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Ad Unimpresa piace la pace fiscale del Governo Conte

Pucci (Unimpresa): “La pace fiscale va nella direzione giusta”. Secondo i dati dell’associazione ogni anno gli italiani evadono 97 miliardi di tasse e 11 miliardi di contributi previdenziali. Per l’Istat economia in nero e attività illegali valgono 210 miliardi

Raggiunge quota 108 miliardi di euro l’anno il totale dell’evasione fiscale in Italia. Alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi, in media, 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali per un totale di 107 miliardi e 933 milioni. E’ l’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) la tassa “preferita” dagli evasori, con 37,8 miliardi, seguita dall’Iva (imposta sul valore aggiunto), con 35,7 miliardi. L’evasione dell’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) ammonta a 8,1 miliardi, mentre l’Imu (imposta municipale unica) e la Tasi (tassa sui servizi indivisibili) si fermano vicine a quota 4 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa sull’evasione fiscale, secondo il quale i balzelli sulle locazioni generano un ammanco di gettito per quasi 1 miliardo.

PUCCI (UNIMPRESA): LA PACE FISCALE ANNUNCIATA DAL GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE VA NELLA GIUSTA DIREZIONE

“Le tasse vanno pagate e onorare le scadenze col fisco è un dovere di tutti i contribuenti sia famiglie sia imprese. Tuttavia, quando si osservano dati sull’evasione fiscale,  non si possono ignorare alcuni aspetti. Come il fatto che una parte dei soggetti che decide di non versare imposte e tributi nelle casse dello Stato lo fa per necessità, talora per la mancanza assoluta di disponibilità talora per far fronte ad altri pagamenti. Ciò vale per le famiglie e vale soprattutto per le imprese. L’imprenditore che non paga, spesso dirotta il denaro al pagamento degli stipendi o di altri fornitori magari artigiani, piccole aziende o professionisti” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci secondo il quale “la pace fiscale annunciata dal governo di Giuseppe Conte va nella giusta direzione, ma va accompagnata da una riforma tributaria volta sia all’abbattimento del peso delle tasse sia a una radicale semplificazione normativa”.

L’EVASIONE FISCALE IN ITALIA SI ATTESTA A 107,9 MILIARDI

Secondo la ricerca, basata su dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, l’evasione fiscale in Italia si attesta a 107,9 miliardi. Il dato è il frutto della media relativa al 2011-2015, anni per i quali sono disponibili informazioni complete: 97,1 miliardi si riferiscono alle tasse non pagate regolarmente all’erario, altri 10,8 miliardi sono, invece, contributi previdenziali non versati. Nel 2016, periodo per il quale i dati sull’Irpef sono parziali, il totale dell’evasione ha raggiunto quota 90,2 miliardi, ma mancano i dati relativi ai contributi. Nel 2011, l’evasione ha toccato quota 104,8 miliardi (94,4 miliardi di tasse e 10,4 miliardi di contributi); nel 2012 l’ammontare è salito a 108,1 miliardi (97,4 miliardi e 10,5 miliardi), per poi calare leggermente nel 2013 a 106,9 miliardi (96,6 miliardi e 10,2 miliardi); nel 2014 lo stock di evasione ha raggiunto il record con 112,6 miliardi (101,3 miliardi e 11,2 miliardi) e nel 2015 si è attestata a 107,2 miliardi (95,5 miliardi e 11,7 miliardi).

IRPEF LA PIÙ ODIATA DAI CONTRIBUENTI

Quanto all’analisi per tributo, l’Irpef risulta la più “odiata” dai contribuenti italiani. La media per il periodo 2011-2015 è di 37,8 miliardi; negli anni precedenti, il mancato gettito legato all’imposta sui redditi delle persone fisiche si è attestato a 37,1 miliardi nel 2011, 37,1 miliardi nel 2012, 36,8 miliardi nel 2013, 39,7 miliardi nel 2014, 39,7 miliardi nel 2015 e 33,9 miliardi nel 2016 (dato parziale). Poco dietro si posiziona, nella speciale classifica, l’Iva con una media di 35,7 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui consumi si è attestata a 36,7 miliardi nel 2011, a 36,1 miliardi nel 2012, 34,7 miliardi nel 2013, 36,4 miliardi nel 2014, 34,8 miliardi nel 2015 e 34,8 miliardi nel 2016. Per quanto riguarda l’Ires (società) la media dell’evasione è di 8,3 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui redditi delle persone giuridiche si è attestata a 9,1 miliardi nel 2011, 8,4 miliardi nel 2012, 8,3 miliardi nel 2013, 8,9 miliardi nel 2014, 6,8 miliardi nel 2015 e 7,6 miliardi nel 2016. Quanto al settore immobiliare, l’evasione relativa all’Imu/Tasi è in media pari a 3,9 miliardi: 3,9 miliardi nel 2012, 5,2 miliardi nel 2013, 5,2 miliardi nel 2013, 5,2 miliardi nel 2014, 5,1 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016. La quota di evasione relativa all’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) si attesta (media 2011-2015) a 8,1 miliardi (9,1 miliardi nel 2011, 8,7 miliardi nel 2012, 8,5 miliardi nel 2013, 8,4 miliardi nel 2014, 5,7 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016), mentre quella relativa ai tributi applicati sulle locazioni vale in media 1,1 miliardi (1,8 miliardi nel 2011, 1,3 miliardi nel 2012, 739 milioni nel 2013, 736 milioni nel 2014, 1,2 miliardi nel 2015 e 1,1 miliardi nel 2016). Il Canone Rai, che dal 2016 si paga direttamente nella bolletta dell’energia elettrica, ha generato in media, nel periodo 2011-2015, una quota di mancato gettito pari a 916 milioni (765 milioni nel 2011, 887 milioni nel 2012, 942 milioni nel 2013, 977 milioni nel 2014, 1,1 miliardi nel 2015 e 240 milioni nel 2016).

L’EVASIONE CONTRIBUTIVA MAGGIORE È QUELLE DI COMPETENZA DELLE AZIENDE E DEI DATORI DI LAVORO

Per quanto riguarda l’evasione contributiva, la fetta maggiore è quelle di competenza delle aziende e dei datori di lavoro: su una media per il periodo 2011-2015 di 10,8 miliardi, 2,5 miliardi sono riferibili ai lavoratori e 8,3 miliardi sono mancati versamenti dei datori di lavori. Una proporzione rispettata anche nelle serie storiche: 2,4 miliardi e 8,1 miliardi nel 2011 (totale 10,4 miliardi), 2,4 miliardi e 8,1 miliardi nel 2012 (totale 10,5 miliardi), 2,3 miliardi e 7,9 miliardi nel 2013 (totale 10,2 miliardi), 2,6 miliardi e 8,6 miliardi nel 2014 (totale 11,2 miliardi), 2,8 miliardi e 8,8 miliardi nel 2015 (totale 11,7 miliardi).

ISTAT: ECONOMIA IN NERO E ATTIVITA’ ILLEGALI VALGONO 210 MILIARDI

Secondo Istat, l’economia non osservata, ossia la somma dell’economia sommersa e delle attività illegali, nel 2016 vale circa 210 miliardi di euro, pari al 12,4% del Pil. Le stime al 2016, osserva l’istituto di statistica confermano la tendenza alla discesa dell’incidenza della componente non osservata dell’economia sul Pil, dopo il picco del 2014 (13,1%). In particolare, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa (che va dalle sotto-dichiarazioni all’impiego di lavoro irregolare, dagli affitti in nero alle mance) ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro; quello connesso alle attività illegali (produzione e traffico di droga, prostituzione e contrabbando di tabacco), incluso l’indotto (pari a circa 1,3 miliardi), risulta pari a circa 18 miliardi, stima l’Istituto.

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Alitalia, le Fondazioni di Cdp premono su Tria per azzoppare il piano di Di Maio

Perchè Cdp non può entrare in Alitalia? Nelle ultime ore c’è subbuglio tra coloro che detengono parte del capitale di Cassa Depositi e Prestiti che premono sul titolare del Mef, affinché il piano del vicepremier non decolli

Nelle ultime ore, dopo l’intervista di Luigi Di Maio, a Il Sole 24 ore – che esponeva il piano per il salvataggio, o rilancio come ha detto il leader grillino, di Alitalia – le fondazioni bancarie che compongono parte del capitale di Cassa Depositi e Prestiti sono in un vero e proprio subbuglio.

LO STATUTO CDP VIETA DI ENTRARE IN OPERAZIONI RIGUARDANTI SOCIETÀ CHE NON GODONO DI BUONA SALUTE

Le fondazioni bancarie non se la sentono di prendere in mano un dossier che è destinato a fallire sicuramente. Anche perché, come spesso ricordato, lo Statuto di Cassa Depositi e Prestiti prevede espressamente che la Cassa non possa entrare in operazioni riguardanti società che non godono di buona salute. Recita infatti l’articolo 3 punto D dello Statuto di Cassa Depositi e Prestiti sull’oggetto sociale di Cdp, che l’ente può assumere partecipazioni anche indirette “in società di rilevante interesse nazionale – che risultino in una stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico e siano caratterizzate da adeguate prospettive di redditività – che possiedono i requisiti previsti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze ai sensi dell’articolo 5, comma 8 bis, del decreto legge”.

LE FONDAZIONI BANCARIE SONO RILUTTANTI ALL’IPOTESI ALITALIA

Il nervosismo di Tria è causato non solo dal contropiede di Di Maio che ha annunciato urbi et orbi il suo piano di “rilancio” ponendo il MEF come attore principale ma anche dal fatto che gli azionisti che compongono quasi il 16% di CDP, le fondazioni bancarie sono riluttanti a questa ipotesi e premono sul titolare di Via XX Settembre perché il piano della newco di Alitalia non veda la luce. Quanto meno a queste condizioni. Se poi aggiungiamo che ogni qualvolta si crea motivo di tensione tra Tria e il Movimento 5 Stelle parte la serie di dichiarazioni dei grillini che invitano Tria a dimettersi se non segue la linea, si capisce bene che lo scontro su Alitalia, Cdp e ruolo di quest’ultima può lasciare il segno.

