralmente – quelle presentate dal M5s europeo e in particolare da Piernicola Pedicini. I pentastellati proponevano una riduzione “significativa” del consumo di prodotti di plastica usa-e-getta (come proposto dalla Commissione europea), ma con obiettivi di riduzione concreti, del – 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030 per i contenitori per alimenti e le tazze per bevande; e del – 30% entro il 2025 e 50% entro il 2030 per le bottiglie per bevande. Inoltre proponevano come misure da adottare da parte degli Stati membri una Iva modulata sulla riutilizzabilità e riciclabilità del prodotto; incentivi all’installazione di distributori gratuiti di acqua nei luoghi pubblici; incentivi all’installazione di filtri per l’acqua nelle abitazioni; obbligo di utilizzo di stoviglie riutilizzabili in bar e ristoranti. Ma anche di assicurare che i produttori indichino sull’etichetta, a caratteri grandi, chiaramente leggili e indelebili, la disponibilità di alternative riutilizzabili e la presenza di agenti chimici preoccupanti; che i contenitori per bevande contegano almeno il 25% di contenuto minimo riciclato entro il 2025 e il 50% entro il 2030. Infine, il divieto di utilizzo delle buste di plastica ultraleggere, che hanno un elevato rischio di dispersione nell’ambiente, ad eccezione di casi in cui sia necessario per ragioni igieniche.

PEDICINI (M5S): AMAREZZA PER IL MANCATO INSERIMENTO DI TARGET CHIARI E VINCOLANTI PER TUTTI GLI STATI MEMBRI

Grazie ai nostri emendamenti abbiamo migliorato la proposta di direttiva della Commissione europea sulla riduzione di alcuni tipi di plastica. Abbiamo respinto l’assalto di Forza Italia che voleva azzerare tutto, resta un po’ di amarezza per il mancato inserimento di target chiari e vincolanti per tutti gli Stati Membri – ha dichiarato in una nota l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle, Piernicola Pedicini –. Questo voto è un primo, timido, passo avanti perché interviene contro l’inquinamento dei prodotti in plastica monouso come i mozziconi delle sigarette che impiegano tra i 10 e i 12 anni per decomporsi. Fra gli obiettivi approvati c’è anche la riduzione per i filtri in plastica dei prodotti del tabacco del 50% entro il 2025 e 80% entro il 2030. Inoltre, entro il 2025 le bottiglie per bevande in plastica devono contenere almeno il 35% di materiale riciclato ed essere riciclabili – ha aggiunto il pentastellato -. Siamo soddisfatti per l’approvazione del nostro emendamento che vieta l’utilizzo di contenitori per cibi e bevande composti da polistirolo espanso, molto usati nei fast food. Gli altri gruppi politici hanno provato ostinatamente a salvare gli interessi dell’industria, noi crediamo che la salute e la tutela ambientale vengano prima di ogni altra cosa”, ha concluso Pedicini.

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Giro di vite Ue sulla confisca dei beni alla criminalità organizzata

Secondo uno studio di Europol del 2016, attualmente nell’Ue viene confiscato solo l’1,1% dei profitti criminali a fronte di un 98,9% dei proventi di reato non viene confiscato e rimane pertanto in mano ai criminali.

Termini più rigorosi per il congelamento e la confisca transfrontaliera dei beni alla Criminalità organizzata e priorità all’indennizzo delle vittime. Sono queste alcune delle novità adottate dall’Europarlamento per accelerare le procedure nell’ambito di alcuni reati, in tutta l’Unione europea. Le nuove norme, già concordate in via informale tra il Parlamento e i ministri dell’Ue in giugno, renderanno più rapido e semplice per gli Stati membri il congelamento e la confisca transfrontalieri dei proventi di reato.

ECCO QUALI SONO LE NUOVE MISURE

Le nuove misure prevedono innanzitutto l’introduzione di scadenze: un Paese Ue che riceve un ordine di confisca da un altro Paese Ue disporrà di 45 giorni di tempo per eseguire l’ordine; i provvedimenti di congelamento transfrontalieri devono essere eseguiti con la stessa rapidità e priorità di quelli nazionali. Le autorità, infine, avranno quattro giorni di tempo per congelare i beni se la richiesta di confisca è urgente. Altra novità è rappresentata dai documenti standardizzati: saranno utilizzati certificati e moduli standard per garantire che i Paesi Ue agiscano più rapidamente e comunichino in modo più efficiente. Inoltre è previsto un ambito di applicazione più ampio: ove richiesto, i Paesi europei potranno confiscare beni ad altre persone legate all’organizzazione criminale in questione e potranno anche agire nei casi in cui non vi sia una condanna (ad esempio, se l’indagato è fuggito). Infine, sono previsti nuovi diritti per le vittime: saranno le prime, infatti, a ricevere un risarcimento quando i beni confiscati saranno distribuiti.

LA RELATRICE: IL PROVVEDIMENTO RAFFORZA LA GIUSTIZIA EUROPEA

“Questo strumento di riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e confisca rafforza la giustizia europea – ha detto la relatrice Nathalien Griesbeck (ALDE, FR) -. È più equo per le vittime e consolida la nostra lotta contro il finanziamento del terrorismo. Il Parlamento vigilerà attentamente per garantire che le nuove norme siano attuate rapidamente ed efficacemente”.

