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Europee 2019: ecco chi ha dominato tv, stampa e social

Europee 2019: Salvini il leader assoluto nei media, Di Maio e Berlusconi concentrati su politica ed economia, Zingaretti più attento al rilancio del centrosinistra

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La sterile polemica sulla foto del pregiudicato che ha ucciso il carabiniere

I graffi di Damato sulla polemica intorno alla decisione di Matteo Salvini di mettere in rete, col suo telefonino, la foto del pregiudicato catturato dopo avere ucciso nella piazza principale di un paese in provincia di Foggia, Cagnano Varano

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Caso Diciotti-Salvini, come funziona la piattaforma Rousseau?

Piccola guida alla piattaforma Rousseau su cui gli iscritti M5S sono chiamati a esprimersi sulla richiesta di immunità per Matteo Salvini in relazione al caso della nave Diciotti

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Sea Watch. Salvini per la prima volta è isolato

I Graddi di Francesco Damato. Sulla questione della Sea Watch, e più in generale sul decreto sicurezza, Salvini sembra (per la prima volta dalla nascita del governo) isolato.

Abituato a sfidare, e spesso anche a vincere, nelle sue vesti di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, il leader leghista Matteo Salvini sta vivendo l’esperienza per lui inedita dello sfidato, se non addirittura dell’assediato. E ciò sia all’interno del governo, sia all’esterno.

All’interno del governo l’omologo grillino Luigi Di Maio ha spiazzato e mandato su tutte le furie Salvini proponendo l’accoglienza in Italia delle donne e dei bambini bloccati da circa due settimane in mare sulla nave Sea Watch. E lasciando il resto dei profughi a disposizione di chi vorrà prendersi a carico gli uomini. Il che provocherebbe, peraltro, la separazione di nuclei familiari destinati poi a ricomporsi, probabilmente in Italia, dove la linea dura contro gli immigrati comincia a subire colpi, forse per gli eccessi compiuti da Salvini in parole e opere.

Si arriva così al secondo fronte dello scontro e delle sfide che per una volta il leader leghista deve ricevere e non dare: il fronte dei sindaci. Che, a dispetto di certe apparenze favorevoli al Viminale per il numero “esiguo” -si dice da quelle parti- dei primi cittadini in sostanziale rivolta contro l’applicazione della recente legge su sicurezza e immigrati, è fluttuante e insidioso. Se i sindaci e, più in generale, gli amministratori leghisti sinora sembrano solidali con il leader del loro partito, quelli di centrodestra – che pure rimane l’area elettorale del Carroccio- vacillano. Non parliamo poi delle convergenze fra la dissidenza amministrativa e i vescovi.

E’ accaduto anche ad altri governi e vertici di partito scontrarsi con i sindaci, una volta liquidati -per esempio- come “cacicchi” da un insofferente, al solito, Massimo D’Alema ancora forte. Ma non era mai accaduto che su una materia così delicata come la sicurezza un sindaco sfidasse il ministro in qualche modo sorvegliante, che è quello dell’Interno, a sostituirlo per poter impugnare l’atto davanti alla magistratura e chiedere a quest’ultima, che non ne vede forse l’ora, di trasferire la vertenza alla Corte Costituzionale. E’ ciò che ha fatto in diretta televisiva, su Rai 2, da Palermo Leoluca Orlando dopo avere definito “camomilla” una circolare emessa dal Viminale per cercare di mitigare, nell’applicazione, le norme della legge di sicurezza ostative, e perciò contestate dal sindaco siciliano, in materia di iscrizione all’anagrafe, con tutti gli effetti relativi, degli immigrati persino provvisti di permesso di soggiorno.

Leoluca Orlando, che nella sua attività amministrativa, fra le più lunghe in Italia, ha dato filo da torcere a fior di politici e magistrati, da Giulio Andreotti a Giovanni Falcone, ha portato la sfida a Salvini anche all’insolito livello, diciamo così, disciplinare e interdittivo. In particolare, egli ha chiesto alla Segreteria Generale del Palazzo delle Aquile di valutare provvedimenti a carico di un giornalista dell’ufficio stampa del Comune che aveva scambiato un post su facebook col ministro dell’Interno.

