ccc Italia

Costi delle bollette. La Camera avvia le audizioni

Costi delle bollette. Parte un ciclo di audizioni per cercare di capire come un intervento normativo possa evitare di scaricare i costi dei morosi sugli utenti che pagano regolarmente. Il sottosegretario Galli (Mise): “Arera valuta interventi su recesso e switching”

Entrano nel mirino della Camera i tanto discussi oneri generali del sistema elettrico che finiscono per far lievitare le bollette degli italiani oltre la soglia di sopportazione. Montecitorio ha infatti dato il via libera a un ciclo di audizioni sul tema dopo la discussione in commissione Attività produttive sulla risoluzione del responsabile Energia del Pd Gianluca Benamati incentrata sulla morosità. Le risposte del sottosegretario allo Sviluppo economico Dario Galli ad alcune interrogazioni, hanno inoltre fornito chiarimenti su questioni legate all’efficienza energetica, al recesso e switching dei clienti e sul tema del passaggio dal regime di maggior tutela a quello del mercato libero.

AL VIA CICLO DI AUDIZIONI SUI COSTI DELLE BOLLETTE IN COMMISSIONE ATTIVITÀ PRODUTTIVE DI MONTECITORIO

Parlando di costi delle bollette, secondo Benamati “alla luce di deliberazioni assunte nel 2018 dall’Autorità di regolazione” nelle bollette dell’energia elettrica sono presenti, oltre ai servizi di vendita e di rete, “altri oneri generali di sistema, il cui gettito, di natura parafiscale, è finalizzato alla copertura di costi relativi ad attività di interesse generale, derivati da impegni assunti dal Paese, quali, ad esempio, il sostegno alle fonti rinnovabili e il bonus elettrico. Si tratta di una somma complessiva di circa 13-14 miliardi di euro, sulla quale gravano anche le posizioni di morosità dell’utenza”. La questione è scaturita dopo una decisione dell’Autorità che stabiliva dovesse essere in capo ai gestori il rischio dovuto alla morosità, ponendo a loro carico la presentazione, per garanzia, di fidejussioni. In seguito a ricorsi da parte dei venditori, la giurisprudenza amministrativa ha poi sancito che “l’Autorità non ha titolo per imporre alle imprese tali sistemi di garanzia. Il risultato è che, in seguito alle richiamate deliberazioni del 2018, le posizioni di morosità vanno a gravare, per gli oneri generali, sugli utenti che pagano correttamente.Chi paga regolarmente si trova quindi a pagare anche per chi non paga. Non si tratta soltanto di una questione di principio ma di un onere di circa due euro per bolletta che complessivamente rappresenta un gravame per le famiglie”. Proprio per superare la dicotomia e la contraddizione tra le posizioni dell’Autorità di regolazione e quelle della giustizia amministrativa, ha sottolineato il responsabile Energia del Pd “si rende necessario un intervento normativo del legislatore” accompagnato “dal completamento della riforma della bolletta, iniziata nel 2015 e che si sarebbe dovuta completare quest’anno con il passaggio al mercato libero, che è stato però prorogato, anche comprensibilmente, al luglio 2020. La risoluzione intende quindi fornire un indirizzo al Governo per evitare di scaricare i costi delle posizioni morose sugli utenti che pagano regolarmente. Sulla soluzione migliore da adottare ritiene necessario un approfondimento con un ciclo di audizioni”. Su cui la presidente Barbara Saltamartini, preso atto dell’orientamento dei gruppi ha dato l’ok fissando il termine per l’indicazione di soggetti da ascoltare in audizione alle 12 del 3 ottobre.

GALLI (MISE): CI SARÀ UN CONFRONTO CON TUTTI I SOGGETTI COINVOLTI PER GARANTIRE UN MERCATO ENERGETICO EFFICIENTE, SOSTENIBILE E TRASPARENTE.

Costi Bollette Dario Galli

Il Sottosegretario Dario Galli

Non solo. Lo stesso Benamati ha presentato anche un’interrogazione al governo sugli orientamenti in materia di riforma del mercato energetico per porre l’attenzione sul tema del passaggio dal regime di maggior tutela a quello del mercato libero nel settore del gas naturale e dell’energia elettrica, e in particolare su una serie di adempimenti a carico del ministro dello Sviluppo economico volti a garantire ai consumatori la possibilità di scegliere con consapevolezza le offerte più vantaggiose e contenere i costi delle bollette. “Le modifiche recentemente apportate alla legge sulla concorrenza hanno prorogato la data per la cessazione del regime di prezzi regolati nel settore elettrico e del gas, non per ritardare il processo di estensione dei prezzi di mercato, ma per poter stimolare e creare, nel tempo intercorrente a tale cambiamento, condizioni di piena consapevolezza ed effettivo vantaggio per i consumatori – ha replicato il sottosegretario allo Sviluppo economico Dario Galli -. È prevista l’adozione di un decreto del ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia rappresenta il punto d’arrivo, ovvero la sintesi, di una serie di pre-condizioni sullo stato dei mercati retail, ritenuto non ancora soddisfacente, e soprattutto della messa in campo di precisi strumenti a tutela dei consumatori, con particolare riguardo a quelli più vulnerabili, che ad oggi non sono ancora tutti operativi o non pienamente efficaci. Lo slittamento al 2020 della data della cessazione del regime di ‘maggior tutela’, deciso dal Parlamento, si è reso quindi indispensabile in considerazione della non sussistenza delle necessarie garanzie di informazione per i consumatori, di competitività e di trasparenza – ha aggiunto Galli -. Il ministero intende utilizzare questo periodo di tempo concesso dal Parlamento per migliorare le condizioni di competitività del mercato e per effettuare questa trasformazione dando maggior sicurezza e tranquillità alle famiglie, attraverso contratti luce e gas chiari, trasparenti e senza condizioni vessatorie nei loro confronti, oltre che con forme di qualificazione del mercato e degli operatori che ne fanno parte, prevedendo adeguate misure di controllo e sanzionatorie nei confronti dei comportamenti scorretti. A tal fine, è stato annunciato un confronto con tutti i soggetti coinvolti come ARERA, AGCM, operatori del settore e Consumatori al fine di raggiungere l’obiettivo fondamentale di garantire alla collettività un mercato energetico efficiente, sostenibile e trasparente. La proroga del termine di cessazione dei regimi di tutela consentirà infatti un pieno coinvolgimento di tutti i soggetti portatori di interessi in un processo complesso, che pone al centro l’interesse dei consumatori e in relazione al quale è opportuno avere ampia condivisione da parte dei soggetti coinvolti”.

GALLI (MISE): IL GOVERNO STA LAVORANDO AL PIANO INTEGRATO ENERGIA E CLIMA CON GLI OBIETTIVI DI EFFICIENZA ENERGETICA AL 2030 E AL 2050

Per quanto riguarda le iniziative per favorire sviluppo e competitività delle aziende che operano nel settore dell’energia, sempre per contenere i costi delle bollette, Galli – rispondendo a un’altra interrogazione – ha ammesso che “la politica per la sostenibilità ambientale del settore energetico è uno dei pilastri della politica nazionale, nella consapevolezza delle ricadute positive che ciò ha sulla qualità ambientale, sulla riduzione dei costi delle forniture energetiche, sullo sviluppo di filiere produttive innovative nonché sulla sicurezza energetica. In particolare, in Italia è già presente un mix di strumenti per la promozione dell’efficienza energetica ampio, consolidato e spesso efficace nel sostenere sul mercato la domanda di beni e servizi per l’efficienza, rivolto alle imprese, agli enti pubblici e singoli cittadini. È comunque precisa intenzione del Governo di rafforzare le politiche per l’efficienza energetica al fine di accelerare il processo di decarbonizzazione in corso, per creare nuovi strumenti di intervento in particolare nei settori civile, con un programma di riqualificazione dell’edilizia, e nel settore dei trasporti, con riferimento specifico alla mobilità sostenibile dove occorre puntare a rafforzare la filiera industriale. In queste settimane il Governo sta lavorando alla stesura del Piano integrato energia e clima, che declinerà non solo gli obiettivi in materia di efficienza energetica da raggiungere al 2030 e al 2050, ma anche ulteriori strumenti e misure di attuazione, nel senso sopra descritto”.

Costi bollette gianluca beneamati

Gianluca Beneamati

GALLI (MISE): “ARERA VALUTA INTERVENTI SU RECESSO E SWITCHING”

Infine, sulle iniziative per modificare le procedure di recesso contrattuale per i clienti del settore elettrico e del gas, “si ritiene che la gestione centralizzata della procedura mediante il SII consenta lo svolgimento di queste attività con modalità informatizzate e standardizzate, affidate ad un soggetto terzo e neutrale rispetto agli interessi dei diversi soggetti coinvolti (venditore entrante, venditore uscente, impresa distributrice), nel rispetto di determinate tempistiche e modalità operative”, ha evidenziato Galli. Mentre sulla tutela nei confronti dei clienti di piccole dimensioni “a valle dell’adozione della delibera sono pervenute all’Autorità alcune segnalazioni relative all’applicazione della regolazione sui contratti dei clienti di maggiori dimensioni: le procedure di recesso e switching verso altro fornitore, regolate dalla delibera, mal si concilierebbero con termini di recesso medio-lunghi, liberamente stabiliti dalle parti nei contratti di fornitura di energia elettrica e gas di clienti non domestici, e condizionerebbero l’esercizio del diritto di recesso alla contestuale scelta di un diverso fornitore. Ad ogni buon conto, si è appreso che l’Autorità stia vagliando le segnalazioni pervenute sul tema e stia valutando, ove ravvisi la necessità, le possibilità di intervento e di modifica della disciplina attualmente in vigore”.

FEDERCONSUMATORI: RACCOLTE MIGLIAIA DI FIRME PER LA RIFORMA DEGLI ONERI DI SISTEMA

Gli aumenti dei costi delle bollette scattati con l’aggiornamento tariffario per il IV trimestre 2018 (che prevedono un incremento in bolletta del 7,6% per l’elettricità e del +6,1% per il gas) non saranno gli unici ad incidere sui bilanci delle famiglie. Infatti, indipendentemente dall’andamento dei mercati, nei prossimi trimestri incombe l’ombra dell’applicazione di quanto finora rinviato dall’ARERA, ovvero il rialzo degli oneri che, secondo l’Autorità, ha comportato “un contenimento della spesa per i consumatori elettrici, domestici e non domestici, di circa un miliardo di euro (per tutto il 2018), a beneficio sia del mercato libero che di quello tutelato”. Un’operazione che, dietro alla sua “magnanimità”, in realtà non fa altro che nascondere un eterno rinvio. Bisogna andare oltre gli annunci, perché è necessario intervenire radicalmente sul tema degli oneri di sistema. Negli ultimi mesi abbiamo raccolto, online e presso i nostri sportelli, migliaia di firme per rivendicare una riforma degli oneri di sistema improntata all’equità ed all’equilibrio. I cittadini, infatti, trovano insensato continuare a pagare in bolletta per voci desuete o inappropriate, quali ad esempio la dismissione delle centrali nucleari, le agevolazioni alla rete ferroviaria, le agevolazioni alle imprese energivore e via dicendo. Per questo, in molti, hanno firmato manifestando la propria richiesta di un riordino di tali oneri. Nelle prossime settimane consegneremo al Parlamento le firme raccolte, per rivendicare l’attenzione del Governo su un tema tanto sentito dai cittadini, che trovano ormai insopportabile il peso di queste vere e proprie tasse occulte e per richiedere una urgente riforma generale di sistema. Si tratta di un tema rilevante, da affrontare con urgenza, specialmente alla luce degli aggravi registrati sul piano energetico sui mercati internazionali, nonché del dilagare del fenomeno della povertà energetica, che sta divenendo sempre più grave e allarmante nel nostro Paese. Alla luce dei recenti rincari abbiamo chiesto, inoltre, la il recupero degli oneri bloccati avvenga con scaglioni lunghi, che guardino al contesto delle dinamiche dei prezzi delle materie prime e l’automatizzazione dell’erogazione dei bonus energia e gas, indispensabili per fornire un sostegno reale alle famiglie meno abbienti, specialmente in un periodo di rincari come quello alle porte.