EUROPOL: NELL’UE VIENE CONFISCATO SOLO L’1,1% DEI PROFITTI CRIMINALI CIRCA 1,2 MILIARDI DI EURO

Privare i criminali dei loro beni è, infatti, uno strumento importante per combattere la criminalità organizzata e il terrorismo. Tuttavia, secondo uno studio di Europol (qui lo studio) del 2016, attualmente nell’Ue viene confiscato solo l’1,1% dei profitti criminali a fronte di un 98,9% dei proventi di reato non viene confiscato e rimane pertanto in mano ai criminali. L’analisi riporta alcuni dati dell’Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime) secondo cui i proventi illeciti a livello globale rappresentano il 3,6% del pil mondiale del 2009 circa 1,9 trilioni di euro e solo lo 0,2% viene effettivamente sequestrato o confiscato. Sulla base delle stime di Project OCP, i mercati illeciti generano circa 109.900 milioni di euro a livello di Ue, pari allo 0,9% del Pil dell’Ue del 2010. Sempre secondo lo studio Europol, il valore dei beni provvisoriamente sequestrati/congelati nell’Ue è pari a circa 2,4 miliardi di euro di cui circa 1,2 miliardi risultano confiscati.

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Netflix, Amazon, Youtube e gli altri big devono comprare più made in Europe. Parola dell’Europarlamento

Con la direttiva sugli audiovisivi approvata ieri dal Parlamento europeo, l’Ue imporrà nuove regole alle emittenti e alle piattaforme digitali, più tutele per i minori e una quota del 30% di contenuti europei nelle piattaforme di video-on-demand. Ecco gli effetti per Amazon Prime, Netflix, Youtube e non solo

Più made in Europe per Netlifx&co. Le emittenti televisive e le piattaforme di video-on-demand dovranno garantire che almeno il 30% dei loro cataloghi sia costituito da contenuti di produzione europea. Lo ha stabilito il Parlamento europeo, che ieri ha votato a favore della nuova normativa sui servizi media e audiovisivi.

UNA QUOTA UE DEL 30%

Con la nuova legislazione, le piattaforme di video-on-demand come Netflix, Amazon Prime Video e YouTube saranno obbligate a offrire nel proprio catalogo una quota minima del 30% di contenuti europei. L’obiettivo è sostenere la diversità culturale del sistema audiovisivo europeo. Inoltre, i Paesi membri potranno richiedere a queste piattaforme di contribuire economicamente allo sviluppo di produzioni audiovisive “made in Ue”, investendo direttamente nel contenuto o contribuendo ai fondi nazionali. Questi contributi dovranno essere proporzionali al reddito raccolto nel Paese in cui è richiesta la commissione.

VIDEO-PROTEZIONISMO

Le piattaforme di video-streaming più famose come Netflix e Amazon offrono già in catalogo una grande quantità di contenuti europei, ma dovranno potenziarla per soddisfare le nuove regole e rientrare nella quota del 30% obbligatoria. Inoltre, ai contenuti locali dovranno essere garantiti visibilità e buon posizionamento sulle piattaforme sempre in ottemperanza alla nuova normativa.

CHE FA GIOCO AD AMAZON, NETFLIX &CO

Come sottolinea Bloomberg, il contenuto locale è strategico per le piattaforme di video-on-demand che stanno cercando di espandersi a livello internazionale. Già da tempo Netflix ha investito in produzioni locali: in Francia con Marsiglia, un dramma politico con Gérard Depardieu, in Italia con la serie crime Suburra e in Spagna con la serie di successo La Casa di carta. Se la rivale Amazon Prime Video aveva una serie soltanto di produzione europea nel 2014, presto inserirà in catalogo almeno una dozzina di serie originali made in Europe.

PIÙ TUTELE PER I PIÙ PICCOLI

Con la nuova direttiva, i legislatori europei hanno pensato anche ai minori. Saranno infatti vietate alcune pubblicità nei programmi per bambini ed è prevista una maggiore tutela dei loro dati personali.  YouTube e Facebook per esempio, dovranno adottare misure contro i contenuti che incitano “alla violenza, all’odio e al terrorismo”.

Se la legislazione non include alcun filtro automatico dei contenuti caricati, le piattaforme digitali dovranno però creare un meccanismo trasparente e facile da usare per consentire agli utenti di segnalare o contrassegnare i contenuti ritenuti illeciti.

Inoltre, in caso di segnalazioni di contenuti pericolosi, sia le piattaforme digitali sia le emittenti tradizionali saranno obbligate a reagire immediatamente.

SPAZIO ALLA PUBBLICITÀ

Réclame limitata con le nuove regole: gli spazi pubblicitari saranno limitati al 20% del tempo di trasmissione giornaliera nella fascia oraria 6-18. Anche una seconda fascia oraria, quella del “prime time” tra le 18 e le 24, potrà contenere al massimo un 20% di pubblicità.

E ADESSO?

La normativa approvata ieri deve ricevere l’approvazione formale anche dal Consiglio dei ministri dell’Ue prima che possa entrare in vigore. Gli Stati membri avranno poi 21 mesi di tempo dopo la sua entrata in vigore per recepire le nuove regole.

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Iva. L’Europa vuole regola nuova, l’Italia combatte con l’evasione

L’Europarlamento ha proposto alcuni adeguamenti come la fissazione di un’aliquota massima al 25%. L’Italia al top per mancata imposta riscossa

Aliquota massima al 25% in Europa, introduzione di un meccanismo di risoluzione delle controversie, un sistema di notifica automatica delle modifiche alle norme Iva fra i diversi Stati membri e un portale informativo, attraverso il quale ottenere rapidamente informazioni accurate sulle aliquote in tutta l’Ue. Sono queste le principali novità della riforma targata Commissione Ue e sostenuta dal Parlamento europeo che ha approvato le proposte e segnalato alcuni adeguamenti.

