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Cosa c’è nell’ultima bozza di decreto fiscale

Dalla Cigs a Rfi passando per Lotteria degli Scontrini e Bcc. Tutte le misure (e il testo della bozza) che andranno lunedì in Consiglio dei ministri nella bozza dell’11 ottobre

Proroga di 12 mesi per la mobilità in deroga, lotteria degli scontrini, disciplina del gruppo Iva per il Gruppo Bcc, taglio delle sanzioni per chi emette in ritardo la e-fattura ma solo per i primi sei mesi del periodo d’imposta. Sono alcune delle novità della bozza di decreto fiscale che lunedì andrà in Consiglio dei ministri.

LE MISURE: DALLA CIGS A RFI PASSANDO PER LOTTERIA DEGLI SCONTRINI E BCC

Nella nuova bozza del dl fiscale trova spazio la proroga di 12 mesi per la mobilità in deroga nelle aree di crisi e scompare la soglia minima di 100 lavoratori per usufruire della Cigs. Dal 1 gennaio 2020 partirà inoltre la lotteria degli scontrini. Mentre viene stabilito esplicitamente che il Gruppo Bcc non potrà costituire un gruppo Iva: il rappresentante di gruppo dovrà essere la capogruppo e che la disciplina valga da gennaio 2019. Il decreto legge fiscale abbassa, poi, le sanzioni per chi emette tardi la e-fattura ma solo per i primi sei mesi del periodo d’imposta 2019 riducendole del 20% per chi slitta al mese o trimestre successivo.

Altra novità è la previsione di annullamento automatico – alla data del 31 dicembre 2018, dei debiti di importo residuo fino a mille euro calcolati alla data di entrata in vigore della legge e comprensivi di capitale interessi affidati agli agenti della riscossione dal 1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2010

Inoltre viene previsto l’obbligo di comunicazione telematica dei corrispettivi Iva e vengono introdotte una serie di semplificazioni legate all’obbligo di fatturazione elettronica e a un credito d’imposta del 50% per ammodernare gli strumenti. In base ai calcoli dell’Agenzia delle Entrate i soggetti coinvolti sono oltre un milione. La relazione tecnica al decreto stima 300 milioni di entrate nel 2019.

Arrivano infine 540 milioni in totale per il contratto di programma di RFI con il Ministero delle Infrastrutture, 10 milioni nel 2018 per favorire la ristrutturazione dell’autotrasporto, l’intermodalità e il trasporto combinato, 15 milioni in più per il fondo per il finanziamento degli interventi di adeguamento del porto di Genova e 735 milioni per il Fondo di garanzia per le PMI nel 2018. (qui il testo completo della bozza)

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Privacy. Le incertezze del M5S e della Casaleggio Associati

Secondo Daniela Aiuto, Europarlamentare M5S che ha da poco lasciato il MoVimento, il partito di Di Maio avrebbe imposto agli eletti di consegnare le password dei loro profili social. Una palese (e grave, se vera) violazione della Privacy, per di più ai danni di personaggi pubblici e con incarichi istituzionali.

I dubbi sulle dichiarazioni della Aiuto sono legittimi, dal momento che la stessa si era autosospesa dal M5S per aver finanziato con i soldi della UE una ricerca, che era però – in buona parte – un copia e incolla da Wikipedia (per altro, non proprio una fonte a prova di bomba).

L’intervista di Daniela Aiuto

Tuttavia, quando dichiarato da Daniela Aiuto in una lunga intervista, rilasciata all’indomani dal definitivo addio dal M5S, trova dei riscontri nella cronaca recente: politici sotto schiaffo dello staff di comunicazione, una certa malsopportazione per dichiarazioni pubbliche non preventivamente approvate dagli uomini della Casaleggio Associati.

L’intervista dei soci della Casaleggio Associati

Anche se nel quartier generale di Ivrea negano di occuparsi di politica. Lagnano anzi il fatto di essere stati danneggiati dalla esposizione mediatica del M5S, creatura di quel Gianroberto Casaleggio che della Casaleggio Associati fu amministratore delegato e principale animatore ed ispiratore. Davide Casaleggio, Luca Eleuteri e Maurizio Benzi lo hanno dichiarato in una intervista rilasciata a Raffaele Leone e Carmelo Caruso per Panorama, nella quale ricostruiscono anche la storia della loro azienda. Che, sempre stando alle parole dei manager, ha anticipato i tempi, ci ha visto giusto, ha saputo interpretare al meglio alcuni cambiamenti. Dei mercati, certo, ma molto di più del modo di comunicare e di costruire il consenso. Basti pensare al Blog di Beppe Grillo, capolavoro comunicativo della società di Ivrea, intuizione di Gianronerto Casaleggio.

La comunicazione nel M5S secondo Daniela Aiuto

E delle intuizioni di Gianroberto Casaleggio in materia di comunicazione ha fatto tesoro il M5S di Luigi Di Maio e Rocco Casalino. Una gestione verticistica che tutti i cronisti politici conoscono, e che forse potrebbero riconoscere nelle parole di Daniela Aiuto: “Nel Movimento 5 Stelle gli eletti sono al servizio della comunicazione, e non il contrario. Comunicazione fatta di persone di solito provenienti dalla Casaleggio, o scelte lì. Queste persone sono diventate il gestore delle nostre e sistenze, non della comunicazione soltanto. Non faccio di tutta l’erba un fascio, nel Movimento ci sono tantissime persone che stimo. Io metto in discussione la subalternità di tutti alla comunicazione, cioè alla Casaleggio”.

Maurizio Benzi, supporter di Buttarelli (e della Privacy)

Eppure, alcune di queste pratiche (come ad esempio l’obbligo a condividere le password dei social network) sembrano essere in disaccordo con le convinzioni di alcuni dei soci della Casaleggio. Di Maurizio Benzi, in particolare, che pochi giorni fa su Twitter (un social, ca va san dir) plaudeva entusiasta alle parole di Giovanni Buttarelli, garante UE della Privacy, che ha dichiarato in una intervista a Michele Mezza “il potere dei proprietari delle soluzioni, dei dispositivi di servizio, travalica il ruolo e diventa un dominio assoluto che arriva ad asservire gli altri soggetti. Questa asimmetria va considerata provvisoria e dannosa.”.
E’ proprio questo il passaggio che lo stesso Maurizio Benzi definisce “Perfetto”. Avrà avuto in mente il sistema Rousseau, soluzione proprietaria della Casaleggio Associati, che secondo Buttarelli, in questo ruolo opera un “dominio assoluto che arriva ad asservire altri soggetti”?

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Manovra, ecco le misure del dl fiscale

Rottamazione delle cartelle, definizione agevolata delle controversie tributarie, lotteria degli scontrini e modifiche alle accise. Queste alcune delle novità della bozza di decreto visionata da Policy Maker

Arriva la prima bozza del dl fiscale a cui sta lavorando il governo che Policy Maker è in grado di anticipare. Il titolo I si occupa di Rottamazione delle cartelle e della nuova disciplina del discarico di riscossione; di Definizione agevolata delle controversie tributarie; di Flat tax – dichiarazione integrativa; della trasmissione telematica dei corrispettivi e della lotteria degli scontrini; di cogenerazione; di Sterilizzazione degli aumenti delle accise dei prodotti energetici (RGS); dell’estensione dell’Istituto del gruppo Uva ai gruppo bancari cooperativi. Il Titolo II “Altre disposizioni urgenti” di Missioni di pace, pulizia Bilancio 2018, transazioni PayBack, commissari Calabria Molise per i piani di rientro, di una norma sulla giustizia riguardante Equitalia, della proroga del prestito Alitalia, dell’anticipo delle FF.SS., del Fondo di Garanzia e FSC, del Fondo 300 milioni e del Fondo ristoro risparmiatori. Quest’ultima parte, tuttavia, è ancora da scrivere.

LA ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE

Pace fiscale, Flat tax, Startup. Ecco il pacchetto tributario della Lega in vista della manovraInnanzitutto prevede una nuova definizione agevolata dei carichi affidati agli agenti della riscossione. Il debitore potrà beneficiare dell’abbattimento delle sanzioni comprese nel carico e degli interessi di mora, come nelle due precedenti “rottamazioni” ma, rispetto ad esse, fruirà di condizioni più favorevoli, poiché potrà effettuare il pagamento delle somme dovute in un arco di tempo particolarmente ampio (cinque anni); potrà utilizzare in compensazione, per tutti i versamenti necessari a perfezionare la definizione, i crediti non prescritti, certi liquidi ed esigibili, per somministrazioni, forniture, appalti e servizi, anche professionali, maturati nei confronti della PA; se eseguirà il pagamento in forma rateale, sarà assoggettato ad un tasso di interesse molto ridotto, pari allo 0,3%, anziché a quello del 4,5%; provvedendo al versamento della prima o unica rata delle somme dovute potrà ottenere l’estinzione delle procedure esecutive avviate prima dell’adesione alla definizione.

In termini generali, si prevede che i debiti risultanti dai carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 possano essere estinti con il pagamento del capitale e degli interessi iscritti a ruolo (nonché dell’aggio, dei diritti di notifica della cartella di pagamento e delle spese esecutive eventualmente maturate), senza versare le sanzioni incluse negli stessi carichi, gli interessi di mora e le cosiddette “sanzioni civili”, accessorie ai crediti di natura previdenziale. Viene consentito il pagamento dilazionato delle somme dovute, in unica soluzione entro il 31 luglio 2019, ovvero in un numero massimo di dieci rate consecutive e di pari importo. E tali rate scadranno il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2019. In caso di pagamento rateale gli interessi da corrispondere sono calcolati al tasso dello 0,3% annuo

Si pongono a carico dell’agente della riscossione l’onere di fornire i dati necessari ad individuare i carichi definibili presso i propri sportelli e in apposita area del suo sito internet. Il debitore, per aderire alla definizione, deve presentare, entro il 30 aprile 2019, una dichiarazione all’agente della riscossione, con le modalità e in conformità alla modulistica pubblicate dallo stesso agente sul proprio sito internet entro quindici giorni dall’entrata in vigore del decreto legge; nella dichiarazione dovrà essere indicato anche il numero di rate prescelto per l’eventuale pagamento dilazionato. In questa dichiarazione il debitore dovrà inoltre assumere l’impegno a rinunciare ai giudizi pendenti relativi ai carichi che intende definire. Tali giudizi verranno sospesi dal giudice, fino al pagamento di quanto dovuto. Successivamente, il giudizio si estinguerà a seguito della produzione, a cura di una delle parti, della documentazione attestante i versamenti eseguiti per perfezionare la definizione. Se, invece, le somme dovute non saranno integralmente pagate la sospensione del giudizio sarà revocata dal giudice su istanza di una delle predette parti.