DIMISSIONI DI TRIA SUL CASO ALITALIA?

Non è stato così sulla Manovra – sulla quale Tria ha spinto senza successo per tenere l’argine del rapporto deficit/pil all’1,6% -, non è stato così sulla nomina degli stessi vertici di CDP (Tria preferiva a Palermo, l’attuale vice presidente della Bei, Dario Scannapieco), ma questa volta si potrebbe oltrepassare il confine e potremmo assistere alle dimissioni di Tria che si è detto sfiduciato e stanco secondo i bene informati, che lo hanno incontrato a Bali in occasione del meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale.

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Fs interessata ad Alitalia. Ma sul ruolo del Mef Tria taglia corto

Se l’operazione andasse in porto si potrebbe creare un polo integrato nel trasporto attivo su gomma, rotaia e aria

Le Ferrovie scendono in pista per l’Alitalia. Malgrado nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, avesse smorzato i toni e parlato di focus sul core business, il trasporto ferroviario, escludendo l’intervento in Alitalia a distanza di poche ore è arrivato il cambio di programma dopo le affermazioni dal vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio.

LA MANIFESTAZIONE DI INTERESSE DI FS

Fs ha presentato, infatti, la manifestazione di interesse con una breve nota precisando che “tale manifestazione, necessaria per analizzare al meglio il dossier relativo all’azienda, non è in questa fase vincolante”. Una mossa di natura evidentemente politica, visto che dal punto di vista industriale la società di trasporto deve assimilare l’incorporazione di Anas voluta dal governo Renzi e che invece l’attuale esecutivo parrebbe non voler portare avanti

LO STATO CON UN RUOLO NON SUPERIORE AL 15-20%

Ma che ruolo avrà Fs nel capitale di Alitalia, vettore in crisi da decenni? “Non immaginiamo uno Stato con una quota superiore al 15-20%: staremo in linea con le partecipazioni che hanno altri Stati europei”, ha dichiarato il sottosegretario ai Trasporti Armando Siri interpellato dall’agenzia di stampa Ansa, escludendo l’idea di arrivare al 51% come indicato in passato dal ministro Toninelli. “Potremo stare tra il 15-20%, l’importante è che ci sia un piano industriale sostenibile che dia prospettive per il futuro: non vogliamo soluzioni posticce, ma una soluzione seria e industriale”.

TRIA TAGLIA CORTO SU UN EVENTUALE RUOLO DEL MEF

Il progetto complessivo del governo, impostato in prima battuta dal vicepremier Di Maio, vedrebbe anche il Mef entrare direttamente in scena per salvare la compagnia di bandiera. Ma questa mattina il titolare del dicastero delle Finanze, Giovanni Tria, ha preso le distanze tagliando corto sulla questione. “Penso che delle cose che fa il Tesoro ne debba parlare il ministro dell’Economia e io non ne ho parlato”.Def

DI MAIO: IL PIANO PER ALITALIA È SOSTENUTO DAL CAPO DEL GOVERNO E DA TUTTE E DUE LE FORZE POLITICHE DI MAGGIORANZA

In post su Facebook Di Maio ha invece ribadito che “adesso inizia il percorso che può portarci al 31 ottobre con altri partner industriali che faranno di nuovo grande Alitalia, senza sprechi e senza sperpero di soldi degli italiani, e lo Stato ci sarà con parte del prestito ponte”. Ma soprattutto, Di Maio ha sottolineato che questa è la linea del governo e della maggioranza gialloverde. “Il piano per Alitalia – ha scritto nel post – è sostenuto dal capo del Governo e da tutte e due le forze politiche di maggioranza che lavorano ad un atto di indirizzo al Governo per rafforzare la linea del contratto per il Governo del cambiamento”. “Da oggi potrebbe nascere il primo gruppo al mondo di trasporto integrato gomma-ferro-aria. Su Alitalia l’Esecutivo ha le idee chiare. Il nostro obiettivo non è di “salvare” la compagnia ma di rilanciarla “affinché torni ad essere grande. Salvaguarderemo i livelli occupazionali ma, soprattutto, realizzeremo una politica turistica integrata per l’Italia. Ci sono milioni di turisti in ogni parte del globo che aspettano solo di conoscere il paese più bello del mondo. Andiamo a prenderceli!”, ha sottolineato.

CONTE: DI MAIO STA FACENDO UN OTTIMO LAVORO PER IL RILANCIO DI ALITALIA

Linea che era stata confermata anche dallo stesso premier in mattinata. “So che il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico – ha detto Conte – sta facendo un ottimo lavoro per il rilancio di Alitalia: creare una partnership tra Fs e uno o più aziende partecipate dello Stato va in questa direzione”.

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Ponte Morandi, Autostrade invia progetto ricostruzione al commissario straordinario

Il progetto prevede le attività di demolizione e ricostruzione del Ponte da realizzarsi in nove mesi. La società è pronta ad “impegnarsi contrattualmente al rispetto dei tempi indicati”

Il progetto per la ricostruzione del Ponte Morandi elaborato dalla società Autostrade per l’Italia, in adempimento delle previsioni di Convenzione, è stato inviato al Commissario Straordinario per Genova. Lo ha deciso il Consiglio di Amministrazione di Autostrade per l’Italia, “ritenendo essenziale l’obiettivo di ripristinare nei minori tempi possibili il Viadotto Polcevera e avendo particolare riguardo alla comunità di Genova”.

SULLA RICOSTRUZIONE IN NOVE MESI LA SOCIETÀ È PRONTA AD IMPEGNARSI CONTRATTUALMENTE

Il progetto prevede le attività di demolizione e ricostruzione del Ponte da realizzarsi in nove mesi decorrenti dalla sua approvazione e dalla disponibilità delle aree. “Su tale progetto la società è pronta ad impegnarsi contrattualmente al rispetto dei tempi indicati, fornendo garanzie economiche al riguardo – ha sottolineato Autostrade per l’Italia -. La società si dichiara altresì disponibile a sviluppare eventuali ulteriori ipotesi progettuali, laddove richieste dal Commissario”.

SOLUZIONE PROGETTUALE ED OPERATIVA DOVEROSA E LEGITTIMA E LA PIÙ EFFICACE PER RIPRISTINARE IN TEMPI CERTI E RAPIDI LA TRATTA AUTOSTRADALE

Autostrade per l’Italia ritiene che la presentazione di tale soluzione progettuale ed operativa “sia doverosa e legittima e la più efficace per ripristinare in tempi certi e rapidi la tratta autostradale Genova Aeroporto-Genova Ovest, auspicando (ovviamente salva la tutela delle sue ragioni) che possa essere positivamente valutata dal Commissario Straordinario e dalle Istituzioni tutte”, ha concluso la società.

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Week-end di impegni per il premier Conte. Lunedì il cdm per il Dl fiscale

Sabato a Bologna e domenica a Milano. Poi lunedì a Roma per il Consiglio dei ministri sul decreto in materia di fisco. La manovra entro il 20 ottobre

Dopo il tour in Etiopia, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è atteso da un week end di impegni che apriranno la strada a un inizio settimana denso di appuntamenti: il premier parteciperà sabato 13 ottobre a Bologna all’ottava edizione di “Io non rischio” della Protezione civile. L’incontro è previsto alle ore 16:30, in via Rizzoli dove Conte incontrerà i volontari della Protezione civile e la cittadinanza. Domenica 14 ottobre invece il premier sarà a Milano. Alle 10:45 e parteciperà alla giornata inaugurale della Scuola di formazione politica della Lega presso il centro Congressi Palazzo Castiglioni. Alle 12 visita la ‘Digital Factory’ di Italgas, infine alle 14:30 incontra le start up a ‘Talent Garden’. Lunedì, infine, il Consiglio dei ministri approverà il dl fiscale, la legge di bilancio sarà invece approvata nei giorni successivi entro il termine del 20 ottobre, secondo quanto confermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, da Trento. Il M5S aveva annunciato, invece, l’intenzione del governo di approvare decreto e manovra insieme lunedì. Entro il 15 l’esecutivo dovrà comunque inviare a Bruxelles il Def.

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I dubbi di Anac (e non solo) sul Decreto Genova

Il presidente dell’anticorruzione ha evidenziato perplessità sulla al Codice antimafia e sull’esclusione di soggetti diversi dall’attuale concessionario, generalizzate a tutti i concessionari. Incertezze sul testo anche secondo i tecnici della Camera

Dubbi e perplessità sull’impianto normativo del decreto Genova soprattutto per quanto riguarda la deroga a tutte le norme extrapenali che comporta anche la deroga al Codice antimafia e alla relativa disciplina sulle interdittive. Ma anche su come dovranno essere affidati gli appalti o sulla possibilità del general contractor di poter subappaltare. Sono alcuni degli esempi di incertezze contenute nel testo del provvedimento espresse dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone alle Commissioni Ambiente e Trasporti della Camera. Che si aggiungono a quelle espresse del Comitato per la legislazione di Montecitorio.

