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Valorizzare i porti con le zone economiche semplificate. Chi e come vuole farlo

Valorizzare i porti del sud (e non solo) italiani e aiutarli a crescere valorizzando gli insediamenti imprenditoriali in primo luogo. Ma anche per intercettare i progetti cinesi della Via della Seta

Il trasporto marittimo, soprattutto quello a corto raggio, è considerato un settore chiave dell’economia in grado di contribuire allo sviluppo dei territori. L’Italia, grazie alle sue peculiarità geografiche, ha un ruolo particolarmente dominante rispetto agli altri paesi. In tale contesto si inseriscono le cosiddette Zone Economiche Speciali (Zes) pensate dal decreto 91 del 2017 – il Decreto Mezzogiorno (qui il testo del provvedimento) – per valorizzare i porti del sud italiani e aiutarli a crescere valorizzando gli insediamenti imprenditoriali e i progetti trainanti dell’economia italiana e meridionale come l’agroalimentare, l’aeronautica, l’automotive e il Made in Italy più in generale.

COSA SONO LE ZES

Per ZES si intende una zona geograficamente delimitata e chiaramente identificata, […] costituita anche da aree non territorialmente adiacenti purché presentino un nesso economico funzionale, e che comprenda almeno un’area portuale […]. Per l’esercizio di attività economiche e imprenditoriali le aziende già operative e quelle che si insedieranno nella ZES possono beneficiare di speciali condizioni, in relazione alla natura incrementale degli investimenti e delle attività di sviluppo di impresa. Ciascuna ZES è istituita con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri con criteri che ne disciplinano l’accesso e le condizioni speciali, […]. La proposta è corredata da un piano di sviluppo strategico, […]. La Regione formula la proposta di istituzione della ZES, specificando le caratteristiche dell’area identificata. Il soggetto per l’amministrazione dell’area ZES è identificato in un Comitato di indirizzo composto dal Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale, che lo presiede, da un rappresentante della Regione, da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei ministri e da un rappresentante del MIT. Il Comitato di indirizzo si avvale del Segretario generale dell’Autorità portuale per l’esercizio delle funzioni amministrative gestionali (Qui le slide dell’Istituto per i trasporti e la logistica ITL).

L’OBIETTIVO

Le ZES possono favorire, soprattutto al Sud, il miglioramento dell’infrastrutturazione portuale, rilanciare le attività di impresa e i processi di semplificazione amministrativa ridando slancio all’economia del mare. Il progetto europeo delle “Autostrade del Mare” e il grande progetto cinese delle “Vie della Seta” sono destinate a ridisegnare la portualità e lo shipping mediterraneo (Qui un approfondimento del Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti e degli esperti contabili e della Fondazione nazionale commercialsti)

BENEFICI FISCALI E AGEVOLAZIONI

Le nuove imprese e quelle già esistenti, che avviano un programma di attività economiche imprenditoriali o di investimenti di natura incrementale nella ZES, possono usufruire delle seguenti tipologie di agevolazioni:

a) procedure semplificate, individuate anche a mezzo di protocolli e convenzioni tra e amministrazioni locali e statali interessate, e regimi procedimentali speciali, recanti accelerazione dei termini procedimentali ed adempimenti semplificati […] sulla base di criteri derogatori e modalità individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri…

b) accesso alle infrastrutture esistenti e previste nel Piano di sviluppo strategico della ZES di cui all’articolo 4, comma 5, alle condizioni definite dal soggetto per l’amministrazione, ai sensi della legge 28 gennaio 1994, n. 84, e successive modificazioni e integrazioni, nel rispetto della normativa europea e delle norme vigenti in materia di sicurezza, nonché delle disposizioni vigenti in materia di semplificazione previste dagli articoli 18 e 20 del decreto legislativo 4 agosto 2016, n. 169.

c) In relazione agli investimenti effettuati nelle ZES, il credito d’imposta […] è commisurato alla quota del costo complessivo dei beni acquisiti entro il 31 dicembre 2020 nel limite massimo, per ciascun progetto di investimento, di 50 milioni di euro.

VINCOLI E GARANZIE

Il riconoscimento delle tipologie di agevolazione è soggetto al rispetto delle seguenti condizioni:

a) le imprese beneficiarie devono mantenere la loro attività nell’area ZES per almeno cinque anni dopo il completamento dell’investimento oggetto delle agevolazioni, pena la revoca dei benefici concessi e goduti;

b) le imprese beneficiarie non devono essere in stato di liquidazione o di scioglimento.

LE ZONE LOGISTICHE SEMPLIFICATE

Si tratta di una misura parallela alle ZES messa a punto, dopo pochi mesi, per le “Zone Logistiche Semplificate” localizzate nel Centro Nord. Servono per favorire lo sviluppo di nuovi investimenti nelle aree portuali delle regioni non disciplinate già come zone economiche speciali (ZES) di cui agli articoli 4 e 5 del DL. 91/2017 nel numero massimo di una per ciascuna regione; La ZLS viene istituita con DPCM, su proposta della regione interessata, per una durata massima di 7 anni, rinnovabile fino ad un massimo di ulteriori 7 anni; All’interno di tale Zona, sia le nuove imprese, sia quelle già esistenti, fruiscono di procedure semplificate già previste per le ZES, con particolare riferimento all’accelerazione dei termini procedimentali e agli adempimenti e procedimenti speciali. La procedura per l’istituzione delle ZLS è quella prevista dal DPCM che definisce tali procedure per le ZES.

I REQUISITI DELLE ZES

Le ZES deve essere puntualmente individuate nella proposta di istituzione e può ricomprendere non solo aree portuali ma anche aree della medesima Regione non territorialmente adiacenti al porto, purché presentino un nesso economico funzionale. Di norma la ZES è composta da aree portuali, retroportuali (anche di carattere produttivo), aeroportuale, piattaforme logistiche e interporti.

PERCHE’ LE ZES E LE ZLS

Secondo l’analisi svolta dal documento di ricerca ad opera del Consiglio nazionale e della Fondazione dei commercialisti l’obiettivo ultimo di ZES e ZLS è “l’attrazione di investimenti” anche se le ZLS sembrano essere “una versione light delle ZES del Sud” tanto da generare un dibattito “in quanto l’incentivazione di aree del Centro Nord sembra essere in qualche modo penalizzante per le aree del Sud. Le ZLS dovrebbero, infatti, godere delle stesse semplificazioni fiscali e burocratiche delle ZES salvo il credito di imposta. Il credito di imposta, tra l’altro, era una misura già esistente e finanziata con i fondi strutturali europei e non con fondi ordinari nazionali, riconfermando il fatto che al Sud la spesa dei fondi strutturali comunitari è sostitutiva e non aggiuntiva rispetto alla spesa ordinari, condizione che riduce la sua efficacia complessiva”.

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Ecco cosa sappiamo della manovra

Tagli ai ministeri e alle tax expenditure. Pace fiscale e flat tax per imprese. Pensioni e reddito di cittadinanza. Ma anche nessun aumento dell’Iva e cedolare secca sui negozi al 21%

Della manovra sappiamo che terrà i conti i ordine come ha detto il premier Conte, l’Iva non aumenterà e si interverrà sulla Fornero, il reddito di cittadinanza e ci sarà un abbassamento delle tasse. Il tutto finanziato con tagli ai ministeri, con una sforbiciata ad alcune detrazioni o sussidi, un ritocco delle norme fiscali per il settore alimentare e la pace fiscale. Ma per saperne di più occorrerà aspettare il Def previsto entro il 27 settembre. “Il Governo procederà in quella sede all’individuazione degli ambiti di intervento” e “a fornire il quadro delle diverse misure volte ad assicurare la realizzazione del contratto di Governo che troveranno concreta attuazione mediante la stesura del prossimo disegno di legge di bilancio e la manovra finanziaria per il 2019”, ha detto il ministro Tria.

SI SFORA CON IL DEFICIT: 1,6%, 1,7% o 2%?

Innanzitutto lo sforamento del deficit. Si è parlato dell’1,6% come tetto massimo. Tria resta fermo nelle sue convinzioni, risoluto nel ribadire che alzare l’asticella del deficit oltre l’1,6% non si può e soprattutto non si deve fare anche per non incappare negli strali di Bruxelles. Al massimo si può pensare a uno scostamento fino all’1,7%, ma non certamente pensare di andare oltre il 2 per cento come chiesto da Di Maio che ha rivolto parole di fuoco al titolare di via XX settembre (“Un ministro serio i soldi li deve trovare”).