La dichiarazione all’agente della riscossione può essere integrata entro il 30 aprile 2019. Per determinare l’ammontare delle somme da versare si considerano unicamente gli importi già pagati allo stesso titolo e che il debitore, se ha già interamente versato le medesime somme con precedenti pagamenti parziali, deve comunque dichiarare la sua volontà di aderire alla definizione per beneficiare degli effetti di quest’ultima. Restano, comunque, definitivamente acquisite e non sono rimborsabili le somme versate a qualunque titolo, relativamente ai debiti definibili, anche anteriormente alla definizione.

Cosa succede una volta presentata la dichiarazione di adesione ? Gli effetti sono l’inibizione all’iscrizione di nuovi fermi amministrativi e ipoteche, salvando quelli già iscritti; divieto di avviare nuove procedure esecutive e di proseguire quelle già avviate in precedenza, a meno che non si sia già tenuto il primo incanto con esito positivo; la condizione di “non inadempienza” del debitore nell’ambito della procedura di erogazione dei rimborsi d’imposta nonché ai fini della verifica della morosità da ruolo, per un importo superiore a 5.000,00 euro, all’atto del pagamento, da parte delle Pubbliche Amministrazioni e delle società a totale partecipazione pubblica, di somme di ammontare pari almeno allo stesso importo.

In caso di omesso ovvero insufficiente o tardivo versamento di una sola rata, la definizione è inefficace e i versamenti effettuati sono considerati semplici acconti delle somme complessivamente dovute a seguito dell’iscrizione a ruolo. Sono esclusi dalla procedura di definizione agevolata le risorse proprie dell’Unione europea; i recuperi degli aiuti di Stato considerati illegittimi dalla stessa Ue; i crediti derivanti da condanne pronunciate dalla Corte dei conti; le multe, ammende e sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna; le sanzioni diverse da quelle irrogate per violazioni tributarie o per violazione degli obblighi relativi ai contributi e ai premi dovuti agli enti previdenziali.

I debitori che hanno aderito alla definizione agevolata e che effettuano entro il 30 novembre 2018 il pagamento delle rate dovute in scadenza nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018 possono fruire del differimento automatico del versamento delle restanti somme in dieci rate consecutive di pari importo, con scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2019, con interessi calcolati al tasso dello 0,3% annuo a partire dal 1° agosto 2019. Nessun adempimento è previsto a carico di tali debitori, cui l’agente della riscossione trasmetterà, entro il 30 giugno 2019, apposita comunicazione, nonché i bollettini precompilati per eseguire il versamento delle rate rideterminate. Si consente comunque di procedere al pagamento in unica soluzione, entro il 31 luglio 2019 (e, quindi, senza interessi), delle rate differite automaticamente.

I soggetti colpiti da sisma dell’Italia centrale negli anni 2016 e 2017 possono effettuare il pagamento delle somme dovute a titolo di definizione agevolata in dieci rate a partire dal 31 luglio 2019 ovvero, entro tale data, in unica soluzione. Infine, si ammette alla nuova procedura di “rottamazione” anche i soggetti che non hanno perfezionato la definizione prevista dall’art. 6 del DL n. 193/2016, nonché coloro che, dopo aver aderito a quella di cui all’art. 1 del DL n. 148/2017, non hanno provveduto al pagamento, entro il 31 luglio 2018, di tutte le rate dei vecchi piani di dilazione in essere alla data del 24 ottobre 2016 scadute al 31 dicembre 2016.

GLI ARTICOLI DELLA BOZZA DI DL

Disposizioni in materia fiscale

ART.

(Definizione dei debiti relativi ai carichi affidati all’agente della riscossione)

1. I debiti risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 possono essere estinti, senza corrispondere le sanzioni comprese in tali carichi, gli interessi di mora di cui all’articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive di cui all’articolo 27, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, versando integralmente, in unica soluzione entro il 31 luglio 2019, o nel numero massimo di dieci rate consecutive di pari importo le somme:

  • a) affidate all’agente della riscossione a titolo di capitale e interessi;

  • b) maturate a favore dell’agente della riscossione, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112, a titolo di aggio sulle somme di cui alla lettera a) e di rimborso delle spese per le procedure esecutive e di notifica della cartella di pagamento.

2. Le rate previste dal comma 1 scadono il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2019.

3. In caso di pagamento rateale ai sensi del comma 1 del presente articolo, sono dovuti, a decorrere dal 1° agosto 2019, gli interessi al tasso dello 0,3 per cento annuo e non si applicano le disposizioni dell’articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602.

4. L’agente della riscossione fornisce ai debitori i dati necessari a individuare i carichi definibili presso i propri sportelli e in apposita area del proprio sito internet.

5. Il debitore manifesta all’agente della riscossione la sua volontà di procedere alla definizione di cui al comma 1 rendendo, entro il 30 aprile 2019, apposita dichiarazione, con le modalità e in conformità alla modulistica che lo stesso agente pubblica sul proprio sito internet nel termine massimo di 15 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto; in tale dichiarazione il debitore sceglie altresì il numero di rate nel quale intende effettuare il pagamento, entro il limite massimo previsto dal comma 1.

6. Nella dichiarazione di cui al comma 5 il debitore indica l’eventuale pendenza di giudizi aventi ad oggetto i carichi in essa ricompresi e assume l’impegno a rinunciare agli stessi giudizi, che, dietro presentazione di copia della dichiarazione e nelle more del pagamento delle somme dovute, sono sospesi dal giudice. L’estinzione del giudizio è subordinata all’effettivo perfezionamento della definizione e alla produzione, nello stesso giudizio, della documentazione attestante i pagamenti effettuati; in caso contrario, il giudice revoca la sospensione su istanza di una delle parti.

7. Entro il 30 aprile 2019 il debitore può integrare, con le modalità previste dal comma 5, la dichiarazione presentata anteriormente a tale data.

8. Ai fini della determinazione dell’ammontare delle somme da versare ai sensi del comma 1, lettere a) e b), del presente articolo, si tiene conto esclusivamente degli importi già versati a titolo di capitale e interessi compresi nei carichi affidati, nonché, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112, di aggio e di rimborso delle spese per le procedure esecutive e di notifica della cartella di pagamento. Il debitore se, per effetto di precedenti pagamenti parziali, ha già integralmente corrisposto quanto dovuto ai sensi del comma 1, per beneficiare degli effetti della definizione deve comunque manifestare la sua volontà di aderirvi con le modalità previse dal comma 5.

9. Le somme relative ai debiti definibili, versate a qualsiasi titolo, anche anteriormente alla definizione restano definitivamente acquisite e non sono rimborsabili.

10. A seguito della presentazione della dichiarazione, relativamente ai carichi definibili che ne costituiscono oggetto:

a) sono sospesi i termini di prescrizione e decadenza;

b) sono sospesi, fino alla scadenza della prima o unica rata delle somme dovute a titolo di definizione, gli obblighi di pagamento derivanti da precedenti dilazioni in essere alla data di presentazione;

c) non possono essere iscritti nuovi fermi amministrativi e ipoteche, fatti salvi quelli già iscritti alla data di presentazione;

d) non possono essere avviate nuove procedure esecutive;

e) non possono essere proseguite le procedure esecutive precedentemente avviate, salvo che non si sia tenuto il primo incanto con esito positivo;

f) il debitore non è considerato inadempiente ai fini di cui agli articoli 28-ter e 48-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602.

11. Entro il 30 giugno 2019, l’agente della riscossione comunica ai debitori che hanno presentato la dichiarazione di cui al comma 5 l’ammontare complessivo delle somme dovute ai fini della definizione, nonché quello delle singole rate, e il giorno e il mese di scadenza di ciascuna di esse.

12. Il pagamento delle somme dovute per la definizione può essere effettuato:

a) mediante domiciliazione sul conto corrente eventualmente indicato dal debitore nella dichiarazione resa ai sensi del comma 5;

b) mediante bollettini precompilati, che l’agente della riscossione è tenuto ad allegare alla comunicazione di cui al comma 11, se il debitore non ha richiesto di eseguire il versamento con le modalità previste dalla lettera a) del presente comma;

c) presso gli sportelli dell’agente della riscossione. In tal caso, si applicano le disposizioni di cui all’articolo 12, comma 7-bis, del decreto legge 23 dicembre 2013, n. 145, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9, con le modalità previste dal decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 24 settembre 2014, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 236 del 10 ottobre 2014, con riferimento a tutti i carichi definiti.

13. Limitatamente ai debiti definibili per i quali è stata presentata la dichiarazione di cui al comma 5:

a) alla data del 31 luglio 2019 le dilazioni sospese ai sensi del comma 10, lettera b), sono automaticamente revocate e non possono essere accordate nuove dilazioni ai sensi dell’articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602;

b) il pagamento della prima o unica rata delle somme dovute a titolo di definizione determina l’estinzione delle procedure esecutive precedentemente avviate, salvo che non si sia tenuto il primo incanto con esito positivo.

14. In caso di mancato ovvero di insufficiente o tardivo versamento dell’unica rata ovvero di una di quelle in cui è stato dilazionato il pagamento delle somme di cui al comma 1, lettere a) e b), la definizione non produce effetti e riprendono a decorrere i termini di prescrizione e decadenza per il recupero dei carichi oggetto di dichiarazione. In tal caso, relativamente ai debiti per i quali la definizione non ha prodotto effetti:

a) i versamenti effettuati sono acquisiti a titolo di acconto dell’importo complessivamente dovuto a seguito dell’affidamento del carico e non determinano l’estinzione del debito residuo, di cui l’agente della riscossione prosegue l’attività di recupero;

b) il pagamento non può essere rateizzato ai sensi dell’articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602.