La situazione diventa per il ministro e, più in generale, per il governo ancora più difficile alla luce dei cambiamenti intervenuti a livello politico e mediatico con il ritorno, a livello nazionale, al sistema elettorale proporzionale. Che ha restituito la formazione del governo pienamente alla democrazia, diciamo così indiretta, quella delle trattative fra i partiti dopo le elezioni, lasciando l’autorevolezza e la stabilità degli organi prodotti dalla democrazia diretta solo alle amministrazioni locali e ai loro capi, sindaci dei Comuni o governatori delle Regioni che siano.

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Manovra. Tutte le mosse di Mattarella, Fico, Tria, Di Maio, Salvini e Tria

I Graffi di Damato su come le istituzioni, a partire dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, hanno affrontato la manovra del governo

E’ francamente difficile non riconoscersi in qualche modo nel gesto scaramantico delle corna attribuito da Emilio Giannelli, sulla prima pagina del Corriere della Sera, nel brindisi di Capodanno ai due uomini più rappresentativi del governo in carica. Che sovrastano e di parecchio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, specie dopo la sua prestazione -tra gaffe, errori e successive precisazioni o smentite- nella tradizionale conferenza stampa di fine anno.

I vice presidenti grillino e leghista del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, avrebbero ottime ragioni per ricorrere a quel gesto delle corna pensando l’uno all’altro nell’incipiente 2019, quando verranno inesorabilmente al pettine su tutti i piani – politico, elettorale e personale – i nodi della legge di bilancio approvata in terza e bruciante lettura alla Camera con 247 deputati assenti su 630. E promulgata in modo altrettanto bruciante dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella guadagnandosi l’applauso del Fatto Quotidiano, con due righe di titolo sopra la testata, per non avere ceduto alla tentazione di assumere “la guida dell’opposizione”. Così avrebbe fatto il capo dello Stato se avesse raccolto ansie, timori, proteste e quant’altro. E così invece avrebbe fatto, nella logica di quel giornale, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano apprezzando pubblicamente nei giorni scorsi il duro discorso pronunciato al Senato da Emma Bonino, ed anche quello successivo -si deve ritenere- dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti, sulle Camere “esautorate” con le procedure adottate per l’esame appunto del bilancio, e per la sua approvazione.

Anche a consolazione di Monti e Bonino, che pure ne avevano apprezzato originariamente l’annuncio della pur tardiva apertura di una trattativa con la Commissione Europea per ridurre il deficit dal 2,4 per cento del pil festeggiato da Di Maio sul balcone di Palazzo Chigi e bocciato a Bruxelles, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha attribuito al bilancio così avventurosamente approvato dalle Camere il merito di avere risparmiato all’Italia, “un commissariamento dai cinque ai sette anni”. Ma contemporaneamente da Bruxelles e dintorni è stato annunciato che i conti italiani continuano ad essere “vigilati” e che l’intesa raggiunta per evitare la procedura d’infrazione ha riguardato numeri e saldi, non il contenuto delle misure che il governo deve peraltro ancora prendere per tradurre in “fatti”, pur già vantati da Di Maio, il cosiddetto reddito di cittadinanza e l’accesso anticipato alla pensione. La vicenda, quindi, è tutt’altro che chiara e conclusa.

Il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, che ha avuto pietà, diciamo così, delle opposizioni difendendole almeno dall’attacco mosse loro dal blog del suo movimento di avere praticato del terrorismo politico contro il governo e la sua legge di bilancio, ha cercato di fornire un altro elemento di consolazione ai vari Monti e Bonino. A cose ormai fatte, mentre Mattarella già smaltiva al Quirinale la pratica della promulgazione del bilancio, Fico dal suo ufficio di Montecitorio, in barba scura e in maniche di camicia bianca, ha spiegato che era stato appena evitato il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio. Che pure è regolarmente previsto e regolato dalla Costituzione. E fior di costituzionalisti ed economisti, fra i quali il mancato presidente del Consiglio Carlo Cottarelli, prevedendolo della durata necessaria, e perciò limitata, ad un completo e vero esame del bilancio in Parlamento, avevano dichiarato di preferire a ciò che invece è accaduto.

