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La manovra? Ancora tutta da scrivere. Parla il prof Celotto

Incognite sulle misure da un probabile futuro maxi-emendamento che riscriverà parte della legge di Bilancio. L’intervista al professor Alfonso Celotto, ordinario di Diritto Pubblico all’Università Roma Tre

Con il varo della legge di Bilancio da parte della maggioranza giallo-verde sono emerse in modo palese l’eterogeneità delle proposte delle due anime che combinano la compagine governativa e le difficoltà legate ai vincoli europei e agli esigui margini di manovra lasciati dalle scarse risorse finanziarie. Secondo il professor Alfonso Celotto, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Roma Tre, esiste infatti “uno iato evidente tra ciò che è stato detto in Consiglio dei ministri il 15 ottobre e ciò che poi effettivamente c’è dentro la manovra 15 giorni dopo. Misure come il reddito di cittadinanza, la flat tax e quota 100 sulle pensioni sono state prima annunciate salvo poi riscontrare esiti differenti nella realtà – ha sottolineato in un’intervista a Policy Maker -. Ciò conferma le difficoltà di questo governo di coalizione, con due partiti molto differenti tra loro per programmi e per intenzioni, nello scrivere la legge più importante dell’anno” all’interno della quale si stanno cercando “di mettere insieme, anche sulla base del contratto di governo, progetti e idee che non riescono a trovare una quadra” soprattutto a livello “di conti e a livello europeo”.

LA MANOVRA È ANCORA TUTTA DA SCRIVERE

“Abbiamo una procedura di appartenenza all’euro riassunta nell’art. 126 del Trattato che ricorda una serie di passaggi importanti che vanno seguiti prima e dopo l’approvazione della legge di bilancio – ha aggiunto Celotto -. All’Italia è capitato già in passato di subire dei rilievi da parte di Bruxelles. Ma questa volta sono stati particolarmente duri e pesanti in risposta ai nostri partiti che si erano posti in aperto contrasto con l’Europa”. “La mia impressione – ha precisato il professore di Roma Tre – è che la vera manovra la vederemo in futuro negli emendamenti che verranno formulati o più probabilmente nel maxi emendamento finale. Qui c’è anche una curiosità tecnica perché finora la maggioranza ha cercato di non porre fiducie o maxi emendamenti” salvo in queste ore con il decreto sicurezza. “Mi chiedo – ha proseguito Celotto – se il governo riuscirà o meno ad approvare la legge di Bilancio senza predisporre un maxi-emendamento come avvenuto negli ultimi anni o se a fronte dei migliaia di proposte di modifica verso fine novembre lo vedremo spuntare. In quel caso ci troveremo, dunque, di fronte a una riscrittura del testo, a una ‘manovra ritardata’ dovuta a una mancanza di accordo iniziale per via delle difficoltà dei partiti a mettere insieme i vari elementi che li compongono e a rinviare il tentativo di conciliazione: anche perché la coperta rimane corta e i soldi sono pochi. E la mancanza di un fondo economico spendibile in una situazione di crisi che persiste, porta a grandi difficoltà nel mettere insieme sviluppo e idee da campagna elettorale”.

CLIMA DA CONTINUA CAMPAGNA ELETTORALE

“Peraltro – ha ammesso il professore a Policy Makerci troviamo in una situazione di continua campagna elettorale, dove l’annuncio vale moltissimo. Ai partiti serve trovare un nemico perché se non si riescono a fare le cose è più facile prendersela con tecnici, burocrati e macchina dello Stato. Ma le difficoltà, probabilmente, stanno proprio nelle complessità di trovare una linea, un indirizzo politico che metta insieme queste posizioni eterogenee”.

ANCORA PRESTO PER CAPIRE SE L’EUROPA BOCCERÀ LA MANOVRA

L’Europa boccerà la manovra? “Non lo so è tutto da vedere – ha evidenziato Celotto -. Diciamo che non sappiamo ancora quale manovra sarà. La procedura per ora e consistita in uno scambio di lettere. Anche i governi precedenti hanno avuto lettere di richiamo: per ora vedo una interlocuzione aperta non vedo una bocciatura. La vera procedura si intensificherà il prossimo anno quando la manovra sarà stata approvata. L’Europa comunque non poteva non spedire la lettera di richiamo soprattutto a fronte degli annunci politici fatti. Vederemo più avanti cosa succederà con la troika e con tutto il resto, ma per ora è ancora presto”.