15. Possono essere ricompresi nella definizione agevolata di cui al comma 1 anche i debiti risultanti dai carichi affidati agli agenti della riscossione che rientrano nei procedimenti instaurati a seguito di istanza presentata dai debitori ai sensi del capo II, sezione prima, della legge 27 gennaio 2012, n. 3, con la possibilità di effettuare il pagamento del debito, anche falcidiato, con le modalità e nei tempi eventualmente previsti nel decreto di omologazione dell’accordo o del piano del consumatore.

16. Sono esclusi dalla definizione di cui al comma 1 i debiti risultanti dai carichi affidati agli agenti della riscossione recanti:

a) le risorse proprie tradizionali previste dall’articolo 2, paragrafo 1, lettera a), delle decisioni 2007/436/CE, Euratom del Consiglio, del 7 giugno 2007, e 2014/335/UE, Euratom del Consiglio, del 26 maggio 2014, e l’imposta sul valore aggiunto riscossa all’importazione;

b) le somme dovute a titolo di recupero di aiuti di Stato ai sensi dell’articolo 16 del regolamento (UE) 2015/1589 del Consiglio, del 13 luglio 2015;

c) i crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti;

d) le multe, le ammende e le sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna.

e) le sanzioni diverse da quelle irrogate per violazioni tributarie o per violazione degli obblighi relativi ai contributi e ai premi dovuti agli enti previdenziali.

17. Per le sanzioni amministrative per violazioni del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, le disposizioni del presente articolo si applicano limitatamente agli interessi, compresi quelli di cui all’articolo 27, sesto comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689.

18. Alle somme occorrenti per aderire alla definizione di cui al comma 1, che sono oggetto di procedura concorsuale, nonché in tutte le procedure di composizione negoziale della crisi d’impresa previste dal regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, si applica la disciplina dei crediti prededucibili di cui agli articoli 111 e 111-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267.

19. A seguito del pagamento delle somme di cui ai commi 1, 21, 22 e 24, l’agente della riscossione è automaticamente discaricato dell’importo residuo. Al fine di consentire agli enti creditori di eliminare dalle proprie scritture patrimoniali i crediti corrispondenti alle quote discaricate, lo stesso agente della riscossione trasmette, anche in via telematica, a ciascun ente interessato, entro il 31 dicembre 2024, l’elenco dei debitori che si sono avvalsi delle disposizioni di cui al presente articolo, e dei codici tributo per i quali è stato effettuato il versamento. All’articolo 6, comma 12 del decreto legge 22 ottobre 2016, n. 193, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2016, n. 225, le parole “30 giugno 2020” sono sostituite dalle seguenti: “31 dicembre 2024”.

20. All’articolo 1, comma 684, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, il primo periodo è sostituito dal seguente: «Le comunicazioni di inesigibilità relative alle quote affidate agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017, anche da soggetti creditori che hanno cessato o cessano di avvalersi delle società del Gruppo Equitalia ovvero dell’Agenzia delle entrate-Riscossione, sono presentate, per i ruoli consegnati negli anni 2016 e 2017, entro il 31 dicembre 2026 e, per quelli consegnati fino al 31 dicembre 2015, per singole annualità di consegna partendo dalla più recente, entro il 31 dicembre di ciascun anno successivo al 2026».

21. L’integrale pagamento, entro il 30 novembre 2018, delle residue somme dovute ai sensi dell’articolo 1, commi 6 e 8, lettera b), n. 2, del decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 2017, n. 172, in scadenza nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018, determina, per i debitori che vi provvedono, il differimento automatico del versamento delle restanti somme, che è effettuato in dieci rate consecutive di pari importo, con scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2019, sulle quali sono dovuti, dal 1° agosto 2019, gli interessi al tasso dello 0,3 per cento annuo. A tal fine, entro il 30 giugno 2019, senza alcun adempimento a carico dei debitori interessati, l’agente della riscossione invia a questi ultimi apposita comunicazione, unitamente ai bollettini precompilati per il pagamento delle somme dovute alle nuove scadenze. Si applicano le disposizioni di cui al comma 12, lettera c), del presente articolo; si applicano altresì, a seguito del pagamento della prima delle predette rate differite, le disposizioni di cui al comma 13, lettera b).

22. Resta salva la facoltà, per il debitore, di effettuare, entro il 31 luglio 2019, in unica soluzione, il pagamento delle rate differite ai sensi del comma 21.

23. I debiti relativi ai carichi per i quali non è stato effettuato l’integrale pagamento, entro il 30 novembre 2018, delle somme da versare nello stesso termine in conformità alle previsioni del comma 21 non possono essere definiti secondo le disposizioni del presente articolo e la dichiarazione eventualmente presentata per tali debiti ai sensi del comma 5 è improcedibile.

24. Relativamente ai debiti risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 settembre 2017, i soggetti di cui all’articolo 6, comma 13-ter, del decreto legge 22 ottobre 2016, n. 193, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2016, n. 225, effettuano il pagamento delle residue somme dovute ai fini delle definizioni agevolate previste dallo stesso articolo 6 del decreto legge n. 193 del 2016 e dall’articolo 1, comma 4, del decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 2017, n.172, in dieci rate consecutive di pari importo, con scadenza il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2019, sulle quali sono dovuti, dal 1° agosto 2019, gli interessi al tasso dello 0,3 per cento annuo. A tal fine, entro il 30 giugno 2019, senza alcun adempimento a carico dei debitori interessati, l’agente della riscossione invia a questi ultimi apposita comunicazione, unitamente ai bollettini precompilati per il pagamento delle somme dovute alle nuove scadenze. Si applicano le disposizioni di cui al comma 12, lettera c), del presente articolo; si applicano altresì, a seguito del pagamento della prima delle predette rate, le disposizioni di cui al comma 13, lettera b). Resta salva la facoltà, per il debitore, di effettuare il pagamento di tali rate in unica soluzione entro il 31 luglio 2019.

25. Possono essere definiti, secondo le disposizioni del presente articolo, anche i debiti relativi ai carichi già oggetto di precedenti dichiarazioni rese ai sensi: a) dell’articolo 6, comma 2, del decreto legge 22 ottobre 2016, n. 193, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2016, n. 225, per le quali il debitore non ha perfezionato la definizione con l’integrale, tempestivo pagamento delle somme dovute a tal fine;

b) dell’articolo 1, comma 5, del decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 2017, n.172, per le quali il debitore non ha provveduto all’integrale, tempestivo pagamento delle somme dovute in conformità al comma 8, lettera b), n. 1, dello stesso articolo 1 del decreto legge n. 148 del 2017.

LA DEFINIZIONE AGEVOLATA DELLE CONTROVERSIE TRIBUTARIE

Per quanto riguarda la definizione agevolata delle controversie tributarie le controversie attribuite alla giurisdizione tributaria in cui è parte l’agenzia delle entrate, aventi ad oggetto “atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello in cassazione e anche a seguito di rinvio, possono essere definite, a domanda del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio o di chi vi è subentrato o ne ha la legittimazione, con il pagamento di un importo pari al valore della controversia”. In deroga le controversie possono essere definite con il pagamento: a) della metà del valore in caso di soccombenza nella pronuncia di primo grado; b) di un terzo del valore in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado. Le controversie relative esclusivamente agli interessi di mora o alle sanzioni non collegate al tributo possono essere definite con il pagamento del quindici per cento del valore della controversia in caso di soccombenza dell’agenzia delle entrate nell’ultima o unica pronuncia.

Per stimare le entrate conseguenti alla definizione agevolata delle controversie tributarie pendenti la bozza di decreto utilizza i dati risultanti dal sistema informativo dell’agenzia delle entrate. La base di partenza è il DL n. 50 del 2017 individuò, come tasso di adesione prevalente di riferimento, una percentuale del 2,5% del totale della maggiore imposta accertata in contestazione: considerato fra l’altro la stima del 2,5% è stata nei fatti poi ampiamente confermata e superata in sede di applicazione, non si ipotizza un tasso superiore per via del fatto che interviene poco dopo la rottamazione del 2017, per il fatto che attualmente esiste un ampio ventaglio di strumenti deflattivi del contenzioso. Si considera le imposte accertate in contestazione ammontano attualmente a oltre 25 miliardi di euro. Applicando il tasso del 2,5% si può stimare un incasso di 625 milioni, dal quale vanno detratte IRAP e addizionali all’IRPEF spettanti a regioni e comuni che nel complesso incidono mediamente dell’8%. Le entrate erariali prevedibili ammontano quindi a 575 milioni, che si possono arrotondare per difetto a 500 milioni di euro. Il gettito stimato va ripartito sugli anni di dilazione previsti dalla nuova norma, che prevede la possibilità di pagare in unica soluzione o in 5 rate trimestrali di pari importo, di cui tre da corrispondere nel 2019 e due nel 2020. La bozza di dl stima che i pagamenti avverranno in maniera assolutamente prevalente con pagamenti rateali sfruttando il numero massimo delle rate a disposizione; conseguentemente nel 2019 saranno effettuati versamenti in misura pari a 300 milioni di euro (60% del gettito complessivo stimabile); la restante parte (40% del gettito complessivo stimabile), in misura pari a 200 milioni, si può ritenere che sarà versata nel 2020.

L’ARTICOLO DELLA BOZZA DI DL

(Definizione agevolata delle controversie tributarie).

1. Le controversie attribuite alla giurisdizione tributaria in cui è parte [l’agenzia delle entrate], aventi ad oggetto atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello in cassazione e anche a seguito di rinvio, possono essere definite, a domanda del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio o di chi vi è subentrato o ne ha la legittimazione, [con il pagamento di un importo pari al valore della controversia]. Il valore della controversia è stabilito ai sensi del comma 2 dell’articolo 12 del decreto legislativo 31 dicembre1992, n. 546.