Continua...

ccc Italia

Asta per le frequenze 5G. Incasso record per lo Stato, ecco quanto hanno offerto gli operatori

Asta frequenze 5G: 6,55 miliardi di incasso per lo Stato, con un aumento rispetto alla base d’asta del 130%. Ecco quando hanno pagato le loro frequenze gli operatori: Tim, Vodafone, Iliad, Fastweb e Wind 3.

L’asta per le frequenze del 5G, che si è chiusa alle 17.30 dello scorso 2 ottobre, finisce con un esborso, per gli operatori, che è più del doppio (il 130%) della base d’asta, a tutto vantaggio delle casse dello stato. Che incamerano 6.550.422.258,00 euro, una cifra record.

ASTA FREQUENZE 5G. QUANTO HANNO OFFERTO GLI OPERATORI

Per le bande messe a gara il totale delle offerte ha raggiunto i 6.550.422.258,00 euro. Si tratta di una cifra di gran lunga superiore a quanto auspicato dallo Stato inizialmente, che si attendeva 4 miliardi di introito minimo (come previsto nella Legge di Bilancio): l’ammontare finale ha superato del 164% il valore delle offerte iniziali e del 130,5% la base d’asta.

Scendendo nei particolari, a riscuotere maggior successo, come si legge sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, sono stati:

  • i lotti per la banda 700 MHz FDD hanno raggiunto la quota di 2.039.909.188,00 euro;
  • i lotti per la banda 3700 MHz hanno raggiunto quota pari a 4.346.820.000,00 euro;
  • i lotti per la banda 26 GHz hanno raggiunto la quota di 163.693.070,00 euro.

ASTA FREQUENZE 5G: IL LOTTO PER I 700Mhz E QUELLO PER I 3700 Mhz

Il lotto riservato ai nuovi entranti di 10 MHz in banda 700 MHz FDD è stato aggiudicato dal remedy taker Iliad Italia per 676.472.792,00 euro, mentre Vodafone si è aggiudicato 2 lotti generici in banda 700 MHz FDD, per un totale di 10 MHz alla cifra complessiva di 683.236.396,00 euro. I restanti 2 lotti generici in banda 700 MHz FDD, per un totale di 10 MHz, sono stati aggiudicati da Telecom Italia per un importo complessivo di 680.200.000,00 euro.

La società Telecom Italia si è aggiudicata il lotto specifico (C1) di 80 MHz per 1.694.000.000,00 euro, la società Vodafone Italia si è aggiudicata il lotto generico di 80 MHz per 1.685.000.000,00 euro, la società Wind 3 si è aggiudicata un lotto generico di 20 MHz per 483.920.000,00 euro. Iliad Italia si è aggiudicata il secondo lotto generico di 20 MHz per 483.900.000,00 euro.

BANDA 26 GHz

I 5 lotti in banda 26 GHz sono stati aggiudicati 1 per ogni società: in particolare Telecom Italia si è aggiudicata un lotto per 33.020.000,00 euro, Iliad Italia si è aggiudicata un lotto per 32.900.000,00 euro, Fastweb si è aggiudicata un lotto per 32.600.000,00 euro, Wind 3 si è aggiudicata un lotto per 32.586.535,00 e Vodafone Italia si è aggiudicata un lotto per 32.586.535,00 euro.

NESSUNA OFFERTA PER I 700 Mhz SDL

Come dichiarato dal Ministero dello Sviluppo Economico, nessuna offerta è stata fatta per i lotti 700 MHz SDL, pertanto i soggetti che ne abbiano manifestato l’interesse potranno partecipare alla fase di gara successiva, secondo le procedure previste dal disciplinare di gara per frequenze non aggiudicate, che si svolgerà a partire da venerdì 5 ottobre.

Continua...

ccc Italia

L’Ordine dei giornalisti è superato? Come organizzare il comparto della comunicazione

L’Ordine (dei giornalisti) è morto, viva l’Ordine. Ovvero, per una riforma complessiva delle professioni della Comunicazione. L’intervento di Daniele Chieffi, Digital Communication and Content Factory Manager di AGI e responsabile rinnovamento ed innovazione di Ferpi. L’articolo originale è pubblicato sul Blog “Online Media Relations”.

Un social media manager che gestisce la diffusione degli articoli di un quotidiano online è un giornalista o no? Un brand journalist, che usa tecniche appunto giornalistiche per la comunicazione corporate è un giornalista o no? E un addetto stampa deve essere un giornalista o meno? Non esiste una singola risposta, non esiste la possibilità di un sì o no, netti e indiscutibili, semplicemente perché la domanda è mal posta e nasce da una confusione, forse voluta, forse no, fra due piani diversi: il ruolo e le peculiarità della professione giornalistica da un lato, la sua regolamentazione e organizzazione normativa e previdenziale dall’altro. Un discorso che va oltre il dibattito sull’abolizione o meno dell’Ordine dei Giornalisti.

Questo s‘intreccia con i destini di decine di nuove figure professionali “digitali” – di cui il social media manager e il brand journalist sono solo due esempi -. È forse arrivato il momento di accettare che il mondo è cambiato da quel lontano 1948 (legge sulla stampa) come da quel 1963 (legge sulla professione giornalistica) ma anche dal 2000 (legge 150 sulle attività di comunicazione della PA) e finanche dal 2013 (legge 4 sulle professioni non riconosciute). È necessario considerare il mondo della comunicazione per quel che è: un ecosistema complessivo del quale siamo tutti abitanti: media, comunicatori, giornalisti, pubblicitari, community manager, addetti stampa, ecc. Tutti profondamente interdipendenti quanto portatori ciascuno di peculiarità e singolarità profonde, ma uniti da unico comun denominatore: comunichiamo, produciamo informazione, sia pure con scopi diversi.

Pensare di risolvere questo problema – come da alcune parti si sente dire – gonfiando la definizione di “giornalista”, trasformandola in una categoria “ombrello” omnicomprensiva, è deleterio innanzitutto proprio per la professione giornalistica stessa, perché finirebbe per minarne definitivamente l’identità e il ruolo. Dall’altra parte costringerebbe altre figure professionali in un ruolo che definire contraddittorio è poco: è possibile immaginare un comunicatore o un digital strategist obbligati a prendere il tesserino dell’Ordine oppure a versare i contributi all’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti?

È necessario viceversa iniziare a ragionare in un’ottica complessiva, quella di un “comparto della comunicazione”, in grado di raccogliere e normare tutte le figure professionali che in quest’ambito operano, dare a tutte – salvaguardandone peculiarità e specificità – organizzazione, regolamentazione, tutele e regole deontologiche ed etiche, un sistema previdenziale comune. Questo permetterebbe, infine, di creare un sistema solido e articolato di garanzia e tutela per chi la comunicazione la fruisce, che siano lettori, utenti o clienti. Un sistema unico, costruito però su un assunto preciso: salvaguardare la differenza di scopo.

Non è un giornalista, infatti, chi produce informazione, indipendentemente dal fatto che lo faccia in maniera disintermediata o intermediata. Quindi non è un giornalista il social media manager, non è un giornalista l’addetto stampa, non è un giornalista il copy di un’agenzia pubblicitaria e via elencando. Non sono giornalisti semplicemente perché non svolgono un’attività che si possa ricondurre all’articolo 21 della Costituzione, al diritto-dovere d’informare, in maniera indipendente, per creare una coscienza critica nella popolazione e svolgere quel ruolo di garanzia della legalità e del buon esercizio del Potere.

È proprio la differenza di scopo la chiave di tutto: il giornalista svolge un’attività garantita dalla Costituzione, quindi d’interesse pubblico; chiunque altro faccia qualsiasi altra forma di comunicazione e informazione lo fa per sostenere e veicolare interessi particolari e “privati”. Il problema nasce evidentemente, come dicevamo prima, quando si inizia a parlare del fatto che chi svolga altre attività – il dibattito si è concentrato su chi svolge attività di comunicazione nelle aziende o nella Pubblica Amministrazione – debba essere ricondotto entro il sistema normativo giornalistico: iscrizione all’Ordine, adesione all’Inpgi, alla Casagit, ecc.

La contraddizione è evidente: strumenti normativi nati e pensati per la professione giornalistica applicati a quanti questa professione, nel senso spiegato sopra, non la svolgono. Ma perché propendere per questa soluzione che appare evidentemente illogica? Non è un ragionamento legato al cambiamento degli scenari della comunicazione, si tratta meramente di soldi. Il sistema dei media è in crisi da anni: i giornalisti regolarmente assunti che quindi versano i contributi sono sempre meno, mentre i pensionati sempre di più, Questo sta aprendo una voragine nei conti dell’Inpgi. La soluzione di cui si inizia a discutere piuttosto insistentemente? Imbarchiamo i comunicatori d’azienda, trasformiamoli obbligatoriamente in giornalisti, così saniamo i conti.

La soluzione deve essere diversa, e deve passare da un ripensamento complessivo di tutto il comparto della comunicazione, anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti portati dal digitale. Ha senso quindi parlare di un “comparto della comunicazione”, per dirla con linguaggio sindacale? Sì, ha grande senso. Siamo in un ecosistema, dicevamo. La disintermediazione che la rivoluzione digitale ha comportato, e che di questo ecosistema è il segno identitario, comporta un profondo ampliamento di problemi etici e deontologici e della necessità di garantire al pubblico, a tutti noi, che l’informazione prodotta in questo ecosistema sia corretta, realizzata secondo criteri professionali precisi, prestabiliti e che chi non li segua venga sanzionato. I giornalisti questo sistema di garanzia lo hanno, si chiama Ordine. Anche i comunicatori e si chiama Ferpi.

Ha senso quindi pensare di mappare tutte le professioni della comunicazione, identificare le loro peculiarità tecniche e poi promuovere per ciascuna una forma associativa che ne tuteli gli interessi e, contemporaneamente, ne garantisca l’etica e la deontologia, ne certifichi la professionalità, come forma di tutela verso il pubblico e, perché no, anche verso i clienti? Sì, ha molto senso.

Parliamo quindi di immaginare un unico “comparto della comunicazione”, all’interno del quale ogni singola famiglia professionale abbia una forma associativa in grado di tutelarne gli interessi, regolamentarne l’accesso e la pratica e di certificarne la professionalità presso gli stakeholders.

In questo contesto non ci sarebbe nulla di illogico o sbagliato nell’immaginare una regolamentazione previdenziale unica per tutti gli operatori della comunicazione: un’unica Cassa che certo non si potrebbe più chiamare “Istituto Nazionale di Previdenza dei giornalisti”.

Riconoscimento e tutela delle nuove professioni, un sistema previdenziale solido e garanzie per gli utenti, lettori, clienti. È una soluzione che chiede però importanti interventi legislativi. Innanzitutto una mappatura precisa di quali siano le professioni della comunicazione, soprattutto di quelle nuove, native digitali – un tavolo, in questo senso, è già stato aperto -. Definirne le caratteristiche, le esigenze e le regolamentazioni di cui necessitano per garantire i destinatari finali della propria attività. Da qui la definizione normativa di un comparto professionale della comunicazione, entro cui dare finalmente soluzione a una serie importante di problemi aperti: la sostenibilità del sistema previdenziale dei giornalisti, il riconoscimento e la regolamentazione delle nuove figure professionali digitali e una tutela ampia e articolata degli utenti, dei lettori, dei clienti. In breve, di tutti noi.