UN TAGLIO FINO A 50 MLN PER OGNI MINISTERO?

Il Governo, sembrerebbe aver chiesto a ogni ministero con portafoglio di tagliare la spesa corrente di 40-50 milioni di euro e ogni dicastero è al lavoro per individuare i capitoli da ridurre. I ministeri sono 12 e il taglio si aggira tra i 480 e i 600 milioni di euro, sena contare la presidenza del Consiglio.

NESSUN AUMENTO DELL’IVA

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria lo ha ribadito a più riprese e lo ha confermato anche il premier Conte: “L’abbiamo detto dal primo discorso in Parlamento che bloccheremo l’aumento dell’Iva”. Vale circa 12,5 miliardi.

TAX EXPENDITURE NEL MIRINO PER TROVARE RISORSE

La flat tax? Va finanziata con un riordino profondo delle tax expenditure“. Cioè la giungla di deduzioni, detrazioni, esenzioni e regimi speciali che quest’anno costeranno alle casse pubbliche oltre 75 miliardi. A rilanciare la necessità di intervenire è stato il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Nel contratto di governo è inserita nero su bianco la “revisione del sistema delle deduzioni e detrazioni”. Un sistema che negli anni è arrivato a comprendere 636 voci. Alcune “sensibili” come gli sconti per la prima casa e le spese sanitarie. Altre bollate come “dannose per l’ambiente”. Molte le proposte circolate nelle ultime ore: si va dal ritocco alle norme fiscali nel settore alimentari – un aumento del prelievo fiscale sul junk food – a sforbiciate nel comparto energetico che con 11,6 miliardi, rappresenta la quota maggiore dei circa 16 miliardi di “sussidi ambientali dannosi”, come ha riferito il viceministro dell’Economia Laura Castelli. Un documento dell’ufficio valutazione impatto del Senato di maggio ha già suggerito di rimuovere progressivamente i sussidi dannosi puntando a recuperare il gettito per altri utilizzi, o di puntare a una riforma ancorando i sussidi al soddisfacimento di requisiti ambientali. Dal documento emerge che, dopo il comparto energia figura la voce Iva con 3,5 miliardi. Molto più modesto l’importo relativo all’agricoltura (154 milioni), che, a sua volta, detiene il monopolio dei sussidi diretti erogati a beneficio dell’allevamento intensivo.

L’Ufficio valutazione impatto del Senato, che ha appena pubblicato sul proprio sito un dossier ad hoc, ricorda che esistono 466 spese fiscali erariali e 170 locali per un totale di 75,2 miliardi di minori introiti per lo Stato. Solo tra 1 gennaio 2016 e 30 giugno 2017 (governi Renzi e Gentiloni) ne sono state introdotte 44, dalla detassazione dei premi di produttività al superammortamento alla cedolare secca sugli affitti, per 4,8 miliardi di minori entrate. Ma il vero nodo riguarda la ripartizione dei vantaggi. Tre sole agevolazioni vanno a beneficio di più di 10 milioni di contribuenti: si tratta della deduzione della rendita della prima casa (26,1 milioni di beneficiari per 141,4 euro di vantaggio pro capite e un costo di 3,6 miliardi), della detrazione per spese sanitarie e di assistenza (che costa allo Stato 3,1 miliardi e consente a 17,5 milioni di persone di risparmiare in media 178 euro) e del bonus 80 euro di Renzi che come è noto costa circa 9 miliardi e va a 11 milioni di italiani, al netto di quelli che hanno dovuto restituirlo. E ancora: all’autotrasporto vanno 1,2 miliardi di rimborsi, le compagnie aeree ne risparmiano 1,5, l’aliquota ridotta sui prodotti energetici usati nei lavori agricoli e nell’allevamento prende 830 milioni l’anno e l’accisa agevolata sul gasolio di cui beneficiano tutti gli automobilisti che costa 4,9 miliardi l’anno. Gli incentivi per l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili costano 5,7 miliardi, ma comunque riducono le emissioni e la dipendenza energetica dall’estero. L’esonero delle prime case dalla Tasi vale 3,5 miliardi, la detrazione per le spese di istruzione 450 milioni l’anno. Nove agevolazioni garantiscono vantaggi pro capite superiori a 60mila euro a pochissimi soggetti. Per esempio la tassazione ridotta sugli “apporti ai fondi immobiliari chiusi” costerà quest’anno oltre 790mila euro all’erario e a beneficiarne sono solo quattro società. E ancora: la tonnage tax, un’agevolazione fiscale per gli armatori, permette a 79 aziende di risparmiare 467mila euro l’una, mentre l’imposta forfettaria sulle navi commerciali iscritte al registro internazionale garantisce 234mila euro di vantaggi pro capite a 90 imprese marittime. Tra crediti di imposta e forfait, i favori agli armatori costano 276 milioni l’anno. Più di sette volte la cifra (34 milioni l’anno) stanziata per la deduzione delle donazioni a ong e onlus. Infine esistono incentivi come il bonus mobili e grandi elettrodomestici per chi ristruttura casa, che costa 272 milioni l’anno e il “bonus verde” per rinnovare giardini e terrazzi. Le agevolazioni “casa e assetto urbanistico” costano per il 2018 oltre 18 miliardi, con le detrazioni per ristrutturazioni edilizie a fare la parte del leone (6 miliardi di mancati introiti fiscali) seguite dagli interventi di riqualificazione energetica, che costano allo Stato 1,6 miliardi l’anno ma migliorano le prestazioni del parco edifici che è ancora il principale responsabile dell’inquinamento dell’aria.

CAPITOLO PENSIONI: QUOTA 100 E CITTADINANZA

“Manterremo i conti in ordine iniziando a smantellare la Fornero e riducendo le tasse per i dimenticati da Renzi e la sinistra, ovvero le partite Iva, i commercianti, i piccoli imprenditori e gli artigiani; sulla pace fiscale con Equitalia si va avanti; semplificazione. Manterremo i conti a posto e cominceremo a mantenere gli impegni presi con gli italiani”, ha detto Matteo Salvini aggiungendo che se “andrà tutto bene, come governo riusciremo a mandare in pensione l’anno prossimo 3.000- 4.000 italiani e lasciare quei posti a 3.000-4.000 giovani”. La Lega punta decisa alla proposta quota 100 – 62 anni di età e 38 di contributi “con oneri sopportabili per la finanza pubblica. Sarà realizzata con misure di buon senso, compresa la pace contributiva nell’ottica di favorire l’aumento volontario della contribuzione da parte dei lavoratori”. Per quanto riguarda invece le Pensioni di cittadinanza, M5s punta a portare le minime a 780 euro. Secondo i calcoli degli esperti, la misura riguarderebbe 800mila pensionati e servirebbero 4 miliardi, mentre per alzare anche quello di circa 1 milione di invalidi civili (assegno a 282 euro) ne servirebbero almeno altri 6.


REDDITO DI CITTADINANZA

Il reddito di cittadinanza dovrebbe riguardare solo i cittadini italiani. Lo ha confermato Di Maio e ribadito il leader di Carroccio Salvini. Sono 780 euro per una spesa di 10 miliardi di euro a partire dal 2019 che il Movimento Cinque Stelle punta di ottenere stabilizzando innanzitutto le risorse già presenti in bilancio per il Rei, circa 2,6 miliardi. Il primo passo sarà comunque il potenziamento dei centri per l’impiego. A disposizione ci sono 750 milioni che si punterebbe a raddoppiare, utilizzando anche i fondi europei.

LA FLAT TAX

Sarà del 15% per le aziende e per i regimi dei minimi fino a 65 mila euro e poi per tutto il sistema imprese Ires al 15% in caso di reinvestimento, assunzioni, aumenti di capitale,invogliando i giovani ad aprire partita Iva (da chiarire che fine faranno gli attuali ammortamenti di Industria 4.0 e l’Ace). In sostanza l’obiettivo è estendere la platea ad autonomi, Snc, Sas e Srl che optano per il regime di trasparenza con ricavi fino a 65mila euro. Dai 65mila ai 100mila euro si pagherebbe un 5 per cento di addizionale. Per startup e attività avviate da giovani under 35 resterebbe lo sconto al 5 per cento. Il costo è di circa 1,5-1,7 miliardi.