2. In deroga a quanto previsto dal comma 1, in caso di soccombenza dell’agenzia delle entrate nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare resa, sul merito ovvero sull’ammissibilità dell’atto introduttivo del giudizio, alla data di presentazione della domanda di cui al comma 1, le controversie possono essere definite con il pagamento:

a) della [metà] del valore in caso di soccombenza nella pronuncia di primo grado;

b) di [un terzo] del valore in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado.

3. Le controversie relative esclusivamente agli interessi di mora o alle sanzioni non collegate al tributo possono essere definite con il pagamento del [quindici] per cento del valore della controversia in caso di soccombenza [dell’agenzia delle entrate] nell’ultima o unica pronuncia

giurisdizionale non cautelare sul merito o sull’ammissibilità dell’atto introduttivo del giudizio, resa alla medesima data, e con il pagamento del quaranta per cento negli altri casi.

4. Il presente articolo si applica alle controversie in cui il ricorso in primo grado è stato notificato alla controparte entro il [30 settembre 2018] e per le quali alla data della presentazione della domanda di cui al comma 1 il processo non si sia concluso con pronuncia definitiva.

5. Sono escluse dalla definizione le controversie concernenti anche solo in parte:

a) le risorse proprie tradizionali previste dall’articolo 2, paragrafo 1, lettera a), delle decisioni 2007/436/CE, Euratom del Consiglio, del 7 giugno 2007, e 2014/335/UE, Euratom del Consiglio, del 26 maggio 2014, e l’imposta sul valore aggiunto riscossa all’importazione;

b) le somme dovute a titolo di recupero di aiuti di Stato ai sensi dell’articolo 16 del regolamento (UE) 2015/1589 del Consiglio, del 13 luglio 2015.

6. Al versamento degli importi dovuti si applicano le disposizioni previste dall’articolo 8 del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218, [con riduzione a cinque del numero massimo di rate trimestrali]. E’ esclusa la compensazione prevista dall’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni, [e non è ammesso il pagamento rateale se gli importi dovuti non superano duemila euro]. Il termine per il pagamento delle somme dovute ai sensi del presente articolo o della prima rata scade [il 16 maggio 2019]. Sulle rate successive alla prima, da versare entro l’ultimo giorno del trimestre di scadenza, si applicano gli interessi legali calcolati dal 17 maggio 2019 alla data del versamento. La definizione si perfeziona con il pagamento degli importi dovuti ai sensi del presente articolo o della prima rata. Qualora non ci siano importi da versare, la definizione si perfeziona con la sola presentazione della domanda.

7. Entro il [16 maggio 2019], per ciascuna controversia autonoma è presentata una distinta domanda di definizione esente dall’imposta di bollo ed effettuato un distinto versamento. Per controversia autonoma si intende quella relativa a ciascun atto impugnato.

8. Dagli importi dovuti ai sensi del presente articolo si scomputano quelli già versati per effetto delle disposizioni vigenti in materia di riscossione in pendenza di giudizio La definizione non dà comunque luogo alla restituzione delle somme già versate ancorché eccedenti rispetto a quanto dovuto per la definizione. Gli effetti della definizione perfezionata prevalgono su quelli delle eventuali pronunce giurisdizionali non passate in giudicato prima dell’entrata in vigore del presente articolo.

9. Le controversie definibili non sono sospese, salvo che il contribuente faccia apposita richiesta al giudice, dichiarando di volersi avvalere delle disposizioni del presente articolo. In tal caso il processo è sospeso fino al [10 giugno 2019]. Se entro tale data il contribuente avrà depositato copia della domanda di definizione e del versamento degli importi dovuti o della prima rata, il processo resta sospeso fino al [31 dicembre 2019].

10. Per le controversie definibili sono sospesi per nove mesi i termini di impugnazione, anche incidentale, delle pronunce giurisdizionali e di riassunzione che scadono dalla data di entrata in vigore del presente articolo fino al [16 maggio 2019].

11. L’eventuale diniego della definizione va notificato entro il [31 ottobre 2019] con le modalità previste per la notificazione degli atti processuali. Il diniego è impugnabile entro sessanta giorni dinanzi all’organo giurisdizionale presso il quale pende la controversia. Nel caso in cui la definizione della controversia è richiesta in pendenza del termine per impugnare, la pronuncia giurisdizionale può essere impugnata dal contribuente unitamente al diniego della definizione entro sessanta giorni dalla notifica di quest’ultimo ovvero dalla controparte nel medesimo termine. Il processo si estingue in mancanza di istanza di trattazione presentata entro il [31 dicembre 2019] dalla parte che ne ha interesse. L’impugnazione della pronuncia giurisdizionale e del diniego, qualora la

controversia risulti non definibile, valgono anche come istanza di trattazione. Le spese del processo estinto restano a carico della parte che le ha anticipate.

12. La definizione perfezionata dal coobbligato giova in favore degli altri, inclusi quelli per i quali la controversia non sia più pendente, fatte salve le disposizioni del secondo periodo del comma 8.

13. Con uno o più provvedimenti del direttore dell’agenzia delle entrate sono stabilite le modalità di attuazione del presente articolo.

14. [Ciascun ente territoriale può stabilire, entro il 31 marzo 2019, con le forme previste dalla legislazione vigente per l’adozione dei propri atti, l’applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo alle controversie attribuite alla giurisdizione tributaria in cui è parte il medesimo ente.]

LOTTERIA

A decorrere dal 1° gennaio 2020 i contribuenti, persone fisiche maggiorenni residenti nel territorio dello Stato, che effettuano acquisti di beni o servizi, fuori dall’esercizio di attività di impresa, arte o professione, presso esercenti che trasmettono telematicamente i corrispettivi, possono partecipare all’estrazione a sorte di premi attribuiti nel quadro di una lotteria nazionale. Per partecipare all’estrazione è necessario che i contribuenti, al momento dell’acquisto, comunichino il proprio codice fiscale all’esercente e che quest’ultimo trasmetta all’Agenzia delle entrate i dati della singola cessione o prestazione.

L’ARTICOLO DELLA BOZZA DI DL

(Lotteria dei corrispettivi)

1. All’articolo 1 della legge 11 dicembre 2016, n. 232 sono apportate le seguenti modifiche:

a) il comma 540, è sostituito dal seguente: “A decorrere dal 1° gennaio 2020 i contribuenti, persone fisiche maggiorenni residenti nel territorio dello Stato, che effettuano acquisti di beni o servizi, fuori dall’esercizio di attività di impresa, arte o professione, presso esercenti che trasmettono telematicamente i corrispettivi, ai sensi dell’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 5 agosto 2015, n. 127, possono partecipare all’estrazione a sorte di premi attribuiti nel quadro di una lotteria nazionale. Per partecipare all’estrazione è necessario che i contribuenti, al momento dell’acquisto, comunichino il proprio codice fiscale all’esercente e che quest’ultimo trasmetta all’Agenzia delle entrate i dati della singola cessione o prestazione secondo le modalità di cui ai commi 3 e 4 dell’articolo 2 del decreto legislativo 5 agosto 2015, n. 127”;

b) il comma 544 è sostituito dal seguente: “Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, d’intesa con l’Agenzia delle entrate, sono disciplinante le modalità tecniche relative alle operazioni di estrazione, l’entità e il numero dei premi messi a disposizione, nonché ogni altra disposizione necessaria per l’attuazione della lotteria. Il divieto di pubblicità per giochi e scommesse, previsto dall’articolo 9, comma1, del decreto legge 12 luglio 2018, n.87, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2018, n. 96, non si applica alla lotteria di cui al comma 540.”

ACCISE

A decorrere dal 1°dicembre 2018, al testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, le parole da: “In caso di produzione combinata” fino a: “quinquennio di riferimento” sono sostituite dal seguente periodo: “In caso di generazione combinata di energia elettrica e calore utile, i quantitativi di combustibili impiegati nella produzione di energia elettrica sono determinati utilizzando i seguenti consumi specifici convenzionali: a) oli vegetali non modificati chimicamente – 0,194 kg per kWh; b) gas naturale – 0,220 mc per kWh; gas di petrolio liquefatti – 0,173 kg per kWh; gasolio – 0,186 kg per kWh; olio combustibile e oli minerali greggi, naturali – 0,194 kg per kWh; carbone, lignite e coke – 0,312 kg per kWh.

L’ARTICOLO DELLA BOZZA DI DL

(Disposizioni in materia di accisa)

1. A decorrere dal 1°dicembre 2018, al testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, approvato con il decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, nella Tabella A, al punto 11, nella colonna “Impieghi”, le parole da: “In caso di produzione combinata” fino a: “quinquennio di riferimento” sono sostituite dal seguente periodo: “In caso di generazione combinata di energia elettrica e calore utile, i quantitativi di combustibili impiegati nella produzione di energia elettrica sono determinati utilizzando i seguenti consumi specifici convenzionali:

a) oli vegetali non modificati chimicamente – 0,194 kg per kWh; b) gas naturale – 0,220 mc per kWh; gas di petrolio liquefatti – 0,173 kg per kWh; gasolio – 0,186 kg per kWh; olio combustibile e oli minerali greggi, naturali – 0,194 kg per kWh; carbone, lignite e coke – 0,312 kg per kWh.

2. All’articolo 3-bis del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) a decorrere dal 1°dicembre 2018, il comma 1 è abrogato;

b) nel comma 2, le parole “31 dicembre 2017” sono sostituite dalle seguenti: “30 novembre 2018”.

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ccc Insider

Nuova fumata nera al Gse. Tutto rinviato a lunedì

Alla base del nulla di fatto i dubbi del ministero dell’Economia sui profili presentati per la carica di presidente e la speranza dello stesso dicastero di nominare una figura Istituzionale di garanzia

Nuova fumata nera per la nomina del presidente del Gse. Malgrado i richiami in settimana del sottosegretario al Mise Davide Crippa, non si è trovata la quadra sul nome del nuovo vertice del Gestore dei servizi energetici, rinviando la questione a lunedì 8 ottobre.