Articolo di Daniele Chieffi, tratto da Online Media Relations

 

Continua...

ccc Italia

Lobby, cresce il fatturato ma manca una legge

Malgrado la mancanza di una legge di regolamentazione nel nostro paese (ma in Europa solo sei Stati membri ce l’hanno), il fatturato dei primi dieci player di settore è in crescita complice anche la novità del governo giallo-verde

Lobby sempre più radicate nei processi decisionali e con un giro d’affari in crescita. Dopo anni di lavoro nell’ombra, a differenza degli Stati Uniti ad esempio, dove sono legittime e radicate nella cultura nazionale, oggi una prima forma di regolamentazione nel nostro paese è arrivata con l’istituzione di un registro alla Camera (ma ce ne sono anche al ministero dello Sviluppo economico e della Pubblica amministrazione), considerato però non sufficiente per le imprecisioni e la mancanza di informazioni contenute, tanto da far invocare una legge di regolamentazione delle lobby su cui lavora da tempo, Italia Decide, la fondazione culturale di cui fanno parte Giuliano Amato, Gianni Letta, Pier Carlo Padoan e Giulio Tremonti.

lobbyIN ITALIA LOBBY NON REGOLAMENTATE PER LEGGE MA SIAMO IN BUONA COMPAGNIA IN UE

L’Italia non è però l’unico paese a non aver regolamentato il fenomeno: solo sei paesi sui 29 dell’Ue hanno introdotto delle leggi di settore e sono Austria, Irlanda, Lituania, Polonia, Regno Unito e Slovenia.

CRESCE IL GIRO D’AFFARI DEI PRIMI DIECI PLAYER DEL SETTORE NEL NOSTRO PAESE

Tornando al nostro paese, complice anche la novità del governo giallo-verde, il lavoro delle lobby sembra essere aumentato. A testimoniarlo lo dimostra il giro d’affari dei primi dieci player del mercato “che ha registrato una crescita media annua, su base triennale del 30,5%”, scrive Milano Finanza. A fine 2017 le prime dieci aziende attive nel settore avevano prodotto “un fatturato aggregato di 29,47 milioni, in crescita del 24,4% rispetto all’anno precedente” . Tra i settori che più fanno ricorso al lobbying rientrano la sanità, i servizi finanziari, l’hi-tech, le telecomunicazioni e il comparto infrastrutture e logistica.

LA TOP TEN ITALIANA

In cima alla classifica dei ricavi siede, ormai da tempo, la Cattaneo Zanetto & Co fondata nel 2005 da Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, che ha chiuso il bilancio dello scorso anno con un fatturato di 6,26 milioni, un +22,5% sul 2016, e un utile netto di 1,44 milioni di euro (+88%). In seconda posizione si piazza la Comin&Partners fondata nel 2014 da Gianlunca Comin – già presidente di Ferpi e alla guida delle relazioni istituzionali di Montedison, Telecom ed Enel – e in poco tempo ai vertici in Italia con un fatturato di 5,18 milioni di euro (+21%) e utili per 778 mila euro (+9%). Al terzo posto la InRete di Simone Dattoli con ricavi per 4,36 milioni di euro (+72%) e un utile di quasi 100 mila euro (-0,4%). Con ricavi di poco superiori ai 3,3 milioni di euro (+0,7%) troviamo poi la FB Associati di Fabio Bistoncini e un utile di 302 mila euro (+9,5%), Utopia Lab con 2,33 milioni di ricavi e un utile di circa 135 mila euro, la Apco (fatturato di 2,2 milioni e profitti per 130 mila euro), OpenGate (fatturato di 1,85 milioni e utile di 49 mila euro), Reti/Quicktop (ricavi per 1,63 milioni e utile di 15mila euro), Nomos Csp (ricavi per 1,2 milioni e profitti per 43mila euro) e Telos/Fipra (ricavi di quasi 1,1 milioni e utili per 165 mila euro).

Continua...

ccc Italia

Bologna e Genova, due tragedie simili ma una ricostruzione diversa

In Emilia-Romagna la ricostruzione del Raccordo autostradale A1-A14 e della Tangenziale Sud è avvenuta in soli 53 giorni grazie alla collaborazione con le istituzioni. Ponte Morandi, dopo 49 giorni non ha ancora un commissario all’emergenza

In Italia è impossibile realizzare qualsiasi opera per colpa di burocrazia, incertezze normative, mancanza di fondi. Un mantra che abbiamo sentito ripetere spesso negli ultimi anni. Eppure, a volte, il paese riesce ad uscire dal pantano e completare infrastrutture anche in anticipo rispetto ai tempi previsti.

DOPO 53 GIORNI RIAPERTI IL RACCORDO AUTOSTRADALE A1-A14 E LA TANGENZIALE SUD DI BOLOGNA

È il caso del Raccordo autostradale A1-A14 e della Tangenziale Sud di Bologna distrutta dopo lo scontro tra una cisterna di gpl e un autotreno il 6 agosto scorso. Episodio che ha provocato la morte di una persona e il ferimento di altre 100, oltre al crollo di un cavalcavia e la chiusura di entrambe le strade. Ebbene quel tratto viario, a distanza di soli 53 giorni, è stato ricostruito e Autostrade per l’Italia ha riaperto la viabilità in anticipo rispetto ai 5 mesi inizialmente stimati, che erano stati poi ridotti a 2 mesi grazie al reperimento immediato delle travi necessarie per l’opera.

“MERITO DELLA PROFICUA COLLABORAZIONE CON LE ISTITUZIONI LOCALI E L’AFFIDAMENTO DEI LAVORI A PAVIMENTAL”

Come sottolinea la stessa Autostrade per l’Italia in una nota, “la proficua collaborazione con le istituzioni locali e l’affidamento dei lavori a Pavimental, società del gruppo Atlantia, hanno accelerato la realizzazione del cavalcavia permettendo l’apertura in anticipo. In totale sono state 25.000 le ore lavorate con un media di 58 uomini impegnati quotidianamente”.

BONACCINI: COOPERAZIONE E COLLABORAZIONE SENZA CHIACCHIERE E POLEMICHE. LA MENTE CORRE A GENOVA?

Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini su Twitter, in occasione della riapertura del tratto autostradale emiliano-romagnolo, ha scritto che “dopo lo straordinario lavoro dell’emergenza lo sforzo incredibile di ricostruzione, in soli 55 giorni” quello della Tangenziale di Bologna rappresenta un esempio “di cooperazione e collaborazione senza chiacchiere e polemiche” riferendosi, probabilmente, a un’altra tragedia altrettanto importante come il crollo del Ponte Morandi a Genova.

SUL PONTE MORANDI SITUAZIONE DI STALLO CAUSATA DALLO SCONTRO ISTITUZIONALE

Proprio il confronto con la vicenda del Ponte Morandi mette in evidenza come lo scontro istituzionale e politico abbia prodotto, di fatto, una situazione di stallo. A distanza di 49 giorni dal crollo del viadotto genovese, il Governo non ha ancora nominato un Commissario all’emergenza e alla ricostruzione della struttura, nonostante le dichiarazioni sulla necessità di fare presto. Anche il Decreto Genova contenente le prime misure dell’esecutivo per tamponare la situazione nell’immediato è stato pubblicato a distanza di 45 giorni dal crollo del ponte, il 28 settembre, escludendo Autostrade per l’Italia – al contrario di quanto accaduto a Bologna – dalla ricostruzione. La stessa Autostrade, che pure aveva stanziato 500 milioni di euro a distanza di tre giorni dalla tragedia e presentato dopo 20 giorni un progetto di ricostruzione esecutivo, che prevedeva lavori di demolizione e ripristino della struttura in soli 8 mesi, grazie all’expertise degli ingegneri e delle maestranze che lavorano per le società che orbitano attorno il Gruppo Atlantia, tra cui Pavimental.

Continua...

ccc Italia

Ecco la nuova CDP di Tononi e Palermo

Cdp. Presenza più marcata nei territori, semplificazioni societarie, razionalizzazione ove possibile, spinta su infrastrutture e innovazione. Con un occhio particolare alle aziende strategiche e rilevanti ma rispettando i paletti dello statuto che prevedono solo interventi in società che sono in equilibrio economico.

Sono le priorità del nuovo vertice di Cassa depositi e prestiti (controllata dal ministero dell’Economia e partecipata dalle fondazioni bancarie) presieduta da Massimo Tononi e guidata dall’amministratore delegato Fabrizio Palermo, nominato dal governo Conte.

Le prime uscite pubbliche del nuovo capo azienda sono considerate significative per comprendere la direzione di marcia del nuovo corso in Cdp dopo l’era Costamagna-Gallia.

AVANTI SULLE INFRASTRUTTURE

La prima uscita pubblica di Fabrizio Palermo è stata a Genova, il 24 agosto scorso. Fincantieri (dove Palermo ha lavorato con il numero uno Giuseppe Bono prima di arrivare in Cdp come cfo), controllata da Cassa depositi e Prestiti attraverso la finanziaria Fintecna, è stata chiamata in campo dal governo, insieme a Italferr, per la ricostruzione del Ponte Morandi. Poi si è scoperto che le due aziende non hanno le dichiarazioni Soa, ma comunque faranno di sicuro parte – secondo la volontà del governo – di quel raggruppamento di imprese che si occuperà della ricostruzione del Ponte alla quale non parteciperà Autostrade per l’Italia, come stabilisce il decreto Urgenze-Genova.

Ma la visita dell’ad di Cassa nel capoluogo ligure rappresenta anche qualcosa di più, ha sottolineato Mf: “Proprio le infrastrutture sono uno dei punti cardine del nuovo corso che Palermo sembra avere in mente per Cdp, per dare alla società un ruolo attivo nella progettazione delle opere in Italia”.

IL PIANO PER UNA REGIA UNICA DELL’EXPORT

L’altro intervento pubblico di Palermo, l’11 settembre scorso, è stato alla VII cabina di regia per l’internazionalizzazione che si è tenuta alla Farnesina, durante la quale l’amministratore delegato di Cassa ha sottolineato l’importanza del sostegno all’export senza il quale, negli ultimi sei anni, il pil italiano sarebbe stato inferiore di oltre 6 punti percentuali.

Per sostenere meglio le imprese italiane che puntano all’estero, Palermo è pronto ad avviare un’opera di semplificazione nell’offerta di servizi e sostegni alle imprese. L’ambizione di Cdp, che corrisponde ai progetti più volte annunciati anche dai precedenti governi, è quella di creare una sorta di cabina di regia, anche a livello periferico, a servizio dell’internazionalizzazione delle imprese. Mettendo a fattor comune, e superando sovrapposizioni e duplicazioni, energie e strumenti di Sace, Simest e Ice se possibile. E puntando sulla base territoriale appannaggio ora di Sace.

L’ESEMPIO FRANCESE

Il modello nemmeno troppo lontano, secondo quanto ha scritto il Sole 24 Ore, è quello della “Banque des Territoires” che la Cdp francese ha lanciato a maggio per offrire una struttura unica ai suoi clienti sul territorio, divisa per filoni d’attività e organizzata in 16 direzioni generali e 35 sedi territoriali.

Più sullo sfondo, e tutte da definire in accordo con l’esecutivo e con il Tesoro, sono il capitolo equity e il progetto banca pubblica.

IL DOSSIER PARTECIPAZIONI

Il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni (M5s), nelle scorse settimane ha detto al Messaggero: “La Cassa depositi e prestiti può svolgere un ruolo di regia della politica industriale. Abbiamo aziende come Eni, Terna, Enel, Leonardo, Fincantieri, Saipem, Snam, Italgas eccetera che fanno grandi cose ovunque e sotto la Cdp – che garantirebbe una visione d’insieme – potrebbero essere davvero il volano per investimenti tali da garantire uno sviluppo sostenibile al Paese”.