SPENDING REVIEW? IL TAGLIABILE È STATO TAGLIATO. PRIMA O POI POTREBBE ARRIVARE IL MOMENTO DI UNA PATRIMONIALE

Vi spiego perché per Tria il sentiero della manovra è strettoIl premier Giuseppe Conte ha parlato di possibili tagli alla spesa se non ci sarà crescita. “Si fa spending review dal 1992, abbiamo sempre tagliato in maniera lineare più o meno le stesse voci. Noi sappiamo che la spesa pubblica è di circa 800 miliardi di euro, due terzi dei quali sono concentrati su pensioni, sanità, stipendi e interessi sul debito pubblico che per varie ragioni non saranno toccati – ha detto Celotto -. Ormai nei ministeri il tagliabile è già stato tagliato quindi o si toccano queste voci oppure l’altra soluzione è un aumento delle entrate che passa per un altra misura tragica cioè una patrimoniale, un prestito forzoso. Una misura impossibile da un punto di vista politico anche se forse da un punto di vista di bilancio prima o poi il momento arriverà visto che il debito pubblico è sempre lì”.

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Vertice Palazzo Chigi, trovato accordo su prescrizione

Il governo gialloverde ha sciolto il nodo prescrizione, almeno per ora. L’articolo di Alberto Ferrarese

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Aprire la “scatola nera” che regola i big data

Secondo il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello è necessario per evitare distorsione delle regole democratiche

“Le dinamiche della Rete introducono delle criticità potenzialmente molto rilevanti sui meccanismi informativi, suscettibili di produrre alterazioni importanti anche se Internet non è ancora il principale mezzo per reperire notizie e se gli utenti sembrano oscillare tra diffidenza e fiducia rispetto ad esso”. Lo ha detto il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello, intervenuto oggi all’Internet Governance Forum Italia 2018 presso l’Università Luiss di Roma.

ALGORITMI POSSONO FAR FUNZIONARE AL MEGLIO LE REGOLE DEMOCRATICHE QUANTO DISTORCERLE

“La potenza degli algoritmi affascina e spaventa. Si parla – ha ricordato – di un’intelligenza artificiale in grado di trovare velocemente un filo logico in enormi insiemi di dati non strutturati che è però asservita a obiettivi ed esigenze ‘molto umane’. Strumenti la cui potenza può essere utilizzata tanto per far funzionare al meglio le regole democratiche quanto per distorcerle nel modo più subdolo ed efficace possibile”. L’impegno è sicuramente quello di scongiurare il secondo scenario, “ma per far ciò occorre mettere in campo un’attività che passa per azioni concrete, e che, almeno per ora, non può che essere co-regolamentare. Tuttavia, lo sforzo deve essere maggiore”, ha aggiunto il Commissario. “Il nuovo paradigma richiede di aprire la scatola nera che regola i processi propri dell’ecosistema dei Big Data. È necessario comprendere i momenti e le modalità di acquisizione del dato, il funzionamento degli algoritmi, i modi di conservazione e analisi, le informazioni derivate, e gli usi che ne derivano”.

SOTTOLINEATA LA NECESSITÀ DI INTRODURRE UN PRINCIPIO DI ACCOUNTABILITY PER PIATTAFORME E ALGORITMI

Sebbene, una soluzione condivisa ed efficace non sia ancora riconosciuta, “da più parti è stata sottolineata la necessità di introdurre un principio di accountability per piattaforme e algoritmi. Ecco che allora, laddove sono in discussione diritti sociali e politici, sembra sempre più utile ipotizzare un approccio ex ante alla regolamentazione del dato. Il tema vero è quello di realizzare un framework moderno e flessibile, volto a contemperare il massimo livello di diffusione dei contenuti, con le misure poste a presidio dei diritti degli utenti-elettori”, ha concluso Martusciello.

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Giochi, posti di lavoro a rischio con legge regionale pugliese. Ma spunta la proroga

Secondo uno studio dell’Eurispes sono a rischio l’80% delle sale gioco legali e novemila posti di lavoro. Se il Consiglio approverà il rinvio della legge si dovrà attendere una legge quadro nazionale

Chiusura dell’80% delle sale gioco legali e novemila posti di lavoro a rischio e in Puglia con la Legge regionale sul gioco che dovrebbe entrare in vigore il prossimo 20 dicembre. A certificare il problema è uno studio dell’Eurispes, presentato a Bari, dal titolo “Gioco legale e dipendenze in Puglia”, realizzato nel quadro delle attività dell’Osservatorio Permanente su giochi, legalità e patologie.