LE RAGIONI DEL RINVIO

Le ragioni del rinvio sarebbero da attribuire ai dubbi del ministero dell’Economia sui profili presentati per la carica di presidente e alla speranza dello stesso dicastero di nominare una figura Istituzionale di garanzia che sia in grado di guidare l’ente negli importanti compiti che svolge soprattutto nel settore delle rinnovabili viste anche le vicende giudiziarie in corso sui certificati bianchi.

GSELA RAGIONI DELLE FUMATE NERE SU MONETA

Il nome più accreditato negli ultimi tempi per la carica di presidente è quello di Roberto Moneta, attuale Direttore del Dipartimento Unità Tecnica Efficienza Energetica di Enea. Alcuni fonti vicine al dossier raccontano però di dubbi da parte del Mef sulla figura di Moneta per l’incarico in Agenzia che svolge sui Titoli di Efficienza energetica (TEE) di competenza diretta del Gse, sul ruolo che Enea potrebbe ricoprire sulla promozione delle rinnovabili che chiede da tempo e che oggi è in capo al Gse. Ma anche sull’incarico all’interno del Comitato di Gestione di Csea (Cassa per i servizi energetici e ambientali) che a sua volta eroga fondi al Gse e sul fatto che in qualità di esperto Enea ha svolto consulenze per numerosi operatori. In queste ore circola, comunque, anche il nome di Sergio Santoro, presidente di sezione del Consiglio di Stato, caldeggiato dal ministro Giovanni Tria, che qualche giorno fa, a chi gli chiedeva lumi sul Gse rispondeva: “Abbiamo bisogno di un nome di alto profilo”.

CADE NEL VUOTO L’APPELLO DEL SOTTOSEGRETARIO CRIPPA

Non sono valse a nulla, insomma, i richiami del sottosegretario Crippa alla vigilia dell’ennesimo buco nell’acqua: “Vorrei ricordare che il GSE è una figura chiave della governance dell’energia. Oltre a gestire le principali forme di incentivazione per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sovrintende e coordina i due principali meccanismi di promozione dell’efficienza energetica: i Certificati bianchi ed il Conto termico. Inoltre, controlla due società pubbliche che svolgono servizi fondamentali per i clienti finali dell’energia quali l’Acquirente Unico ed il Gestore del Mercato Elettrico oltre all’RSE che è l’ente che gestisce la Ricerca di Sistema del Settore Elettrico. Tutto questo lo fa con i fondi che provengono dalla bolletta energetica pagata dai cittadini i quali sono i principali finanziatori dei 16 miliardi di euro gestiti dal GSE”, le parole di Crippa.

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ccc Insider

Lo spread e la crisi della legittimità politica

L’analisi di Lorenzo Castellani, Ricercatore presso la Luiss.

Ci sono alcune domande scomode che nessuno vuole porsi. Ad esempio, da anni viene ripetuto da Commissione Europea e organizzazione internazionali che servono “riforme strutturali”, formula vaga e generalista (nel senso che ogni paese disegna riforme sulla base dei propri problemi e delle proprie tradizioni), ma queste riforme vengono rigettate parzialmente o totalmente da tutti i partiti che sono andati al governo negli ultimi anni. Quelle realizzate in Italia, come la riforma Fornero delle pensioni, sono state minate da tutti i partiti (ha iniziato il Pd con l’ape social e poi via tutti gli altri in campagna elettorale). Le elezioni sono state vinte da chi ha promesso di abolirla. Il jobs act, riforma plaudita da stampa e organizzazioni internazionali, è una policy controversa i cui risultati di lungo periodo non sono ancora chiari. Infatti, il mercato del lavoro è iperflessibile (aumentano i determinati), ma il jobs act mirava a stabilizzare dopo i tre anni di tutele crescenti. Quindi tecnicamente non ha raggiunto il suo obiettivo.

L’ELETTORATO RIGETTA LE RIFORME PRESCRITTE A LIVELLO INTERNAZIONALE

Al di là dei dettagli sulle policy esiste, comunque, un problema di fondo che in troppi non vogliono vedere, soprattutto tra chi scrive, analizza o segue la politica e l’economia: l’elettorato rigetta le riforme prescritte a livello internazionale, la loro parziale realizzazione non ha rimesso il paese sulla via della crescita, non ha ridotto il debito pubblico che da Monti ad oggi è costantemente aumentato. Le riforme del governo tecnico hanno placato lo spread in quella fase e momentaneamente “salvato” i conti pubblici per qualche anno. Poi i vecchi partiti si sono rimessi sul sentiero precedente, costitutivo della tradizione politica italiana, e quelli “nuovi” lo hanno estremizzato. L’elettorato è andato (e va) nel senso contrario a quelle riforme e, di fatto, a quella cultura di fondo incentrata sulla disciplina dei conti pubblici e sull’apertura economica globale. Gran parte del paese ha perso la sfida della globalizzazione e la rigetta, con sempre maggior foga. Nel frattempo si è diffusa l’impressione di una politica “con le mani legate”, cioè incapace di risolvere i due problemi fondamentali: la sicurezza dei conti pubblici/riduzione del debito, il miglioramento delle condizioni economiche (crescita). Nessuno vuole sacrificarsi per i conti pubblici (dopo Monti) poiché la stragrande maggioranza degli italiani non crede che questo possa produrre crescita. A livello elettorale la sottovalutata emergenza immigrazione ha fatto il resto. Ora ci troviamo con un governo che cerca di fare quello per cui è stato votato e lo spread che torna a salire. L’aumento del costo del debito, se prolungato, potrà forse ricondurre a più miti politiche il governo (non ci credo molto), ma restano grandi problemi di fondo (e non per il “golpe degli incompetenti” come molti credono: quello è un sintomo, non la malattia).

STIAMO VIVENDO UNA GIGANTESCA CRISI DI LEGITTIMITÀ DELLE ISTITUZIONI NAZIONALI E, IN PARTICOLARE, SOVRANAZIONALI

La domanda centrale mi pare sia si possono conciliare i vincoli della finanza internazionale, le regole europee, la politica delle mani legate, le riforme chieste dalle istituzioni sovranazionali con la riottosità e i desideri dell’opinione pubblica e con un consenso crescente nella direzione opposta alle riforme prescritte? Ecco, questo è il quesito evaso da gran parte dei partecipanti al dibattito pubblico. Certamente non si può ignorare lo spread, ma nemmeno dove si collocano le domande politiche e, di conseguenza, la infattibilità di certe riforme. Tutti tacciono su un fatto sempre più evidente: stiamo vivendo una gigantesca crisi di legittimità delle istituzioni nazionali e, in particolare, sovranazionali. Tradotto nella lingua popolare, fino a quindici anni fa il “ce lo chiede l’Europa” era un “proviamo a fare meglio”, fino a sette anni fa era un “sacrifichiamoci per salvarci”, oggi è un “…nulla è cambiato”. Le riforme del vecchio establishment europeo sono non azionabili in un paese come l’Italia e nemmeno l’intervento della Troika riuscirebbe a farle passare poiché il Parlamento le respingerebbe/smonterebbe. Per farle andrebbe sospesa la democrazia e ripristinato l’uso della violenza pubblica, due opzioni difficili da percorrere nel ventunesimo secolo. Lo stesso discorso vale per le istituzioni internazionali e persino per la finanza.

IL LIBERALISMO POLITICO PUÒ ESSERE LA VITTIMA SACRIFICALE DELL’ATTRITO TRA RISPARMIATORI E FINANZA

Il “risparmiatore” non è una categoria politica, ma economica e questo la classe dirigente farebbe bene a capirlo in fretta. Risparmiatori siamo tutti, ma ciò non conta a livello politico. Infatti i “risparmiatori”, nonostante mesi di terrorismo psicologico, se ne sono allegramente infischiati di Brexit, di Trump, dell’Unione Europea (Grecia, Italia). Allo stesso modo l’organizzazione finanziaria del mondo se ne frega che governi un tecnocrate o un populista, l’importante è che ci sia un rischio considerato sostenibile. Questo attrito tra le due sfere è potenzialmente mortale: perché stanno tornando i nazionalismi? Perché la credibilità di certe istituzioni è sempre più compromessa? Perché la mentalità del complotto si è così diffusa? Perché in nome di una comunità nazionale posso chiedere (forse) un grande sacrificio ed avere la forza necessaria per fregarsene dei mercati e delle istituzioni sovranazionali. Il liberalismo politico può essere la vittima sacrificale di questo attrito, sia che vincano ancora di più i populisti sia che arrivi la troika. Un regime politico ha molte difficoltà a sopravvivere quando le due forze più potenti, consenso politico da un lato e capitalismo finanziario dall’altro, vanno in direzioni opposte. Questo è lo scenario da affrontare nei prossimi anni, a cui si aggiunge quello geopolitico, senza scadere nella tifoseria, indipendentemente da come la si pensi: risolvere la crisi di legittimità politica prima che questa ci travolga tutti.

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ccc Insider

Gse, i rumor in vista delle nomine 

Domani l’ennesima assemblea dei soci per dare il via libera alla nomina del numero uno del Gestore dei servizi energetici. Chi sono i nomi in corsa, ma soprattutto perche questa poltrona è così importante?

Il 5 Ottobre si riunisce per la settima volta l’assemblea dei soci del GSE per la nomina dei vertici che si attende da prima dell’estate e sembra essere ancora al palo, tra voci che si rincorrono, curricula bruciati e dichiarazioni in seno alla maggioranza di Governo che chiedono a gran voce di chiudere una volta per tutte una partita da non poco conto.

GSE, UN COLOSSO DI STATO TRA ENERGIA E MERCATO

Il Gse, Gestore dei servizi energetici, è una società per azioni posseduta al 100% dal Ministero dell’Economia e Finanza rappresenta una realtà fondamentale nel mondo dell’energia. Istituito nel 1999 con decreto legislativo che ne prevede ruolo e funzioni tra cui quelle “in materia di promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità, comprese le attività di carattere regolamentare e le altre competenze, diritti e poteri ad esse inerenti”, come previsto dallo Statuto della Società. Nel 2016 il GSE ha fatturato ben 29,3 miliardi di euro e si è posizionato al terzo posto tra le maggiori aziende italiane (dopo Enel ed Eni e prima di Fca, rimasta orfana di Exor, dopo il trasferimento in Olanda). Siamo di fronte ad un colosso di Stato che gestisce una serie di interessi, di regole e di funzioni che spaziano dalle rinnovabili ai titoli di efficienza energetica, passando per la Borsa del Gas: infatti del gruppo GSE fanno parte Acquirente unico (che si occupa di regolazione del Mercato di maggior tutela), GME (Gestore del Mercato elettrico), RSE (Ricerca sul Sistema energetico).