Un progetto simile a quello di Renzi e Gentiloni? Ad aprile dello scorso anno, quando tra le indiscrezioni si parlò di un progetto «Capricorn», allo studio c’era l’ipotesi di coinvolgere partecipazioni della maggiori aziende quotate (Eni, Enel e Poste) per un valore di almeno 20 miliardi di euro, “con la Cdp a fare da veicolo attraverso l’emissione di azioni privilegiate”, scrisse La Stampa il 15 luglio dl 2017.

In sostanza, il piano Capricorn renziano si basava su un veicolo di Cdp in cui far confluire le quote delle società partecipate dal Tesoro o dalla Cassa. E poi una parte delle quote del veicolo si vendevano ai privati pur tenendo la maggioranza delle quote nelle mani di Cdp. “Una follia. Noi non abbiamo intenzione di svendere alcun titolo”, dice un esponente di rilievo del Movimento che segue il dossier e la Cdp ora guidata dall’amministratore delegato, Fabrizio Palermo, che avrebbe partecipato all’idea e a al progetto graditi al Movimento.

LA BANCA PUBBLICA E L’ESEMPIO BPI IN FRANCIA

Sullo sfondo resta il progetto di una vera e propria banca pubblica per gli investimenti, indicata dal contratto di governo M5S-Lega. Più concreto il riferimento all’esperienza della Bpi in Francia, come evocato di recente da esponenti pentastellati.

La Bpi France, fondata nel 2013 su iniziativa di Macron, è una banca a tutti gli effetti, sportelli diffusi sul territorio, investimenti disseminati in Francia e all’estero. Svolge varie funzioni: supporto all’investimento, agenzia di innovazione, fondo sovrano e agenzia di credito finalizzata all’export. Si tratta di una banca pubblica al 100%, controllata al 50% dallo Stato attraverso l’Agenzia governativa Epic, e al 50% dalla Caisse des Depots, altra società a controllo pubblico.

La legge francese la definisce «un gruppo pubblico che punta al finanziamento e allo sviluppo delle aziende, agendo in accordo con le politiche pubbliche definite sia dallo Stato che dalle autorità regionali».

Strutturalmente è divisa in tre parti: una banca vera e propria (Bpifrance Financement), una compagnia che gestisce le partecipazioni (Bpifrance Partecipations) e un’agenzia di credito per l’export (Bpifrance Assurance Export).

Massimo Tononi CDP

Massimo Tononi CDP

GLI INVESTIMENTI

I finanziamenti erogati da Bpi sono diversificati. Il 27% nel commercio, trasporti, hotel e catering, il 21% nell’industria, il 15% nel real estate, l’11% nell’edilizia, il 10% nei servizi alle imprese e il 6% nella tecnologia dell’informazione e comunicazione. Il totale degli investimenti è destinato al 44% alle piccole e medie imprese, al 25% alle medie imprese (capitalizzazione fra 2 e 10 miliardi), al 23% alle micro imprese e il 7% alle grandi imprese. Fra queste spiccano la partecipazione in Peugeot, di cui Bpi detiene una quota del 12% pari a 2,3 miliardi, e in Citroen (12,7%).

BANCA PRIVATA NEI FATTI

Malgrado la partecipazione pubblica al 100%, ha spiegato di recente l’ad Nicolas Dufourcq, «siamo una banca privata nei fatti. Agiamo con logiche di mercato. Abbiamo 2.500 dipendenti e 50 agenzie regionali e funzioniamo come sportello unico per le imprese». Bpi ha una diffusione capillare e, si legge sul sito della banca stessa, «abbiamo una stretta relazione con le imprese del territorio. Il 90% delle decisioni sono prese negli uffici regionali. Abbiamo, in ogni ufficio, responsabili per l’innovazione, finanziari e assicurativi».

BPI E CDP

Buona parte di quello che fa Bpi lo fa già Cdp“, chiosa un profondo conoscitore della Cassa che preferisce l’anonimato. Ma Cdp non potrebbe trasformarsi in una banca vera e propria senza alienare prima partecipazioni strategiche come quelle in Eni. Inoltre, aggiunge l’osservatore, “più che finanziamenti alle imprese in Italia servono garanzie (i finanziamenti li possono dare le banche se qualcuno li garantisce)”.

Continua...

ccc Italia

Claudio Gemme. Chi è il commissario in pectore per Genova

Claudio Gemme, nato a Pegli (antico borgo marinaro sul ponente di Genova) ma cresciuto in via Porro, proprio a poche centinaia di metri dall’isola ecologica Amiu investita dal crollo del ponte sul Polcevera, è il probabile nuovo Commissario Staordinario per la ricostruzione a Genova.

Un manager che “ha girato il mondo”, come lo aveva definito il vicepremier Salvini, ma sopratutto un uomo vicino a Genova ed ai genovesi. La sua famiglia, hanno ricordato in molti, possiede ancora un immobile in via Porro, a due passi dall’argine del Polcevera. Immobile che il padre poté acquistare in quanto ferroviere, come tanti altri in quel quartiere.

Claudio Gemme, presidente di Fincantieri Sistemi Integrati

Dal novembre 2016b Claudio Gemme è presidente di Fincatieri Sistemi Integrati, controllata del gruppo Fincantieri, costituita nel 2014, che si occupa di sistemi elettrici, elettronici ed elettromeccanici.

Gemme conosce bene l’industria italiana: entra nel gruppo Finmeccanica nel 1973, con incarichi prima nell’ambito della Direzione Approvvigionamenti, poi nella Gestione progetti di Ansaldo S.p.A. Nel 2000, con la privatizzazione del ramo industriale del gruppo Ansaldo, Gemme passa nel settore privato per gestire il processo di privatizzazione di Ansaldo Sistemi Industriali SpA dove dà un contributo nella fase cruciale che si apre nel 2005.

Gemme in Anas

Dal 2009 al 2011 è stato membro del Consiglio di Amministrazione di ANAS. Esperto di energia e di efficienza energetica, Claudio Gemme ricopre numerose cariche nei principali enti e associazioni di settore a livello nazionale ed europeo. È stato vice presidente e CEO di Nidec ASI S.p.A, amministratore delegato di Nidec ASI Japan Corporation, managing director di Nidec ASI GmbH Germania, Presidente del Counseil de Surveillance di Nidec ASI s.a Francia, Presidente di Nidec ASI.Vei Russia, membro del Consiglio di Amministrazione di Nidec ASI RO S.r.l Romania, Presidente del Consorzio Arsenal (impianti elettrici per l’arsenale della marina militare di Taranto).

Il ruolo in Confindustria

Cludio Gemme, Cavaliere della Repubblica dal 2002, Laureato in Scienze Economiche e Politiche, siede in Confindustria come membro dell’Advisory Board, Presidente del Gruppo Tecnico Industria e Ambiente, membro del Comitato per l’implementazione della riforma e definizione dei protocolli di aggregazione (Commissione Pesenti). Fa inoltre parte del Consiglio Generale e del Consiglio di Presidenza.

Le reazioni della politica

Il nome di Gemma inizia a circolare lo scorso 28 settembre, quando sembra che il Governo abbia trovato un nome che mette tutti d’accordo: secondo fonti del Governo a suggerirlo sarebbe stato Matteo Salvini, con l’avallo del vicepremier M5s Luigi Di Maio e del ministro M5s per Infrastrutture e Trasporti, Danilo Toninelli. Secondo alcuni rumors, smentiti seccamente dal leader Leghisti, le cose sarebbe andate diversamente: sarebbe stato il M5S a fare pressioni sull’alleato di governo per il manager di Fincantieri.

Dall’opposizione si fa (timidamente) notare che il ruolo in Fincantieri, che il M5S vorrebbe alla guida della riscotruzione del Ponte Morandi, è a rischio di conflitto di interessi, ma il manager genovese dichiara che le sue dimissioni sono già a disposizione del gruppo, così da poter essere operativo immediatamente dopo la nomina.

Il governatore ligure Giovanni Toti, che secondo indiscrezioni avrebbe voluto Gemme candidato sindaco di Genova per il centrodestra nelle passate elezioni, lo indica come “il nome giusto” tra quelli discussi con il Premier Conte.

Le prime dichiarazioni di Claudio Gemme

“Ho letto e riletto il decreto- ha dichiarato Gemme sabato 29 settembre parlando del Decreto urgenze – ma potro’ esprimermi solo quando entrero’ pienamente nel dossier e cerchero’ di capire come realizzare al piu’ presto le attivita’ che la citta’ attende. Ma lo potro’ fare solo quando avro’ una nomina che oggi non ho”

“Bisogna vedere esattamente il progetto – spiega in una intervista sempre il 29 settembre – dobbiamo cercare di capire come sarà l’evoluzione e io non ho in questo momento dei tempi. Otto mesi mi sembrano francamente pochi”

Il manager genovese indica due proprità precise: costruire una buona squadra e (sopratutto) fare presto.

La situazione attuale

Mentre il premier Conte, tramite Facebook, fa sapere che il commissario straordinario per la riscotruzione di Genova sarà nominato “ad ore”, qualcuno avanza dubbi sul nome di Claudio Gemme. Secondo il Codacons il suo nome non rispetterebbe i dettami del codice degli appalti e potrebbe finire nel mirino dell’Anac.

Gemme d’altra parte non ha mai nascosto di conoscere i tanti ostacoli sulla sua strada, prima e dopo l’ufficializzazione della sua nomina. “Mi aspetto interferenze politiche”, aveva già chiarito nei giorni scorsi.

Continua...

ccc Italia

La semplificazione fiscale targata giallo-verde comincia il suo iter

Si tratta della prima proposta congiunta di carattere tributario tra M5S e Lega: alcuni dei 33 articoli potrebbero vedere la luce nella manovra

La proposta di legge “per la semplificazione fiscale e la riduzione degli oneri a carico dei contribuenti” ha cominciato il proprio iter in commissione Finanze della Camera. Si tratta del primo testo congiunto di Lega e Movimento 5 stelle (tra i firmatari Carla Ruocco e Raffaele Trano per i pentastellati Alberto Gusmeroli e Giulio Centemero per il Carroccio): 33 articoli in tutto per una pdl che potrebbe veder “travasare” qualche misura all’interno della manovra (qui il testo).

SEMPLIFICAZIONE FISCALE: LO SPESOMETRO ASSUME CADENZA ANNUALE

Semplificazione fiscaleCon l’articolo 1 della semplificazione fiscale si provvede all’abolizione delle comunicazioni dei dati delle liquidazioni dell’IVA in concomitanza con l’avvio a regime dell’obbligo di fatturazione elettronica tra operatori economici residenti, stabiliti o identificati nel territorio dello Stato. L’articolo 2 stabilisce che lo spesometro assume cadenza annuale mentre l’articolo 3 vieta all’amministrazione finanziaria di chiedere ai contribuenti, in sede di controllo formale delle dichiarazioni dei redditi, dati e informazioni già in possesso della stessa, in quanto trasmessi da soggetti terzi adempiendo ad obblighi certificativi, dichiarativi, o comunicativi, come ad esempio i dati della precompilata. Lo stesso articolo porta dal 31 ottobre al 31 dicembre il termine per la presentazione delle dichiarazioni in materia di imposte sui redditi e di imposta regionale sulle attività produttive (per i soggetti indicati nell’articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322).

L’articolo 4 della semplificazione fiscale amplia l’ambito operativo del versamento unitario con le conseguenti possibilità di compensazione, estendendone l’applicazione all’imposta sulle successioni e donazioni, all’imposta di registro, all’imposta ipotecaria, all’imposta catastale, alle tasse ipotecarie, all’imposta di bollo, ai tributi speciali e ai tributi locali (comprese le tariffe per la prestazione di servizi). È prevista l’adozione dei provvedimenti dell’Agenzia delle entrate necessari all’estensione del modello di pagamentoF24 ed è confermata la possibilità di individuare con decreto ministeriale ulteriori entrate da versare mediante il modello F24. L’articolo 5 si occupa delle proroghe tacite biennali dei contratti di locazione a canone concordato con una interpretazione autentica. Con l’articolo 6 si prevede l’adozione di provvedimenti del direttore dell’Agenzia delle entrate per la semplificazione dei modelli dichiarativi, con cadenza annuale. L’articolo successivo semplifica l’autodichiarazione del rispetto del limite di franchigia da parte del percipiente, a vario titolo, di compensi, rimborsi, premi e indennità erogati da associazioni sportive dilettantistiche.