SISTEMA PIÙ CHIARO PER LE ALIQUOTE IVA E GIRO DI VITE SULLE FRODI

Le novità sono costituite da due provvedimenti: il primo stabilisce un sistema più chiaro di aliquote Iva mentre il secondo mira a facilitare gli scambi, soprattutto per le PMI, nel mercato unico e a ridurre le frodi sull’Iva. In sostanza l’imposta sarà applicata agli scambi transfrontalieri tra le imprese visto che l’attuale esenzione per questi scambi costituisce una facile scappatoia che consente ad imprese senza scrupoli di riscuotere l’Iva e poi scomparire senza versarla allo Stato. Con lo sportello unico sarà, invece, più semplice per le imprese che operano a livello transfrontaliero adempiere agli obblighi in materia di Iva. Gli operatori saranno in grado di effettuare dichiarazioni e versamenti utilizzando un unico portale online nella loro lingua, seguendo le stesse norme e utilizzando gli stessi modelli amministrativi del paese di origine. Gli Stati membri verseranno direttamente l’Iva gli uni agli altri, come già avviene per la vendita di servizi elettronici. Si passerà inoltre al principio della “destinazione”, secondo il quale l’importo finale dell’Iva è sempre versato allo Stato membro del consumatore finale ed è determinato in base all’aliquota vigente in tale Stato membro. Infine saranno semplificatele norme in materia di fatturazione per consentire ai venditori di redigere le fatture in base alle norme del proprio paese anche quando operano a livello transfrontaliero. Le imprese non saranno più tenute a preparare un elenco di operazioni transfrontaliere per la loro autorità fiscale. E si introduce il concetto di “soggetto passivo certificato”, ossia una categoria di imprese fidate che beneficerà di norme molto più semplici ed efficaci in termini di risparmio di tempo. L’intero pacchetto con le proposte di miglioramento saranno ora trasmesse al Consiglio, che avrà il compito di adottare la legislazione, poiché il Parlamento è solo consultato in materia di fiscalità.

IN UE SCAPPATOIE E BUCHI PORTANO PERDITE GETTITO IVA

Durante il dibattito che ha preceduto la votazione, il relatore Jeppe Kofod (S&D, DK) ha sottolineato che “attualmente in Europa esiste un mosaico di sistemi Iva pieni di scappatoie e buchi. Ciò ha portato a una crescente perdita di entrate di imposta (divario Iva, vale a dire la differenza tra il gettito Iva previsto e l’Iva effettivamente riscossa, stimando le perdite di gettito dovute a frodi fiscali, evasione ed elusione fiscale, ma anche a fallimenti, insolvenze finanziarie o errori di calcolo). Con le riforme in discussione possiamo ridurre il divario dell’Iva di 41 miliardi di euro all’anno e ridurre i costi amministrativi per le imprese di 1 miliardo di euro all’anno”. L’altro relatore, Tibor Szanyi (S&D, HU), ha affermato che “completare la riforma del sistema Iva è fondamentale per sostenere le imprese dell’Ue. Il sistema attuale, semplicemente, non è adatto al mondo globalizzato di oggi. Le riforme riducono la discriminazione tra gli Stati membri pur mantenendo la flessibilità e sostengono le PMI e la dimensione sociale e ambientale”.

SI STIMA PERDITA DI 50 MLD DI GETTITO SOLO PER LE FRODI TRANSFRONTALIERE

Secondo uno studio europeo (Study and Reports on the VAT gap in the EU-28 Member States: 2018 Final Report), ogni anno i Paesi europei perdono fino a 50 miliardi di euro solo a causa di frodi transfrontaliere in materia di imposta sul valore aggiunto, risorse che dovrebbero essere utilizzate per investimenti pubblici in ospedali, scuole e strade. Sulla base delle cifre disponibili, l’importo totale dell’Imposta di valore aggiunto persa nell’Unione europea è stimata in 147,1 miliardi di euro nel 2016, che rappresenta una perdita del 12,3% del gettito totale previsto. Nel corso del 2016, il carico fiscale complessivo dell’Iva per gli Stati membri dell’Ue è rimasto pressoché invariato, mentre le entrate riscosse sono aumentate dell’1,1%. Di conseguenza, il divario complessivo dell’Imposta sul valore aggiunto negli Stati membri dell’Ue ha registrato una diminuzione in valore assoluto di circa 10,5 miliardi di euro, scendendo appunto alla cifra di 147,1 miliardi di euro. In percentuale, il divario complessivo in materia di IVA è diminuito dello 0,9%. I divari Iva stimati dagli Stati membri variavano dallo 0,85% in Lussemburgo, al 35,88% in Romania. Nel complesso, il divario Iva è diminuito nella maggior parte degli Stati membri, con i miglioramenti più importanti in Bulgaria, Lettonia, Cipro e Paesi Bassi, mentre è aumentato in sei Stati membri (Romania, Finlandia, Regno Unito, Irlanda, Estonia e Francia). Per quanto riguarda l’Italia, secondo le correzioni delle stime relative allo stock di crediti Iva, il divario nel 2016 era di circa 1 miliardo di euro, il 27% circa. In termini nominali, il divario italiano è il più grande tra tutti i paesi dell’Ue.

NEL 2015 RACCOLTI 1000 MILIARDI DI EURO IN TUTTA LA UE

Il sistema comune d’imposta sul valore aggiunto svolge un ruolo importante nel mercato unico europeo. La prima direttiva in materia di Iva risale al 1967 e fu originariamente introdotta per eliminare le imposte sulla cifra d’affari che falsavano la concorrenza e ostacolavano la libera circolazione dei beni, e per rimuovere le formalità’ e i controlli fiscali alle frontiere interne. L’Iva è una fonte di entrate importante e in crescita nell’Unione, che ha raccolto più di mille miliardi di euro nel 2015, pari al 7% del pil della Ue. Anche una delle risorse proprie dell’Unione si basa sull’Iva e, ricorda la Commissione, “trattandosi di un’imposta sui consumi, è una delle forme di tassazione che favorisce maggiormente la crescita”.