RISCHIO MOLTIPLICAZIONE DEI CONTENZIONI

Cantone ha osservato come la deroga a tutte le norme dell’ordinamento italiano, ad esclusione di quelle penali sia di fatto “una disposizione senza precedenti” che nelle intenzioni dell’esecutivo deve consentire al Commissario Bucci, “peraltro la persona più adatta per quel ruolo, di muoversi con assoluta e totale libertà, imponendogli solo i principi inderogabili dell’Unione europea ed ovviamente i principi costituzionali”. Secondo il numero uno dell’Anac però la deroga, per quanto amplissima, “ovviamente non preclude la possibilità, garantita costituzionalmente, di adire la giurisdizione per un qualunque aspetto connesso alle attività da compiersi da parte di chiunque possa averne interesse”, con il rischio “di moltiplicare il contenzioso proprio perché il quadro normativo si caratterizzerà per estrema incertezza”.

L’ESCLUSIONE DI TUTTI I CONCESSIONARI APPARE DI DUBBIA LEGITTIMITÀ

Ma soprattutto Cantone ha espresso dubbi su chi dovrà occuparsi della ricostruzione, sulla scia di quanto già evidenziato dall’Antitrust e cioè che “l’esclusione di soggetti diversi dall’attuale concessionario, generalizzate a tutti i concessionari di strade a pedaggio o che abbiano partecipazioni in esse o che siano da esse controllate, appare di dubbia legittimità, perché in contrasto con i principi di proporzionalità, concorrenza e con le indicazioni contenute nella più volte richiamata direttiva 2014/24/UE, che prevede cause di esclusione tassative”. La stessa precisazione contenuta nel comma 7 del decreto, “appare poco comprensibile: evitare un indebito vantaggio. Che cosa significa? Quale sarebbe il vantaggio competitivo di un operatore che ha una partecipazione anche minima in una concessionaria di strade a pedaggio? E quale sarebbe il vantaggio competitivo di altri operatori, diversi dall’attuale concessionario?”, ha aggiunto il presidente dell’Anac.

TEMPI DI PUBBLICAZIONE TROPPO LUNGHI E MANCANO LE RELAZIONI

Molte osservazioni sono giunte sul decreto anche dai tecnici del Comitato per la legislazione della Camera nel dossier di documentazione del provvedimento (qui il testo). Prima di tutto i tempi di pubblicazione e le relazioni allegate. Il primo appunto riguarda la pubblicazione del testo del decreto legge 15 giorni dopo il via libera del Consiglio dei ministri. Malgrado sia avvenuto altre volte, anche nella passata legislatura, “appare opportuno un approfondimento sulle conseguenze di questa prassi, anche con riferimeto al requisito dell’immediata applicazione dei decreti-legge di cui all’articolo 15 della legge n. 400 del 1988”. Il provvedimento, inoltre, “non è corredato né della relazione sull’analisi tecnico-normativa (ATN) né della relazione sull’analisi di impatto della regolamentazione (AIR), nemmeno nella forma semplificata.

PROBLEMI ANCHE DALLA MANCANZA DEL REQUISITO DELL’OMOGENEITÀ E SULL’AGENZIA NAZIONALE PER LA SICUREZZA DELLE FERROVIE E DELLE INFRASTRUTTURE STRADALI E AUTOSTRADALI

Secondo i tecnici della Camera anche le due distinte finalità del provvedimento – la necessità di affrontare le emergenze di Genova, Ischia e dei sisma in generale e l’autorizzazione a nuovi interventi di cassa integrazione guadagni straordinaria – “avrebbe anche potuto costituire, in vero, due autonomi provvedimenti di urgenza” e potrebbe “ presentare profili problematici, per quel che concerne il requisito dell’omogeneità, la disposizione di cui all’articolo 43, recante misure urgenti in favore dei soggetti beneficiari di mutui agevolati”. “Potrebbe presentare criticità, sotto il profilo del requisito dell’immediata applicazione dei decreti-legge, di cui all’articolo 15 della legge n. 400 del 1988, la previsione dell’articolo 12 che istituisce, ma solo a decorrere dal 1° gennaio 2019, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali”.

SU ALCUNE DEROGHE IMPLICITE ERA OPPORTUNO FARE RICORSO ALLE PROCEDURE ORDINARIE”

Alcune disposizioni del provvedimento prevedono procedure ad hoc, in deroga solo implicita rispetto alle procedure ordinarie come la nomina dei Commissari straordinari con DPCM piuttosto che con DPR e l’istituzione della zona logistica semplificata per il porto e il retroporto di Genova e la zona franca per la città metropolitana di Genova, mentre a legislazione vigente, alla loro istituzione si poteva procedere, rispettivamente, con DPCM o con provvedimento del CIPE. “Al riguardo, con riferimento a tali disposizioni potrebbe risultare opportuno fare ricorso alle procedure ordinarie previste in via generale a legislazione vigente, ovvero esplicitarne il carattere derogatorio rispetto a tali procedure ordinarie”, scrivono i tecnici della Camera che evidenziano in relazione alla nomina del direttore dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali, il richiamo all’articolo 41, comma 2, del decreto-legge n. 262 del 2006 “che tuttavia risulta abrogato”. Non “risulta chiaro” inoltre se l’ampliamento delle competenze dell’Autorità di regolazione dei trasporti alle concessioni autostradali aggiornate o revisionate “riguardi sia la definizione dei sistemi tariffari dei pedaggi sia gli schemi dei bandi di gara ovvero solo una di queste due competenze”. Infine, la “durata massima del mandato del Commissario straordinario per la ricostruzione dei territori dell’isola di Ischia colpiti dal sisma del 21 agosto 2017 non risulta allineata con la durata dello stato di emergenza per il medesimo sisma che, si concluderà il 31 dicembre 2018”.

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Decreto sicurezza. Tutti i dubbi dei tecnici del Senato

I tecnici del Senato puntano l’indice su alcuni aspetti del decreto sicurezza riguardanti i taser, la revoca della cittadinanza, le misure contro le occupazioni e i subappalti

Perplessità sulla sperimentazione dei taser e su un loro eventuale esito negativo (o positivo). Ma anche sulla revoca della cittadinanza, sulle misure anti-occupazioni e sul trattamento sanzionatorio per le condotte degli appaltatori, che facciano ricorso, illecitamente a meccanismi di subappalto. Sono solo alcuni dei rilievi mossi dai tecnici del Senato nel dossier sul provvedimento (qui il testo completo).

DECRETO SICUREZZA. I DUBBI SUI TASER

Il decreto sicurezza introduce in via sperimentale – sei mesi – per le polizie municipali (dei comuni sopra i centomila abitanti), la possibilità di utilizzare armi comuni ad impulsi elettrici. In esito alla sperimentazione, i comuni potranno poi deliberare, con proprio regolamento, di assegnare in dotazione effettiva di reparto queste armi. “Affinché il comune possa procedere alla messa a regime del ricorso allo strumento ad impulsi elettronici, occorre che l’arma risulti ‘positivamente sperimentata’. In proposito, la disposizione non detta alcun principio circa la modalità con cui debba essere effettuata tale valutazione, che pare pertanto demandata alla piena discrezionalità dei comuni (in assenza di richiami a criteri eventualmente rimessi alla Conferenza unificata o alla Conferenza Stato-città). Non è peraltro chiaro se un’eventuale valutazione negativa possa costituire un ostacolo alla possibilità di procedere, in un secondo momento (anche a seguito del rinnovo degli organi comunali) alla messa a regime dello strumento”. Si pone, inoltre, a carico dei Comuni e delle Regioni “gli oneri derivanti, rispettivamente, dalla sperimentazione e dalla formazione del personale delle polizie municipali interessato, nei limiti delle risorse disponibili nei propri bilanci. Al termine del periodo di sperimentazione, qualora questo abbia dato esiti positivi e i Comuni decidano di introdurre a regime tale strumento fra quelli in dotazione effettiva alla Polizia municipale, le regioni parrebbero essere chiamate a sostenere i costi della formazione a regime”.

REVOCA DELLA CITTADINANZA NEL DECRETO SICUREZZA

Nel decreto si introducono nuove disposizioni in materia di acquisizione e revoca della cittadinanza. In particolare, viene abrogata la disposizione che preclude il rigetto dell’istanza di acquisizione della cittadinanza per matrimonio decorsi due anni dall’istanza. Inoltre viene innalzato da 200 a 250 euro l’importo del contributo richiesto per gli atti relativi alla cittadinanza. Si estende da ventiquattro a quarantotto mesi il termine per la conclusione dei procedimenti di riconoscimento della cittadinanza per matrimonio e per c.d. naturalizzazione. Da ultimo, sono introdotte nuove ipotesi di revoca della cittadinanza in caso di condanna definitiva per i reati di terrorismo ed eversione esclusa per i cittadini italiani iure sanguinis. Tuttavia, “in relazione all’ambito di operatività delle ipotesi di revoca introdotte andrebbe valutato se, a fronte di una condanna definitiva per determinati reati, sia configurabile che le conseguenze (in termini di revoca della cittadinanza) differiscano in base alla modalità con cui la cittadinanza sia stata acquisita”.

LE OCCUPAZIONI

Il decreto SICUREZZA inasprisce le sanzioni per coloro che promuovono o organizzano l’invasione di terreni o edifici, ovvero che compiono il fatto armati. Due le circostanza aggravanti speciali, la cui presenza modifica il regime di procedibilità implicando la punibilità d’ufficio. La prima circostanza ricorre quando “il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata; la seconda circostanza, invece, ricorre quando il fatto è commesso da più di dieci persone, anche senza armi. In questo secondo caso, “è opportuno rilevare che per la configurabilità dell’aggravante prevista dal secondo comma dell’art. 633, la giurisprudenza ritiene necessario che l’azione invasiva sia stata commessa collettivamente, da più persone concorrenti che agiscano riunite e siano presenti simultaneamente sul luogo del delitto per la sua consumazione (Cassazione, sez. II. Sentenza 26 giugno 2016, n. 43120). Pertanto – osservano i tecnici del Senato – la nuova disposizione sembrerebbe escludere dal proprio ambito di applicazione i promotori e organizzatori che pur avendo progettato l’invasione non vi hanno poi, materialmente, preso parte”.

