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Da “il miglior candidato possibile” a “servono profili politici”. La giravolta di Meloni su Michetti

Meloni Michetti

Meloni scarica il suo pupillo, ma dimentica cosa diceva soltanto poche settimane fa su Enrico Michetti, candidato che ha imposto a Salvini e Berlusconi

“Michetti è mister Wolf che risolve i problemi…”, diceva il 31 maggio Giorgia Meloni, sponsorizzando il suo candidato alla stampa. In realtà Enrico Michetti, di problemi, ne ha soprattutto creati, tra inciampi e gaffe, con le sue partecipazioni a radio che diffondono balle su virus, cure al cancro e vaccini e, per non farsi mancare sulla, pure farneticazioni sulla Shoah («Ogni anno si girano e si finanziano 40 film sulla Shoah, viaggi della memoria, iniziative culturali di ogni genere nel ricordo di quell’orrenda persecuzione. E sin qui nulla quaestio, ci mancherebbe. Ma mi chiedo perché la stessa pietà e la stessa considerazione non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe, nei campi profughi, negli eccidi di massa che ancora insanguinano il pianeta. Forse perché non possedevano banche e non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta». Lo scriveva, il 19 febbraio 2020 sul sito di Radio Radio, proprio Enrico Michetti, in un articolo ripescato dal Manifesto).

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Una campagna elettorale partita al grido, autoironico, “Michetti chi?” – perché lo stesso entourage del candidato non ha mai saputo come far conoscere quell’illustre sconosciuto ai propri concittadini – e mai decollata davvero. C’è una immagine che, più di tante, testimonia il fatto che il povero Michetti fosse stato scaricato dai partiti (in primis da Giorgetti), perfino da Giorgia Meloni, prima delle urne.

 

 

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Si trova ancora adesso sul profilo Instagram della Leader di Fratelli d’Italia: Forza Michetti è la scritta che troneggia su due foto, peccato che, soprattutto nella seconda, Michetti quasi non si vede. Compare chiunque, da Sgarbi a Lupi passando per Cesa, messi lì quasi più per oscurare il candidato che per altri motivi. Tanto, appunto, lo slogan è sempre stato “Michetti chi?”. Domanda che i romani si sono posti, ma alla quale il centrodestra non ha saputo dare risposta, se al ballottaggio il tribuno radiofonico ha incassato appena 35mila preferenze in più rispetto al primo turno, soverchiato da Roberto Gualtieri, che certo non vanta chissà quale presenza scenica.

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E così, mentre Matteo Salvini si lambiccava con strane operazioni algebriche (“nei comuni più piccoli il centrodestra aumenta di due i sindaci che aveva prima del voto”: tutto vero, se si tace che nelle grandi il centrodestra mantiene solo Trieste), Giorgia Meloni già disconosceva il suo pupillo: “Per le prossime amministrative consiglio di ripartire da profili politici”.

 

Ma, soprattutto, replicando al sindaco di Milano, Giuseppe Sala, secondo cui “quando la destra ha cercato di pescare nella società civile ha accumulato tanti ‘no grazie’ e farebbe bene a chiedersi perché”, la leader di FdI ammetteva: “se uno deve affrontare una campagna elettorale come quella che hanno affrontato Damilano e Michetti è comprensibile”.  Insomma, il centrodestra ha giocato la battaglia coi soldati che si è ritrovato sul campo, senza poterli scegliere.

Enrico Michetti

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Peccato che all’inizio della campagna elettorale Meloni pronunciasse ben altre parole sul “tecnico”, sì “ma anche empatico” Michetti: “non ha pari in termini di competenza, altrimenti non riesci nemmeno a essere sicuro che sulla targa scrivano bene il nome di un ex presidente della Repubblica”. “Michetti – scandiva la numero 1 di Fratelli d’Italia da Giletti – è il miglior candidato possibile per il centrodestra”. Lo ha mai creduto davvero?

 

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