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Le sfide di Larry Culp, l’outsider che guiderà GE

General Electric in forte difficoltà, sceglie la strada dell’outsider per guidare il rilancio: si tratta di Larry Culp che Wall Street ha conosciuto per aver portato in alto la Danaher Corp

Passaggio di consegne in General Electric a distanza di poco più di un anno dal precedente cambio di poltrone: l’amministratore delegato John Flannery viene messo alla porta dopo i risultati disastrosi del gruppo, e sostituito con un outsider, Larry Culp.

LARRY CULP, UN OUTSIDER SUL PONTE DI COMANDO

General Electric

Il benservito a Flannery, il cui periodo alla guida di General Electric, colosso dell’energia americano è stato il più breve di tutti i 126 anni di storia dell’azienda, ha visto il crollo del prezzo delle azioni della società di oltre il 50 per cento e la mancanza all’appello nel bilancio della società 2018 di oltre 23 miliardi di dollari. Larry Culp, al contrario, che ha guadagnato gli elogi di Wall Street per aver trasformato e spinto ad alti livello la Danaher Corp., una multinazionale attiva nella progettazione, sviluppo, produzione e marketing di prodotti professionali, medicali e industriali, subentra immediatamente per risanare uno dei crolli più profondi della storia di GE. Come sottolinea Bloomberg “la straordinaria scossa” determinata dall’avvicendamento sul ponte di comando dell’azienda Usa “sottolinea l’urgenza di GE, che ha perso mezzo trilione di dollari in valore di mercato dal picco del 2000. Il piano di Flannery per razionalizzare il colosso non è riuscito a conquistare gli investitori, e il declino delle azioni è peggiorato dopo la sua ascesa a CEO a metà del 2017. Durante questo periodo, GE ha dovuto affrontare carenze di liquidità, una domanda in calo e indagini della U.S. Securities and Exchange Commission”.

LA SCURE DI CULP SULLA DIVISIONE ENERGIA?

Il cambio ha portato il prezzo delle azioni GE a salire di circa l’8 per cento nel pomeriggio di ieri, quando gli investitori hanno incoraggiato con il loro comportamento il cambiamento di leadership. “L’uscita di Flannery è stata decisa in una teleconferenza del consiglio di amministrazione della società dopo che la profondità dei problemi nella produzione di energia elettrica è diventata evidente – si legge sul Financial Times – . Il breve mandato di Flannery appare ancora più brusco dopo i 16 anni di permanenza di Jeff Immelt al vertice della società. Flannery ha preso il controllo nell’agosto dello scorso anno annunciando un piano radicale per snellire GE che non è riuscito a conquistare gli investitori. Non ci si aspetta che Culp cambi la strategia, che include uno spin-off del business delle apparecchiature medicali del gruppo e la vendita della sua partecipazione del 62,5% in Baker Hughes, il gruppo di servizi per i giacimenti petroliferi. Ma per ora Culp ha indicato che si sarebbe concentrato sul miglioramento delle prestazioni operative di GE, il che sembra significare, probabilmente, un ulteriore taglio dei costi, specialmente nella divisione energia”. Ciò a differenza di Flannery che aveva adottato una serie di misure per cercare di fermare l’emorragia dei conti, “tra cui tagli dei costi e cambiamenti significativi del portafoglio. Si era già impegnato a vendere o scorporare le attività GE di lunga data, tra cui trasporti, assistenza sanitaria e illuminazione, riducendo al contempo l’attenzione dell’azienda sulla produzione di energia, l’aviazione e le energie rinnovabili”, sottolinea Bloomberg.

CULP: LAVOREREMO SODO E CI MUOVEREMO CON URGENZA PER TAGLIARE I DI DEBITI General Electric

Culp, 55 anni, è il primo outsider ad assumere la carica di CEO di GE, evidenziando con la sua nomina, di fatto, i cambiamenti e le sfide monumentali che stanno avvenendo sul produttore. “Nelle prossime settimane lavoreremo sodo e ci muoveremo con urgenza” per tagliare i di debiti ha detto Culp in una dichiarazione ripresa dai media americani, aggiungendo essere “un privilegio guidare un’azienda iconica”.

PER GE PROBLEMI NELLA DIVISIONE TURBINE A GAS

GE ha sofferto di recenti problemi con le pale delle turbine a gas utilizzate per la produzione di energia elettrica. Il gruppo si è specializzato, infatti, in componentistica utilizzata per produrre energia dal gas, “un settore che tuttavia, in questi ultimi anni, è stato schiacciato dall’aumento dell’energia rinnovabile a basso costo, dalla debole crescita della domanda di elettricità nei paesi sviluppati e dalla persistente concorrenza del carbone in Asia – ha evidenziato Bloomberg -. L’acquisizione del business energetico di Alstom nel 2015 ha portato GE ad approfondire la produzione di energia da combustibili fossili, aggiungendo la tecnologia delle turbine a vapore e creando una divisione con 65.000 dipendenti. Sotto la guida di Culp dal 2000 al 2014, le azioni Danaher hanno quintuplicato il loro valore sull’indice SEI/P500 e sono cresciute di dodici volte. Al contrario, le azioni GE hanno perso circa tre quarti del loro valore nello stesso periodo”.