IL DISTANZIOMETRO COLPISCE ANCHE LE VECCHIE ATTIVITÀ DAL 20 DICEMBRE

La legge pugliese impone a partire da fine dicembre la chiusura di circa 700 punti gioco, collocati al di sotto dei 500 metri dai punti sensibili senza di fatto ridurre i rischi legati alle ludopatie, osserva l’Eurispes. Nelle ultime ore è intervenuta però la richiesta di proroga da parte della Commissione sanità della Regione Puglia che ha approvato all’unanimità una proposta di modifica della legge regionale contro il gioco patologico, elaborata dopo un lungo confronto tra istituzioni e associazioni degli operatori, che riguarda proprio il rinvio dell’entrata in vigore di quanto stabilito nella legge regionale approvata nel 2013. In tale disposizione sono contenute misure che dispongono una distanza di almeno 500 metri tra sale da gioco e luoghi sensibili come scuole, luoghi di culto e impianti sportivi. Il testo originario prevedeva l’immediata applicazione del “distanziometro” per le nuove attività, mentre per quelle già esistenti troppo vicine ai luoghi sensibili concedeva cinque anni di tempo – in scadenza appunto il 20 dicembre – prima dello stop definitivo.

PROROGA DOVRÀ PASSARE IL VAGLIO DELL’AULA DURANTE IL PROSSIMO CONSIGLIO REGIONALE

Con il via libera della Commissione sanità regionale si è deciso di non procedere sulla base di alcuni emendamenti che posticipavano l’entrata in vigore della legge al 2020 ma di attendere l’emanazione di un Testo Unico in materia di prevenzione e trattamento del gioco d’azzardo patologico a livello nazionale. Ma l’ok della Commissione Sanità non è ancora risolutivo dell’intera questione visto che il provvedimento dovrà passare il vaglio dell’Aula durante il prossimo Consiglio regionale, ancora da fissare.

COSA DICE LO STUDIO EURISPES SULLA PUGLIA

Gli “esercizi dedicati” nella Regione Puglia ad oggi sono 856: 6 sale Bingo, 330 sale dedicate (VLT), 395 negozi di gioco (agenzie di scommesse con Awp / Vlt), 125 agenzie scommesse (senza Awp / Vlt). L’occupazione media stimata per le singole categorie è di 40 addetti per ogni sala Bingo, 4 addetti per ciascuna sala dedicata, negozio di gioco e 3 addetti per ogni agenzia di scommesse. Facendo un calcolo, si arriva a quantificare il totale di persone occupate in 3.615 unità. Ipotizzando la chiusura dell’80% di loro, si avrebbe una perdita di 2.891 posti di lavoro.Bisogna poi prendere in considerazione l’indotto degli “esercizi dedicati” e di quelli “generalisti”, in particolare, le aziende di noleggio che gestiscono e manutengono gli apparecchi AWP e VLT, circa una trentina in Puglia. Per questa attività, sono occupati, nelle funzioni amministrative, gestionali e tecniche, 1085 addetti: anche in questo caso, ipotizzando il taglio dei volumi del gioco paro all’80%, si avrebbe una ulteriore perdita occupazione di 868 addetti. Passando poi all’area degli “esercizi generalisti” che offrono gioco legale, si sono potuti calcolare quelli che ospitano almeno un apparecchio slot, che sono 4.293 (soprattutto bar e tabacchi). La media degli addetti per esercizio è di 3,5 persone: quindi il volume occupazionale complessivo è di 15.025 addetti. I ricavi mensili, ascrivibili alla quota che rimane all’esercente dalla vendita di gioco legale, sono valutabili tra i 1.500 e i 3.000 euro. Ipotizzando la cessazione dell’80% dell’offerta del gioco legale, la riduzione del guadagno degli esercenti potrebbe generare l’espulsione di circa 1,5 addetto per ogni esercizio, ovvero un calo occupazionale di 5.151 lavoratori. In sintesi, arriviamo alla cifra di 8.911 lavoratori che stanno rischiano di perdere il posto di lavoro. 