APPALTATORI CHE FANNO RICORSO ILLECITAMENTE A MECCANISMI DI SUBAPPALTO

L’articolo 25 del decreto sicurezza mira ad inasprire il trattamento sanzionatorio per le condotte degli appaltatori, che facciano ricorso, illecitamente a meccanismi di subappalto. La disposizione trasforma questo tipo di reati da contravvenzioni a delitti, puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni e con la multa non inferiore a un terzo del valore dell’opera concessa in subappalto o a cottimo e non superiore ad un terzo del valore complessivo dell’opera ricevuta in sub-appalto. “In proposito è opportuno rilevare che la trasformazione in delitto – in mancanza di una espressa previsione – comporta l’esclusione della punibilità delle ipotesi colpose – evidenzia il dossier –. Si tratta di una conseguenza di non poco conto soprattutto per gli effetti inter-temporali della trasformazione: in altri termini in sede applicativa si dovrà chiarire se i fatti colposi commessi ante decreto-legge restino punibili alla luce della previgente fattispecie contravvenzionale oppure la restrizione dell’area della rilevanza penale alle sole ipotesi dolose, conseguente alla trasformazione del reato da contravvenzione a delitto, si riverberi anche ai fatti antecedenti alla modifica normativa”.

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Ecco i presenti alla cabina di regia per gli investimenti a Palazzo Chigi

Presenti i vertici politici e il gotha dell’industria italiana: Oltre al premier Conte saranno presenti, tra gli altri, Ferraris (Terna), Palermo (Cdp), Profumo (Leonardo), Alverà (Snam), Descalzi (Eni), Starace (Enel), Bono (Fincantieri), Battisti (Open Fiber)

È convocata oggi, mercoledì 10 ottobre, alle ore 16.30 a Palazzo Chigi, la cabina di regia per gli investimenti.

CHI PARTECIPA ALLA RIUNIONE

Alla riunione, presieduta dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, saranno presenti: l’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris; l’amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, Fabrizio Palermo; l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo; l’amministratore delegato di Snam, Marco Alverà; l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi; l’amministratore delegato di Saipem, Stefano Cao; l’amministratore delegato di Ansaldo Energia, Giuseppe Zampini; l’amministratore delegato di Enel, Francesco Starace; l’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante; l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono; l’amministratore delegato di Italgas, Paolo Gallo; l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti; l’amministratore delegato di Open Fiber, Elisabetta Ripa.

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Occupazione e sicurezza, si amplia il gap tra regioni. Ecco lo studio Ocse

Maglia nera della Calabria per la disoccupazione giovanile e della Campania per quella di genere. Nel Lazio il maggior numero di furti auto d’Italia

L’Italia si colloca al primo posto tra i paesi Ocse per le disparità occupazionali a livello regionale ed è al secondo posto per le disuguaglianze nella sicurezza. Il giudizio arriva dalla stessa organizzazione internazionale che rileva come le già ampie disparità economiche tra le diverse regioni italiane siano aumentate negli ultimi anni.

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE AL TOP IN CALABRIA

Il tasso di disoccupazione giovanile in Calabria è tra i più alti dell’Ocse, con oltre il 55% dei giovani disoccupati. Tassi di disoccupazione giovanile superiori al 50% si osservano anche in Puglia, Campania e Sicilia, mentre la provincia di Bolzano mostra il tasso più basso del paese (10% nel 2017). La Campania, inoltre, ha il più alto gender gap – indicatore del divario di genere – per la disoccupazione femminile (10,3). Un dato maggiore anche della Grecia: nell’Ocse solo l’Anatolia fa peggio.

LA VAL D’AOSTA TRA LE REGIONI PIÙ SICURE DELL’OCSE. NEL LAZIO IL MAGGIOR NUMERO DI FURTI AUTO

Non solo. L’Italia si colloca al secondo posto anche per le disuguaglianze nella sicurezza. E ci sono divari ampi anche nell’ambiente, nell’accesso ai servizi, nella casa, nella sanità, nella scuola e, in generale, nel livello di soddisfazione della vita che vede il suo massimo in Val d’Aosta e il minimo in Calabria. Milano e Venezia si collocano però nel 2% delle aree metropolitane con l’inquinamento atmosferico più elevato di tutta l’Ocse. In materia di sicurezza, la Val d’Aosta è tra le regioni più sicure dell’intera Ocse (0,4 omicidi per 100.000 persone), mentre la Sicilia è nel 10% meno sicuro (4,5 omicidi per 100.000 abitanti). La regione italiana con il maggior numero di furti d’auto è il Lazio (187 per 100mila abitanti), quella con il minor numero è la provincia di Trento (12 per 100mila persone), che è più sicura del Vermont e anche della Baviera (al primo posto c’è Berlino con 337 furti).

MIGLIORANO LE SPERANZE DI VITA IN ITALIA

Rispetto alle altre regioni Ocse, dal 2000 in poi tutte le regioni italiane hanno migliorato la loro posizione relativa in termini di salute (speranza di vita) e si collocano ora tra le il 20% delle regioni Ocse più sane, ad eccezione di Campania e Sicilia.

LE CONDIZIONI ABITATIVE MIGLIORI IN FRIULI VENEZIA GIULIA

Le condizioni abitative migliori della Penisola sono in Friuli Venezia Giulia, con 1,5 persone per stanza nel 2016, meglio che in Svezia, contro le 2 persone della Campania (2 persone, ma il dato è migliore di tanti altri Paesi anche scandinavi). La spesa per l’alloggio varia tra il 44% (più che a Oslo) e il 25% del reddito famigliare a seconda della regione e in ogni caso più della media Ocse che è del 20% circa.

MILANO LA PIÙ RICCA D’ITALIA IN TERMINI DI PIL PRO CAPITE, CROLLO ROMA

Secondo il rapporto Ocse, inoltre, le 13 aree metropolitane contano nel loro insieme, circa il 33% della popolazione ma sono state in grado di generare tra il 2000 e il 2016 solo il 29% della crescita di Prodotto interno lordo. Milano è l’area metropolitana più ricca d’Italia in termini di Pil pro capite, si colloca al 79esimo posto su 329 aree metropolitane Ocse, ma ha perso 37 posizioni rispetto al 2000. Roma, che nel 2000 era nella top del 20% delle aree metropolitane più ricche, ha perso 78 posizioni, il calo più alto tra le aree metropolitane del Paese. Nella provincia di Bolzano il livello del Pil pro capite nel 2016 è stato due volte e mezzo superiore a quello della Calabria. Con una crescita della produttività dello 0,2% annuo nel periodo 2000-16, Bolzano ha registrato, inoltre, la crescita di produttività più elevata tra le regioni italiane, anche se ancora molto al di sotto della media Ocse dell’1,1% nello stesso periodo. Con una crescita negativa della produttività del -1% all’anno in Molise, il divario con Bolzano si è ulteriormente ampliato, soprattutto a partire dal 2010.

SPESA PUBBLICA AL DI SOTTO DELLA MEDIA OCSE

La spesa pubblica italiana ammonta a 5.473 dollari pro capite, contro una media Ocse di 6.817 dollari. In Italia, ciò equivale al 14,3% del Pil (la media è del 16,2%). La sanità e i servizi pubblici generali sono le due principali voci di spesa italiane: insieme rappresentano il 62% della spesa contro il 32% dell’area Ocse.

DISPARITÀ IN AUMENTO IN METÀ DEI PAESI OCSE

Il rapporto OECD Regions and Cities at a Glance 2018 mostra che dal 2000 le disparità regionali sono aumentate nella metà dei paesi Ocse (tra cui Spagna e Irlanda) e sono rimaste stabili o sono diminuite nell’altra metà (tra cui Cile, Messico e Nuova Zelanda, che hanno visto una significativa riduzione delle disparità economiche regionali). Le regioni più esposte alla concorrenza internazionale o con stretto contatto con una grande città hanno registrato un recupero più rapido rispetto alle regioni più prospere dello stesso paese in termini di produttività. Le differenze più ampie a livello Ocse riguardano il Regno Unito dove Londra registra un Pil pro capite di 23 volte più alto di quello della sperduta isola di Anglesey (463mila dollari contro 19.800) seguita da Usa, Germania, Francia, Svizzera e Olanda.

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Ecco gli articoli pro-Europa della neo portavoce di Tria

Adriana Cerretelli, corrispondente da Bruxelles del Sole 24 Ore, nominata portavoce del ministro Tria. Ecco cosa scriveva nelle vesti di giornalista economica (molto apprezzata)

Nell’era del governo giallo-verde, anche la nomina di un portavoce può diventare un segnale politico. E’ il caso di Adriana Cerretelli, da ieri portavoce del ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Chi è Adriana Cerretelli

Giornalista del ‘Sole 24 Ore‘, come si legge nella nota del Ministero dell’Economia e delle Finanze, “ha costruito a Bruxelles la sua carriera giornalistica, seguendo da vicino le dinamiche dell’integrazione europea: dalla nascita del mercato unico a quelle della moneta unica, dalla grande crisi finanziaria e debitoria scoppiata nel 2008 alle riforme del fiscal compact e dell’unione bancaria fino alle nuove riforme in cantiere per rafforzare l’euro e renderlo più resiliente agli shock esterni”. Editorialista, per oltre vent’anni corrispondente da Bruxelles a capo dell’ufficio europeo del quotidiano della Confindustria, è stata insignita della Legion d’onore da François Hollande, ha ricevuto a marzo il premio Biagio Agnes nella categoria Giornalista per l’Europa “per la capacità di raccontare la politica dell’Unione Europea” e insegna all’università cattolica del Sacro cuore di Milano.