COME VANNO I CONTI DI GE. MEGLIO IN BORSA DOPO L’AVVICENDAMENTO AL VERTICE

Parlando più nel dettaglio dei conti, nel 2017 GE ha registrato un fatturato complessivo di 122,1 miliardi di dollari mentre il secondo trimestre del 2018 ha chiuso con ricavi per 30,1 miliardi di dollari, in aumento del 3% rispetto ai 29,1 miliardi del corrispondente periodo dell’esercizio precedente. Il trimestre si è chiuso con un utile netto di 615 milioni di dollari, in forte calo rispetto agli 875 milioni del secondo trimestre del 2017. Di conseguenza, l’utile per azione è sceso da 0,1 dollari a 0,07 dollari. Il cambio al vertice sembra, comunque, aver subito alimentato entusiasmo a livello dei mercati: nel corso della seduta di lunedì il titolo è arrivato a guadagnare fino al 16%, per poi ripiegare di qualche punto attestandosi attorno ai 12,2 dollari ad azione ma guadagnando comunque il migliore incremento percentuale addirittura dal 12 marzo del 2009, quando arrivò al 12,7%. Nella giornata di ieri, invece, Standard & Poor’s ha tagliato il giudizio del gruppo portandolo a BBB+ da A ma l’outlook è migliorato a “stabile” da “negativo”. Anche Fitch e Moody’s hanno messo sotto osservazione il rating di GE e nei prossimi giorni potrebbe arrivare anche la loro valutazione. Malgrado il downgrade il titolo è salito dell’1,5% a 12,27 dollari dopo essere sceso a 11,77 dollari nella mattinata Usa.

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Nord Stream 2, quando la geopolitica si intromette nell’energia

La minaccia delle sanzioni statunitensi contro la Russia incombe sulla fornitura di gas in Europa

I prossimi tre mesi che ci separano dalla fine dell’anno, saranno cruciali per conoscere il futuro del progetto Nord Stream 2 che dovrebbe essere terminato a fine 2019 e reso operativo nel 2020. L’infrastruttura non è altro che un gasdotto che attraversa il Mar Baltico con l’obiettivo di fornire 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia a Greifswald, sulla costa settentrionale della Germania, e da lì al mercato europeo del gas. Ma c’è da fare i conti con Mosca. Washington è da tempo contraria alla realizzazione della condotta e la stessa Russia è oggetto di sanzioni da parte dell’Occidente. Le decisioni da prendere nelle prossime settimane decideranno se il progetto, che è già in costruzione, proseguirà o meno. Ma potrebbero anche avere implicazioni politiche e commerciali molto più ampie, come indicato in un eccellente articolo del professor Alan Riley.

I TRE SCENARI POSSIBILI SUL NORD STREAM 2

Sono tre i possibili scenari verso cui potrebbe volgere la vicenda. In primo luogo, la Germania potrebbe andare avanti per la sua strada e ignorare la minaccia delle sanzioni statunitensi e il malcontento al progetto in gran parte dell’Europa orientale. I tedeschi potrebbero anche mettere da parte il problema dell’Ucraina, che perderà le sue forniture di gas e le entrate di transito se, come previsto, il gasdotto che attraversa il paese dirigendosi verso l’Europa centrale sarà chiuso quando entrerà in funzione Nord Stream 2. La seconda opzione è che la Germania ceda agli Stati Uniti, che hanno minacciato di imporre sanzioni contro qualsiasi impresa coinvolta nel progetto. In quel caso Nord Stream 2 verrebbe abbandonato e l’Europa finirebbe per importare gas da altri paesi, compresi forse gli Stati Uniti. La terza opzione consisterebbe nel rinviare Nord Stream 2 in attesa di un miglioramento delle relazioni tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. In caso di successo, la mossa potrebbe scoraggiare l’ingerenza russa nelle elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno, una questione di reale preoccupazione in molti paesi europei, e porre fine alle sanzioni.

LA SITUAZIONE È COMPLICATA NEL TRILEMMA RUSSIA-USA-EUROPA

In Germania manca il desiderio di soddisfare le volontà dell’amministrazione statunitense Donald Trump perché ciò, ritengono in molti, potrebbe incoraggiare il titolare della Casa Bianca ad adottare una linea ancora più dura contro l’Iran sulle questioni nucleari. C’è anche scarsa voglia di isolare la Russia, che è generalmente vista come un vicino difficile piuttosto che come una minaccia. Inoltre, molte imprese europee nel settore energetico e non solo, hanno parecchi interessi in Russia e accoglierebbero con favore una soluzione che eviti il rischio di ritorsioni russe. Thomas Bareiss, ministro dell’energia tedesco, durante una conferenza a Londra in queste ore, ha ribadito che il gasdotto è importante per garantire l’approvvigionamento energetico e la Russia è un fornitore sicuro e affidabile di gas per la Germania.

LO SCENARIO PIÙ PROBABILE? IL PROGETTO VA AVANTI CON ALCUNE CONCESSIONI ALL’UCRAINA

Secondo Nick Butler, visiting professor e chair del King’s Policy Institute al King’s College di Londra nonché  opinionista del Financial Times “fin d’ora, e con l’avvertimento che la situazione è fluida, mi aspetto che il progetto proceda con alcune concessioni che almeno mantengano le forniture all’Ucraina per l’immediato futuro”. Non solo. “Se Washington dovesse imporre sanzioni, ciò rappresenterebbe un fatto molto grave per le imprese con sede in Europa che svolgono operazioni consistenti negli Stati Uniti. Pertanto, le decisioni che saranno prese in Germania nelle prossime settimane avranno implicazioni che vanno ben oltre la fornitura di gas naturale. I rischi su quello che dovrebbe essere un semplice progetto commerciale sono pericolosamente elevati, e potrebbero portare ad una rottura del complesso insieme di relazioni tra Russia, Europa e Stati Uniti”.

AL VIA PARTNERSHIP TRA NORD STREAM AG E STRELKA KB

Nel frattempo l’azienda che sta gestendo la realizzazione del gasdotto, la Nord Stream 2 AG, ha annunciato una partnership con Strelka KB. Strelka KB è un’azienda leader nelle strategie di sviluppo spaziale in Russia. Su richiesta di Nord Stream 2, Strelka svilupperà un piano di gestione della riserva naturale di Kurgalsky che servirà come strumento amministrativo per l’attuazione sostenibile degli obiettivi di conservazione di quest’area protetta a medio e lungo termine.