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ccc Italia

Terzo settore: cosa prevede la norma Ires (che cambierà a gennaio)

Mea culpa da Conte, Di Maio e Salvini: Intervento a gennaio per modificare la norma

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Manovra: Governo in cerca di sponde in Francia

Ma Moscovici frena gli entusiasmi: la differenza sta tutta nel debito. Mattarella auspica un accordo, il governo convinto di avere buone motivazioni

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Salvini vara la Lega 2.0. Niente più Padania ma Italia federale

Cancellata la stagione “bossiana”. Ora il Carroccio “promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo”

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Ecco chi c’è dietro la comunicazione del governo gialloverde

Tutti i nomi dei responsabili dei rapporti con i media dell’esecutivo. Tra loro molti giornalisti

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ccc Insider

Decreto fiscale. Pace armata tra Lega e M5S

Dopo lo scontro sul Decreto Fiscale, le accuse di “manine” e manipolazioni, il Consiglio dei Ministri sancisce una “pace armata” tra Lega e M5S. Ma il Decreto fiscale andrà rivisto in sede di conversione
Sabato pomeriggio di ottobre, interno Palazzo Chigi. A fine conferenza stampa Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio si alzano in piedi nella saletta al piano terra per la foto della “pace”, che poco dopo lo staff social del premier posterà su Instagram. E’ l’immagine sorridente di una ritrovata concordia che i tre leader dell’esecutivo giallo-verde vogliono diffondere, ma che certo non basta a cancellare le ferite lasciate da due giorni ad alta tensione tra i vicepremier sul decreto fiscale.

Polemica a distanza tra Di Maio e Salvini sul Decreto fiscale

Per tutta la mattinata i due continuano a punzecchiarsi a distanza. “Stavolta voglio il testo del decreto”, comincia Salvini. “Gliene faremo due copie, così non sbaglia”, gli replica Di Maio. Alle 13 è in programma il Consiglio dei Ministri. Di Maio e Conte sono a Palazzo Chigi fin dalla mattina, Salvini invece è a Cernobbio, al Forum Coldiretti, e fa sapere di non voler partecipare a nessun vertice prima della seduta. Tant’è che quando arriva, intorno alle una, ognuno resta chiuso nella sua stanza: separati in casa. Ma Conte, nel suo ruolo di instancabile mediatore, riesce alla fine a metterli intorno a un tavolo, prima dell’inizio della seduta, che comincia alle 15. “Sarà breve”, preannuncia fiduciosa una fonte di governo. Ma non è così. E allora in sala stampa c’è tempo per vedere la partita della nazionale di volley femminile, poi anche quella della Roma, prima della fumata bianca. “C’è l’accordo”, fanno sapere fonti Lega e M5s. “C’è un accordo pieno”, ribadisce il presidente del Consiglio aprendo la conferenza stampa.

Lo scontro sulle norme del Decreto Fiscale

Dal dl escono lo scudo fiscale per i patrimoni all’estero e il condono penale. La nuova formulazione dell’articolo 9, spiega Conte, introduce una “modesta definizione agevolata, è tecnicamente un ravvedimento operoso delle dichiarazioni tardive” e “probabilmente non consente la piena attuazione di tutte le previsioni del contratto di governo e allora c’è un accordo politico per cui in sede di conversione di questo decreto legge noi troveremo una formulazione tecnica adeguata per offrire una definizione agevolata a tutti i contribuenti che versano in situazioni di oggettiva difficoltà economica”.

La pace armata tra Di Maio e Salvini

Tutto a posto dunque? Assolutamente no. O meglio, lo si vedrà nelle prossime settimane. Innanzitutto nel confronto con l’Unione europea: entro domani alle 12 l’Italia dovrà rispondere alla lettera con i rilievi della Commissione Ue alla manovra. Conte punta a spiegare che il 2,4% del rapporto deficit/Pil è quasi una scelta obbligata per l'”eredità” raccolta e soprattutto che gli investimenti e le riforme spingeranno in alto la crescita. Ma pochi credono che Bruxelles si faccia convincere. E poi c’è il percorso parlamentare del dl fisco e della manovra (sempre accidentati) e di altre partite fondamentali, su cui i nervi sono scoperti e la Lega punterà i piedi: la legittima difesa e soprattutto il decreto sicurezza e immigrazione. Salvini non ha affatto digerito gli 81 emendamenti M5s che annacquerebbero il testo sui migranti. “Si troverà un accordo”, ha assicurato Di Maio, con un ottimismo che però non tiene in debito conto delle sensibilità dell’ala “sinistra” del Movimento (quella che fa capo a Roberto Fico) che inizia a mostrare la propria insofferenza per la strada presa dal governo. Insomma, da qui a Natale sarà un percorso a ostacoli.