La nomina di Adriana Cerretelli  (e le gaffe della comunicazione di Palazzo Chigi)

Una europeista convinta, sicuramente, che Giovanni Tria ha nominato dopo essere rimasto per 5 mesi uno dei pochi ministri senza un “comunicatore” di fiducia, affidandosi all’Ufficio stampa di via XX settembre. E forse non è un caso che la decisione sia arrivata poco dopo l'”incidente” della conferenza stampa del 3 ottobre a Palazzo Chigi. Un incontro, presenti il premier Giuseppe Conte, i vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio e lo stesso Tria, per presentare la nota di aggiornamento al Def, ma senza domande per i giornalisti convocati via whatsapp in fretta e furia. Un format evidentemente non gradito dal titolare dell’Economia, che si era soffermato a rispondere ad alcune domande, prima di venire portato via quasi di peso dalla portavoce del ministro dell’Interno Iva Garibaldi.

Un episodio che ha suscitato critiche (oltre che una parodia di Maurizio Crozza che ha avuto un boom di visualizzazioni sui social) e che, forse, potrebbe aver accelerato la nomina della Cerretelli, che ha davanti un compito non facile: comunicare la linea politica del Mef, cercando anche di arginare le intemperanze verbali degli alleati di governo in una fase delicatissima nei rapporti con l’Ue.

Cosa Scriveva Adrianna Cerretelli sul Sole 24 Ore

E lei è ben consapevole che il lavoro da fare è fondamentale, se appena il 2 ottobre scorso, sul Sole, in un articolo dal titolo “I rischi delle fughe in avanti”, sottolineava “l’estrema volatilità e l’intempestività quasi patologica delle disordinate frasi in libertà con cui si esprime la coalizione al governo fragilizzando la credibilità della propria posizione“. “O verrà posto fine al più presto al ballo dell’incertezza e dei messaggi politici contraddittori sulla manovra, o l’Italia finirà davvero risucchiata in una spirale di instabilità finanziaria che non si sa quanto costerà al paese e quale ne sarà la possibile via di uscita finale”, scriveva la Cerretelli nel suo articolo, lanciando un allarme per il Paese. “Il problema – sosteneva l’attuale portavoce di Tria – è che le fughe in avanti dell’Italia nazional-populista creano diffidenza perché fanno temere derive nel segno dell’irresponsabilità finanziaria con danni collaterali individuali e collettivi. Nell’Europa dei populismi plurali dove si scontrano gli opposti nazionalismi Nord-Sud Est-Ovest, basta una goccia di benzina per scatenare incendi fuori controllo. Attenta Italia, meglio evitare di esserne vittima“.

Allarme ripreso in un altro editoriale del 6 ottobre, in cui prevedeva che “l’Italia si muoverà in un ambiente ostile anche perché sfide, provocazioni quando non strafottenza dei suoi nuovi leader non le attirano simpatie e in più alimentano il nervosismo dei mercati con inevitabile aumento degli spread, quindi del costo del debito e danni alla stabilità del sistema bancario“. “L’Italia – avvertiva – oggi si muove sulla lama di un rasoio, ma sono i mercati molto più dell’Europa i veri sovrani del suo futuro: i primi prosperano sulla sua instabilità, l’Europa la teme per gli inevitabili contraccolpi sulla tenuta propria e dell’euro. Per questo alla fine l’Europa probabilmente farà qualche concessione per evitare altre traumatiche rotture post-Brexit e non soffiare vento nelle vele del vittimismo populista con le elezioni europee alle porte. Ammesso che con gli ultimi ritocchi il nuovo bilancio alla fine passi l’esame a Bruxelles, perché solo crescendo si sostiene il debito, per l’Italia del cambiamento sarà solo il principio di nuove prove: rilancio effettivo dello sviluppo con riforme strutturali oltre che investimenti, recupero di efficienza e competitività dell’economia e non di assistenzialismo nel rispetto dei nuovi impegni europei. In caso contrario le vere sanzioni non le arriveranno dal patto di stabilità, ma dai mercati. E saranno pesantissime”.

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L’Ufficio di Bilancio boccia Def e manovra

Previsioni di crescita “troppo ottimistiche” e “forti rischi al ribasso” per la congiuntura debole e le “turbolenze finanziarie”. Negata la validazione del documento finanziario

Dopo le critiche di Bankitalia e Corte dei Conti arriva la prima bocciatura ufficiale per la Nota di aggiornamento al Def presentata dal governo giallo-verde. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) le previsioni di crescita alla base della manovra sono “troppo ottimistiche”, e ci sono “forti rischi al ribasso” per la congiuntura debole e le “turbolenze finanziarie”. Per questo l’Authority istituita dopo l’introduzione nel nostro ordinamento del Fiscal Compact, ha negato la “validazione” al documento finanziario durante l’audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato (qui il testo dell’audizione).

POSSIBILE L’ATTIVAZIONE DEL “COMPLY OR EXPLAIN”

Il meccanismo prevede ora che, nel caso un terzo dei componenti della commissione lo chieda, si possa attivare il meccanismo del “comply or explain” secondo il quale il ministro dell’Economia può scegliere o di rivedere al ribasso le stime contenute nel documento – ripensando di fatto tutto l’impianto della manovra – oppure di spiegare le ragioni che lo hanno portato a mettere nero su bianco quei numeri.

TROPPO OTTIMISTICHE LE STIME DI PIL REALE E NOMINALE

Più nel dettaglio l’UPB ritiene che “non sia possibile validare le previsioni macroeconomiche sul 2019” del quadro programmatico della NADEF 2018 giudicando che “i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5 per cento) sia di quello nominale (3,1 per cento nel 2019), variabile quest’ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica”. I disallineamenti che inducono un giudizio negativo riguardano, in ultima analisi, “la dimensione – ma non il segno – dell’impatto della manovra sul quadro macroeconomico. Inoltre, vanno ricordati i forti rischi al ribasso cui sono soggette le previsioni per il 2019 alla luce di diversi fattori: a) le deboli tendenze congiunturali di breve termine, che rendono poco realistici forti trend al rialzo rispetto allo scenario tendenziale del prossimo anno; b) la possibilità che nelle attese degli operatori di mercato lo stimolo di domanda ingenerato dall’espansione dell’indebitamento venga limitato dal contestuale aumento delle turbolenze finanziarie”.

IL NUOVO DEFICIT INCORPORA UNA MAGGIORE SPESA PER INTERESSI DOVUTA ALL’AUMENTO DELLO SPREAD

Non solo. Il contenuto della Nota di aggiornamento, osserva Upb, consente di osservare che “il nuovo deficit programmatico della NADEF 2018 incorpora una maggiore spesa per interessi rispetto alle previsioni tendenziali dovuta all’aumento dello spread rispetto agli altri paesi della Ue registrato nei mesi recenti che, tra il 2018 e il 2021, raggiunge complessivamente almeno 17 miliardi (0,9 punti percentuali di PIL)”. Il saldo nominale e quello strutturale programmatici, inoltre, “risentono della neutralizzazione totale della clausola di salvaguardia su Iva e accise nel 2019 e di una parziale disattivazione nei due anni successivi; a differenza dei precedenti documenti di programmazione, il mantenimento delle clausole nel 2020 e 2021 non è utilizzato per raggiungere nell’arco del periodo di programmazione l’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale, ma per mantenere stabile il deficit strutturale al livello del 2019, finanziando pertanto misure permanenti di maggiore spesa e minore entrata; senza clausole il deficit nominale salirebbe al 2,8 per cento del PIL nel 2020 per poi posizionarsi al 2,6 per cento nel 2021 (il deficit strutturale programmatico salirebbe dall’1,7 per cento del 2019 al 2,4 per cento del 2020 e al 2,5 per cento nel 2021)”. Infine, l’incidenza sul Pil degli investimenti “dovrebbe aumentarne dall’1,9 per cento del 2018 al 2,3 per cento nel 2021, obiettivo certamente auspicabile ma che appare particolarmente ambizioso in confronto con l’andamento recente (gli investimenti presentano tassi di variazione negativi dal 2010 al 2017 e nel 2018 dovrebbero registrare una riduzione del 2,2 per cento a fronte di un incremento previsto nel Def del 2,5 per cento), dal momento che si programmano aumenti degli investimenti del 16 per cento nel 2019, 10,7 per cento nel 2020 e 7,1 per cento nel 2021”.

LA COMMISSIONE UE “POTREBBE CONSIDERARE COME ‘PARTICOLARMENTE GRAVE’ IL MANCATO RISPETTO DELLE REGOLE DEL PATTO”

Lo scenario programmatico della NADEF 2018 si distingue da quello delineato nel DEF 2018 di aprile per l’allontanamento nel 2019 e l’arresto nel 2020-21 del percorso di avvicinamento verso l’Obiettivo di medio termine (OMT). I cambiamenti ipotizzati si riflettono sul rispetto delle regole di bilancio In particolare per il 2019 il deterioramento del saldo strutturale di 0,8 punti percentuali di Pil, a fronte dello stesso aggiustamento richiesto (0,6 punti percentuali) comporta una deviazione significativa della regola sul saldo strutturale in termini sia annuali sia in media su due anni. Analogamente, le previsioni implicano una deviazione significativa anche per la regola della spesa”. In questo senso la Commissione europea “potrebbe considerare come ‘particolarmente grave’ il mancato rispetto delle regole del Patto”.

MANCA L’ANALISI DEL GOVERNO SULLA DEVIAZIONE DAGLI OBIETTIVI DI RISANAMENTO

Infine, rileva l’Upb, “sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del Governo di deviare dal percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro. Dall’esame dell’interlocuzione con la Commissione europea si evincono perplessità delle istituzioni sovranazionali sul quadro programmatico proposto con la NADEF. La mancanza di un quadro di condivisione degli spazi aggiuntivi di flessibilità sembrerebbe essere l’elemento di differenza maggiore rispetto alle Relazioni al Parlamento presentate negli esercizi precedenti”.