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Petrolio. Tutte le previsioni degli esperti

Flessione dell’offerta, aumento della domanda, scarsi investimenti e difficoltà di produzione: ecco perché il prezzo del petrolio è destinato a salire

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Ecco quanto l’Africa si sta indebitando con la Cina

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi di Alessia Amighini, docente di Politica economica, sulle relazioni Africa-Cina

All’indomani del 7° Forum sulla cooperazione sino-africana, la Cina estende il suo peso in Africa, attraverso finanziamenti destinati a infrastrutture e attività estrattive. Il rapporto diventa così ancora più sbilanciato, a favore del gigante asiatico.

I RISULTATI DEL FORUM CINA-AFRICA

La cronaca dal 7° Forum sulla cooperazione sino-africana (Focac), svoltosi a Pechino il 3 e 4 settembre, ha sottolineato i profondi legami tra la Cina e l’Africa (53 su 54 paesi) e il ruolo propulsore che la Cina ha assunto nello sviluppo africano. Dal 2000 il Forum formalizza le relazioni tra Pechino e il continente africano e di fatto istituzionalizza la presenza crescente di imprese, capitali, lavoratori e merci cinesi in Africa; quest’anno il presidente Xi ha promesso altri 60 miliardi di dollari di prestiti in varie forme, che si aggiungono ai 136 miliardi già elargiti negli ultimi 17 anni a un alto numero di governi e imprese di stato.

IL RUOLO DELLA CINA

La Cina è la fabbrica manifatturiera del mondo ma non dispone di sufficienti materie prime per sostenere il suo sviluppo industriale. E così Pechino da qualche anno usa il suo supporto politico ed economico all’Africa sub-sahariana, ricca di materie e povera di capitali, per assicurarsi gli approvvigionamenti di molte materie prime, tra cui il petrolio. Secondo i dati del Sais (School of Advanced International Studies, divisione della John Hopkins University), il primo paese ricevente è l’Angola, con quasi un terzo (42,2 miliardi), seguito dall’Etiopia con 13,7 miliardi e dal Kenya con 9,8.

IL PESO CINESE IN AFRICA

La Cina estende così il suo peso nei finanziamenti all’Africa (il primo donatore/creditore sono ancora gli Stati Uniti), destinati soprattutto a infrastrutture e attività estrattive. La maggior parte dei fondi, infatti, è sotto forma di crediti commerciali, crediti all’esportazione, crediti di fornitura (il primato dell’Angola, per esempio, dipende da 19 miliardi di prestiti commerciali, non prestiti agevolati).

LA COOPERAZIONE

La cooperazione cinese in Africa contribuisce in parte all’assistenza umanitaria e allo sviluppo tramite progetti di responsabilità sociale d’impresa, istruzione, formazione, sanità, sicurezza, ma resta sempre strettamente legata agli obiettivi economici e commerciali di Pechino. Da qui il vasto numero dei paesi beneficiari, pochi dei quali però ottengono gran parte delle risorse (a loro volta concentrate su pochi settori produttivi).

RESTA LO SQUILIBRIO

La cooperazione economica e commerciale è volta a facilitare soprattutto gli scambi sino-africani. Peccato però che lo squilibrio commerciale sia uno dei temi più preoccupanti nelle relazioni sino-africane e non si vede come un ulteriore aumento dell’interscambio possa favorire l’Africa, che negli ultimi 15 anni ha importato sempre di più dalla Cina, ma ha esportato sempre meno.

LE ESPORTAZIONI DELLA CINA IN AFRICA

Il problema è che le esportazioni cinesi verso l’Africa consistono soprattutto di macchinari e manufatti, mentre le esportazioni africane verso la Cina sono dominate dal petrolio. Questo tipo di interscambio risponde alla consueta logica del vantaggio comparato: la Cina esporta in Africa i prodotti che le costano di meno (macchinari e manufatti) e importa quelli che le costano di più (materie prime).

GLI EFFETTI DELL’INTERSCAMBIO

Ma a lungo andare tale interscambio rischia di fossilizzare la concentrazione produttiva dell’Africa e rende volatili i proventi dall’export, che seguono le stesse oscillazioni del prezzo del greggio. La sensibile riduzione delle esportazioni africane verso la Cina dal 2015 dipende dal calo del loro valore pur con volumi stabili o crescenti.

IL BENEFICIO CINESE

In questo contesto, porsi obiettivi “comuni” di interscambio totale e non di riduzione del disavanzo africano è il segnale di una forte ed efficace manipolazione degli obiettivi africani a beneficio degli interessi cinesi. Solo 5 dei 60 miliardi promessi sono destinati a un fondo speciale per promuovere l’importazione dall’Africa di prodotti diversi dalle risorse naturali.

LE RETI INFRASTRUTTURALI

Anche la cooperazione della Cina con l’Unione africana per creare reti infrastrutturali e commerciali che promuovano il commercio e l’integrazione regionale e internazionale rischia di avvantaggiare soprattutto le logiche cinesi. Il commercio intra-regionale è da sempre limitato in Africa, rispetto agli altri continenti, certamente per la mancanza di infrastrutture, ma anche per la scarsa complementarietà delle economie. Solo se le reti commerciali e di trasporto che la Cina ha interesse a costruire in Africa serviranno ad aumentare anche la capacità di esportazione dei paesi africani, oltre che a potenziare le rotte e destinazioni delle esportazioni cinesi, il risultato porterà benefici reciproci.

I NUMERI ANNUNCIATI DA XI

Xi ha annunciato anche che 10 dei 60 miliardi di prestiti saranno sotto forma di investimenti di imprese. Per le grandi imprese cinesi, l’Africa è un mercato in crescita. Nel 2016, i ricavi annui lordi di quelle impegnate in progetti di costruzione sono stati di 50 miliardi di dollari. La metà dei quali in soli cinque paesi: Algeria, Etiopia, Kenya, Angola e Nigeria. Sono gli stessi in cui si è registrato un forte aumento di lavoratori cinesi, in totale oltre 227 mila alla fine del 2016. La formazione che la Cina si impegna a finanziare in Africa, sempre nei paesi che più le interessano, potrebbe essere un segnale positivo verso una maggiore integrazione del mercato del lavoro locale, ma i risultati ancora non si vedono.