GSE, A CHI SPETTA LA NOMINA. IL M5S DICE CHE IL TEMPO E’ SCADUTO

Davide CrippaLa nomina del presidente del Consiglio e amministratore delegato (cariche che coincidono in un’unica persona) spetta al Movimento 5 Stelle – accordo previsto nella designazione del vertice di ARERA a favore di un uomo vicino alla Lega, Stefano Besseghini. E proprio tra i 5 Stelle il nervosismo sale. Qualche ora fa il Sottosegretario allo Sviluppo economico del Movimento guidato da Luigi Di Maio, Davide Crippa, ha scritto un post su Facebook con un titolo che non lascia spazio ad interpretazioni “GSE, basta attese: il MEF indichi all’assemblea il nome del Presidente!“. Nel post Crippa non le manda a dire: “Mancano pochi giorni alla settima assemblea degli azionisti del #GSE che dovrebbe finalmente nominare il presidente e amministratore delegato della Società ed approvarne il bilancio. Una decisione, questa, attesa da tempo sia dalle istituzioni pubbliche che dal mondo delle imprese, oltre che dall’intero comparto energetico ma, fra gli addetti ai lavori, comincia a serpeggiare il timore che anche questa ennesima riunione possa concludersi con una fumata nera.

Capisco che in questo momento la Legge di Bilancio stia catalizzando l’attenzione del Ministero dell’Economia – dichiara l’on. Davide Crippa, Sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega all’energia – ma mi sfuggono i motivi per cui il MEF stia rimandando una decisione così importante che non solo sta rallentando la definizione e l’attuazione delle nostre politiche energetiche ma immobilizza interi settori della nostra economia che aspettano chiarezza su regole ed incentivi per poter programmare i propri investimenti.
Vorrei ricordare – continua il Sottosegretario – che il GSE è una figura chiave della governance dell’energia. Oltre a gestire le principali forme di incentivazione per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sovrintende e coordina i due principali meccanismi di promozione dell’efficienza energetica: i Certificati bianchi ed il Conto termico. Inoltre, controlla due società pubbliche che svolgono servizi fondamentali per i clienti finali dell’energia quali l’Acquirente Unico ed il Gestore del Mercato Elettrico oltre all’RSE che è l’ente che gestisce la Ricerca di Sistema del Settore Elettrico. Tutto questo lo fa con i fondi che provengono dalla bolletta energetica pagata dai cittadini i quali sono i principali finanziatori dei 16 miliardi di euro gestiti dal GSE.
Il Ministero dello Sviluppo Economico ha fatto la propria parte, sottoponendo al MEF le candidature di esperti di grande competenza e, sopratutto, estrema responsabilità, serietà e senso del dovere. Ci aspettiamo che il 5 ottobre l’assemblea del GSE ne scelga uno fra questi e che si cominci a lavorare. Non possiamo più aspettare!”

I NOMI CHE CIRCOLANO, SPUNTA IPOTESI SANTORO (CONSIGLIO DI STATO)

Tra i nomi che sono circolati in queste settimane – dopo la rinuncia di Luca Dal Fabbro – ci sono quello di Roberto Moneta (sostenuto, dicono i bene informati da Sara Romano, direttore generale del Mercato elettrico, le rinnovabili e l’efficienza energetica del Ministero dello Sviluppo economico), Luca Di Carlo, Carlo Maria Medaglia. Ma in queste ore circola insistentemente anche il nome di Sergio Santoro, presidente di sezione del Consiglio di Stato, che corrisponderebbe a quanto confidato dal ministro Giovanni Tria, qualche giorno fa, a chi gli chiedeva lumi sul Gse: “abbiamo bisogno di un nome di alto profilo”, ha detto il titolare di Via XX Settembre. Si spiegherebbe solo così la serie numerosa di rinvii per il vertice di Viale Pilsudski.

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ccc Insider

Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026. Ecco chi ha lavorato alla rottura con Torino

Chi c’è dietro la rottura con Torino e l’ascesa del duo MIlano-Cortina per la candidatura alle Olimpiadi 2026? Retroscena e ricostruzione di un disegno che porta la firma dell’asse lombardo-veneto leghista, ma non solo. SI lavora già ad una ricucitura con il capoluogo piemontese? Ecco i dettagli.

Olimpiadi 2026. Le decisioni del Coni

La decisione del Coni, che tramite il suo presidente Giovanni Malagò si appresta a candidare formalmente il duo Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026 sta scatenando una bagarre politica che rischia di lasciare il segno negli attuali equilibri istituzionali del Governo targato Lega-Movimento 5 Stelle. Il dossier della candidatura Milano-Cortina, che ancora non esiste e che siamo tutti in attesa di leggere, ha avuto la spinta di molti soggetti e un gioco delle parti che in questi mesi si è sviluppato sull’asse lombardo-veneto, con le due regioni saldamente a guida leghista, e il Comune di Milano, che di fatto ha messo all’angolo il Comune di Torino, a guida pentastellata.

Olimpiadi 2026. L’entusiasmo di Luca Zaia

Il Governatore della Regione Veneto, che ieri ha esultato di fronte alla formalizzazione della candidatura Milano-Cortina per le Olimpiadi 2026 (“così capiranno quei due o tre lazzaroni che pensavano di metterci all’angolo”, ha dichiarato ieri Luca Zaia. Ma a chi si riferiva? Ai 5 Stelle?), pare essere stato tra i maggiori artefici del progetto; a questo si è aggiunta la sponda del primo cittadino di Milano, Giuseppe Sala, che di fatto a creato la rottura con la città di Torino, nel mese di settembre quando ha espresso la sua posizione: “Rinnoviamo la nostra disponibilità ad ospitare i Giochi olimpici invernali ma il ruolo di Milano deve essere chiaro“. Intenzione non velata del primo cittadino meneghino era quella di presentare il nome di Milano prima di quello di Torino e Cortina, per una questione di brand e di riconoscibilità dato dal primato della città meneghina. A questo punto l’asse tra Zaia-Sala e Fontana si è rinsaldato di fronte alle critiche e alle osservazioni di Chiara Appendino, che ha sempre guardato con occhio critico alla candidatura a tre iniziale, soprattutto pensando ai costi e ai benefici conseguenti di una manifestazione come quella delle Olimpiadi.

Le reazioni di Chiara Appendino

La stessa Chiara Appendino, a proposito delle Olimpiadi 2026, ha dichiarato stamane a Radio Anch’io, ai microfoni di Giorgio Zanchini, che le ha chiesto se ormai fosse stata detta una parola definitiva sull’esclusione del capoluogo piemontese: “Per quanto mi riguarda non è finita, come città è da mesi che lavoriamo a questa candidatura. Sono giorni che insisto: se esiste Milano-Cortina esiste anche Torino, per questo bisogna mettere a confronto le due candidature e metterle ai voti. Chi ha scelto Milano Cortina deve prendersi la responsabilità di spiegare come si fa, visto che non ci sono gli impianti”. La sindaca di Torino ha incalzato ancora: “Non si capisce chi mette le risorse. Il dossier Milano-Cortina non esiste, non c’è neanche trasparenza; come penseranno le due regioni di coprire i costi? Ritengo che le Olimpiadi si debbano fare e fare bene, perché sono un opportunità di sviluppo. Il modello a tre non prevedeva i costi di gestioni dell’evento per un’area che va dal Piemonte a Cortina. Ho anche pensato di dimettermi per sostenere la candidatura di Torino“. Dimissioni a cui la sindaca di Torino non pensa più, anzi dal tono dell’intervista si percepisce quasi una voglia di riscatto per l’immagine di Torino, forte del fatto che gli impianti nell’area Milano-Cortina non ci sono ancora.

Olimpiadi 2026 Chiara Appendino su Facebook

Olimpiadi 2026. Lo sfogo di Chiara Appendino su Facebook

Questioni di “campanile”?

E qui la questione territoriale, o campanilistica se vogliamo, ha giocato un ruolo molto importante, perché il Governatore lombardo, Attilio Fontana si è aggiunto all’asse Sala-Zaia per timore che gli impianti della Valtellina (Bormio) rimanessero marginalizzati dall’accordo originario a tre con il Piemonte e Torino. Chi ha cercato di tenere l’equilibrio invece è stato Giancarlo Giorgetti, che da Palazzo Chigi ha cercato in tutti i modi un’intesa con il Movimento 5 Stelle, ma alla fine le Regioni del Nord a guida leghista hanno avuto la meglio. “Molto probabilmente – dichiara una fonte bene informata vicina a Via Bellerio – le regioni pensano, in virtù della loro forza e della loro autonomia, che non si debba tenere conto degli equilibri istituzionali del Governo, anche per paura di una marginalizzazione che possono scontare con l’asse gialloverde”.

Le speranze di Torino e le posizioni di Malagò

Staremo a vedere se a questo punto la linea di recuperare Torino per le Olimpiadi 2026, che si legge nelle parole della Appendino, ma soprattutto in quelle di Malagò potrà diventare una realtà. Ecco cosa ieri il numero uno del Coni ha dichiarato all’Ansa sulla richiesta della Appendino di mettere ai voti i due dossier Milano-Cortina e Torino: “Ho letto le dichiarazioni della sindaca Appendino, che auspica ci sia una votazione del Consiglio nazionale del Coni. Tutto mi si può dire tranne che non siamo stati pazienti, disponibili o sostenitori del fatto che Torino fosse della partita. Da parte del Coni, nulla di ostativo, anzi. Se si può fare dopo la sessione Cio di Buenos Aires? Sì, assolutamente. Non c’è nessun problema. Ci sarà una candidatura italiana, non c’è nulla in contrario. Lì presenteremo l’unica candidatura sul tavolo, Milano e Cortina. Se poi ce ne fosse un’altra diremo al Cio che il Consiglio nazionale del Coni ha invertito la candidatura. Anche perché, gli incontri con il Cio sono fissati nel mese di novembre”.