FONDO RISPARMIATORI COLPITI DAL CRACK FINANZIARIO DELLE BANCHE

Il governo è alla ricerca di 1 miliardi di euro per incrementare il fondo risparmiatori colpiti dal crack finanziario delle banche. Se non si troveranno le risorse per raggiungere tale cifra è certo è che con la manovra ci sarà comunque un aumento del fondo attuale. Tra le ipotesi di copertura si pensa ai Fondi polizza dormienti. Al tempo stesso verrà rivista anche la norma salva-risparmiatori per ampliare la platea degli indennizzati, anche modificando l’ordine “cronologico” di coloro che potranno accedere alle risorse come requisiti reddituali e patrimoniali.

LA PACE FISCALE

Sul punto c’è contrasto tra Lega e M5S che non vogliono condoni. Innanzitutto verrà lanciata la fattura elettronica che va di pari passo con pace fiscale: con il regime dei minimi a 65mila euro i piccoli ne sono esonerati. La pace fiscale sarà inserita nella Legge di Bilancio 2019 o nel decreto fiscale collegato e il Governo punta ad incassare una somma che si aggira attorno ai 3,5 miliardi di euro. Ancora difficile parlare di cifre: la Lega ha più volte fissato l’asticella al 15 o al 20% del debito. Le ultime notizie sulla pace fiscale arrivano direttamente dal Sottosegretario al MEF Massimo Bitonci, il quale ha affermato che l’obiettivo del Governo è quello di estendere il più possibile la rottamazione delle vecchie cartelle, che potrebbe riguardare anche le multe mentre al momento pare siano esclusi IVA e contributi INPS. L’ipotesi è quella di estenderla ai debitori fino a 1 milione di euro.

ALTRE MISURE

Saranno proposte anche la cedolare secca sui negozi al 21%, il taglio delle accise sulla benzina e il 100% del turn over per tutte le forze dell’ordine.

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ccc Italia

Pace fiscale, Flat tax, Startup. Ecco il pacchetto tributario della Lega in vista della manovra

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]E’[/ap_dropcaps] quasi pronto il disegno della Lega per uno dei pilastri della prossima manovra, ancora in fase di studio.

Le nuove stime macroeconomiche del governo su indicazione del Tesoro arriveranno entro il 27 settembre, come previsto. Fino ad allora riunioni e vertici si susseguiranno al ministero dell’Economia retto da Giovanni Tria, all’interno dei partiti di confine e nel governo per cercare di far quadrare il cerchio.

L’esigenza è quella di rispettare il più possibile gli impegni presi nel contratto di governo, senza infrangere le regole europee. Non a caso, il vicepremier Luigi Di Maio intervistato da El Mundo ha confermato, “in piena armonia” con il ministro dell’Economia, di “non voler distruggere” i conti italiani e anche Alberto Bagnai, economista, presidente della Commissione Bilancio del Senato e portavoce della Lega sulle materie economiche, ha assicurato che la prossima non sarà una manovra “di rottura”.

COME SARA’ LA PACE FISCALE SECONDO LA LEGA

Sul fronte le misure emergono che la pace fiscale è al lavoro in particolare la Lega di Matteo Salvini. Si vanno delineando i contorni di quella che al governo chiamano “pace fiscale”. Ecco i dettagli.

I DETTAGLI SULLA PACE FISCALE CHE VERRA’

Sarà “definitiva” e la “più ampia possibile”, spazierà dagli accertamenti alle cartelle, dalle multe al contenzioso tributario, avrà un tetto di un milione un contributivo e viaggerà probabilmente con un provvedimento ad hoc, un decreto fiscale collegato alla legge di bilancio che conterrà anche la divulgazione volontaria e una “transazione fiscale” strutturata che allarga le maglie del concordato con adesione. Gli incassi una tantum – aggiungono fonti della Lega – potrebbero essere destinati a risparmiare le perdite bancarie a cui si vorrebbe destinare una dote di almeno 500 milioni di euro.

IRES. FLAT TAX E NON SOLO SECONDO BITONCI (LEGA)

Il pacchetto fisco proposto dalla Lega, ha spiegato il sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci, va dall’Ires al 15% per le società di capitali che investono in macchinari e attrezzature nuovi, in assunzione di personale stabile e in ricerca e sviluppo, all’allargamento della flat tax su professionisti, partite Iva e piccole imprese.

TRA FORFAIT E STARTUP

Il forfait del 15% sarebbe garantito fino a 65.000 euro di fatturato, così come previsto dai limiti europei, con un 5% aggiuntivo per i ricavi fino a 100.000 euro. In aggiunta, startup e nuove attività di giovani under 35 godono di un regime superagevolato al 5%.

ACCISE, IRPEF E DINTORNI

Il costo, l’unico cifrato per ora con una certa esattezza, si aggirerebbe su 1,7 miliardi. Il taglio delle accise, a cui pure la Lega punta, è ancora in fase di studio meno avanzata, mentre la rimodulazione delle aliquote Irpef, con relativa revisione delle detrazioni, non ancora determinata in dettaglio, potrebbe essere inserita nel testo della legge di bilancio ma calendarizzata per il 2020.

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ccc Insider

Perché sono lugubri i silenzi europei sulle proposte di Paolo Savona

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta su reazioni e silenzi al documento che il ministro Savona ha inviato a Bruxelles

È sempre così: non se ne parla nemmeno. Gelo e silenzio, silenzio e gelo: quando vengono presentate proposte strutturate per l’abbattimento del debito pubblico italiano con procedure straordinarie, si erige un muro. Sembra che accada anche stavolta, nonostante si tratti di una iniziativa ufficiale del Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona, che l’ha formalizzata nell’ambito di un documento assai più complesso, intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Diplomaticamente parlando, è il consueto fin de non-recevoir: non si entra neppure nel merito della questione.

Ripercorriamo gli eventi. Mercoledì è stata annunciata la trasmissione a Bruxelles del documento in questione, sottolineando che il Governo italiano assumerà tutte le iniziative utili per dare vita a un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati. Il Gruppo di lavoro ha lo scopo di sottoporre al Consiglio europeo, prima delle prossime elezioni, suggerimenti utili a perseguire il bene comune, la politeia che manca al futuro dell’Unione e alla coesione tra gli Stati membri.

Il giorno dopo, giovedì, come se nulla fosse, i l Commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici, ha affermato che «C’è un problema nella zona euro, che è l’Italia».

Eppure, sempre mercoledì, a Bruxelles, il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker aveva ammonito tutti del pericolo di uno sbriciolamento dell’edifico europeo. Tutti in coro, pronti a stracciarsi le vesti contro il demone del risorgente nazionalismo; ma non appena si tratta di esaminare le cause di tanto disastro e di proporre i rimedi adeguati, come ha fatto Paolo Savona, c’è solo mutismo. Ben lo aveva previsto, però: non per caso ha premesso al documento una citazione tratta da Il Principe di Machiavelli: “Non esiste cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo e introdurre nuovi ordini, perché lo introduttore ha per nimici, tutti quelli che degli ordini vecchi fanno bene, e ha tepidi defensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene”.

Le regole attuali vanno bene solo ad alcuni Paesi europei, i più forti, prima fra tutti la Germania che non ha evidentemente alcun interesse a metterle in discussione.

Del documento, estremamente ampio, prendiamo in considerazione solo due questioni, quelle relative alle regole per la fissazione del disavanzo ed alla riduzione del rapporto debito/Pil.

Dietro i debiti pubblici non c’è solo la speculazione finanziaria che guadagna, e non poco, giocando spesso al ribasso: ci sono i soldi veri, quelli che girano: giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Abbattere il debito pubblico con misure straordinarie, e soprattutto contenerne drasticamente i tassi di interesse, è una condizione indispensabile per consentire all’Italia di riprendere a crescere, insieme agli altri Paesi che hanno un elevato rapporto debito/Pil: ma era una questione che andava risolta già nel 1992, ai tempi del Trattato di Maastricht.

Su questo punto, l’analisi di Savona è tagliente: se si pone a carico dell’applicazione del divieto di disavanzo eccessivo il principio di produrre avanzi di bilancio al fine di ridurre il rapporto debito pubblico/pil con effetti deflazionistici, la divaricazione degli itinerari di sviluppo dei paesi che si trovano al di sotto della soglia del 60% del rapporto debito pubblico/PIL e di quelli che si trovano al di sopra comporta conseguenze pericolose per la stabilità dell’euro e la coesione socio-politica.