DISTANZIOMETRO INEFFICACE PER CONTRASTARE IL “PROBLEM GAMBLING” SECONDO L’ISS

Tra l’altro è anche tutta da verificare l’utilità di norme come il distanziometro nel contrasto alle ludopatie. L’Istituto superiore di Sanità (ISS) ha infatti bocciato il modello Di Maio evidenziando come gli 1,5 milioni di giocatori problematici – che non necessariamente sono giocatori patologici ma coloro che faticano a gestire il tempo da dedicare al gioco e a controllare la spesa -, non troverebbero nessuno scoraggiamento da misure quali il distanziometro. Il distanziometro, infatti, secondo l’indagine dell’ISS non è uno strumento efficace per contrastare il “problem gambling”. Anzi. Dal rapporto emerge che il giocatore problematico predilige i luoghi lontani da casa e dal lavoro, quelli che garantiscono la maggior privacy o con un’area fumatori. Quest’ultimo aspetto è direttamente legato ai giocatori problematici perché tra loro è maggiore la percentuale di chi fuma o di chi consuma alcolici 4 o più volte a settimana. Anche l’Eurispes, nel tentativo di fornire un contributo di riflessione sulla validità dello strumento del distanziometro, ha elaborato i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. Secondo l’istituto di ricerca l’11,3% dei giocatori “problematici” preferisce giocare in luoghi lontani da casa, contro il 2,5% di quelli “sociali”, e il 10,7% dei “problematici” ha una predilezione per gli esercizi che garantiscono maggior privacy, rispetto all’1,5% dei giocatori “sociali”. Dunque, il giocatore problematico ricerca luoghi lontani che garantiscono privacy e che, in qualche misura, occultano la loro condizione di giocatori. (Qui la ricerca Eurispes)

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Concessioni, difficoltà dell’Anac a monitorare gli aeroporti

Particolarmente complessa è stata l’attività di monitoraggio dei Concessionari aeroportuali. È quanto si legge nell’atto di segnalazione inviato il 2 novembre a Governo e Parlamento in tema di affidamenti dei concessionari dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac).

In qualità di soggetto deputato a svolgere funzioni di monitoraggio e vigilanza, l’Anac presieduta da Raffaele Cantone, ha portato una serie di verifiche nel corso delle quali ha incrociato i dati forniti dagli enti pubblici concedenti e dalle società concessionarie su vari settori, dalle autostrade al gas, dai rifiuti agli aeroporti, ai sensi dell’art.177 del D.lgs. n. 50/2016.

Tuttavia, per i concessionari aeroportuali l’Autorità non è stata in grado di portare a termine l’attività di censimento.

CONCESSIONARI AEROPORTUALI NON PERVENUTI

Si legge infatti nell’atto che soltanto alcuni concessionari di servizi aeroportuali hanno inviato il modulo, anche se solo parzialmente compilato, pertanto non è stato possibile utilizzarne i dati indicati per l’attività di censimento di cui sopra.

LA GIUSTIFICAZIONE DI ASSAEROPORTI

Non erano tenuti. È stata questa la difesa mossa da Assaeroporti, l’Associazione rappresentante i concessionari degli Aeroporti italiani che ha precisato che i propri iscritti erano esentati dalla compilazione del Modulo giacché l’art.177 del D.lgs. n. 50/2016 non troverebbe loro applicazione in quanto ricadenti nei settori speciali.

LA PRECISAZIONE DELL’ANAC

A questo proposito l’Autorità presieduta da Cantone ha ribadito che i settori speciali non potevano essere considerati esonerati in quanto, in questa fattispecie, non si trattava di attività di vigilanza in senso proprio ma di un censimento, benché la stessa attività di vigilanza poteva essere comunque esercitata ai sensi dell’art. 213, comma 3, lett. a), del D.lgs. n. 50/2016.

RICORSO PUR DI NON RISPONDERE

Non c’è stato proprio verso. Come riportato nel documento dell’Anac, lo scorso 12 febbraio, i concessionari dei più grandi o importanti scali italiani, hanno fatto ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro l’Autorità stessa per l’annullamento di due note di richiesta/sollecito di inoltro dei Moduli. Non è finita: il 4 giugno i concessionari aeroportuali hanno depositato al Consiglio di Stato una memoria in sede di esame delle linee guida n. 11 volt ad affermare l’inapplicabilità delle stesse ai gestori aeroportuali.
Tant’è che a oggi l’indagine sullo stato delle concessioni aeroportuali risulta non pervenuta per mancanza di dati.