SEMPLIFICAZIONE FISCALE: IL VERSAMENTO DELL’ADDIZIONALE COMUNALE ALL’IRPEF POTREBBE ESSERE EFFETTUATO DAI SOSTITUTI D’IMPOSTA

Con l’articolo 8 è introdotto un regime alternativo al rilascio delle dichiarazioni d’intento relative all’IVA, volto a semplificare gli adempimenti degli operatori. La semplificazione fiscale, inoltre, prevede che l’intento di avvalersi della facoltà di effettuare acquisti o importazioni senza applicazione dell’imposta debba risultare da un’apposita dichiarazione trasmessa telematicamente all’Agenzia delle entrata anche cumulativamente per più operazioni. In una prospettiva di semplificazione, l’articolo 9 stabilisce che il versamento dell’addizionale comunale all’IRPEF sia effettuato dai sostituti d’imposta cumulativamente per tutti i comuni di riferimento. Semplificazione fiscale

LA COMPENSAZIONE FISCALE DEGLI ONERI REGOLATORI, INFORMATIVI E AMMINISTRATIVI ANCHE AGLI ATTI NORMATIVI IN MATERIA TRIBUTARIA, CREDITIZIA E DI GIOCHI PUBBLICI

L’articolo 10, per una migliore attuazione dei princìpi sanciti dallo statuto dei diritti del contribuente (legge n. 212 del 2000), ne modifica l’articolo 6 prevedendo che l’amministrazione finanziaria sia tenuta a diffondere gli applicativi informatici, i modelli, le istruzioni e in genere gli strumenti necessari ad assolvere correttamente gli adempimenti richiesti ai contribuenti con congruo anticipo. Viene inoltre richiamata l’esimente che ricorre in caso di inadempimento non imputabile al contribuente e si introduce il contraddittorio tra il contribuente e l’ufficio finanziario come fase endoprocedimentale obbligatoria in tutti i procedimenti di controllo fiscale. Si prevede poi che anche agli atti normativi in materia tributaria, creditizia e di giochi pubblici, oggi esclusi, si applichino le disposizioni riguardanti la compensazione degli oneri regolatori, informativi e amministrativi.

OBBLIGO DI STAMPA CARTACEA SOLTANTO ALL’ATTO DEL CONTROLLO E SU RICHIESTA DELL’ORGANO PROCEDENTE

L’articolo 13, come già previsto per i regolamenti e le delibere ai fini dell’IMU e della T ASI, stabilisce anche per le delibezioni in materia di TARI che l’efficacia decorra dalla pubblicazione nel sito internet del Ministero dell’economia. L’obbligo di stampa cartacea soltanto all’atto del controllo e su richiesta dell’organo procedente, viene esteso dal-l’articolo 14 a tutti i registri contabili tenuti in via meccanizzata o elettronica. L’articolo 15 mitiga il trattamento sanzionatorio nel primo anno di applicazione dell’obbligo di fatturazione elettronica delle operazioni relative all’IVA, mentre in una prospettiva di alleggerimento della mole dei dati presenti nell’anagrafe tributaria, l’articolo 16 dispone l’eliminazione dei dati e delle informazioni che, per la vetustà, si presumono irrilevanti per le attività d’istituto. Posta la fisiologica posizione creditoria relativa all’IVA dei soggetti tenuti all’applicazione del regime della scissione dei pagamenti (split payment ),

SI INTRODUCE L’IMPOSTA SUL REDDITO PROFESSIONALE

E ancora: in alternativa al rimedio del rimborso dell’IVA in via prioritaria nell’ambito dello split payment, un meccanismo simile al plafond utilizzato dagli esportatori abituali, così da evitare l’addebito dell’IVA da parte dei fornitori, fino a concorrenza dell’importo delle operazioni attive rientranti nell’ambito di applicazione della disciplina di tale regime. Si introducono limiti alla pignorabilità delle somme e dei crediti dovuti a qualsiasi titolo per l’attività svolta dalla persona fisica nell’esercizio della propria impresa, arte o professione, uniformando la disciplina a quanto già previsto per i lavoratori dipendenti. Si introduce l’imposta sul reddito professionale, similmente a quanto previsto per l’imposta sul reddito d’impresa, al fine di incentivare il reinvestimento dei proventi nell’attività, con tassazione separata e aliquota del 24 per cento. Il successivo articolo 24 riguarda il re- gime agevolativo per lo stabilimento dei lavoratori provenienti dall’estero in Italia eliminando le barriere all’entrata, in modo tale da indurre sempre più lavoratori a trasferirsi in Italia e a godere del regime agevolativo dal primo mese di residenza anagrafica e comunque per almeno due periodi d’imposta. Con l’articolo 25, si prevede di agevolare, per un quadriennio, le nuove iniziative imprenditoriali, che devono essere sostenute proprio nel momento più difficile dell’avvio, e favorire l’ampliamento di attività esistenti: l’agevolazione è destinata a operare nei comuni con popolazione inferiore a 20.000 abitanti.

AL 5 PER CENTO L’IVA PER I BENI E I SERVIZI ESSENZIALI ALL’ALIMENTAZIONE, ASSISTENZA E CURA DEI BAMBINI FINO A 3 ANNI, DEI DISABILI, DEGLI ANZIANI

Infine, l’articolo 30 provvede alla copertura degli oneri finanziari, determinati in 100 milioni di euro a decorrere dall’anno 2019 mentre il capo IV, nel quadro dei livelli essenziali di assistenza è volto a ridurre al 5 per cento l’aliquota dell’IVA per i beni e i servizi essenziali all’alimentazione, assistenza e cura dei bambini fino a 3 anni, dei disabili, degli anziani e in generale delle persone non autosufficienti. Prevede, inoltre, una riduzione delle rette praticate a carico dell’utente dalle strutture di assistenza in misura corrispondente al risparmio derivante in loro favore dall’agevolazione fiscale.

Continua...

ccc Italia

Di Maio fa entrare l’Italia nell’era della blockchain

Il ministro dello Sviluppo economico:“L’Italia  era inspiegabilmente rimasta fuori dall’accordo Ue, almeno fino ad oggi. Nella Legge di bilancio sarà istituito un fondo sull’intelligenza artificiale, la blockchain e l’Internet delle cose”

Ad aprile, l’Italia era stata una delle grandi escluse dell’accordo di partenariato europeo sulla blockchain, probabilmente anche per la concomitanza con le elezioni nazionali. Uno strumento di cooperazione tra gli Stati membri per scambiare esperienze e competenze in campo tecnico e normativo e preparare il lancio di applicazioni su scala europea in tutto il mercato unico digitale, a vantaggio dei settori pubblico e privato. A distanza di quasi sei mesi il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio ha voltato pagine e siglato l’adesione dell’Italia alla Blockchain Partnership.

DI MAIO: L’ITALIA NE ERA INSPIEGABILMENTE RIMASTA FUORI, ALMENO FINO AD OGGI

L’Europa deve giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo delle tecnologie blockchain. Ventuno paesi dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Norvegia) hanno già sottoscritto gli impegni della cosiddetta ‘European Blockchain Partnership‘ in occasione del Digital Day 2. In un secondo momento si sono uniti Grecia, Romania, Danimarca e Cipro – ha ricordato Di Maio -. L’Italia ne era inspiegabilmente rimasta fuori, almeno fino ad oggi. Lo scopo principale della collaborazione tra gli Stati membri sarà lo scambio di esperienze e competenze in campo tecnico e normativo, soprattutto al fine di promuovere la fiducia degli utenti e la protezione dei dati personali, aiutare a creare nuove opportunità di business e stabilire nuove aree di leadership dell’Ue a beneficio dei cittadini, dei servizi pubblici e delle aziende. A livello regolamentare si tenderà alla creazione di un ambiente flessibile, che rispetti le leggi dell’Unione Europea attraverso chiari modelli amministrativi”.

LA UE HA INVESTITO 80 MILIONI DI EURO IN PROGETTI LEGATI AL BLOCKCHAIN E CIRCA 300 MILIONI DI EURO SONO PREVISTI PER LO SVILUPPO DELLA TECNOLOGIA ENTRO IL 2020

Ad oggi la Commissione europea ha investito oltre 80 milioni di euro in progetti legati al Blockchain e circa 300 milioni di euro sono previsti per lo sviluppo della tecnologia entro il 2020, ha sottolineato il ministro: “A Febbraio di quest’anno la Commissione ha lanciato inoltre il ‘Blockchain Observatory and Forum‘, che rappresenta uno degli archivi più completi sulla blockchain a livello globale. La tecnologia blockchain sta già entrando nella vita quotidiana di cittadini e imprese, solo per citare alcuni esempi, nella gestione dello scambio di energia, della logistica, la tutela dei dati

I primi effetti della nuova partnership sulla blockchain non hanno tardato ad arrivare. Nella Legge di bilancio sarà istituito “un fondo sull’intelligenza artificiale, la blockchain, l’Internet delle cose”, ha sottolineato prima di tutto Di Maio, parlando a un convegno sul 5G alla Camera. Mentre il dicastero da lui guidato ha pubblicato un avviso pubblico per la manifestazione di interesse per la selezione di 30 componenti del gruppo di esperti di alto livello per l’elaborazione della strategia nazionale sulle tecnologie basate su registri distribuiti e blockchain. Le manifestazioni di interesse dovranno essere presentate entro le ore 24.00 del 28 ottobre 2018. Il MiSE, si è ribadito ancora, ritiene una priorità fondamentale per il nostro Paese “conoscere, approfondire e affrontare il tema delle Distributed Ledger Technologies (DLT) e della blockchain, nonché aumentare gli investimenti pubblici e privati in tale direzione e nelle tecnologie strettamente connesse alle stesse, come già espresso nelle linee programmatiche presentate dal Ministro”. Dopo l’adesione dell’Italia alla partnership europea, e prendendo le mosse dalle iniziative dell’Unione, infatti, il prossimo passo del MISE – come già avvenuto per l’Intelligenza artificiale, i cui termini per la presentazione di candidature scadono il prossimo 15 ottobre – è l’adozione di una Strategia Nazionale per le DLT e la blockchain, da elaborare avvalendosi di un gruppo di esperti che approfondisca policy e strumenti sui diversi temi connessi allo sviluppo delle stesse, soffermandosi in particolare su obiettivi ben precisi. Tali obiettivi sono individuare iniziative private già esistenti a livello nazionale, monitorarle e analizzarne gli sviluppi e le ricadute socio-economiche; individuare use case relativi all’utilizzo delle DLT nel settore pubblico al fine di promuoverne la diffusione; individuare buone prassi sviluppatesi sulle tecnologie in parola elaborando strumenti per diffonderne l’applicazione; approfondire le condizioni necessarie per promuovere la ricerca, lo sviluppo, l’impiego, l’adozione ed il mantenimento del carattere decentralizzato delle DLT e in particolare della Blockchain in modo da incrementarne e accelerarne la diffusione nei servizi pubblici e privati; elaborare gli strumenti necessari per creare e favorire le condizioni economiche, politiche e regolatorie affinché cittadini e imprese, in particolare PMI e start-up, possano beneficiare del potenziale rappresentato dalle funzionalità di queste tecnologie; elaborare strumenti tecnici e normativi volti a diffondere l’applicazione degli smart contract. Per assicurare un approccio organico e trasversale al tema della Blockchain, il gruppo, presieduto dal Ministro o suo delegato, sarà composto da 10 membri esponenti del mondo imprenditoriale o delle associazioni di categoria di riferimento che operano in ambito di DLT e Blockchain; 10 esponenti di organismi e centri di ricerca, della pubblica amministrazione, del mondo accademico o think-tank; 10 esponenti delle organizzazioni sindacali, del terzo settore, dei consumatori e, in generale, della società civile; rappresentanti del MiSE. Per assicurare trasparenza e poter beneficiare della massima condivisione e del contributo dell’intera comunità di interesse, la Strategia Nazionale Blockchain, una volta elaborata, sarà poi sottoposta a consultazione pubblica. I soggetti interessati a presentare la propria candidatura possono consultare l’avviso per la manifestazione di interesse.