Giova ricordare ancora una volta i numeri italiani, confrontando il pil reale del 2008 con quello di quest’anno: era di 1.664 miliardi di euro all’inizio della crisi, ed alla fine di quest’anno sarà ancora più basso rispetto ad allora di una cinquantina di miliardi. Se tutto va bene, rispettando le previsioni di crescita, arriverà a 1.619 miliardi. Se si riflette poi sull’ammontare del prodotto perso nel frattempo, cumulando la perdita di ciascun anno rispetto al 2008, si arriva alla terrificante cifra di 904 miliardi di euro. Al costo spaventevole della crisi, va aggiunto anche il peggioramento del rapporto debito/Pil accresciutosi per via della deflazione monetaria, passato dal 102,4% al 129,7%.

Le regole europee in materia di politica di bilancio sono sbagliate, perché la loro applicazione allontana anche dall’obiettivo della stabilizzazione finanziaria. Siamo più poveri e più indebitati. Ecco perché l’Europa è a pezzi.

Occorre dunque rimediare, secondo Savona, al primo vizio di origine nella costruzione dell’eurosistema: quello di non aver sistemato subito gli eccessi di debito pubblico rispetto al Pil, invece di introdurre il criterio di convergenza verso il parametro del 60%. I danni di questa impostazione sono stati enormi: chi era in eccesso rispetto al limite h dovuto ricorrere a politiche restrittive, pena l’esposizione alla speculazione e l’emergere degli spread tra i propri titoli sovrani e quelli di riferimento. Di conseguenza, il costo del danaro si è differenziato anche in misura rilevante, divaricando ulteriormente le performance economiche e sociali dell’eurozona e alterando le condizioni di corretta competizione tra imprese.

In secondo luogo, e qui si viene alla questione del deficit pubblico, non basta agire dal lato dell’offerta: va sollecitata anche la domanda, in particolare attraverso la spesa pubblica per investimenti. A questo fine, deve valere la regola aurea di un sistema di crescita stabile: la percentuale di disavanzo del bilancio non deve essere superiore al saggio di crescita nominale del Pil che ne risulta. Non c’è bisogno, però, di modificare subito le regole vigenti, visto che sono state adottate deroghe in altre occasioni di crisi conclamata.

La proposta di abbattere strutturalmente il debito pubblico è tanto semplice quanto dirompente: se i timori dei paesi membri creditori che ostacolano la definizione di una politica fiscale fossero dovuti al rischio temuto da alcuni paesi di doversi accollare il debito altrui, esistono le soluzioni tecniche per garantire che ciò non avvenga. Si tratta di attivarle in pratica effettuando scelte politiche, come quelle di concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo una garanzia della Bce fino al rientro nel parametro del 60% rispetto al Pil, in contropartita di una ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate. Secondo Savona, occorre decidere oggi quello che si sarebbe dovuto fare prima dell’avvio dell’euro. Ovviamente, conclude, tra le clausole di un siffatto accordo vi sarebbe anche quella che il disavanzo di bilancio pubblico si collochi in modo dinamico entro la regola indicata di coerenza rispetto al saggio di crescita nominale del PIL e quindi non comporti un nuovo superamento del rapporto debito pubblico/Pil.

Sull’intero documento predisposto da Savona, che riguarda numerosi altri aspetti dell’architettura europea, dai poteri della Bce in materia di cambio dell’euro alla istituzione di una Scuola europea, c’è davvero tanto su cui riflettere.

Ci sono state solo due prese di posizione, in questi giorni, che vale la pena considerare.

A chi nel governo sollecitava un aumento del deficit, Il Ministro dell’economia Giovanni Tria ha obiettato che, verosimilmente, il mercato reagirebbe richiedendo un aumento generalizzato dei tassi. Ciò comporterebbe una maggiore spesa per interessi, per un importo più volte superiore all’entità del maggior deficit. Si avrebbero effetti negativi sul rapporto debito pil in quanto ad un moltiplicatore del reddito determinato dalla maggiore spesa, che è solo di qualche decimale superiore all’unità, corrisponde un aumento più che proporzionale della spesa per interessi. Si spenderebbe 1 euro in più, in deficit, per ottenere un reddito di 1,5 euro; ma con un costo sugli interessi che sale di 3-4 euro. Un inferno.

Il Governatore della Bce Mario Draghi, rispondendo ad una domanda nella conferenza stampa a conclusione dell’ultimo Consiglio, ha affermato che il mandato della Bce si limita alla stabilità della moneta e non implica la garanzia del finanziamento degli Stati in qualsiasi condizione. Concludendo sull’Italia, ha affermato che il nostro Presidente del Consiglio, il Ministro dell’economia e quello degli esteri hanno tutti confermato che saranno rispettate le regole sui bilanci pubblici. Silenzio e gelo, gelo e silenzio.

C’è poco da fare: il problema non sono tanto i vincoli parametrici al deficit ed al debito pubblico, quanto l’impotenza degli Stati rispetto al mercato. Per rimediare, bisognerebbe tornare assai più indietro, al regime che vigeva prima del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, quando i tassi di interesse sui titoli erano fissati dal primo e la seconda procedeva immediatamente all’assorbimento dell’inoptato dal mercato. Ma, questa, è davvero tutta un’altra storia.

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ccc Dal mondo

Ecco quanto l’Africa si sta indebitando con la Cina

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi di Alessia Amighini, docente di Politica economica, sulle relazioni Africa-Cina

All’indomani del 7° Forum sulla cooperazione sino-africana, la Cina estende il suo peso in Africa, attraverso finanziamenti destinati a infrastrutture e attività estrattive. Il rapporto diventa così ancora più sbilanciato, a favore del gigante asiatico.

I RISULTATI DEL FORUM CINA-AFRICA

La cronaca dal 7° Forum sulla cooperazione sino-africana (Focac), svoltosi a Pechino il 3 e 4 settembre, ha sottolineato i profondi legami tra la Cina e l’Africa (53 su 54 paesi) e il ruolo propulsore che la Cina ha assunto nello sviluppo africano. Dal 2000 il Forum formalizza le relazioni tra Pechino e il continente africano e di fatto istituzionalizza la presenza crescente di imprese, capitali, lavoratori e merci cinesi in Africa; quest’anno il presidente Xi ha promesso altri 60 miliardi di dollari di prestiti in varie forme, che si aggiungono ai 136 miliardi già elargiti negli ultimi 17 anni a un alto numero di governi e imprese di stato.

IL RUOLO DELLA CINA

La Cina è la fabbrica manifatturiera del mondo ma non dispone di sufficienti materie prime per sostenere il suo sviluppo industriale. E così Pechino da qualche anno usa il suo supporto politico ed economico all’Africa sub-sahariana, ricca di materie e povera di capitali, per assicurarsi gli approvvigionamenti di molte materie prime, tra cui il petrolio. Secondo i dati del Sais (School of Advanced International Studies, divisione della John Hopkins University), il primo paese ricevente è l’Angola, con quasi un terzo (42,2 miliardi), seguito dall’Etiopia con 13,7 miliardi e dal Kenya con 9,8.

IL PESO CINESE IN AFRICA

La Cina estende così il suo peso nei finanziamenti all’Africa (il primo donatore/creditore sono ancora gli Stati Uniti), destinati soprattutto a infrastrutture e attività estrattive. La maggior parte dei fondi, infatti, è sotto forma di crediti commerciali, crediti all’esportazione, crediti di fornitura (il primato dell’Angola, per esempio, dipende da 19 miliardi di prestiti commerciali, non prestiti agevolati).

LA COOPERAZIONE

La cooperazione cinese in Africa contribuisce in parte all’assistenza umanitaria e allo sviluppo tramite progetti di responsabilità sociale d’impresa, istruzione, formazione, sanità, sicurezza, ma resta sempre strettamente legata agli obiettivi economici e commerciali di Pechino. Da qui il vasto numero dei paesi beneficiari, pochi dei quali però ottengono gran parte delle risorse (a loro volta concentrate su pochi settori produttivi).

RESTA LO SQUILIBRIO

La cooperazione economica e commerciale è volta a facilitare soprattutto gli scambi sino-africani. Peccato però che lo squilibrio commerciale sia uno dei temi più preoccupanti nelle relazioni sino-africane e non si vede come un ulteriore aumento dell’interscambio possa favorire l’Africa, che negli ultimi 15 anni ha importato sempre di più dalla Cina, ma ha esportato sempre meno.