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Def: ecco cosa hanno detto Tria, Bankitalia e Istat sulla prossima manovra

Nelle commissioni Finanze e Bilancio di Camera e Senato si sono aperte le discussioni sulla Nota di aggiornamento al Def.

Nel giorno in cui il Fondo monetario internazionale ha rivisto le stime della crescita italiano al ribasso rispetto ad aprile – il Pil salirà dell’1,2% nel 2018 e dell’1% nel 2019, dopo il +1,5% del 2017 – si aprono in Parlamento le audizioni sulla nota di aggiornamento del Def e la futura manovra con un invito da parte del ministro Giovanni Tria ad abbassare i toni e aprire un confronto costruttivo con l’Europa. E il monito di Bankitalia a non toccare le pensioni, fermo restando che sulla base dell’attuale Def e considerando l’andamento macroeconomico attuale, il tempo necessario per raggiungere un livello di debito/Pil sotto il 100% si allungherà di altri sette o otto anni” rispetto ai 10 precedentemente ipotizzati, secondo il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini.

TRIA: MANOVRA CORAGGIOSA, ABBASSIAMO I TONI CON UE

DefCome è noto la Commissione europea ha espresso preoccupazione” sul Def per il quale “si apre adesso un confronto costruttivo con l’Europa che potrà valutare le fondate ragioni della strategia di crescita del governo delineata nella Manovra. E in questo confronto desidero esprimere il mio accordo con il presidente della Camera sulla necessità di abbassare i toni – ha detto Tria illustrando la Nadef alla Camera (qui il testo dell’intervento) -. Per il 2020 e il 2021 gli obiettivi di deficit/Pil sono del 2,1% e dell’1,8 per cento. Troverà spazio la riduzione degli aumenti dell’Iva per 5,5 miliardi e 4 miliardi”, rispettivamente nei due anni mentre il deficit strutturale “sarà all’1,7% del Pil nel 2019 con un peggioramento del saldo di 0,8 punti” rispetto a quanto previsto precedentemente in accordo con la Commissione europea. Una volta raggiunti i livelli di Pil e occupazione prossimi ai livelli pre-crisi che ci aspettiamo a fine triennio “la ripresa del percorso potrà essere anticipata”. 

Sulle critiche al Def riguardanti una sovrastima della crescita Tria ha risposto che le stime “si basano su un impatto della Manovra su un tendenziale stimato allo 0,9%” del Pil “per arrivare all’1,5% c’è lo 0,6. La Manovra espansiva ci da un impatto nel 2019 della spesa sociale e delle riduzioni di imposta di oltre 0,3%, 0,34 punti percentuali, la neutralizzazione dell’Iva di 0,2 punti e i maggiori investimenti di 0,2, ecco che si arriva rapidamente al numero, non mi pare una misura così strana della previsione”.

Nessun pericolo invece dallo spread (“Una volta che il programma di politica economica sarà approvato dal Parlamento si dissolverà l’incertezza che ha gravato sul mercato dei titoli di Stato negli ultimi mesi”) o da misure come il reddito di cittadinanza (“un investimento sulle componenti più vulnerabili della cittadinanza”). “Una rilevazione interna presso un campione rappresentativo di grandi aziende delle infrastrutture e dell’energia indica che l’attuazione delle misure di sostegno agli investimenti che abbiamo in programma porterebbe ad aumentare il loro livello di investimenti di oltre il 10%”, ha ammesso il ministro aggiungendo sulle pensioni che “la temporanea ridefinizione delle condizioni, la creazione di finestre specifiche per consentire alle imprese di assumere nuove persone, con nuovi profili professionali deve essere intesa come un mezzo per affrontare le sfide dell’economia di oggi e di domani. L’attuale regime – ha aggiunto – pur garantendo la stabilità finanziaria del sistema previdenziale nel lungo periodo, nel breve e medio periodo frena il fisiologico turn over delle risorse umane impiegate dalle imprese”. E’ infine intenzione del governo “chiedere il riconoscimento della flessibilità’ alla Commissione europea per un piano di investimenti straordinario di messa in sicurezza e manutenzione della rete infrastrutturale italiana che, con il crollo del Ponte Morandi a Genova, ha tragicamente dimostrato deve essere affrontata con urgenza”, ha concluso Tria

SIGNORINI (BANKITALIA): AI TASSI ATTUALI DEBITO/PIL SOTTO IL 100% TRA 18 ANNI Bankitalia

Prendendo in considerazione i tassi di oggi e ipotizzando una ripresa del consolidamento posticipata al 2022, come annunciato nella Nota di aggiornamento al Def, il tempo necessario per raggiungere un livello di debito/Pil sotto il 100% “si allunga di altri sette o otto anni” rispetto ai 10 precedentemente ipotizzati. Lo ha detto il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini (qui il testo dell’intervento completo) ascoltato presso le Commissioni riunite V della Camera dei Deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e 5a del Senato della Repubblica (Programmazione economica e bilancio) per il quale il Pil italiano “seppure ancora inferiore a quello di prima della crisi, è cresciuto di oltre 5 punti dal minimo del 2013”. Lo stesso dicasi per gli investimenti (“cresciuti di circa 15 punti”) e il numero di occupati (“salito di oltre un milione di unità raggiungendo un massimo storico”). A giugno, inoltre, la posizione debitoria netta del paese era pari al 3,4 per cento del Pil, quasi 20 punti percentuali in meno rispetto al 2013. “Sebbene i momenti drammatici della passata crisi siano ormai da anni alle nostre spalle, c’è ancora molto da fare per porre l’economia italiana su un sentiero stabile di maggiore crescita. Creare più ricchezza e più lavoro è essenziale anche per aiutare chi è più vulnerabile – ha ricordato Signorini -. Resta da piegare con decisione verso il basso l’incidenza del debito sul prodotto. Il debito è, per l’Italia, il grande moltiplicatore delle turbolenze. Data la sua mole e la necessità di finanziarne ogni anno un ammontare non indifferente (circa 400 miliardi), la minaccia di innescare un circolo vizioso tra costo e incidenza del debito, con ripercussioni sull’economia reale, è sempre presente”. Per questo, ha chiarito il vicedirettore di Bankitalia “la possibilità dell’insorgere, anche improvviso, di turbolenze finanziarie richiede che si dia chiarezza e certezza al percorso di rientro. Consolidando la fiducia di risparmiatori e investitori, si fa scendere il premio al rischio sul debito della Repubblica, si agevola il percorso e lo si mette in sicurezza”. In aggiunta, nel precisare le coperture, “sarà opportuno evitare che a misure espansive permanenti facciano fronte anticipi di entrate, coperture temporanee o clausole di incerta applicazione”. Per questo, ha concluso Signorini, occorre “non tornare indietro sulle pensioni” oppure “qualora si desideri intervenire” sulla Legge Fornero “lo si faccia tendo presente il bisogno di assicurare la sostenibilità del sistema pensionistico nel lungo e lunghissimo periodo”.

ISTAT: PROSPETTIVE A BREVE NON FAVOREVOLI, CRESCITA CONTENUTA

Le prospettive a breve termine dell’economia in base ai segnali forniti dall’indicatore anticipatore Istat non risultano favorevoli e lasciano prevedere il prolungamento della fase di crescita contenuta – ha ammesso il presidente Istat, Maurizio Franzini in audizione (qui il testo dell’intervento) -. Questi elementi risultano compatibili con l’ipotesi, contenuta nella Nota, di una crescita nel secondo semestre su ritmi analoghi al secondo trimestre dell’anno”. In definitiva, ha poi aggiunto, in Italia vivono 5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta, il massimo dal 2005 sia in termini di famiglie (1,778 milioni, pari al 6,9% delle famiglie residenti) che in termini di singole persone (8,4% dell’intera popolazione). Il fenomeno interessa il 6,2% dei cittadini italiani (3 milioni 349 mila) e il 32,3% degli stranieri (pari a 1 milione e 609 mila individui). (qui l’allegato statistico al Nadef di Istat)

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Cosa (non) c’è nel Def su cultura e dintorni

Un’idea ben definita nel provvedimento quella di utilizzare un ddl collegato alla manovra di bilancio per intervenire in maniera radicale sulle Fondazioni Lirico Sinfoniche.

Il cuore del Def (se di cuore si può parlare), sta da un’altra parte. Ma la cultura ha un suo spazio che pure merita di essere valutato. Diversi sono gli interventi annunciati sul settore, ma che non sembrano avere quella necessaria visione d’insieme.

INTERVENIRE IN MANIERA RADICALE SULLE FONDAZIONI LIRICO SINFONICHE?

Obiettivo primario dovrebbe essere sempre quello di far diventare la cultura un vero asset strategico del Paese, un autentico motore di sviluppo. Sono numerosi gli studi che dimostrano come la valorizzazione di un bene culturale o la promozione di eventi culturali possano produrre numeri significativi per l’economia di un territorio. Eppure questo dato, ormai indiscusso, sembra non riuscire ad assumere una dimensione strategica. Veniamo alla nota di aggiornamento del Def. Viene annunciato un collegato alla manovra di bilancio per il riordino della materia dello spettacolo e per la modifica del codice dei beni culturali. Ma chi conosce i fatti e gli atti sa bene che il riordino della materia dello spettacolo è già oggetto di una legge delega approvata nella scorsa legislatura. La maggioranza giallo-verde intenderà, forse, smontare l’impianto del precedente Governo? Parrebbe di no, visto che qualche riga dopo l’annuncio del nuovo collegato è scritto testualmente “si procederà ai decreti attuativi della legge sullo spettacolo”, due argomenti che sembrerebbero essere in contraddizione. Eppure, i bene informati dicono che in questa apparente contraddizione ci sarebbe un’idea ben definita: quella di utilizzare un ddl collegato alla manovra di bilancio per intervenire in maniera radicale sulle Fondazioni Lirico Sinfoniche.

