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Mosse e contromosse di Conte e Salvini nel governo

I Graffi di Damato sull’animosità, i sospetti, la paura e quant’altro di Conte verso Salvini 

Temo che non sarà sufficiente al povero Giuseppe Conte lo scafandro in cui Emilio Giannelli lo ha infilato sulla prima pagina del Corriere della Sera per fargli “conquistare lo spazio” o le profondità, secondo i gusti, della cosiddetta fase 2 del governo gialloverde, incautamente autoassegnatasi dal presidente del Consiglio nelle pur proibitive condizioni politiche createsi con i risultati delle elezioni europee del 26 maggio. Esse consistono nel forte, a dir poco, soprasso dei leghisti sui grillini, nel ritrovato bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra nelle amministrazioni locali, nel marasma rimasto o addirittura aumentato nel movimento delle 5 stelle col frettoloso salvataggio digitale della leadership ammaccata di Luigi Di Maio e nella procedura europea di infrazione per eccesso di debito messa in cantiere dalla pur uscente commissione di Bruxelles. Al cui presidente in persona, il lussemburghese Jean Claude Juncker non è parso vero vendicarsi di nuovo delle volte in cui dall’Italia il leghista Matteo Salvini, ora diventato il capo del partito più votato, gli ha dato dell’ubriacone.

LA PARTITA APERTA CON BRUXELLES SUI CONTI

Farete con i vostri conti una brutta fine, ci ha mandato a dire Juncker soffiando sulla procedura d’infrazione con quel poco d’aria che gli è rimasta nei polmoni politici di capo della Commissione europea. E Conte dall’interno dello scafandro, anziché restarsene zitto, come forse preferiva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sempre prodigo di consigli alla prudenza nei rapporti con Bruxelles e dintorni, ha mandato Juncker a quel paese rinfacciandogli gli errori commessi a suo tempo, sempre a Bruxelles, contro la Grecia e riconosciuti col solito ritardo, a danni già compiuti e irreparabili, dallo stesso presidente scaduto della Commissione.

LA POSIZIONE DI CONTE VERSO SALVINI

Con questa reazione, tuttavia, Conte non ha soltanto derogato alla cautela d’ispirazione quirinalizia. Egli si è sbilanciato, con tutto quel peso addosso, verso la posizione che dovrebbe temere di più, o dalla quale Giannelli ha cercato di proteggerlo maggiormente con quella vignetta: la posizione per nulla remissiva di Salvini. Che lo stesso Conte avverte così minacciosamente da averlo ammonito dopo le elezioni del 26 maggio a darsi una regolata per avere vinto solo una partita giocata fuori dal Parlamento nazionale, dove i rapporti di forza sono rimasti quelli di prima, e non potranno cambiare senza ricorrere alle elezioni anticipate, se lui avrà il coraggio di reclamarle davvero, assumendosene le responsabilità e soprattutto convincendo il presidente della Repubblica a dargliele.

L’animosità, i sospetti, la paura e quant’altro di Conte verso Salvini si ritrovano in un titolo galeotto del Fatto Quotidiano in prima pagina, dove spesso fanno dire al presidente del Consiglio quello che vorrebbero sentirgli gridare, arrivando nella scorsa settimana il direttore Marco Travaglio persino a tradurre in un editoriale quello che si aspettava di sentir dire il giorno dopo a Palazzo Chigi dal capo del governo nella conferenza stampa annunciata urbi ed orbi. “Sfuriata di Conte a Salvini”, ha sparato con le sue pallottole di carta il direttore del Fatto facendogli spiegare: “Basta dipingermi come il nuovo Monti, sennò ti sbugiardo”.

Immagino i brividi nella schiena del ministro dell’Interno nel suo appartamento di servizio, a pochi passi da Piazza Venezia e dal fatidico balcone su cui chissà quante volte i suoi avversari vorrebbero vederlo per meglio apparentarlo al Duce, come hanno fatto nella campagna elettorale cogliendolo in fallo da comizio su un terrazzo a Forlì, peraltro conquistandone poi il Comune.

IL TIRA E MOLLA SUL DECRETO SICUREZZA BIS

Nella foga demolitrice del “capitano” o del “truce”, come preferisce chiamarlo sul Foglio Giuliano Ferrara, al Fatto Quotidiano hanno anche incorniciato il dispetto, diciamo così, fatto a Salvini, in concorso fra loro da Palazzo Chigi e dal Quirinale, sforbiciandogli il tanto atteso e reclamizzato decreto legge bis sulla sicurezza, in modo da toglierli “le multe per i migranti” salvati in mare. Ma al manifesto sono stati più avveduti ripiegando su un titolo di copertina che dice “Raggiro di vite”. E il raggiro sta nel fatto che le multe non sono state rimosse, ma lasciate: “da 10 a 50 mila euro per i comandanti e gli armatori che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane impartito dal ministro dell’Interno”. In caso di recidiva “i prefetti”, non quindi i magistrati, “possono disporre -dice il decreto- la confisca dell’imbarcazione”, per la cui custodia sono stati stanziati 500 mila euro per quest’anno e un milione di euro per ciascuno dei due anni successivi.

 

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