LE ESPORTAZIONI DELLA CINA IN AFRICA

Il problema è che le esportazioni cinesi verso l’Africa consistono soprattutto di macchinari e manufatti, mentre le esportazioni africane verso la Cina sono dominate dal petrolio. Questo tipo di interscambio risponde alla consueta logica del vantaggio comparato: la Cina esporta in Africa i prodotti che le costano di meno (macchinari e manufatti) e importa quelli che le costano di più (materie prime).

GLI EFFETTI DELL’INTERSCAMBIO

Ma a lungo andare tale interscambio rischia di fossilizzare la concentrazione produttiva dell’Africa e rende volatili i proventi dall’export, che seguono le stesse oscillazioni del prezzo del greggio. La sensibile riduzione delle esportazioni africane verso la Cina dal 2015 dipende dal calo del loro valore pur con volumi stabili o crescenti.

IL BENEFICIO CINESE

In questo contesto, porsi obiettivi “comuni” di interscambio totale e non di riduzione del disavanzo africano è il segnale di una forte ed efficace manipolazione degli obiettivi africani a beneficio degli interessi cinesi. Solo 5 dei 60 miliardi promessi sono destinati a un fondo speciale per promuovere l’importazione dall’Africa di prodotti diversi dalle risorse naturali.

LE RETI INFRASTRUTTURALI

Anche la cooperazione della Cina con l’Unione africana per creare reti infrastrutturali e commerciali che promuovano il commercio e l’integrazione regionale e internazionale rischia di avvantaggiare soprattutto le logiche cinesi. Il commercio intra-regionale è da sempre limitato in Africa, rispetto agli altri continenti, certamente per la mancanza di infrastrutture, ma anche per la scarsa complementarietà delle economie. Solo se le reti commerciali e di trasporto che la Cina ha interesse a costruire in Africa serviranno ad aumentare anche la capacità di esportazione dei paesi africani, oltre che a potenziare le rotte e destinazioni delle esportazioni cinesi, il risultato porterà benefici reciproci.

I NUMERI ANNUNCIATI DA XI

Xi ha annunciato anche che 10 dei 60 miliardi di prestiti saranno sotto forma di investimenti di imprese. Per le grandi imprese cinesi, l’Africa è un mercato in crescita. Nel 2016, i ricavi annui lordi di quelle impegnate in progetti di costruzione sono stati di 50 miliardi di dollari. La metà dei quali in soli cinque paesi: Algeria, Etiopia, Kenya, Angola e Nigeria. Sono gli stessi in cui si è registrato un forte aumento di lavoratori cinesi, in totale oltre 227 mila alla fine del 2016. La formazione che la Cina si impegna a finanziare in Africa, sempre nei paesi che più le interessano, potrebbe essere un segnale positivo verso una maggiore integrazione del mercato del lavoro locale, ma i risultati ancora non si vedono.

IL PESO DEL DEBITO

Infine, in alcuni paesi riceventi il peso marginale del debito nei confronti della Cina è molto alto, per esempio a Gibuti, il caso più eclatante, con la quasi totalità del debito estero (80 per cento del Pil) dovuto alla Cina, ma anche in Kenya e in Etiopia. Alla dipendenza economica e finanziaria si aggiunge quella politica dal creditore principale.

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ccc Italia

Vi spiego perché per Tria il sentiero della manovra è stretto

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]I[/ap_dropcaps]l commento dell’economista Giorgio La Malfa su numeri e rapporti fra ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e i leader di M5S e Lega in vista della manovra

Anche senza conoscere i termini precisi delle discussioni in seno al governo circa la prossima manovra finanziaria e senza prendere troppo sul serio le richieste o minacce di dimissioni annunciate e smentite intorno al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non è difficile immaginare che tipo di legge di bilancio emergerà nelle prossime settimane e quali prospettive ne discenderanno per l’economia italiana.

Il punto dal quale partire in questa esplorazione è che i partiti della maggioranza sanno benissimo che non possono permettersi di mandare via il ministro dell’Economia: troppi i rischi di esplosione dello spread. A livello politico la maggioranza ne è già consapevole, come si vede dalle dichiarazioni dei due leader della coalizione negli ultimi giorni, anche se non tutti dentro i rispettivi partiti se ne sono ancora resi conto. Comunque, per renderglielo più chiaro vi è stato ieri l’intervento, come si diceva un tempo, della cavalleria nella persona del Presidente della Bce Draghi ed anche le rozze dichiarazioni del Commissario Moscovici.

Pertanto Tria avrà via libera per scrivere un bilancio che sta più o meno nei limiti previsti dagli accordi precedenti con la Commissione Europea. Una cifra abbastanza vicina, intorno al 2%. Probabilmente Tria dirà che vuole stare un po’ sotto il 2. Di Maio e Salvini strilleranno e alla fine sarà all’incirca il 2. A quel punto la Commissione Europea, pur avendo costretto alla resa il governo Conte, fingerà di protestare per qualche decimale in più, ben sapendo che di fatto non è da scostamenti di questo ammontare che possono nascere i problemi.

Queste le cifre dei cosiddetti saldi. Dentro questi saldi, dovendo anche evitare gli aumenti dell’Iva, rimane poco spazio per cose nuove. Nel merito della manovra vi saranno salti mortali e capriole dialettiche. Alla fine Tria dovrà cedere alla retorica dei partiti di maggioranza, i quali chiedono spese correnti sotto forma di pensioni a un’età più bassa e sgravi fiscali (la Lega) e reddito di cittadinanza (i Cinque stelle).

Se dicesse davvero di no, magari per difendere l’idea di maggiori investimenti pubblici, probabilmente la coalizione non reggerebbe. Ma non è difficile prevedere che Tria si accontenterà di avere “salvato” i saldi e cercherà una soluzione “costruttiva” con la coalizione. La logica politica della situazione è che se Tria trova i soldi per le richieste di un partito dovrà trovarne altrettanti per le richieste dall’altro partito. Di che cifre si tratterà? Di cifre comunque compatibili con il deficit più o meno convenuto con la Commissione, cioè qualche punticino decimale.

Non grandi cifre, ma per trovarle Tria dovrà rinunziare del tutto ai propositi di rilanciare gli investimenti pubblici, cioè all’unica cosa seria dal punto di vista del sostegno alla ripresa economica del cosiddetto contratto di governo. Vi saranno frasi retoriche e molto fumo negli occhi, sotto forma di cifre buttate lì. Ma in realtà il blocco degli investimenti pubblici risolve anche il vero conflitto fra Lega e 5 Stelle sugli investimenti: se non ci sono i soldi, gli uni potranno continuare a difendere le grandi opere pubbliche e gli altri ad attaccarle, ma non litigheranno davanti ai cantieri aperti perché di cantieri non ce ne saranno.

L’esito di questa mediocre commedia? La totale continuità rispetto alle politiche della scorsa legislatura. Una crescita economica che continuerà ad essere asfittica, un rapporto fra debito pubblico e PIL che non diminuisce, come è avvenuto in tutti questi anni. Anche l’attuale ministro dell’Economia prometterà che la discesa del rapporto comincerà nel terzo anno di bilancio, in questo caso nel 2021, salvo spostare ogni anno, come il suo predecessore, il traguardo all’anno successivo. La Commissione Europea fingerà di credere a questi impegni, anche perché sa che, a un certo punto, quando gli interventi della BCE saranno definitivamente conclusi, i problemi nasceranno dai mercati.

Dunque tutto è cambiato sul piano politico, ma nulla cambia nella tradizionale rassegnazione di un paese che non riesce a darsi una politica che solleciti e favorisca una ripresa economica più vigorosa. E subisce quindi un declino inarrestabile per mancanza di un programma politico adeguato. Naturalmente queste che si sono fatte sono pure ipotesi. E’ possibile e soprattutto sarebbe auspicabile che le cose non vadano così e che i documenti di bilancio ci raccontino una storia diversa e migliore. Del resto questo è il senso del voto con cui gli elettori hanno condannato la classe politica del precedente governo. E dunque conviene attendere con fiducia. Si tratta solo di pochi giorni.

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ccc Fact Checking

Perché temo un’esplosione di spesa pubblica con il governo M5S-Lega

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]intervento di Giuliano Cazzola

Caro Gianfranco, a me hanno insegnato che gli errori in politica sono la conseguenza di analisi sbagliate. I miei ‘’maestri’’ iniziavano sempre i loro discorsi con lunghe e dettagliate analisi del contesto politico ed economico all’interno del quale eravamo tenuti ad agire. E in base a quel contesto giudicavano adeguata o meno la nostra iniziativa. Oggi a tanti decenni di distanza sono disposto ad ammettere che, in quell’organizzazione del pensiero, era facile scorgere un tentativo di assolvere i nostri limiti. Ma non è stato sempre così.