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Petrolio, Africa, Libia. Ecco cosa ha detto Claudio Descalzi (Eni)

Cosa ha detto Claudio Descalzi su petrolio, Africa e questione libica 

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SIA. Perchè il M5S preferisce che vada a CdP

Perché Sia deve finire a un player di sistema? Per preservare la terzietà della società, che vanta un’infrastruttura strategica, meglio che sia la Cassa depositi e prestiti a controllare Sia. Sono, in estrema sintesi, i ragionamenti che si fanno ai piani alti del Movimento 5 Stelle dopo le ultime notizie che riguarda la società attiva nelle piattaforme tecnologiche per i sistemi di pagamento e che processa dati sensibili.

LA NOTIZIA DEL SOLE 24 ORE SU POSTE ITALIANE E SIA

Tutto nasce da una notizia pubblicata venerdì scorso dal Sole 24 Ore: “Poste Italiane ha conferito un incarico esplorativo alla banca d’affari statunitense Jp Morgan. Sul tavolo c’è la possibile acquisizione del controllo di Sia, la cui compagine è oggi diversificata tra Cdp, banche e F2i”, ha scritto Carlo Festa del quotidiano ora diretto da Fabio Tamburini.

COME OPERA SIA

Ma che cosa fa Sia? Il gruppo opera a livello europeo nella progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture e servizi tecnologici dedicati a istituti di credito, banche centrali, imprese e pubbliche amministrazioni.

LE AREE DI BUSINESS DI SIA

Le aree da core business sono i pagamenti, la monetica, i servizi di rete e i mercati dei capitali.

LA MAPPA DEL GRUPPO SIA

Sia eroga servizi in 48 paesi e opera anche attraverso controllate in Austria, Germania, Romania, Ungheria e Sudafrica. La società ha inoltre filiali in Belgio e Olanda e uffici di rappresentanza in Inghilterra e Polonia.

LO STATO DELL’ARTE

Quali sono state le reazioni alla notizia del Sole? Nulla di pubblico, ma di certo – secondo le indiscrezioni di Start Magazine – Poste Italiane gongolano, le banche estere clienti di Sia (come Deutsche Bank, Bnp Paribas e Ing) sono preoccupate e gli istituti di credito azionisti di Sia (come Intesa Sanpaolo e Unicredit) mugugnano.

I PENSIERI DEI PENTASTELLATI SU SIA E POSTE ITALIANE

Qualcuno pensava che siccome i vertici di Poste Italiane sono apprezzati da esponenti di primo piano del Movimento 5 Stelle (Davide Casaleggio ha di recente lodato l’azione del gruppo controllato da Mef e Cdp) la mossa della società guidata dall’ad, Matteo Del Fante, trovasse il placet dei Pentastellati. Secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine in ambienti parlamentari M5S, ai vertici del Movimento gradirebbero invece che – vista la strategicità dell’infrastruttura di Sia – fosse la Cassa depositi e prestiti a rilevare il controllo della società, che invece aveva in serbo un’Offerta pubblica di acquisto.

LA CDP IN SIA TRAMITE FSIA INVESTIMENTI

D’altronde la Cdp ha già un piede in Sia. Tra gli azionisti, c’è anche il veicolo Fsia Investimenti (che vede Fsi Investimenti di Cdp al 70% e Poste Italiane al 30%) con il 49,48% seguito da F2i con il 17,05%, dal fondo Hat Orizzonte (8,64%) e dal gruppo di banche storicamente presenti nella compagine: BancoBpm (4,82%), Intesa Sanpaolo (4,05%), Unicredit (3,97%), Mediolanum (2,85%), Deutsche Bank (2,58%).

“Proprio perché strategica, Sia, non ha senso che sia inglobata da un player di sistema”, è il ragionamento dei vertici del Movimento 5 Stelle. Meglio dunque, per i Pentastellati, la soluzione Cdp controllata dal Tesoro.

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Perché sono lugubri i silenzi europei sulle proposte di Paolo Savona

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta su reazioni e silenzi al documento che il ministro Savona ha inviato a Bruxelles

È sempre così: non se ne parla nemmeno. Gelo e silenzio, silenzio e gelo: quando vengono presentate proposte strutturate per l’abbattimento del debito pubblico italiano con procedure straordinarie, si erige un muro. Sembra che accada anche stavolta, nonostante si tratti di una iniziativa ufficiale del Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona, che l’ha formalizzata nell’ambito di un documento assai più complesso, intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Diplomaticamente parlando, è il consueto fin de non-recevoir: non si entra neppure nel merito della questione.

Ripercorriamo gli eventi. Mercoledì è stata annunciata la trasmissione a Bruxelles del documento in questione, sottolineando che il Governo italiano assumerà tutte le iniziative utili per dare vita a un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati. Il Gruppo di lavoro ha lo scopo di sottoporre al Consiglio europeo, prima delle prossime elezioni, suggerimenti utili a perseguire il bene comune, la politeia che manca al futuro dell’Unione e alla coesione tra gli Stati membri.

Il giorno dopo, giovedì, come se nulla fosse, i l Commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici, ha affermato che «C’è un problema nella zona euro, che è l’Italia».

Eppure, sempre mercoledì, a Bruxelles, il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker aveva ammonito tutti del pericolo di uno sbriciolamento dell’edifico europeo. Tutti in coro, pronti a stracciarsi le vesti contro il demone del risorgente nazionalismo; ma non appena si tratta di esaminare le cause di tanto disastro e di proporre i rimedi adeguati, come ha fatto Paolo Savona, c’è solo mutismo. Ben lo aveva previsto, però: non per caso ha premesso al documento una citazione tratta da Il Principe di Machiavelli: “Non esiste cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo e introdurre nuovi ordini, perché lo introduttore ha per nimici, tutti quelli che degli ordini vecchi fanno bene, e ha tepidi defensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene”.

Le regole attuali vanno bene solo ad alcuni Paesi europei, i più forti, prima fra tutti la Germania che non ha evidentemente alcun interesse a metterle in discussione.

Del documento, estremamente ampio, prendiamo in considerazione solo due questioni, quelle relative alle regole per la fissazione del disavanzo ed alla riduzione del rapporto debito/Pil.

Dietro i debiti pubblici non c’è solo la speculazione finanziaria che guadagna, e non poco, giocando spesso al ribasso: ci sono i soldi veri, quelli che girano: giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Abbattere il debito pubblico con misure straordinarie, e soprattutto contenerne drasticamente i tassi di interesse, è una condizione indispensabile per consentire all’Italia di riprendere a crescere, insieme agli altri Paesi che hanno un elevato rapporto debito/Pil: ma era una questione che andava risolta già nel 1992, ai tempi del Trattato di Maastricht.

Su questo punto, l’analisi di Savona è tagliente: se si pone a carico dell’applicazione del divieto di disavanzo eccessivo il principio di produrre avanzi di bilancio al fine di ridurre il rapporto debito pubblico/pil con effetti deflazionistici, la divaricazione degli itinerari di sviluppo dei paesi che si trovano al di sotto della soglia del 60% del rapporto debito pubblico/PIL e di quelli che si trovano al di sopra comporta conseguenze pericolose per la stabilità dell’euro e la coesione socio-politica.

Giova ricordare ancora una volta i numeri italiani, confrontando il pil reale del 2008 con quello di quest’anno: era di 1.664 miliardi di euro all’inizio della crisi, ed alla fine di quest’anno sarà ancora più basso rispetto ad allora di una cinquantina di miliardi. Se tutto va bene, rispettando le previsioni di crescita, arriverà a 1.619 miliardi. Se si riflette poi sull’ammontare del prodotto perso nel frattempo, cumulando la perdita di ciascun anno rispetto al 2008, si arriva alla terrificante cifra di 904 miliardi di euro. Al costo spaventevole della crisi, va aggiunto anche il peggioramento del rapporto debito/Pil accresciutosi per via della deflazione monetaria, passato dal 102,4% al 129,7%.

Le regole europee in materia di politica di bilancio sono sbagliate, perché la loro applicazione allontana anche dall’obiettivo della stabilizzazione finanziaria. Siamo più poveri e più indebitati. Ecco perché l’Europa è a pezzi.

Occorre dunque rimediare, secondo Savona, al primo vizio di origine nella costruzione dell’eurosistema: quello di non aver sistemato subito gli eccessi di debito pubblico rispetto al Pil, invece di introdurre il criterio di convergenza verso il parametro del 60%. I danni di questa impostazione sono stati enormi: chi era in eccesso rispetto al limite h dovuto ricorrere a politiche restrittive, pena l’esposizione alla speculazione e l’emergere degli spread tra i propri titoli sovrani e quelli di riferimento. Di conseguenza, il costo del danaro si è differenziato anche in misura rilevante, divaricando ulteriormente le performance economiche e sociali dell’eurozona e alterando le condizioni di corretta competizione tra imprese.

In secondo luogo, e qui si viene alla questione del deficit pubblico, non basta agire dal lato dell’offerta: va sollecitata anche la domanda, in particolare attraverso la spesa pubblica per investimenti. A questo fine, deve valere la regola aurea di un sistema di crescita stabile: la percentuale di disavanzo del bilancio non deve essere superiore al saggio di crescita nominale del Pil che ne risulta. Non c’è bisogno, però, di modificare subito le regole vigenti, visto che sono state adottate deroghe in altre occasioni di crisi conclamata.