LE LAMENTELE DI CANTONE

“Alcuni concessionari si sono rifiutati di collaborare e sono arrivati a impugnare il provvedimento con cui chiedevamo gli atti, in particolare i concessionari aeroportuali”. Lo ha raccontato lo stesso presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone in un’intervista al Fatto Quotidiano.

Tra i concessionari aeroportuali ad aver fatto ricorso contro il provvedimento dell’Anac anche Aeroporti di Roma, società che gestisce gli aeroporti romani di Fiumicino e Ciampino, controllata di Atlantia, la stessa holding che detiene il controllo di Autostrade per l’Italia. Proprio per Aspi, l’Authority presieduta da Cantone ha rilevato il massimo scollamento tra i dati economici comunicati dal Mit in quanto concedente e quelli comunicati invece dalle società concessionarie, che tendono a “sottostimare gli adempimenti a loro carico”.

“I concessionari sono soggetti che utilizzano beni pubblici – ha concluso il Presidente dell’Anac – Lo Stato decide di far gestire questi beni ai privati, ma alcuni si considerano ormai i veri proprietari. Abbiamo segnalato tutto a Palazzo Chigi e ai ministeri competenti. Speriamo intervengano”.

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Come si sta aggrovigliando la matassa della prescrizione

I graffi di Damato

Neppure la soddisfazione espressa, a torto o a ragione, per i risultati delle elezioni americane di medio termine, e sostanziale pareggio, dal presidente Donald Trump, da cui viene cordialmente chiamato Giuseppi, ha sollevato Conte a Palazzo Chigi dall’angoscia che, alla guida del governo italiano, e a dispetto della serenità che ostenta pubblicamente, gli sta procurando l’ultima lite fra i grillini e i leghisti. Che è notoriamente scoppiata sul tema della prescrizione, dopo che il guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede ha cercato di farne introdurre la sostanziale abolizione con un emendamento dei suoi colleghi di partito alla legge “spazzacorrotti” in esame alla Camera.

Questa volta è più nervoso del solito, pur con quegli “occhi placidi di cerbiatto” certificatigli da Bruno Vespa nel suo solito libro natalizio in uscita, anche il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio. Che, rientrato dalla Cina, non ha gradito l’indisponibilità ad un vertice immediato da parte dell’omologo Matteo Salvini, rientrato a sua volta dall’Africa ma interessato a chiudere prima la partita del “suo” decreto legge sulla sicurezza, giocata al Senato col calcio di rigore, chiamiamolo così, della votazione di fiducia. Cui si ricorre quando le acque sono agitate nella maggioranza e qualcuno -in questo caso sotto le cinque stelle- viene tentato di giocare sporco nelle votazioni a scrutinio segreto sugli emendamenti.

Salvini in questi giorni è alle prese anche con la delusione sentimentale procuratagli con foto e versi diffusi in rete dalla ormai ex fidanzata Elisa Isoardi. Cui il ministro dell’Interno ha risposto, sempre in rete, e tra fiori, con un messaggio a tutto il pubblico, maschile ma soprattutto femminile, solidale con lui. “Notte amici, vado a letto sicuramente triste, ma sereno”, ha scritto il Matteo padano. Sereno, però, prescrizione permettendo, vista la fretta che hanno gli alleati di governo di passare dalla “ragionevole durata dei processi”, garantita dall’articolo 111 della Costituzione, ai “processi eterni”, come lo stesso Salvini li ha giustamente definiti dissentendo dalla controriforma propostasi dal guardasigilli. Che vuole togliere ogni limite di tempo dopo la sentenza di primo grado per l’espletamento del secondo e terzo grado di giudizio. E già il ministro della Giustizia Bonafede è più generoso o garantista -pensate un po’- rispetto a quei magistrati come Piercamillo Davigo e Nino Di Matteo, per fortuna in dissenso da molti altri, che vorrebbero cestinare la prescrizione nel momento in cui il pubblico ministero comincia a indagare, o chiede il rinvio a giudizio, o l’ottiene.