Ho avuto la fortuna di essere coinvolto in reali cambiamenti di prospettiva e di azione politica, sotto la guida di leader di cui si è persa persino la memoria. Non insisto più di tanto in queste considerazioni perché so bene che anche tu hai avuto una formazione politica simile alla mia. Credo però che le nostre differenti opinioni traggano origine proprio nelle differenti analisi della fase storica che attraversa (non) solo l’Europa.

Tu affermi che i veri nemici dell’Unione sono quelli che la difendono ‘’senza se e senza ma’’. A mio avviso sono invece, quelle forze emergenti (ma non troppo) che non vogliono un’altra Europa, ma lavorano per distruggerla – loro sì – “senza se e senza ma’’. A tutti i costi. Scusa se mi concedo un’altra licenza letteraria. Tra gli Stati nazionali e l’Unione esiste un rapporto analogo a quello intercorrente tra il dr. Jekyll e mister Hyde, ma in modo completamente invertito.

Nel racconto di Robert Stevenson, il compassato medico della buona società vittoriana è costretto cambiare personalità per poter soddisfare le pulsioni sado-masochiste che non gli sarebbero state consentite altrimenti. Nel nostro caso, invece, a fare la parte di mister Hyde sono gli Stati che si sono dati delle istituzioni e delle regole sovranazionali a presidio di virtù che da soli non sarebbero riusciti ad esprimere e ad esercitare. Il fatto è che come il mister Hyde – al quale, ad un certo punto, non riesce più la trasformazione nel dr. Jekyll – anche gli Stati europei rischiano di non essere più in grado di compiere il percorso contrario e di soccombere alle loro scomposte passioni. Jekyll torna ad essere tale solo quando Hyde viene ucciso.

Mi pare che la metafora chiarisca il mio pensiero. Oggi l’Europa è quello che è. Ma è come l’hanno voluta gli Stati nazionali a cui ha dato tanto di più – ha ragione il presidente Mattarella – di quello che ha ricevuto (e comunque ha meno dipendenti del Comune di Roma). I suoi avversari non intendono migliorarla, ma cancellarla dalla storia. Non si può stare in mezzo. Anche perché – questo sei tu ad insegnarmelo – le proposte dei sovranpopulisti peggioreranno la situazione; sono deleterie soprattutto per le prospettive dei loro Paesi; non assicurano alcuna crescita, ma solo un massiccio incremento di spesa pubblica destinato ad andare in corto circuito con lo sfascio dei conti pubblici sul lato delle entrate. Tutto ciò nel perseguimento di obiettivi non prioritari e contrari agli interessi delle giovani generazioni.

La Francia di Macron potrà anche superare la soglia canonica del deficit, ma non ha il nostro debito pubblico prima di tutto e poi le riforme le sta facendo, mentre noi ce le stiamo rimangiando. Quanto al documento di Paolo Savona che ha dato l’avvio al nostro dibattito, noto che in certi ambienti è stato accolto come se fosse un nuovo Manifesto di Ventotene (di cui riconosco la perdurante sopravvalutazione). Almeno in quella circostanza a sognare un’Europa diversa da quella che si stava scannando da anni, erano tre antifascisti reclusi al confino. Volenti o nolenti, con tutta la stima e il rispetto per Savona, egli è pur sempre un ministro– per usare le parole di Pierre Moscovici – di un governo di ‘’piccoli Mussolini’’. Per me è una differenza che conta ancora.

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ccc Insider

Mps, Carige, Popolare di Bari, che cosa succederà alla Gacs per gli Npl?

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi di Silvia Merler, Affiliate Fellow presso Bruegel (Bruxelles), sull’utilizzo delle Gacs delle cartolarizzazioni

(Le operazioni assistite da Gacs sono state oltre quella del Monte dei Paschi di Siena per circa 24 miliardi di euro (‘Project Valentine’); la cartolarizzazione, realizzata dal Gruppo Carige di un portafoglio di sofferenze dal valore di 938 milioni di euro; la cartolarizzazione del Credito Valtellinese relativa a un portafoglio di sofferenze da 1,4 miliardi di euro; le due cartolarizzazioni della Banca Popolare di Bari realizzate tra il 2016 e il 2017, con oggetto un portafoglio di sofferenze rispettivamente pari a 480 milioni di euro e 319 milioni di euro. Qui l’ultimo approfondimento di Start Magazine sulla base di un report di Kpmg e di seguito l’analisi di Merler tratta da Lavoce.info)

L’ANALISI DI LAVOCE.INFO SULLE GACS

La garanzia cartolarizzazione sofferenze è formalmente scaduta il 6 settembre. Il Tesoro ha richiesto un’estensione alla Commissione europea, che l’ha accordata. Ma come va il mercato italiano dei crediti deteriorati? E cosa possiamo aspettarci?

UNA GARANZIA PER I CREDITI DETERIORATI

La crisi economica ha avuto importanti ripercussioni sui bilanci delle banche italiane, che ancora fanno i conti con il fardello dei prestiti deteriorati (non-performing loans, Npl) accumulati negli anni passati. Per far fronte al problema, a febbraio 2016 è stato introdotto un meccanismo noto come “Gacs”, garanzia cartolarizzazione sofferenze.

Lo schema è formalmente scaduto il 6 settembre, ma il Tesoro ha richiestoun’estensione alla Commissione europea, che pare aver dato il suo assenso.

La Gacs ha l’obiettivo di facilitare lo smaltimento dei Npl grazie alla concessione di garanzie statali nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione che abbiano come sottostante crediti in sofferenza. Le garanzie possono essere richieste solo per le tranche senior– le meno rischiose – e le banche richiedenti sono tenute a pagare una commissione al Tesoro, a prezzo di mercato (motivo per cui la misura non costituisce aiuto di stato secondo le regole europee).

Come sta andando, quindi, il mercato dei crediti deteriorati? Dopo un continuo aumento nel periodo 2008-2016, lo stock dei crediti deteriorati nel sistema bancario italiano ha infatti iniziato a ridursi significativamente nel 2017 e 2018. Stando alle recenti statistiche della Banca d’Italia, il totale dei crediti deteriorati alla fine del primo trimestre di quest’anno era di 195 miliardi di euro (figura 1, sinistra). Le cosiddette “sofferenze” – che costituiscono il nocciolo più duro dei prestiti deteriorati – erano circa 132 miliardi a giugno 2018, in discesa del 34 per cento dalla fine del 2016 (figura 1, destra).

Figura 1 – Crediti deteriorati e sofferenze – Aggregato (miliardi di euro)

Fonte: Banca d’Italia

Nota: i grafici usano due serie diverse della Banca d’Italia.

L’Italia resta il paese con lo stock di crediti deteriorati più voluminoso in termini assoluti (figura 2, destra) ed è il quarto in Europa quanto a rapporto tra prestiti deteriorati e prestiti totali, ma il Npl ratio italiano si è ridotto in due anni di ben 5 punti percentuali (dal 16 all’11 per cento).

Figura 2 – Npl in Europa – Valori assoluti e rapporto percentuale

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 2017, il mercato Npl ha registrato transazioni per 72 miliardi di euro – contro un totale di 17 miliardi per il 2016 (figura 3). Anche il 2018 è iniziato bene: secondo ricerche di mercato, 37 miliardi di transazioni sarebbero già state concluse nei primi sei mesi dell’anno e il totale di fine-2018 potrebbe essere vicino a quello dell’anno scorso.

Sviluppi positivi sul mercato NPL, quindi. Ma quant’è il contributo della GACS? Alcuni aspetti problematici della garanzia erano stati discussi sul nostro sito in passato. Secondo una recente analisi della Commissione europea, si sono verificati alcuni problemi operativi sul fronte GACS: per esempio, l’assenza di dati dettagliati sui prestiti in portafoglio, soprattutto per le banche più piccole, ha rallentato le transazioni Gacs e il processo di valutazione da parte delle agenzie di rating. Al tempo stesso, la Commissione rileva che alcune banche esitano di fronte al costo dei miglioramenti nella qualità dei dati e della gestione dei Npl, necessari per partecipare alla Gacs.

La prima transazione Gacs si è avuta su richiesta della Banca Popolare di Bari, e successivamente l’uso della garanzia è aumentato fino a 20 miliardi nel 2017 ed è in rotta verso i 40 miliardi quest’anno. Nel 2017, la Gacs è stata usata per il 5 per cento delle transazioni Npl, ma si è trattato tendenzialmente di operazioni ridotte, in termini di volume (figura 4).