IL SOTTOSEGRETARIO TOFALO: IL DOMINIO CIBERNETICO HA PERÒ UNA SUA FISICITÀ E LA TECNOLOGIA BLOCKCHAIN PUÒ AVERE INFINITE APPLICAZIONI

Soddisfatto, naturalmente, il mondo politico. Per il Sottosegretario di Stato alla Difesa Angelo Tofalo la dichiarazione firmata tra il ministro Di Maio e il Commissario europeo per l’economia e la societa’ digitali, Marija Gabriel “è una data importante perché l’Italia entra nel blocco della ‘European blockchain partnership’. Sono consapevole della difficoltà nel percepirne l’importanza, questo accade spesso quando si parla di virtuale – ha evidenziato Tofalo -. Il dominio cibernetico ha però una sua fisicità e la tecnologia blockchain può avere infinite applicazioni su dati, informazioni, banche e finanza, sanità e cyber security. Il potenziamento di questa tecnologia sarà un ulteriore volano per lo sviluppo del Paese e contribuirà anche alla Sicurezza Nazionale che rappresenta il cuore pulsante della democrazia, un bene comune da tutelare per difendere con forza la nostra sovranità ed il nostro posizionamento sullo scacchiere internazionale. La tecnologia blockchain troverà di sicuro possibili applicazioni anche in ambito Intelligence”. Sulla stessa linea Luca Carabetta e Andrea Vallascas, rispettivamente vicepresidente e capogruppo della Commissione Attività produttive alla Camera dei Deputati: “Lo sviluppo della tecnologia blockchain sarà un ulteriore volano per lo sviluppo di questo Paese. Per questo siamo assolutamente concordi con quanto affermato dal ministro Luigi Di Maio: la firma della partnership europea sulla blockchain rappresenta un primo importante passo verso il futuro, visto che nei prossimi anni ci saranno grandi investimenti a livello europeo in blockchain e in altre tecnologie disruptive, come l’internet delle cose – hanno ammesso Carabetta e Vallascas -. Queste tecnologie entreranno nelle case di tutti i cittadini italiani. In questo senso, la visione di questo Governo è chiara: l’Italia sarà in prima fila durante questa fase di rivoluzione tecnologica che sta investendo il continente. Fondamentale sarà la creazione del fondo per l’intelligenza artificiale, la blockchain e l’internet delle cose, che ci consentirà di supportare lo sviluppo di strumenti tecnologici che si riveleranno strategici in diversi settori, a partire dalla tutela del made in Italy”, concludono i deputati M5S.

ANITEC-ASSINFORM,: BENE ADESIONE. ADESSO CI ASPETTIAMO CHE GIÀ DALLA PROSSIMA LEGGE DI BILANCIO IL GOVERNO METTA RISORSE RILEVANTI

Soddisfatti anche gli addetti ai lavori. “E’ una notizia importante l’adesione del nostro paese alla Blockchain Partnership. Nel 2017 il mercato globale enterprise di soluzioni e applicazioni basate su Blockchain ha raggiunto quasi 1 miliardo di dollari, raddoppiando il valore rispetto al 2016. Le previsioni nel prossimo triennio sono di ulteriore crescita con un tasso medio annuo dell’80%”, ha sottolineato Anitec-Assinform, l’Associazione Italiana per l’Information and Communication Technology. “E’ una grande opportunità su cui è importante un coordinamento europeo sia per incrementare gli investimenti in tecnologia sia per armonizzare eventuali regole a tutela dei consumatori, creare fiducia e far crescere il settore. Il nostro paese e le nostre imprese sono spesso una eccellenza sui temi dell’innovazione ma non possiamo e non dobbiamo fare da soli, per questo un coordinamento con gli altri paesi europei è essenziale – ha affermato Marco Gay, presidente dell’Associazione -. Adesso ci aspettiamo che – già dalla prossima legge di bilancio – il Governo metta risorse rilevanti per fare aumentare ancora ricerca e sviluppo, startup e investimenti innovativi nelle imprese, anche per ridare passo ai programmi di digitalizzazione della pubblica amministrazione”.

Continua...

ccc Italia

Valorizzare i porti con le zone economiche semplificate. Chi e come vuole farlo

Valorizzare i porti del sud (e non solo) italiani e aiutarli a crescere valorizzando gli insediamenti imprenditoriali in primo luogo. Ma anche per intercettare i progetti cinesi della Via della Seta

Il trasporto marittimo, soprattutto quello a corto raggio, è considerato un settore chiave dell’economia in grado di contribuire allo sviluppo dei territori. L’Italia, grazie alle sue peculiarità geografiche, ha un ruolo particolarmente dominante rispetto agli altri paesi. In tale contesto si inseriscono le cosiddette Zone Economiche Speciali (Zes) pensate dal decreto 91 del 2017 – il Decreto Mezzogiorno (qui il testo del provvedimento) – per valorizzare i porti del sud italiani e aiutarli a crescere valorizzando gli insediamenti imprenditoriali e i progetti trainanti dell’economia italiana e meridionale come l’agroalimentare, l’aeronautica, l’automotive e il Made in Italy più in generale.

COSA SONO LE ZES

Per ZES si intende una zona geograficamente delimitata e chiaramente identificata, […] costituita anche da aree non territorialmente adiacenti purché presentino un nesso economico funzionale, e che comprenda almeno un’area portuale […]. Per l’esercizio di attività economiche e imprenditoriali le aziende già operative e quelle che si insedieranno nella ZES possono beneficiare di speciali condizioni, in relazione alla natura incrementale degli investimenti e delle attività di sviluppo di impresa. Ciascuna ZES è istituita con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri con criteri che ne disciplinano l’accesso e le condizioni speciali, […]. La proposta è corredata da un piano di sviluppo strategico, […]. La Regione formula la proposta di istituzione della ZES, specificando le caratteristiche dell’area identificata. Il soggetto per l’amministrazione dell’area ZES è identificato in un Comitato di indirizzo composto dal Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale, che lo presiede, da un rappresentante della Regione, da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei ministri e da un rappresentante del MIT. Il Comitato di indirizzo si avvale del Segretario generale dell’Autorità portuale per l’esercizio delle funzioni amministrative gestionali (Qui le slide dell’Istituto per i trasporti e la logistica ITL).

L’OBIETTIVO

Le ZES possono favorire, soprattutto al Sud, il miglioramento dell’infrastrutturazione portuale, rilanciare le attività di impresa e i processi di semplificazione amministrativa ridando slancio all’economia del mare. Il progetto europeo delle “Autostrade del Mare” e il grande progetto cinese delle “Vie della Seta” sono destinate a ridisegnare la portualità e lo shipping mediterraneo (Qui un approfondimento del Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti e degli esperti contabili e della Fondazione nazionale commercialsti)

BENEFICI FISCALI E AGEVOLAZIONI

Le nuove imprese e quelle già esistenti, che avviano un programma di attività economiche imprenditoriali o di investimenti di natura incrementale nella ZES, possono usufruire delle seguenti tipologie di agevolazioni:

a) procedure semplificate, individuate anche a mezzo di protocolli e convenzioni tra e amministrazioni locali e statali interessate, e regimi procedimentali speciali, recanti accelerazione dei termini procedimentali ed adempimenti semplificati […] sulla base di criteri derogatori e modalità individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri…

b) accesso alle infrastrutture esistenti e previste nel Piano di sviluppo strategico della ZES di cui all’articolo 4, comma 5, alle condizioni definite dal soggetto per l’amministrazione, ai sensi della legge 28 gennaio 1994, n. 84, e successive modificazioni e integrazioni, nel rispetto della normativa europea e delle norme vigenti in materia di sicurezza, nonché delle disposizioni vigenti in materia di semplificazione previste dagli articoli 18 e 20 del decreto legislativo 4 agosto 2016, n. 169.

c) In relazione agli investimenti effettuati nelle ZES, il credito d’imposta […] è commisurato alla quota del costo complessivo dei beni acquisiti entro il 31 dicembre 2020 nel limite massimo, per ciascun progetto di investimento, di 50 milioni di euro.

VINCOLI E GARANZIE

Il riconoscimento delle tipologie di agevolazione è soggetto al rispetto delle seguenti condizioni:

a) le imprese beneficiarie devono mantenere la loro attività nell’area ZES per almeno cinque anni dopo il completamento dell’investimento oggetto delle agevolazioni, pena la revoca dei benefici concessi e goduti;

b) le imprese beneficiarie non devono essere in stato di liquidazione o di scioglimento.

LE ZONE LOGISTICHE SEMPLIFICATE

Si tratta di una misura parallela alle ZES messa a punto, dopo pochi mesi, per le “Zone Logistiche Semplificate” localizzate nel Centro Nord. Servono per favorire lo sviluppo di nuovi investimenti nelle aree portuali delle regioni non disciplinate già come zone economiche speciali (ZES) di cui agli articoli 4 e 5 del DL. 91/2017 nel numero massimo di una per ciascuna regione; La ZLS viene istituita con DPCM, su proposta della regione interessata, per una durata massima di 7 anni, rinnovabile fino ad un massimo di ulteriori 7 anni; All’interno di tale Zona, sia le nuove imprese, sia quelle già esistenti, fruiscono di procedure semplificate già previste per le ZES, con particolare riferimento all’accelerazione dei termini procedimentali e agli adempimenti e procedimenti speciali. La procedura per l’istituzione delle ZLS è quella prevista dal DPCM che definisce tali procedure per le ZES.

I REQUISITI DELLE ZES

Le ZES deve essere puntualmente individuate nella proposta di istituzione e può ricomprendere non solo aree portuali ma anche aree della medesima Regione non territorialmente adiacenti al porto, purché presentino un nesso economico funzionale. Di norma la ZES è composta da aree portuali, retroportuali (anche di carattere produttivo), aeroportuale, piattaforme logistiche e interporti.

PERCHE’ LE ZES E LE ZLS

Secondo l’analisi svolta dal documento di ricerca ad opera del Consiglio nazionale e della Fondazione dei commercialisti l’obiettivo ultimo di ZES e ZLS è “l’attrazione di investimenti” anche se le ZLS sembrano essere “una versione light delle ZES del Sud” tanto da generare un dibattito “in quanto l’incentivazione di aree del Centro Nord sembra essere in qualche modo penalizzante per le aree del Sud. Le ZLS dovrebbero, infatti, godere delle stesse semplificazioni fiscali e burocratiche delle ZES salvo il credito di imposta. Il credito di imposta, tra l’altro, era una misura già esistente e finanziata con i fondi strutturali europei e non con fondi ordinari nazionali, riconfermando il fatto che al Sud la spesa dei fondi strutturali comunitari è sostitutiva e non aggiuntiva rispetto alla spesa ordinari, condizione che riduce la sua efficacia complessiva”.