LA SCELTA È TRA PUNTARE SU UN RAFFORZAMENTO ED UN INVESTIMENTO SULL’OFFERTA O PROVARE AD INCENTIVARE LA DOMANDA

Il tema è sempre molto delicato per il dicastero dei Beni e delle attività culturali. Le difficoltà economiche in cui versano molte Fondazioni, sono ormai un tema non più procrastinabile. Alcune di esse hanno utilizzato gli strumenti concessi dalla cosiddetta “Legge Bray” senza riuscire ancora a raggiungere quell’equilibrio di bilancio, rinviato di anno in anno. Il tema primario, chiaramente, resta il dato occupazionale, sovradimensionato si dice. Eppure c’è e con quello bisogna fare i conti. Proprio sabato scorso i lavoratori dei settori cultura e spettacolo si sono ritrovati a Roma per manifestare tutto il loro disagio dovuto ad una presunta mancata attenzione da parte elle istituzioni. Eppure un po’ di azioni, seppur prive di una visione strategica come dicevamo, le Istituzioni sembrano volerle mettere in campo. La scelta è, tenendo conto anche della ristrettezza delle risorse, tra puntare su un rafforzamento ed un investimento sull’offerta o provare ad incentivare la domanda.

NEL DEF MISURE DI SOSTEGNO AL FONDO UNICO E IL MIGLIORAMENTO DEI CRITERI DI ASSEGNAZIONE DELLE RISORSE PER GLI SPETTACOLI DAL VIVO

Su questa seconda ipotesi – tornando al Def – il Governo sembrerebbe voler lavorare quando si parla di “sperimentazione di card digitali per usufruire di beni ed attività culturali” e di “nuove risorse per la promozione della cultura tra i giovani”. Seppur tra le prime uscite del Ministro Bonisoli ci sia stata una netta contrarietà al modello “app 18”, le azioni rappresentate oggi nel Def sembrano andare, invece, in quella direzione. Magari immaginando strumenti diversi, ma sempre investendo su azioni che inducano al “consumo culturale”. Ed, infine, sempre la nota di aggiornamento del Def parla di “adozione di mirate misure di sostegno al Fondo Unico e il miglioramento dei criteri di assegnazione delle risorse, in particolare per lo spettacolo dal vivo”. Il Fondo Unico è la principale fonte di finanziamento per lo spettacolo e la revisione dei criteri di assegnazione era tra i punti del contratto di Governo. Su questo, quindi, il Governo sembrerebbe intenzionato ad intervenire, fermo restando che i programmi sulla base dei quali viene assegnato il contributo sono triennali e, di conseguenza, essendo stato valutato proprio nel 2018 un nuovo triennio, è difficile che le regole possano cambiare prima del 2021. In attesa, però, resta centrale il tema delle Fondazioni Liriche, indiscusso patrimonio culturale ed artistico del nostro Paese. E’ un dossier su cui, molto presto, il Mibac darà notizie.

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L’educazione finanziaria? Fondamentale per evitare manipolazioni

Ottobre è il mese dedicato all’informazione del risparmio. Decine le iniziative in tutta Italia. Centemero (Lega): “Il Fintech e l’educazione finanziaria sono strategici”

L’economia che cambia, i pagamenti digitali e le nuove frontiere del Fintech. All’interno del mondo del risparmio, dell’investimento e della finanza in generale ci sono regole e soggetti che occorre conoscere per essere consapevoli e informati sul modo in cui investiamo i nostri soldi. Per questo ottobre è il “Mese dell’educazione finanziaria” con oltre 200 appuntamenti gratuiti in tutta Italia per informarsi, discutere e capire come gestire e programmare le risorse finanziarie personali e quelle della propria famiglia, approfondendo i temi del risparmio, degli investimenti, delle assicurazioni e della previdenza. Il calendario è disponibile sul sito www.quellocheconta.gov.it. L’iniziativa è stata promossa dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria (cui contribuisce anche il Ministero dell’Economia e delle Finanze).

CENTEMERO: FINTECH STRATEGICO COME L’EDUCAZIONE FINANZIARIA

Il Fintech è un settore strategico. Da Poste Pay a Tinaba passando da Prestiamoci in Italia e a Milano in particolare la scena è più che mai vivace. Personalmente sto tirando le somme insieme al gruppo della Lega per un confronto con le realtà del Fintech italiano e non solo. Lo sviluppo del settore non prescinde dall’educazione finanziaria nelle scuole, contemplata in un pdl che l’onorevole Capitanio ed io abbiamo depositato alla Camera”, ha detto a PolicyMaker Giulio Centemero (Lega), componente della commissione Finanze della Camera. E in effetti è importante essere informati visto che ancora la gran parte dei pagamenti in Italia avviene in contanti ma il digitale – e tutte le novità che porta con esso – avanza con rapidità e ha raggiunto i 6 miliardi di operazioni all’anno per un controvalore che è di 3,2 volte il Pil.

PERCHÉ È DIFFICILE DIVULGARE LE COSE ECONOMICHE

Per capire l’importanza dell’educazione finanziaria e perché sia fondamentale, basta riferirsi alle parole del direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi, che ha parlato di questo concetto nel corso di una lectio magistralis tenuta in settimana all’Università di Venezia. “Divulgare è difficilissimo, anche nelle cose economiche. Perché ragionamenti e fatti di natura economica non sono mai esatti e puramente obiettivi. L’economia studia i comportamenti umani, dunque non è una scienza esatta. Le teorie economiche, anche le migliori, anche quelle elaborate da studiosi di chiara fama della cui buona fede non si può dubitare, possono essere contaminate da pregiudizi, distorte da convincimenti extra-economici. I fatti economici – sia quelli micro, che riguardano singoli soggetti, sia quelli macro, che riguardano grandi aggregati di soggetti – pongono formidabili problemi d’identificazione e misurazione. Ancora più complesso è misurare sentimenti e attese di una collettività, locale, nazionale, internazionale – ha proseguito Rossi -: climi di fiducia, aspettative d’inflazione, intenzioni di consumo o d’investimento. Noi cittadini non siamo abituati a far caso alle fonti delle notizie che ci piovono addosso quotidianamente quando sfogliamo un giornale, consultiamo i dispositivi digitali di cui siamo più o meno tutti dotati, guardiamo la cara vecchia tv. Ancora di peggio accade quando veniamo posti di fronte non a fatti inesistenti o mal misurati bensì a teorie sbagliate o mal rappresentate. Insomma siamo tutti estremamente vulnerabili, esposti a ogni sorta di errore o di manipolazione, anche quando riteniamo di essere evoluti abbastanza da non correre questo rischio”.

LA NECESSITÀ DI UNA BUONA DIVULGAZIONE

Che cosa si può fare per arrestare questa deriva? Per difendersi da chi ci vuole manipolare o da chi semplicemente propala ingenuità o falsità per pura ignoranza, rischiando di contagiarci? A tre tipi di soggetti possiamo fare appello per contrastare le informazioni distorte o false: i cittadini comuni, cioè i fruitori delle informazioni; i media, che le diffondono; gli artefici seri di informazioni, studiosi singoli, centri di ricerca, organismi statistici – ha osservato Rossi -. Cominciamo dalla prima categoria: i cittadini/consumatori d’informazioni. Essi devono alzare la guardia, non c’è dubbio su questo. Devono diventare più avvertiti della necessità di valutare bene la qualità dell’informazione economica che li raggiunge, innanzitutto soppesando la reputazione delle diverse fonti e imparando a diffidare di quelle sconosciute o di cattiva reputazione. Si tratta tuttavia di un’impresa difficile e lunga, affidata alla buona volontà di ciascuno di noi, quindi non surrogabile da nessun potere pubblico. I media dovrebbero essere i primi a eseguire questa selezione delle fonti sulla base della qualità”.  L’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni, ha sottolineato Rossi, ha confermato di recente che televisione e radio raccolgono insieme il 56,6 per cento delle dichiarazioni d’uso principale, internet il 26,3, i quotidiani il 17,1. “Televisione e radio, proprio per la preferenza loro accordata dalla popolazione quali canali d’informazione, soprattutto politica, sono da molti anni particolarmente esposti all’influenza di partiti e movimenti politici, che ne riducono la capacità di filtrare le notizie sulla base di criteri di pura attendibilità scientifica”. E gli altri mezzi sono influenzati i modi analoghi, secondo il direttore generale di Bankitalia per il quale però non si può fare affidamento però nemmeno su chi “cerca di mettere insieme teorie e fatti nel modo migliore possibile, nel solo interesse dell’avanzamento della conoscenza: gli autori con pretesa di serietà”. “Insomma, ciò che nei tempi passati era solo raccomandabile – cioè che gli economisti facciano più e miglior divulgazione delle teorie e dei dati economici buoni, validati – diviene imperativo e urgente in tempi, come gli attuali, di onnipresente cattiva o imprecisa informazione economica, usata a fini politici. Ne va non solo del buon nome della professione economica, ma del corretto funzionamento delle nostre società democratiche”, ha concluso Rossi.