Figura 3 – 2017, transazioni Npl per tipo di portafoglio – Volume e numero di transazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Banca Ifis

Figura 4 – 2017, transazioni Npl per metodo di disposizione

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Banca Ifis

UNA TENDENZA DESTINATA A CONTINUARE?

I recenti dati sul mercato Npl sono decisamente positivi. La ripresa economica ha senz’altro giocato un ruolo fondamentale nello smaltimento dei crediti deteriorati osservato durante gli scorsi due anni. Sulla Gacs, la valutazione è più mista: da un lato è stata applicata finora a transazioni relativamente limitate, dall’altro l’uso della garanzia è aumentato nel tempo e i problemi rilevati nel rapporto della Commissione Europea potrebbero essere mitigati in futuro, se la Gacs si dimostrasse strumento efficace per lo smaltimento dei Npl.

Affinché ciò avvenga, occorre però prima di tutto garantire certezze sul fronte economico e politico. Le aspettative degli investitori sono infatti fondamentali per un mercato come quello dei Npl. Un recente rapporto di PwC, per esempio, sottolinea come ci siano stati importanti cambiamenti nel mercato di gestione e recupero dei crediti deteriorati con l’ingresso di “servicer” internazionali, in cerca di opportunità soprattutto nella gestione e recupero delle inadempienze probabili (unlikely to pay), attualmente circa il 22 per cento dei crediti deteriorati italiani (figura 1).

Queste aspettative potrebbero però cambiare alla luce delle posizioni del nuovo governo in materia di recupero dei crediti da parte di banche e società: il programma di governo per esempio include l’intenzione di sopprimere qualunque norma che consenta l’azione nei confronti dei cittadini debitori senza preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria – un provvedimento che potrebbe rallentare e complicare il processo di recupero crediti.

In due anni, i crediti deteriorati in rapporto ai prestiti totali sono diminuiti di 5 punti percentuali. Si tratta di un miglioramento certamente significativo e suggerisce che il mercato Npl in Italia sia avviato nella giusta direzione. Ma la strada è ancora lunga e sarebbe sbagliato pensare che la garanzia statale sia una panacea per il settore bancario italiano, se non ci sono certezze sul fronte economico e politico. I prossimi mesi, le prossime mosse del governo, giocheranno il ruolo più importante nel determinare se la tendenza positiva che abbiamo visto negli ultimi due anni continuerà.

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ccc Italia

Tempi e modi della manovra, ecco dettagli e rumors

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]M[/ap_dropcaps]aggioranza di governo e ministri al lavoro sulla prossima Legge di Bilancio. Ecco fatti, numeri e indiscrezioni fra tempi e modi della manovra.

CHE COSA DICE BRUXELLES

Nella sua ultima raccomandazione, la Commissione europea ha chiesto all’Italia un aggiustamento strutturale di 0,6 punti del Pil sul 2019, ma potrebbe accontentarsi anche dello 0,1.

GLI OBIETTIVI

Un obiettivo conseguibile, fanno notare gli addetti ai lavori di cose europee, se il deficit nominale non sarà fissato oltre l’1,6-1,7% del Pil, come filtra dal Tesoro. In base a quanto previsto dal Patto di stabilità e dal Fiscal compact, tanto potrebbe bastare affinché la valutazione sul rispetto delle regole possa slittare di un anno.

LO SCENARIO

Nel caso in cui la correzione fosse inferiore o ci fosse addirittura un aumento del deficit, la Commissione sarebbe invece costretta a chiedere un intervento correttivo prima ancora di esprimere il suo parare sulla manovra, atteso per il 30 novembre.

CHE COSA DICE LA LEGA

Claudio Borghi, presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera ed economista, non ha escluso che l’asticella possa fermarsi un po’ più in alto rispetto all’1,6% consentendo al governo di mettere “più soldi nelle tasche dei cittadini”.

LA TEMPISTICA

Per capire quali sono i margini in cui muoversi bisogna aspettare ancora: la data è quella del 21 settembre, quando l’Istat diffonderà i dati sul prodotto interno lordo, e si potrà aggiornare il quadro dei conti. Che finirà velocemente nella nota di aggiornamento al Def che il governo deve presentare al Parlamento entro il 27 settembre, insieme al quadro programmatico delle riforme in cui verrà riportato quello che è considerato prioritario tra le pagine del contratto di governo: flat tax, pensioni, reddito di cittadinanza.

LA LEGGE DI BILANCIO

Resta da vedere come andrà a finire la lotta sullo spazio che ciascuna troverà nella legge di Bilancio che deve essere pronta tra un mese, entro il 15 ottobre.

I RUMORS PARLAMENTARI

Secondo indiscrezioni parlamentari, Lega e M5S avranno a disposizione lo stesso tesoretto per alimentare le rispettive priorità, una cifra che varia tra i cinque e gli otto miliardi di euro.

IL CANTIERE DELLA LEGA

Nel Carroccio si lavora sulla flat tax, che costerebbe circa 5 miliardi di euro nel 2019, e su quota 100, che potrebbe arrivare ad altri 8 miliardi. Sul versante coperture, i leghisti contano sulla pace fiscale, che sperano porti nelle casse dello Stato tra i 3 i 5 miliardi. Ma pure sul bonus degli 80 euro di Renzi, che vale dieci miliardi l’anno e potrebbe essere trasformato andando ad alimentare la flat tax al 15% per le partite Iva fino a 65mila euro e al 20% tra i 65mila e 100mila.

I PENTASTELLATI AL LAVORO

Sul fronte pentastellato si cercano di far quadrare i conti per il reddito di cittadinanza, o meglio la pensione di cittadinanza con l’aumento degli assegni minimi a 780 euro: difficile che si arrivi a trovare i dieci miliardi sperati, si ragiona sulla cifra di 7-8 miliardi di euro ipotizzata dai tecnici. Solo il potenziamento dei centri per l’impiego, però, vale 2 miliardi di euro. L’unica copertura individuata è quella del Rei, il Reddito di inserimento del governo Gentiloni che vale poco più di 2,9 miliardi di euro.

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ccc Dal mondo

Tutte le convergenze parallele fra Russia e Giappone

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]I[/ap_dropcaps]l commento di Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di geopolitica economica, sui rapporti fra Russia e Giappone

Perché Vladimir Putin ha proposto apertamente e proprio ora a Shinzo Abe un accordo economico che implica il ritorno da parte della Russia delle isole Kurili al Giappone e la sigla di un trattato di pace mai firmato dal 1945?

I negoziati tra Mosca e Tokyo, in corso da anni, non sono una sorpresa, ma lo è che Putin abbia deciso di chiuderli con un accordo non gradito ai nazionalisti russi (quindi con un certo rischio politico) e, soprattutto, che Abe abbia evidentemente concordato con Putin stesso, pur pubblicamente restando silenzioso, una convergenza che disturba sia Cina sia Stati Uniti.

È una mossa di Abe per segnalare a Trump che se continua a daziare l’export nipponico, allora Tokyo ha alternative geopolitiche? Washington finora ha compresso il Giappone ritenendo che non abbia alternative alla dipendenza dall’America. Abe sta mostrando, non solo a Trump, ma anche agli industriali nipponici (Keindanren) tentati di cedere all’influenza cinese, che, invece, un’alternativa ce l’ha verso la Russia e non solo via trattato di libero scambio con l’Ue. Parlando per primo, soprattutto, Putin ha concesso ad Abe di calibrare tatticamente la convergenza con la Russia in relazione alle controreazioni dell’America. Questa concessione è la sorpresa più forte.

Putin ha bisogno di investimenti perché la situazione economica interna è stagnante e declinante. Non ne vuole troppi, perché condizionanti, dalla Cina con cui è sì in relazione di collaborazione temporanea, ma entro uno scenario di conflitto nel futuro, non solo per impedirne il dominio dell’Eurasia, ma per bilanciarne il potere a livello globale.

Finora Putin ha perseguito il riconoscimento da parte di Washington dello status di potere globale alla pari offrendo in cambio il contenimento dell’espansione cinese nel mondo, obiettivo che, per esempio, spiega l’enorme sforzo di influenza in Africa mentre le cronache riportano solo quello cinese. Ma si è reso conto che Trump, pur favorevole, non ha il consenso interno e quindi sta cercando strategie alternative per creare una propria area globale, non solo regionale, di influenza.