IL PESO DEL DEBITO

Infine, in alcuni paesi riceventi il peso marginale del debito nei confronti della Cina è molto alto, per esempio a Gibuti, il caso più eclatante, con la quasi totalità del debito estero (80 per cento del Pil) dovuto alla Cina, ma anche in Kenya e in Etiopia. Alla dipendenza economica e finanziaria si aggiunge quella politica dal creditore principale.

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ccc Dal mondo

Tutte le convergenze parallele fra Russia e Giappone

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]I[/ap_dropcaps]l commento di Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di geopolitica economica, sui rapporti fra Russia e Giappone

Perché Vladimir Putin ha proposto apertamente e proprio ora a Shinzo Abe un accordo economico che implica il ritorno da parte della Russia delle isole Kurili al Giappone e la sigla di un trattato di pace mai firmato dal 1945?

I negoziati tra Mosca e Tokyo, in corso da anni, non sono una sorpresa, ma lo è che Putin abbia deciso di chiuderli con un accordo non gradito ai nazionalisti russi (quindi con un certo rischio politico) e, soprattutto, che Abe abbia evidentemente concordato con Putin stesso, pur pubblicamente restando silenzioso, una convergenza che disturba sia Cina sia Stati Uniti.

È una mossa di Abe per segnalare a Trump che se continua a daziare l’export nipponico, allora Tokyo ha alternative geopolitiche? Washington finora ha compresso il Giappone ritenendo che non abbia alternative alla dipendenza dall’America. Abe sta mostrando, non solo a Trump, ma anche agli industriali nipponici (Keindanren) tentati di cedere all’influenza cinese, che, invece, un’alternativa ce l’ha verso la Russia e non solo via trattato di libero scambio con l’Ue. Parlando per primo, soprattutto, Putin ha concesso ad Abe di calibrare tatticamente la convergenza con la Russia in relazione alle controreazioni dell’America. Questa concessione è la sorpresa più forte.

Putin ha bisogno di investimenti perché la situazione economica interna è stagnante e declinante. Non ne vuole troppi, perché condizionanti, dalla Cina con cui è sì in relazione di collaborazione temporanea, ma entro uno scenario di conflitto nel futuro, non solo per impedirne il dominio dell’Eurasia, ma per bilanciarne il potere a livello globale.

Finora Putin ha perseguito il riconoscimento da parte di Washington dello status di potere globale alla pari offrendo in cambio il contenimento dell’espansione cinese nel mondo, obiettivo che, per esempio, spiega l’enorme sforzo di influenza in Africa mentre le cronache riportano solo quello cinese. Ma si è reso conto che Trump, pur favorevole, non ha il consenso interno e quindi sta cercando strategie alternative per creare una propria area globale, non solo regionale, di influenza.

Probabilmente ciò spiega l’offerta al Giappone e una futura all’Ue. L’America, come sta facendo con Messico e Canada, cercherà di riparare le relazioni con Tokyo e dissuaderà Berlino.

La Cina intensificherà le seduzioni verso Mosca, Tokyo ed europei. Ma Russia e Giappone hanno motivi di utilità tecnica e basi sociali imperiali con umori di riscatto che rendono probabile una loro duratura relazione strategica. Il business italiano dovrebbe seguire con attenzione questo nuovo sviluppo.

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ccc Dal mondo

Come far valere le buone ragioni dell’Italia in Europa su economia e migranti

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi di Marco Rocco sulla migliore strategia che deve seguire l’Italia in Europa

Da attento osservatore sono ogni giorno più incredulo nell’osservare lo sperpero dell’enorme vantaggio competitivo italico in relazione ad alcune gravi problematiche EUropee, con una gestione da parte dei governanti italiani spesso inaccettabile.

Dico questo essendo ben conscio di andare contro corrente: il problema è che mi interfaccio quotidianamente con amici stranieri, non parlo di italiani emigrati come me, che mi fanno vedere le cose senza essere di parte. Li devo ringraziare. Sono dunque a cercare di condividere l’insegnamento tratto.

Prima di tutto non va dimenticato che la gran parte degli stranieri non sono assolutamente interessati a criticare “specialmente” l’Italia, come invece verrebbe da pensare leggendo i principali quotidiani italiani! Molti europei stanno infatti dalla parte dell’Italia e del suo governo attuale non solo relativamente al problema dei migranti, tutto sommato un dettaglio, ma anche e soprattutto in tema di misure economiche EU.

Il secondo aspetto da analizzare è che nel merito dell’immigrazione incontrollata dall’Africa centrale (dove di norma la Francia ex coloniale opera), immigrazione che scelleratamente i passati 4 governi italiani di concerto con Bruxelles avevano concordato di concentrare di fatto in Italia (e in Grecia) senza possibilità di ri-ricollocazione all’interno dell’Unione, Matteo Salvini pur avendo totale ragione sta facendo una serie di errori tali da mettere a repentaglio il buon esito dei suoi giusti indirizzi.

Mi spiego: sarebbe bastato andare in TV e presentare cartesianamente i dati fattuali su quanti migranti sono arrivati in Italia negli scorsi 2 anni, dall’ottobre 2015 quando si firmò l’accordo con l’EU, specificando dati alla mano che i cd. “partner” EU non hanno rispettato l’accordo EU per la ripartizione degli stessi. E quindi – senza polemiche – fino a quando tutti i paesi europei non avessero assorbito la quota migranti loro spettante – numeri alla mano per ciascun paese EU – l’Italia non avrebbe permesso a nessun immigrato di sbarcare. Semplice, efficace e soprattutto fattuale.
Invece no, si continua ad andare in TV ad alzare la voce. Vada per il caso Aquarius, il primo, ma poi a continuare con i litigi si rischia di passare dalla parte del torto.