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Chi c’è dietro le “manine” evocate da Di Maio?

Prima del Dl fiscale c’erano stati il Decreto dignità e il provvedimento su Genova

Lo scorso luglio era successo con il Decreto Dignità: Luigi Di Maio aveva denunciato una manomissione del testo evocando il complotto delle lobby. Stavolta nel mirino del leader pentastellato è finito il dl fiscale che, a suo dire, sarebbe arrivato al Quirinale manomesso. “Se ci facciamo passare sotto al naso provvedimenti così, allora cominciano i problemi grossi – ha detto Di Maio a Porta a Porta su Rai1 – questo è il governo col più alto numero di nemici. Hanno già provato a farci giochetti con il decreto Dignità”. A settembre, invece, era stato il provvedimento su Genova a far gridare allo scandalo.

LA “MANINA” SUL DL FISCALE ARRIVA DAL MEF?

Ma procediamo con ordine. L’ultima “manina”, quella che secondo il vicepremier ha modificato il testo del decreto fiscale inserendo delle norme sul condono e lo scudo fiscale per i capitali all’estero – portando a evocare denunce alla Procura della Repubblica e promesse di “non voto” – secondo il Fatto Quotidiano sarebbe opera della Direzione generale delle Finanze diretta da Fabrizia Lapecorella. Anche se non è chiaro come e da chi la bozza sia stata scritta i funzionari del Mef, hanno assicurato di aver solo eseguito le indicazioni della presidenza del Consiglio che vengono dal sottosegretario, Giancarlo Giorgetti. A Porta a Porta Di Maio alla domanda di Vespa se dietro questa vicenda possa esserci proprio Giorgetti, Di Maio ha risposto di non credere a tale eventualità provocando anche la replica di Matteo Salvini: “Noi siamo gente seria non sappiamo niente di decreti truccati”. Sempre il Fatto Quotidiano racconta che stavolta gli uffici ministeriali vengono bacchettati, sia pure indirettamente, dallo stesso Quirinale che avrebbe invitato il ministero a rimuovere quella norma. Fonti dell’alto Colle romano, infatti, hanno fatto sapere al quotidiano di aver “chiesto di modificare le parti sulle depenalizzazioni” pur non sapendo “come le modifiche saranno effettuate”.

I PUNTINI AL POSTO DELLE CIFRE SULLE COPERTURE DEL DECRETO GENOVA

Sul decreto per la ricostruzione di Ponte Morandi erano stati invece lasciati degli spazi vuoti al posto delle cifre sulle coperture finanziarie dopo il passaggio della bozza alla Ragioneria di Stato, che aveva rifiutato la bollinatura. Come raccontava Repubblica (in un articolo a firma di Carmelo Lopapa) gli spazi bianchi spuntati che sostituivano le cifre delle coperture, “riguardavano i costi per gli aiuti alle aziende, le misure sull’area del porto e della zona franche, la deroga alla riforma Madia per le assunzioni nella Pa”. ma nel testo sarebbero emersi altri punti poco chiari come i risarcimenti indeterminati, la ricostruzione affidata a un soggetto diverso da Autostrade senza la revoca della concessione, e la richiesta di finanziamenti al concessionario stesso.

GLI EFFETTI NEGATIVI SULL’OCCUPAZIONE DEL DECRETO DIGNITÀ

In precedenza c’era stato il Decreto Dignità come ricorda il Corriere della Sera che “nottetempo avrebbe inserito nella relazione tecnica al dl dignità i dati sugli effetti negativi sull’occupazione” investendo a più livelli il rapporto fiduciario tra Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Economia, Ragioneria Generale dello Stato e Inps. In quell’occasione, il vicepremier pentastellato aveva individuato la manina “non nell’ambito del Ministero dell’Economia” ma “forse di Boeri, dicevano – che ha manomesso la relazione tecnica del ‘decreto dignità’ inserendo la cifra di 8 mila disoccupati”, scrive Il Foglio ricordando anche un’altra manina: “Quella dietro la vicenda del master in America (tarocco) di Rocco Casalino”.

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