IL COMITATO

Da tempo per insegnare e divulgare i temi finanziari opera il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria che ha il compito di programmare e promuovere iniziative di sensibilizzazione ed educazione finanziaria per migliorare in modo misurabile le competenze dei cittadini italiani in materia di risparmio, investimenti, previdenza, assicurazione. Il Comitato è composto da undici membri ed è presieduto da un direttore, la professoressa Annamaria Lusardi, economista specializzata nel campo dell’educazione finanziaria, che ha fondato e dirige il Global Financial Literacy Excellence Center alla George Washington University nominato dal Ministro dell’economia e delle finanze d’intesa con il Ministro dell’istruzione, università e ricerca scientifica tra personalità con comprovate competenze ed esperienza nel settore. La partecipazione al Comitato non dà titolo ad alcun emolumento o compenso o gettone di presenza. Il Comitato opera attraverso riunioni periodiche collegiali e il lavoro di specifici gruppi cui possono partecipare accademici ed esperti nella materia.

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EVENTI IN PROGRAMMA PER IL MESE DELL’EDUCAZIONE FINANZIARIA

Gli eventi in programma nel “Mese dell’Educazione finanziaria” si rivolgono a tutti: bambini in età pre-scolare, studenti delle scuole primarie e secondarie, adulti, donne, anziani, famiglie, insegnanti, piccoli imprenditori, studenti universitari, rappresentanti del mondo accademico impegnati sui temi dell’educazione finanziaria. Promotori delle iniziative sono le 10 istituzioni che compongono il Comitato, tra le quali anche il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha coordinato le attività di questa prima edizione del “Mese”. Moltissimi sono gli eventi organizzati da soggetti terzi: associazioni di vario genere (da quelle dei consumatori a quelle professionali fino a quelle teatrali), fondazioni (incluse quelle impegnate contro l’usura), scuole di diverso ordine e grado, università, imprese del settore bancario e finanziario e non solo. L’Associazione bancaria italiana, ad esempio, da circa 15 anni promuove attività e progetti di educazione finanziaria su tutto il territorio nazionale, un impegno inserito anche all’interno del proprio statuto, che è stato valorizzato nell’ambito del monitoraggio condotto dalla Banca d’Italia per conto del Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria in vista del “Mese dell’educazione finanziaria”, sulle iniziative realizzate dal 2015 ad oggi. In particolare, l’Associazione bancaria ha mappato 13 iniziative riconducibili a 6 diversi filoni di attività, in relazione alle quali sono stati realizzati dall’ABI numerosi appuntamenti e strumenti divulgativi.

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I problemi dell’Italia? Per Bankitalia non si risolvono con più debito

Cosa ha detto il DG di Bankitalia Salvatore Rossi in occasione di una Lectio Magistralis all’Università di Venezia. Ecco un estratto del suo intervento

Secondo Bankitalia l’Italia spende molto e non produce in modo efficiente ma i problemi non si risolvono creando debito. Il richiamo è del direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, nel corso di una lectio magistralis tenuta in settimana all’Università di Venezia, che sembra chiamare in causa, nemmeno troppo velatamente, le recenti misure della maggioranza e quel 2,4% di deficit con il quale il governo giallo-verde sta pensando di finanziare una fetta consistente della prossima manovra.

IL PROBLEMA NON SI RISOLVE INDUCENDO LO STATO A INDEBITARSI

Bankitalia“Un’economia che cresce poco per un periodo così lungo, dove i redditi familiari sono in termini pro capite sui livelli della fine degli anni Ottanta, è un’economia che offre poche opportunità ai suoi cittadini, soprattutto a quelli più giovani – è il pensiero di Rossi -. Non sorprende che due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni si attendano che chi oggi studia o inizia a lavorare occuperà in futuro una posizione sociale ed economica peggiore di quella della generazione che li ha preceduti. Le cause di questa situazione sono molteplici e non le discutiamo qui. Una cosa è certa: il problema non si risolve inducendo lo Stato a indebitarsi. Lo Stato può far molto in questo campo spendendo meglio e fissando norme che incentivino l’efficienza”.

PERDERE DENARO PER IL DEFAULT DI UNO STATO “NON PUÒ CHE FARE PAURA”

Rossi è intervenuto poi, ancora più direttamente, sui timori dei mercati in vista della finanziaria. I mercati, ha precisato sono “i risparmiatori”, quindi persone che “investono il loro denaro e che, per questa ragione osservano attentamente l’andamento del debito pubblico e le scelte economiche degli esecutivi”. Tutto ciò avviene perché a nessuno piace perdere soldi, spiega in sostanza il direttore generale di Bankitalia aggiungendo che l’eventualità di non guadagnare o, perdere denaro per default di uno Stato “non può che fare paura”.

SE LO STATO ITALIANO DOVESSE FALLIRE PER CERCARE DI RISALIRE LA CHINA DOVREBBE AUMENTARE LE TASSEBankitalia

Non solo. Rincara ancora la dose Rossi: “Se mercati vuole dire essenzialmente risparmiatori, quelli nazionali sono diversi da quelli esteri? In altri termini, io che sono italiano tengo molto più volentieri nel mio portafoglio un BTP (un titolo dello Stato italiano) di un risparmiatore francese o tedesco, per ragioni patriottiche? Può darsi, ma è molto improbabile – ha ammesso il dg di Bankitalia -. I soldi sono soldi, a nessuno fa piacere perderli per amor di patria, salvo che in circostanze eccezionali, come ad esempio una guerra. Una differenza economica potrebbe essere che se lo Stato italiano, mettiamo, dovesse fallire, cioè non rimborsare a scadenza i propri titoli o farlo solo in parte, per cercare di risalire la china dovrebbe aumentare le tasse, colpendo quindi i propri cittadini ma non anche quelli francesi o tedeschi. Gli italiani potrebbero essere allora più restii a liberarsi di titoli pubblici nazionali, quando s’infittiscono notizie negative sulle finanze del loro Stato, nel tentativo di salvarlo e di non essere tassati”.

BANKITALIA: FARE ATTENZIONE AL MODO IN CUI LE NOTIZIE ECONOMICHE SI DIVULGANO

Secondo Rossi, bisogna quindi fare attenzione al modo in cui le notizie economiche si divulgano, e in questo i media e gli studiosi del settore hanno delle responsabilità. “Il luogo comune recita che l’economia italiana potrebbe essere prospera e felice se solo l’Europa, per stolidità teutonica, e i mercati, per occasionali antipatie politiche, non le imponessero una camicia di forza finanziaria. In questo modo ipersemplificato di raccontare le cose vi sono grandi di verità e tonnellate di falsità. Le cose sono molto più intrecciate e complicate e il compito di chi ha a lungo studiato questi problemi è di farlo capire bene”. Insomma, conclude Rossi “ciò che nei tempi passati era solo raccomandabile – cioè che gli economisti facciano più e miglior divulgazione delle teorie e dei dati economici buoni, validati – diviene imperativo e urgente in tempi, come gli attuali, di onnipresente cattiva o imprecisa informazione economica, usata a fini politici. Ne va non solo del buon nome della professione economica, ma del corretto funzionamento delle nostre società democratiche”, ha concluso il dg di Bankitalia.

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Ponte Morandi, ecco cosa ha detto Castellucci (Autostrade) alla Camera

L’ad: Autostrade pagherà la ricostruzione del Ponte Morandi. Con noi “da un minimo di 9 mesi a un massimo di 15-16 mesi” per i lavori

In nove massimo 16 mesi si sarebbe potuto ricostruire Ponte Morandi ma ancora non abbiamo un’idea chiara di quello che è successo. Lo ha detto l’a.d. di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, in audizione alla Camera sul crollo del ponte Morandi, aggiungendo che sui ricorsi del governo è iniziato l’esame del decreto Genova su cui il cda darà le sue valutazioni.

PAGHEREMO RICOSTRUZIONE MA SU RICORSI VALUTA CDA

“Autostrade pagherà la ricostruzione del Ponte Morandi, mi sembra chiaro. Ricorsi? Non è nostra intenzione aggravare la situazione per la città di Genova, già molto colpita; ma la decisione definitiva non spetta a me, quanto al consiglio di amministrazione, che valuterà il testo definitivo del decreto”.

CON NOI RICOSTRUZIONE IN 9-16 MESI

Autostrade per l’Italia ha presentato possibili soluzioni per la ricostruzione del Ponte Morandi che vanno “da un minimo di 9 mesi a un massimo di 15-16 mesi – ha ammesso Castellucci -. Abbiamo una capacità tecnica, abbiamo 800 ingegneri. Pensiamo di poter dare contributi e i tempi che abbiamo comunicato sono assolutamente mantenibili. Non è una promessa ma un impegno”.

ANCORA NON CHIARE LE CAUSE DEL CROLLO

“Ancora non siamo in grado avere un’idea chiara di quello che è successo e non c’è ad oggi una ricostruzione completa e attendibile di ciò che è successo. C’è un incidente probatorio ancora in fase iniziale – ha proseguito – e non siamo in grado di avere una visione su quello che è successo, ma posso assicurarvi che l’attenzione dell’azienda è al livello massimo, più alto non potrebbe essere”. Ciò che si può dire, ha proseguito l’ad di Aspi è che “dopo la privatizzazione, Autostrade per l’Italia ha dato un forte impatto sull’aumento della sicurezza della rete che non aveva mai dato prima”, ha detto ricordando che dall’anno prima della privatizzazione ad oggi il tasso di mortalità è sceso del 77% e che i numeri assoluti delle vittime sono passate da 440 nel 99 alle 119 del 2017”.

EROGATI 837 CONTROBUTI PER PERSONE E IMPRESE TOCCATE DAL CROLLO

Fino a oggi Autostrade per l’Italia ha erogato “circa 800 e passa contributi alle persone e alle imprese toccate” dal crollo del ponte di Genova. La società ha erogato esattamente 837 contributi, di cui 532 per gli sfollati (286 per i primi interventi e l’acquisto di mobili, 112 per rimborso delle scuole, 94 per le rate dei mutui e gli affitti, 40 per i danni a cose e persone e per le spese urgenti) e 305 per le aziende, i commercianti e gli artigiani.

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