Lato economico è anche più facile mettere l’EU all’angolo, basta focalizzarsi – encore – sui fatti: cosa ha fatto l’EU in passato a livello economico? I risultati delle policies austere sono stati un successo? Quali esempi ci sono?

Sarebbe semplicissimo, davvero semplice, focalizzarsi sulla madre di tutti i disastri economico-finanziari causati dall’EU, quello della Grecia. Pensate che nel caso ellenico lo stesso FMI ha riconosciuto che con Atene si è sbagliato, si è usata troppa austerità, si sono sbagliati i conti! E purtroppo chi ha operato in tale senso a livello istituzionale – nomi e cognomi intendo – hanno addirittura fatto carriera, non dico essere puniti (forse si sarebbe anche dovuto, mia opinione) ma almeno essere messi da parte, quello sì! [ad es. C. Cottarelli, O. Blanchard, C. Lagarde, W. Schauble, la stessa A. Merkel]. No, nulla di tutto questo, nella gran parte dei casi i responsabili ricoprono ancora ruoli apicali in Europa e/o sono addirittura considerati dei “validi esperti” in materia (…).

Dunque, volendo raggiungere risultati importanti basterebbe evidenziare pubblicamente, all’unisono e a tutto tondo che l’EU ha sbagliato con la Grecia, anzi ha causato danni enormi. E che tali danni dovranno essere ripagati: il fatto di aver portato la mortalità infantile in Grecia a livello di un paese del terzo di mondo non è solo un danno ma una vergogna europea. A scanso di equivoci, chi scrive si vergogna di essere europeo con tale esempio innanzi!
Va infatti ricordato – fatti, sentenze ecc. – come gran parte delle corruzioni politiche che sono state alla base del disastro ellenico furono determinate da tangenti pagate da aziende spesso dello stesso paese (Germania) che più ha chiesto austerità. Anche questi sono fatti: lo scandalo degli armamenti tedeschi venduti ad Atene, di Siemens, dei lavori per le Olimpiadi sono tutti scandali, anzi tutti danni, determinati dalla volontà di un corruttore (un’azienda tedesca) di pagare tangenti per ottenere favori da un politico corrotto (ellenico).

Or dunque la faccenda appare un po’ diversa da come ce l’hanno presentata fino ad oggi i media, che dite? A maggior ragione se si ricorda che fu la stessa televisione di Stato tedesca, Ard, a candidamente confermare che la Grecia è stata trattata da Berlino come una colonia! Infatti i preziosi aeroporti greci sono stati acquisiti di fatto dallo stato tedesco dopo aver costretto il governo ellenico a svendere via troika (fatto anche questo). Vedete come cambia la prospettiva…

In tutto questo non dimentichiamo che addirittura per estromettere l’ingombrante ministro Varoufakis – le cui parole profetiche sono state vendicate degli eventi 4 anni dopo, visto che aveva sostanzialmente ragione nelle sue tesi che prevedevano il disastro greco causa austerità euroimposta – fu oggetto di un video (falso) di fatto commissionato con tecniche da servizi segreti (tedeschi) per metterlo alla berlina, ossia per convincere l’opinione pubblica tedesca ed Europea che egli aveva mostrato il dito medio in TV. La realtà era invece che i servizi segreti tedeschi o qualcosa di simile commissionarono la creazione di tale falso per rovinare la reputazione pubblica del ministro greco. Situazione che a rileggerla ha molte, troppe attinenze con il dossier falso dell’agente dei servizi segreti inglesi Richard Steele nel dossier (falso) contro Donald Trump di 18 mesi fa (…).

In soldoni, per mettere l’EU spalle al muro basterebbe che l’Italia chiedesse oggi di valutare i danni arrecati alla Grecia causa eccesso di austerità, imponendo di pagare per i danni arrecati. E rivolgendosi direttamente all’EU. Questa mossa, oltre a lavare sebbene solo parzialmente la vergogna di aver messo un paese alla fame, permetterebbe di evitare trattamenti simili in futuro anche ad altri (…), forzando flessibilità EUropea. Ossia aiutando Paolo Savona. A maggior ragione visto che entro fine anno il parlamento greco discuterà sui famosi danni di guerra di 75 anni fa (leggasi furto di oro) da parte dei nazisti, danni anche in quel caso mai ripagati.

In tutto questo un aspetto sostanziale non va dimenticato: il caso greco dell’austerità euroimposta contro la Grecia è un primizia mondiale. Infatti come il Paul Craig Roberts ha ben illustrato definendolo addirittura “un genocidio”, in casi simili di eccesso statale di debito la norma è sempre stata di tagliare bellamente parte di quanto dovuto ai creditori, il cd. haircut. Nel caso dell’EU con Atene no, primo caso mondialmente gestito almeno dal 1900: si è tenuto il debito integro evitando esclusivamente il pagamento degli interessi!

Se l’Italia fosse davvero scaltra, prima di chiedere flessibilità dovrebbe azionare il “grilletto greco” mirato a far ripagare i danni causati dall’austerità EU contro Atene. Sarebbe uno scudo anche per se stessi!

E qui torniamo al problema della meritocrazia in Italia, che non esiste: forse i governanti gialloverdi dovrebbero circondarsi di gente che non ha come scopo principe quello di andare ad spellarsi le mani sotto il palco mentre il Salvini di turno fa il comizio; all’estero pensano che è meglio apportare valore con le idee anche se non necessariamente sdoganate dalla cd. conventional wisdom. Nel caso italiano tragicamente “alla romana”.

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