Probabilmente ciò spiega l’offerta al Giappone e una futura all’Ue. L’America, come sta facendo con Messico e Canada, cercherà di riparare le relazioni con Tokyo e dissuaderà Berlino.

La Cina intensificherà le seduzioni verso Mosca, Tokyo ed europei. Ma Russia e Giappone hanno motivi di utilità tecnica e basi sociali imperiali con umori di riscatto che rendono probabile una loro duratura relazione strategica. Il business italiano dovrebbe seguire con attenzione questo nuovo sviluppo.

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ccc Dal mondo

Come far valere le buone ragioni dell’Italia in Europa su economia e migranti

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi di Marco Rocco sulla migliore strategia che deve seguire l’Italia in Europa

Da attento osservatore sono ogni giorno più incredulo nell’osservare lo sperpero dell’enorme vantaggio competitivo italico in relazione ad alcune gravi problematiche EUropee, con una gestione da parte dei governanti italiani spesso inaccettabile.

Dico questo essendo ben conscio di andare contro corrente: il problema è che mi interfaccio quotidianamente con amici stranieri, non parlo di italiani emigrati come me, che mi fanno vedere le cose senza essere di parte. Li devo ringraziare. Sono dunque a cercare di condividere l’insegnamento tratto.

Prima di tutto non va dimenticato che la gran parte degli stranieri non sono assolutamente interessati a criticare “specialmente” l’Italia, come invece verrebbe da pensare leggendo i principali quotidiani italiani! Molti europei stanno infatti dalla parte dell’Italia e del suo governo attuale non solo relativamente al problema dei migranti, tutto sommato un dettaglio, ma anche e soprattutto in tema di misure economiche EU.

Il secondo aspetto da analizzare è che nel merito dell’immigrazione incontrollata dall’Africa centrale (dove di norma la Francia ex coloniale opera), immigrazione che scelleratamente i passati 4 governi italiani di concerto con Bruxelles avevano concordato di concentrare di fatto in Italia (e in Grecia) senza possibilità di ri-ricollocazione all’interno dell’Unione, Matteo Salvini pur avendo totale ragione sta facendo una serie di errori tali da mettere a repentaglio il buon esito dei suoi giusti indirizzi.

Mi spiego: sarebbe bastato andare in TV e presentare cartesianamente i dati fattuali su quanti migranti sono arrivati in Italia negli scorsi 2 anni, dall’ottobre 2015 quando si firmò l’accordo con l’EU, specificando dati alla mano che i cd. “partner” EU non hanno rispettato l’accordo EU per la ripartizione degli stessi. E quindi – senza polemiche – fino a quando tutti i paesi europei non avessero assorbito la quota migranti loro spettante – numeri alla mano per ciascun paese EU – l’Italia non avrebbe permesso a nessun immigrato di sbarcare. Semplice, efficace e soprattutto fattuale.
Invece no, si continua ad andare in TV ad alzare la voce. Vada per il caso Aquarius, il primo, ma poi a continuare con i litigi si rischia di passare dalla parte del torto.

Lato economico è anche più facile mettere l’EU all’angolo, basta focalizzarsi – encore – sui fatti: cosa ha fatto l’EU in passato a livello economico? I risultati delle policies austere sono stati un successo? Quali esempi ci sono?

Sarebbe semplicissimo, davvero semplice, focalizzarsi sulla madre di tutti i disastri economico-finanziari causati dall’EU, quello della Grecia. Pensate che nel caso ellenico lo stesso FMI ha riconosciuto che con Atene si è sbagliato, si è usata troppa austerità, si sono sbagliati i conti! E purtroppo chi ha operato in tale senso a livello istituzionale – nomi e cognomi intendo – hanno addirittura fatto carriera, non dico essere puniti (forse si sarebbe anche dovuto, mia opinione) ma almeno essere messi da parte, quello sì! [ad es. C. Cottarelli, O. Blanchard, C. Lagarde, W. Schauble, la stessa A. Merkel]. No, nulla di tutto questo, nella gran parte dei casi i responsabili ricoprono ancora ruoli apicali in Europa e/o sono addirittura considerati dei “validi esperti” in materia (…).

Dunque, volendo raggiungere risultati importanti basterebbe evidenziare pubblicamente, all’unisono e a tutto tondo che l’EU ha sbagliato con la Grecia, anzi ha causato danni enormi. E che tali danni dovranno essere ripagati: il fatto di aver portato la mortalità infantile in Grecia a livello di un paese del terzo di mondo non è solo un danno ma una vergogna europea. A scanso di equivoci, chi scrive si vergogna di essere europeo con tale esempio innanzi!
Va infatti ricordato – fatti, sentenze ecc. – come gran parte delle corruzioni politiche che sono state alla base del disastro ellenico furono determinate da tangenti pagate da aziende spesso dello stesso paese (Germania) che più ha chiesto austerità. Anche questi sono fatti: lo scandalo degli armamenti tedeschi venduti ad Atene, di Siemens, dei lavori per le Olimpiadi sono tutti scandali, anzi tutti danni, determinati dalla volontà di un corruttore (un’azienda tedesca) di pagare tangenti per ottenere favori da un politico corrotto (ellenico).

Or dunque la faccenda appare un po’ diversa da come ce l’hanno presentata fino ad oggi i media, che dite? A maggior ragione se si ricorda che fu la stessa televisione di Stato tedesca, Ard, a candidamente confermare che la Grecia è stata trattata da Berlino come una colonia! Infatti i preziosi aeroporti greci sono stati acquisiti di fatto dallo stato tedesco dopo aver costretto il governo ellenico a svendere via troika (fatto anche questo). Vedete come cambia la prospettiva…

In tutto questo non dimentichiamo che addirittura per estromettere l’ingombrante ministro Varoufakis – le cui parole profetiche sono state vendicate degli eventi 4 anni dopo, visto che aveva sostanzialmente ragione nelle sue tesi che prevedevano il disastro greco causa austerità euroimposta – fu oggetto di un video (falso) di fatto commissionato con tecniche da servizi segreti (tedeschi) per metterlo alla berlina, ossia per convincere l’opinione pubblica tedesca ed Europea che egli aveva mostrato il dito medio in TV. La realtà era invece che i servizi segreti tedeschi o qualcosa di simile commissionarono la creazione di tale falso per rovinare la reputazione pubblica del ministro greco. Situazione che a rileggerla ha molte, troppe attinenze con il dossier falso dell’agente dei servizi segreti inglesi Richard Steele nel dossier (falso) contro Donald Trump di 18 mesi fa (…).

In soldoni, per mettere l’EU spalle al muro basterebbe che l’Italia chiedesse oggi di valutare i danni arrecati alla Grecia causa eccesso di austerità, imponendo di pagare per i danni arrecati. E rivolgendosi direttamente all’EU. Questa mossa, oltre a lavare sebbene solo parzialmente la vergogna di aver messo un paese alla fame, permetterebbe di evitare trattamenti simili in futuro anche ad altri (…), forzando flessibilità EUropea. Ossia aiutando Paolo Savona. A maggior ragione visto che entro fine anno il parlamento greco discuterà sui famosi danni di guerra di 75 anni fa (leggasi furto di oro) da parte dei nazisti, danni anche in quel caso mai ripagati.

In tutto questo un aspetto sostanziale non va dimenticato: il caso greco dell’austerità euroimposta contro la Grecia è un primizia mondiale. Infatti come il Paul Craig Roberts ha ben illustrato definendolo addirittura “un genocidio”, in casi simili di eccesso statale di debito la norma è sempre stata di tagliare bellamente parte di quanto dovuto ai creditori, il cd. haircut. Nel caso dell’EU con Atene no, primo caso mondialmente gestito almeno dal 1900: si è tenuto il debito integro evitando esclusivamente il pagamento degli interessi!

Se l’Italia fosse davvero scaltra, prima di chiedere flessibilità dovrebbe azionare il “grilletto greco” mirato a far ripagare i danni causati dall’austerità EU contro Atene. Sarebbe uno scudo anche per se stessi!

E qui torniamo al problema della meritocrazia in Italia, che non esiste: forse i governanti gialloverdi dovrebbero circondarsi di gente che non ha come scopo principe quello di andare ad spellarsi le mani sotto il palco mentre il Salvini di turno fa il comizio; all’estero pensano che è meglio apportare valore con le idee anche se non necessariamente sdoganate dalla cd. conventional wisdom. Nel caso italiano tragicamente “alla romana”.

Continua...

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