Continua...

ccc Italia

Ecco cosa sappiamo della manovra

Tagli ai ministeri e alle tax expenditure. Pace fiscale e flat tax per imprese. Pensioni e reddito di cittadinanza. Ma anche nessun aumento dell’Iva e cedolare secca sui negozi al 21%

Della manovra sappiamo che terrà i conti i ordine come ha detto il premier Conte, l’Iva non aumenterà e si interverrà sulla Fornero, il reddito di cittadinanza e ci sarà un abbassamento delle tasse. Il tutto finanziato con tagli ai ministeri, con una sforbiciata ad alcune detrazioni o sussidi, un ritocco delle norme fiscali per il settore alimentare e la pace fiscale. Ma per saperne di più occorrerà aspettare il Def previsto entro il 27 settembre. “Il Governo procederà in quella sede all’individuazione degli ambiti di intervento” e “a fornire il quadro delle diverse misure volte ad assicurare la realizzazione del contratto di Governo che troveranno concreta attuazione mediante la stesura del prossimo disegno di legge di bilancio e la manovra finanziaria per il 2019”, ha detto il ministro Tria.

SI SFORA CON IL DEFICIT: 1,6%, 1,7% o 2%?

Innanzitutto lo sforamento del deficit. Si è parlato dell’1,6% come tetto massimo. Tria resta fermo nelle sue convinzioni, risoluto nel ribadire che alzare l’asticella del deficit oltre l’1,6% non si può e soprattutto non si deve fare anche per non incappare negli strali di Bruxelles. Al massimo si può pensare a uno scostamento fino all’1,7%, ma non certamente pensare di andare oltre il 2 per cento come chiesto da Di Maio che ha rivolto parole di fuoco al titolare di via XX settembre (“Un ministro serio i soldi li deve trovare”).

UN TAGLIO FINO A 50 MLN PER OGNI MINISTERO?

Il Governo, sembrerebbe aver chiesto a ogni ministero con portafoglio di tagliare la spesa corrente di 40-50 milioni di euro e ogni dicastero è al lavoro per individuare i capitoli da ridurre. I ministeri sono 12 e il taglio si aggira tra i 480 e i 600 milioni di euro, sena contare la presidenza del Consiglio.

NESSUN AUMENTO DELL’IVA

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria lo ha ribadito a più riprese e lo ha confermato anche il premier Conte: “L’abbiamo detto dal primo discorso in Parlamento che bloccheremo l’aumento dell’Iva”. Vale circa 12,5 miliardi.

TAX EXPENDITURE NEL MIRINO PER TROVARE RISORSE

La flat tax? Va finanziata con un riordino profondo delle tax expenditure“. Cioè la giungla di deduzioni, detrazioni, esenzioni e regimi speciali che quest’anno costeranno alle casse pubbliche oltre 75 miliardi. A rilanciare la necessità di intervenire è stato il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Nel contratto di governo è inserita nero su bianco la “revisione del sistema delle deduzioni e detrazioni”. Un sistema che negli anni è arrivato a comprendere 636 voci. Alcune “sensibili” come gli sconti per la prima casa e le spese sanitarie. Altre bollate come “dannose per l’ambiente”. Molte le proposte circolate nelle ultime ore: si va dal ritocco alle norme fiscali nel settore alimentari – un aumento del prelievo fiscale sul junk food – a sforbiciate nel comparto energetico che con 11,6 miliardi, rappresenta la quota maggiore dei circa 16 miliardi di “sussidi ambientali dannosi”, come ha riferito il viceministro dell’Economia Laura Castelli. Un documento dell’ufficio valutazione impatto del Senato di maggio ha già suggerito di rimuovere progressivamente i sussidi dannosi puntando a recuperare il gettito per altri utilizzi, o di puntare a una riforma ancorando i sussidi al soddisfacimento di requisiti ambientali. Dal documento emerge che, dopo il comparto energia figura la voce Iva con 3,5 miliardi. Molto più modesto l’importo relativo all’agricoltura (154 milioni), che, a sua volta, detiene il monopolio dei sussidi diretti erogati a beneficio dell’allevamento intensivo.

L’Ufficio valutazione impatto del Senato, che ha appena pubblicato sul proprio sito un dossier ad hoc, ricorda che esistono 466 spese fiscali erariali e 170 locali per un totale di 75,2 miliardi di minori introiti per lo Stato. Solo tra 1 gennaio 2016 e 30 giugno 2017 (governi Renzi e Gentiloni) ne sono state introdotte 44, dalla detassazione dei premi di produttività al superammortamento alla cedolare secca sugli affitti, per 4,8 miliardi di minori entrate. Ma il vero nodo riguarda la ripartizione dei vantaggi. Tre sole agevolazioni vanno a beneficio di più di 10 milioni di contribuenti: si tratta della deduzione della rendita della prima casa (26,1 milioni di beneficiari per 141,4 euro di vantaggio pro capite e un costo di 3,6 miliardi), della detrazione per spese sanitarie e di assistenza (che costa allo Stato 3,1 miliardi e consente a 17,5 milioni di persone di risparmiare in media 178 euro) e del bonus 80 euro di Renzi che come è noto costa circa 9 miliardi e va a 11 milioni di italiani, al netto di quelli che hanno dovuto restituirlo. E ancora: all’autotrasporto vanno 1,2 miliardi di rimborsi, le compagnie aeree ne risparmiano 1,5, l’aliquota ridotta sui prodotti energetici usati nei lavori agricoli e nell’allevamento prende 830 milioni l’anno e l’accisa agevolata sul gasolio di cui beneficiano tutti gli automobilisti che costa 4,9 miliardi l’anno. Gli incentivi per l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili costano 5,7 miliardi, ma comunque riducono le emissioni e la dipendenza energetica dall’estero. L’esonero delle prime case dalla Tasi vale 3,5 miliardi, la detrazione per le spese di istruzione 450 milioni l’anno. Nove agevolazioni garantiscono vantaggi pro capite superiori a 60mila euro a pochissimi soggetti. Per esempio la tassazione ridotta sugli “apporti ai fondi immobiliari chiusi” costerà quest’anno oltre 790mila euro all’erario e a beneficiarne sono solo quattro società. E ancora: la tonnage tax, un’agevolazione fiscale per gli armatori, permette a 79 aziende di risparmiare 467mila euro l’una, mentre l’imposta forfettaria sulle navi commerciali iscritte al registro internazionale garantisce 234mila euro di vantaggi pro capite a 90 imprese marittime. Tra crediti di imposta e forfait, i favori agli armatori costano 276 milioni l’anno. Più di sette volte la cifra (34 milioni l’anno) stanziata per la deduzione delle donazioni a ong e onlus. Infine esistono incentivi come il bonus mobili e grandi elettrodomestici per chi ristruttura casa, che costa 272 milioni l’anno e il “bonus verde” per rinnovare giardini e terrazzi. Le agevolazioni “casa e assetto urbanistico” costano per il 2018 oltre 18 miliardi, con le detrazioni per ristrutturazioni edilizie a fare la parte del leone (6 miliardi di mancati introiti fiscali) seguite dagli interventi di riqualificazione energetica, che costano allo Stato 1,6 miliardi l’anno ma migliorano le prestazioni del parco edifici che è ancora il principale responsabile dell’inquinamento dell’aria.

CAPITOLO PENSIONI: QUOTA 100 E CITTADINANZA

“Manterremo i conti in ordine iniziando a smantellare la Fornero e riducendo le tasse per i dimenticati da Renzi e la sinistra, ovvero le partite Iva, i commercianti, i piccoli imprenditori e gli artigiani; sulla pace fiscale con Equitalia si va avanti; semplificazione. Manterremo i conti a posto e cominceremo a mantenere gli impegni presi con gli italiani”, ha detto Matteo Salvini aggiungendo che se “andrà tutto bene, come governo riusciremo a mandare in pensione l’anno prossimo 3.000- 4.000 italiani e lasciare quei posti a 3.000-4.000 giovani”. La Lega punta decisa alla proposta quota 100 – 62 anni di età e 38 di contributi “con oneri sopportabili per la finanza pubblica. Sarà realizzata con misure di buon senso, compresa la pace contributiva nell’ottica di favorire l’aumento volontario della contribuzione da parte dei lavoratori”. Per quanto riguarda invece le Pensioni di cittadinanza, M5s punta a portare le minime a 780 euro. Secondo i calcoli degli esperti, la misura riguarderebbe 800mila pensionati e servirebbero 4 miliardi, mentre per alzare anche quello di circa 1 milione di invalidi civili (assegno a 282 euro) ne servirebbero almeno altri 6.


REDDITO DI CITTADINANZA

Il reddito di cittadinanza dovrebbe riguardare solo i cittadini italiani. Lo ha confermato Di Maio e ribadito il leader di Carroccio Salvini. Sono 780 euro per una spesa di 10 miliardi di euro a partire dal 2019 che il Movimento Cinque Stelle punta di ottenere stabilizzando innanzitutto le risorse già presenti in bilancio per il Rei, circa 2,6 miliardi. Il primo passo sarà comunque il potenziamento dei centri per l’impiego. A disposizione ci sono 750 milioni che si punterebbe a raddoppiare, utilizzando anche i fondi europei.

LA FLAT TAX

Sarà del 15% per le aziende e per i regimi dei minimi fino a 65 mila euro e poi per tutto il sistema imprese Ires al 15% in caso di reinvestimento, assunzioni, aumenti di capitale,invogliando i giovani ad aprire partita Iva (da chiarire che fine faranno gli attuali ammortamenti di Industria 4.0 e l’Ace). In sostanza l’obiettivo è estendere la platea ad autonomi, Snc, Sas e Srl che optano per il regime di trasparenza con ricavi fino a 65mila euro. Dai 65mila ai 100mila euro si pagherebbe un 5 per cento di addizionale. Per startup e attività avviate da giovani under 35 resterebbe lo sconto al 5 per cento. Il costo è di circa 1,5-1,7 miliardi.

FONDO RISPARMIATORI COLPITI DAL CRACK FINANZIARIO DELLE BANCHE

Il governo è alla ricerca di 1 miliardi di euro per incrementare il fondo risparmiatori colpiti dal crack finanziario delle banche. Se non si troveranno le risorse per raggiungere tale cifra è certo è che con la manovra ci sarà comunque un aumento del fondo attuale. Tra le ipotesi di copertura si pensa ai Fondi polizza dormienti. Al tempo stesso verrà rivista anche la norma salva-risparmiatori per ampliare la platea degli indennizzati, anche modificando l’ordine “cronologico” di coloro che potranno accedere alle risorse come requisiti reddituali e patrimoniali.

LA PACE FISCALE

Sul punto c’è contrasto tra Lega e M5S che non vogliono condoni. Innanzitutto verrà lanciata la fattura elettronica che va di pari passo con pace fiscale: con il regime dei minimi a 65mila euro i piccoli ne sono esonerati. La pace fiscale sarà inserita nella Legge di Bilancio 2019 o nel decreto fiscale collegato e il Governo punta ad incassare una somma che si aggira attorno ai 3,5 miliardi di euro. Ancora difficile parlare di cifre: la Lega ha più volte fissato l’asticella al 15 o al 20% del debito. Le ultime notizie sulla pace fiscale arrivano direttamente dal Sottosegretario al MEF Massimo Bitonci, il quale ha affermato che l’obiettivo del Governo è quello di estendere il più possibile la rottamazione delle vecchie cartelle, che potrebbe riguardare anche le multe mentre al momento pare siano esclusi IVA e contributi INPS. L’ipotesi è quella di estenderla ai debitori fino a 1 milione di euro.

ALTRE MISURE

Saranno proposte anche la cedolare secca sui negozi al 21%, il taglio delle accise sulla benzina e il 100% del turn over per tutte le forze dell’ordine.

Continua...

ccc Italia

Fca e Magneti Marelli: Cessione quotazione?

Cessione o quotazione? Mike Manley alla (dura) prova Magneti Marelli

Continua...

ccc Italia

Pace fiscale, Flat tax, Startup. Ecco il pacchetto tributario della Lega in vista della manovra

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]E’[/ap_dropcaps] quasi pronto il disegno della Lega per uno dei pilastri della prossima manovra, ancora in fase di studio.