La proposta di abbattere strutturalmente il debito pubblico è tanto semplice quanto dirompente: se i timori dei paesi membri creditori che ostacolano la definizione di una politica fiscale fossero dovuti al rischio temuto da alcuni paesi di doversi accollare il debito altrui, esistono le soluzioni tecniche per garantire che ciò non avvenga. Si tratta di attivarle in pratica effettuando scelte politiche, come quelle di concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo una garanzia della Bce fino al rientro nel parametro del 60% rispetto al Pil, in contropartita di una ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate. Secondo Savona, occorre decidere oggi quello che si sarebbe dovuto fare prima dell’avvio dell’euro. Ovviamente, conclude, tra le clausole di un siffatto accordo vi sarebbe anche quella che il disavanzo di bilancio pubblico si collochi in modo dinamico entro la regola indicata di coerenza rispetto al saggio di crescita nominale del PIL e quindi non comporti un nuovo superamento del rapporto debito pubblico/Pil.

Sull’intero documento predisposto da Savona, che riguarda numerosi altri aspetti dell’architettura europea, dai poteri della Bce in materia di cambio dell’euro alla istituzione di una Scuola europea, c’è davvero tanto su cui riflettere.

Ci sono state solo due prese di posizione, in questi giorni, che vale la pena considerare.

A chi nel governo sollecitava un aumento del deficit, Il Ministro dell’economia Giovanni Tria ha obiettato che, verosimilmente, il mercato reagirebbe richiedendo un aumento generalizzato dei tassi. Ciò comporterebbe una maggiore spesa per interessi, per un importo più volte superiore all’entità del maggior deficit. Si avrebbero effetti negativi sul rapporto debito pil in quanto ad un moltiplicatore del reddito determinato dalla maggiore spesa, che è solo di qualche decimale superiore all’unità, corrisponde un aumento più che proporzionale della spesa per interessi. Si spenderebbe 1 euro in più, in deficit, per ottenere un reddito di 1,5 euro; ma con un costo sugli interessi che sale di 3-4 euro. Un inferno.

Il Governatore della Bce Mario Draghi, rispondendo ad una domanda nella conferenza stampa a conclusione dell’ultimo Consiglio, ha affermato che il mandato della Bce si limita alla stabilità della moneta e non implica la garanzia del finanziamento degli Stati in qualsiasi condizione. Concludendo sull’Italia, ha affermato che il nostro Presidente del Consiglio, il Ministro dell’economia e quello degli esteri hanno tutti confermato che saranno rispettate le regole sui bilanci pubblici. Silenzio e gelo, gelo e silenzio.

C’è poco da fare: il problema non sono tanto i vincoli parametrici al deficit ed al debito pubblico, quanto l’impotenza degli Stati rispetto al mercato. Per rimediare, bisognerebbe tornare assai più indietro, al regime che vigeva prima del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, quando i tassi di interesse sui titoli erano fissati dal primo e la seconda procedeva immediatamente all’assorbimento dell’inoptato dal mercato. Ma, questa, è davvero tutta un’altra storia.

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Mps, Carige, Popolare di Bari, che cosa succederà alla Gacs per gli Npl?

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]L’[/ap_dropcaps]analisi di Silvia Merler, Affiliate Fellow presso Bruegel (Bruxelles), sull’utilizzo delle Gacs delle cartolarizzazioni

(Le operazioni assistite da Gacs sono state oltre quella del Monte dei Paschi di Siena per circa 24 miliardi di euro (‘Project Valentine’); la cartolarizzazione, realizzata dal Gruppo Carige di un portafoglio di sofferenze dal valore di 938 milioni di euro; la cartolarizzazione del Credito Valtellinese relativa a un portafoglio di sofferenze da 1,4 miliardi di euro; le due cartolarizzazioni della Banca Popolare di Bari realizzate tra il 2016 e il 2017, con oggetto un portafoglio di sofferenze rispettivamente pari a 480 milioni di euro e 319 milioni di euro. Qui l’ultimo approfondimento di Start Magazine sulla base di un report di Kpmg e di seguito l’analisi di Merler tratta da Lavoce.info)

L’ANALISI DI LAVOCE.INFO SULLE GACS

La garanzia cartolarizzazione sofferenze è formalmente scaduta il 6 settembre. Il Tesoro ha richiesto un’estensione alla Commissione europea, che l’ha accordata. Ma come va il mercato italiano dei crediti deteriorati? E cosa possiamo aspettarci?

UNA GARANZIA PER I CREDITI DETERIORATI

La crisi economica ha avuto importanti ripercussioni sui bilanci delle banche italiane, che ancora fanno i conti con il fardello dei prestiti deteriorati (non-performing loans, Npl) accumulati negli anni passati. Per far fronte al problema, a febbraio 2016 è stato introdotto un meccanismo noto come “Gacs”, garanzia cartolarizzazione sofferenze.

Lo schema è formalmente scaduto il 6 settembre, ma il Tesoro ha richiestoun’estensione alla Commissione europea, che pare aver dato il suo assenso.

La Gacs ha l’obiettivo di facilitare lo smaltimento dei Npl grazie alla concessione di garanzie statali nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione che abbiano come sottostante crediti in sofferenza. Le garanzie possono essere richieste solo per le tranche senior– le meno rischiose – e le banche richiedenti sono tenute a pagare una commissione al Tesoro, a prezzo di mercato (motivo per cui la misura non costituisce aiuto di stato secondo le regole europee).

Come sta andando, quindi, il mercato dei crediti deteriorati? Dopo un continuo aumento nel periodo 2008-2016, lo stock dei crediti deteriorati nel sistema bancario italiano ha infatti iniziato a ridursi significativamente nel 2017 e 2018. Stando alle recenti statistiche della Banca d’Italia, il totale dei crediti deteriorati alla fine del primo trimestre di quest’anno era di 195 miliardi di euro (figura 1, sinistra). Le cosiddette “sofferenze” – che costituiscono il nocciolo più duro dei prestiti deteriorati – erano circa 132 miliardi a giugno 2018, in discesa del 34 per cento dalla fine del 2016 (figura 1, destra).

Figura 1 – Crediti deteriorati e sofferenze – Aggregato (miliardi di euro)

Fonte: Banca d’Italia

Nota: i grafici usano due serie diverse della Banca d’Italia.

L’Italia resta il paese con lo stock di crediti deteriorati più voluminoso in termini assoluti (figura 2, destra) ed è il quarto in Europa quanto a rapporto tra prestiti deteriorati e prestiti totali, ma il Npl ratio italiano si è ridotto in due anni di ben 5 punti percentuali (dal 16 all’11 per cento).

Figura 2 – Npl in Europa – Valori assoluti e rapporto percentuale

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 2017, il mercato Npl ha registrato transazioni per 72 miliardi di euro – contro un totale di 17 miliardi per il 2016 (figura 3). Anche il 2018 è iniziato bene: secondo ricerche di mercato, 37 miliardi di transazioni sarebbero già state concluse nei primi sei mesi dell’anno e il totale di fine-2018 potrebbe essere vicino a quello dell’anno scorso.

Sviluppi positivi sul mercato NPL, quindi. Ma quant’è il contributo della GACS? Alcuni aspetti problematici della garanzia erano stati discussi sul nostro sito in passato. Secondo una recente analisi della Commissione europea, si sono verificati alcuni problemi operativi sul fronte GACS: per esempio, l’assenza di dati dettagliati sui prestiti in portafoglio, soprattutto per le banche più piccole, ha rallentato le transazioni Gacs e il processo di valutazione da parte delle agenzie di rating. Al tempo stesso, la Commissione rileva che alcune banche esitano di fronte al costo dei miglioramenti nella qualità dei dati e della gestione dei Npl, necessari per partecipare alla Gacs.

La prima transazione Gacs si è avuta su richiesta della Banca Popolare di Bari, e successivamente l’uso della garanzia è aumentato fino a 20 miliardi nel 2017 ed è in rotta verso i 40 miliardi quest’anno. Nel 2017, la Gacs è stata usata per il 5 per cento delle transazioni Npl, ma si è trattato tendenzialmente di operazioni ridotte, in termini di volume (figura 4).

Figura 3 – 2017, transazioni Npl per tipo di portafoglio – Volume e numero di transazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Banca Ifis

Figura 4 – 2017, transazioni Npl per metodo di disposizione

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Banca Ifis

UNA TENDENZA DESTINATA A CONTINUARE?

I recenti dati sul mercato Npl sono decisamente positivi. La ripresa economica ha senz’altro giocato un ruolo fondamentale nello smaltimento dei crediti deteriorati osservato durante gli scorsi due anni. Sulla Gacs, la valutazione è più mista: da un lato è stata applicata finora a transazioni relativamente limitate, dall’altro l’uso della garanzia è aumentato nel tempo e i problemi rilevati nel rapporto della Commissione Europea potrebbero essere mitigati in futuro, se la Gacs si dimostrasse strumento efficace per lo smaltimento dei Npl.

Affinché ciò avvenga, occorre però prima di tutto garantire certezze sul fronte economico e politico. Le aspettative degli investitori sono infatti fondamentali per un mercato come quello dei Npl. Un recente rapporto di PwC, per esempio, sottolinea come ci siano stati importanti cambiamenti nel mercato di gestione e recupero dei crediti deteriorati con l’ingresso di “servicer” internazionali, in cerca di opportunità soprattutto nella gestione e recupero delle inadempienze probabili (unlikely to pay), attualmente circa il 22 per cento dei crediti deteriorati italiani (figura 1).

Queste aspettative potrebbero però cambiare alla luce delle posizioni del nuovo governo in materia di recupero dei crediti da parte di banche e società: il programma di governo per esempio include l’intenzione di sopprimere qualunque norma che consenta l’azione nei confronti dei cittadini debitori senza preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria – un provvedimento che potrebbe rallentare e complicare il processo di recupero crediti.

In due anni, i crediti deteriorati in rapporto ai prestiti totali sono diminuiti di 5 punti percentuali. Si tratta di un miglioramento certamente significativo e suggerisce che il mercato Npl in Italia sia avviato nella giusta direzione. Ma la strada è ancora lunga e sarebbe sbagliato pensare che la garanzia statale sia una panacea per il settore bancario italiano, se non ci sono certezze sul fronte economico e politico. I prossimi mesi, le prossime mosse del governo, giocheranno il ruolo più importante nel determinare se la tendenza positiva che abbiamo visto negli ultimi due anni continuerà.

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