Le nuove stime macroeconomiche del governo su indicazione del Tesoro arriveranno entro il 27 settembre, come previsto. Fino ad allora riunioni e vertici si susseguiranno al ministero dell’Economia retto da Giovanni Tria, all’interno dei partiti di confine e nel governo per cercare di far quadrare il cerchio.

L’esigenza è quella di rispettare il più possibile gli impegni presi nel contratto di governo, senza infrangere le regole europee. Non a caso, il vicepremier Luigi Di Maio intervistato da El Mundo ha confermato, “in piena armonia” con il ministro dell’Economia, di “non voler distruggere” i conti italiani e anche Alberto Bagnai, economista, presidente della Commissione Bilancio del Senato e portavoce della Lega sulle materie economiche, ha assicurato che la prossima non sarà una manovra “di rottura”.

COME SARA’ LA PACE FISCALE SECONDO LA LEGA

Sul fronte le misure emergono che la pace fiscale è al lavoro in particolare la Lega di Matteo Salvini. Si vanno delineando i contorni di quella che al governo chiamano “pace fiscale”. Ecco i dettagli.

I DETTAGLI SULLA PACE FISCALE CHE VERRA’

Sarà “definitiva” e la “più ampia possibile”, spazierà dagli accertamenti alle cartelle, dalle multe al contenzioso tributario, avrà un tetto di un milione un contributivo e viaggerà probabilmente con un provvedimento ad hoc, un decreto fiscale collegato alla legge di bilancio che conterrà anche la divulgazione volontaria e una “transazione fiscale” strutturata che allarga le maglie del concordato con adesione. Gli incassi una tantum – aggiungono fonti della Lega – potrebbero essere destinati a risparmiare le perdite bancarie a cui si vorrebbe destinare una dote di almeno 500 milioni di euro.

IRES. FLAT TAX E NON SOLO SECONDO BITONCI (LEGA)

Il pacchetto fisco proposto dalla Lega, ha spiegato il sottosegretario all’Economia, Massimo Bitonci, va dall’Ires al 15% per le società di capitali che investono in macchinari e attrezzature nuovi, in assunzione di personale stabile e in ricerca e sviluppo, all’allargamento della flat tax su professionisti, partite Iva e piccole imprese.

TRA FORFAIT E STARTUP

Il forfait del 15% sarebbe garantito fino a 65.000 euro di fatturato, così come previsto dai limiti europei, con un 5% aggiuntivo per i ricavi fino a 100.000 euro. In aggiunta, startup e nuove attività di giovani under 35 godono di un regime superagevolato al 5%.

ACCISE, IRPEF E DINTORNI

Il costo, l’unico cifrato per ora con una certa esattezza, si aggirerebbe su 1,7 miliardi. Il taglio delle accise, a cui pure la Lega punta, è ancora in fase di studio meno avanzata, mentre la rimodulazione delle aliquote Irpef, con relativa revisione delle detrazioni, non ancora determinata in dettaglio, potrebbe essere inserita nel testo della legge di bilancio ma calendarizzata per il 2020.

Continua...

ccc Italia

Ferrovie dello Stato: da Alitalia alle nuove nomine, tutte le novità

Alitalia, Ponte Morandi, autobus e nuove nomine: tutto quello che bolle in pentola nel gruppo Ferrovie dello Stato

Continua...

ccc Italia

Vi spiego perché per Tria il sentiero della manovra è stretto

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]I[/ap_dropcaps]l commento dell’economista Giorgio La Malfa su numeri e rapporti fra ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e i leader di M5S e Lega in vista della manovra

Anche senza conoscere i termini precisi delle discussioni in seno al governo circa la prossima manovra finanziaria e senza prendere troppo sul serio le richieste o minacce di dimissioni annunciate e smentite intorno al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non è difficile immaginare che tipo di legge di bilancio emergerà nelle prossime settimane e quali prospettive ne discenderanno per l’economia italiana.

Il punto dal quale partire in questa esplorazione è che i partiti della maggioranza sanno benissimo che non possono permettersi di mandare via il ministro dell’Economia: troppi i rischi di esplosione dello spread. A livello politico la maggioranza ne è già consapevole, come si vede dalle dichiarazioni dei due leader della coalizione negli ultimi giorni, anche se non tutti dentro i rispettivi partiti se ne sono ancora resi conto. Comunque, per renderglielo più chiaro vi è stato ieri l’intervento, come si diceva un tempo, della cavalleria nella persona del Presidente della Bce Draghi ed anche le rozze dichiarazioni del Commissario Moscovici.

Pertanto Tria avrà via libera per scrivere un bilancio che sta più o meno nei limiti previsti dagli accordi precedenti con la Commissione Europea. Una cifra abbastanza vicina, intorno al 2%. Probabilmente Tria dirà che vuole stare un po’ sotto il 2. Di Maio e Salvini strilleranno e alla fine sarà all’incirca il 2. A quel punto la Commissione Europea, pur avendo costretto alla resa il governo Conte, fingerà di protestare per qualche decimale in più, ben sapendo che di fatto non è da scostamenti di questo ammontare che possono nascere i problemi.

Queste le cifre dei cosiddetti saldi. Dentro questi saldi, dovendo anche evitare gli aumenti dell’Iva, rimane poco spazio per cose nuove. Nel merito della manovra vi saranno salti mortali e capriole dialettiche. Alla fine Tria dovrà cedere alla retorica dei partiti di maggioranza, i quali chiedono spese correnti sotto forma di pensioni a un’età più bassa e sgravi fiscali (la Lega) e reddito di cittadinanza (i Cinque stelle).

Se dicesse davvero di no, magari per difendere l’idea di maggiori investimenti pubblici, probabilmente la coalizione non reggerebbe. Ma non è difficile prevedere che Tria si accontenterà di avere “salvato” i saldi e cercherà una soluzione “costruttiva” con la coalizione. La logica politica della situazione è che se Tria trova i soldi per le richieste di un partito dovrà trovarne altrettanti per le richieste dall’altro partito. Di che cifre si tratterà? Di cifre comunque compatibili con il deficit più o meno convenuto con la Commissione, cioè qualche punticino decimale.

Non grandi cifre, ma per trovarle Tria dovrà rinunziare del tutto ai propositi di rilanciare gli investimenti pubblici, cioè all’unica cosa seria dal punto di vista del sostegno alla ripresa economica del cosiddetto contratto di governo. Vi saranno frasi retoriche e molto fumo negli occhi, sotto forma di cifre buttate lì. Ma in realtà il blocco degli investimenti pubblici risolve anche il vero conflitto fra Lega e 5 Stelle sugli investimenti: se non ci sono i soldi, gli uni potranno continuare a difendere le grandi opere pubbliche e gli altri ad attaccarle, ma non litigheranno davanti ai cantieri aperti perché di cantieri non ce ne saranno.

L’esito di questa mediocre commedia? La totale continuità rispetto alle politiche della scorsa legislatura. Una crescita economica che continuerà ad essere asfittica, un rapporto fra debito pubblico e PIL che non diminuisce, come è avvenuto in tutti questi anni. Anche l’attuale ministro dell’Economia prometterà che la discesa del rapporto comincerà nel terzo anno di bilancio, in questo caso nel 2021, salvo spostare ogni anno, come il suo predecessore, il traguardo all’anno successivo. La Commissione Europea fingerà di credere a questi impegni, anche perché sa che, a un certo punto, quando gli interventi della BCE saranno definitivamente conclusi, i problemi nasceranno dai mercati.

Dunque tutto è cambiato sul piano politico, ma nulla cambia nella tradizionale rassegnazione di un paese che non riesce a darsi una politica che solleciti e favorisca una ripresa economica più vigorosa. E subisce quindi un declino inarrestabile per mancanza di un programma politico adeguato. Naturalmente queste che si sono fatte sono pure ipotesi. E’ possibile e soprattutto sarebbe auspicabile che le cose non vadano così e che i documenti di bilancio ci raccontino una storia diversa e migliore. Del resto questo è il senso del voto con cui gli elettori hanno condannato la classe politica del precedente governo. E dunque conviene attendere con fiducia. Si tratta solo di pochi giorni.

Continua...

ccc Italia

Tempi e modi della manovra, ecco dettagli e rumors

[ap_dropcaps style=”ap-normal”]M[/ap_dropcaps]aggioranza di governo e ministri al lavoro sulla prossima Legge di Bilancio. Ecco fatti, numeri e indiscrezioni fra tempi e modi della manovra.

CHE COSA DICE BRUXELLES

Nella sua ultima raccomandazione, la Commissione europea ha chiesto all’Italia un aggiustamento strutturale di 0,6 punti del Pil sul 2019, ma potrebbe accontentarsi anche dello 0,1.

GLI OBIETTIVI

Un obiettivo conseguibile, fanno notare gli addetti ai lavori di cose europee, se il deficit nominale non sarà fissato oltre l’1,6-1,7% del Pil, come filtra dal Tesoro. In base a quanto previsto dal Patto di stabilità e dal Fiscal compact, tanto potrebbe bastare affinché la valutazione sul rispetto delle regole possa slittare di un anno.

LO SCENARIO

Nel caso in cui la correzione fosse inferiore o ci fosse addirittura un aumento del deficit, la Commissione sarebbe invece costretta a chiedere un intervento correttivo prima ancora di esprimere il suo parare sulla manovra, atteso per il 30 novembre.

CHE COSA DICE LA LEGA

Claudio Borghi, presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera ed economista, non ha escluso che l’asticella possa fermarsi un po’ più in alto rispetto all’1,6% consentendo al governo di mettere “più soldi nelle tasche dei cittadini”.

LA TEMPISTICA

Per capire quali sono i margini in cui muoversi bisogna aspettare ancora: la data è quella del 21 settembre, quando l’Istat diffonderà i dati sul prodotto interno lordo, e si potrà aggiornare il quadro dei conti. Che finirà velocemente nella nota di aggiornamento al Def che il governo deve presentare al Parlamento entro il 27 settembre, insieme al quadro programmatico delle riforme in cui verrà riportato quello che è considerato prioritario tra le pagine del contratto di governo: flat tax, pensioni, reddito di cittadinanza.

LA LEGGE DI BILANCIO

Resta da vedere come andrà a finire la lotta sullo spazio che ciascuna troverà nella legge di Bilancio che deve essere pronta tra un mese, entro il 15 ottobre.

I RUMORS PARLAMENTARI

Secondo indiscrezioni parlamentari, Lega e M5S avranno a disposizione lo stesso tesoretto per alimentare le rispettive priorità, una cifra che varia tra i cinque e gli otto miliardi di euro.

IL CANTIERE DELLA LEGA

Nel Carroccio si lavora sulla flat tax, che costerebbe circa 5 miliardi di euro nel 2019, e su quota 100, che potrebbe arrivare ad altri 8 miliardi. Sul versante coperture, i leghisti contano sulla pace fiscale, che sperano porti nelle casse dello Stato tra i 3 i 5 miliardi. Ma pure sul bonus degli 80 euro di Renzi, che vale dieci miliardi l’anno e potrebbe essere trasformato andando ad alimentare la flat tax al 15% per le partite Iva fino a 65mila euro e al 20% tra i 65mila e 100mila.

I PENTASTELLATI AL LAVORO

Sul fronte pentastellato si cercano di far quadrare i conti per il reddito di cittadinanza, o meglio la pensione di cittadinanza con l’aumento degli assegni minimi a 780 euro: difficile che si arrivi a trovare i dieci miliardi sperati, si ragiona sulla cifra di 7-8 miliardi di euro ipotizzata dai tecnici. Solo il potenziamento dei centri per l’impiego, però, vale 2 miliardi di euro. L’unica copertura individuata è quella del Rei, il Reddito di inserimento del governo Gentiloni che vale poco più di 2,9 miliardi di euro.

Continua...

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Policy Maker

Errore