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Ecco chi è Vecciarelli il nuovo capo di Stato Maggiore della Difesa

Ex pilota di Caccia il generale ha ricoperto numerosi e prestigiosi incarichi tra cui rappresentante italiano presso l’Agenzia di difesa europea (Eda) e l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (Occar)

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Tav, sabato a Torino in piazza categorie produttive a sostegno grandi opere

“Non siamo contro qualcuno, ma contro una politica che non tiene conto della realtà che tutti noi cittadini viviamo ogni giorno”, le parole delle associazioni pro Tav

In piazza, sabato prossimo, senza etichette, bandiere e simboli a sostegno della Torino-Lione e di una nuova politica delle infrastrutture. Lo hanno deciso le associazioni d’impresa, dei lavoratori di categoria e degli ordini professionali di Torino e provincia che nel pomeriggio si sono per concordare una linea d’azione comune per la crescita e lo sviluppo del territorio.

“CONTRO UNA POLITICA CHE NON TIENE CONTO DELLA REALTÀ CHE TUTTI NOI CITTADINI VIVIAMO”

“Lavorare tutti insieme per lo sviluppo e la crescita di Torino, del suo territorio e dell’Italia. Con decisione: uniti per il bene della nostra comunità, per il suo benessere attuale e futuro in Europa. Senza etichette politiche ma con la forte consapevolezza dell’importanza del ruolo di cittadini che amano questo Paese. Non siamo – è stato sottolineato -, contro qualcuno, ma contro una politica che non tiene conto della realtà che tutti noi cittadini viviamo ogni giorno, una politica che non dà futuro alle nostre imprese, attività, al lavoro e ai nostri figli”.

IL SISTEMA ECONOMICO CHE CHIEDE STRUMENTI PER LO SVILUPPO E NON PER LA DECRESCITA

Le associazioni produttive hanno stabilito quindi l’organizzazione di eventi che facciano sentire il peso e il significato della posizione di tutto il sistema economico che chiede strumenti per lo sviluppo e non per la decrescita. In particolare, nelle prossime settimane le organizzazioni d’impresa promuoveranno la convocazione a Torino dei loro Consigli generali nazionali sul tema delle infrastrutture e della Torino Lione. L’ordine degli Architetti insieme alle Associazioni d’impresa si è fatto promotore di un successivo incontro per condividere sintetici punti programmatici e tecnici da offrire all’Amministrazione.

CHI HA PARTECIPATO ALL’INCONTRO

All’incontro hanno partecipato rappresentanti di Api Torino, Confapi Piemonte, Unione Industriale Torino, Amma, Federmeccanica, Confindustria Piemonte, Cna, Confartigianato, Ascom e Confesercenti Torino, Confagricoltura Piemonte, Cia, Ance Torino e Piemonte, Collegio Edile Confapi Torino, Federalberghi Torino e Piemonte, Cdo Piemonte, Legacoop Piemonte, Confcooperative Torino/Piemonte Nord, Giovani di Yes4To, Consulta degli Ordini e Collegi Professionali Torino, Unioncamere Piemonte, Ordine degli Architetti e dei Commercialisti Torino, Fim Torino, Fismic,Fillea Cgil Torino, Fillea Cgil Piemonte, Filca Cisl Torino, Feneal Uil Piemonte.

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Il trambusto sulla prescrizione

I graffi di Damato

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Come la Lega sta sorpassando M5S

I Graffi di Francesco Damato sui sondaggi tra Lega e Cinque Stelle 

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Il Veneto vuole tornare alla leva obbligatoria. E presenta una proposta di legge

Valorizzare le radici geografiche dei giovani senza mettere in secondo piano il percorso scolastico per otto mesi

Ripristinare un periodo di servizio civile o militare obbligatorio, “della durata di otto mesi”, a partire dal 2021 “con l’obiettivo di costruire una cultura della solidarietà” e di porre “i giovani in condizione di rispondere ad alcuni bisogni primari del loro territorio, soprattutto in situazioni in cui dovessero manifestarsi necessità particolari, dando modo a tutti di rendersi utili alla società nell’ambito per il quale ognuno si può sentire più portato: la difesa civile o quella militare”. Ci sta pensando seriamente il Consiglio Regionale del Veneto che ha presentato una proposta di legge in Parlamento in tal senso.

OBIETTIVO VALORIZZARE LE RADICI GEOGRAFICHE

Il punto di partenza della proposta regionale è quello di “valorizzare le proprie radici geografiche” dedicando al territorio di appartenenza “un periodo della propria vita durante il quale svolgere forme di servizio civile o militare”. Dopo la riforma della leva nei primi anni del duemila, rileva infatti la proposta veneta, “il senso di appartenenza al territorio che si percepiva” è “in parte venuto a scemare”.

PERCORSO SCOLASTICO MAI IN SECONDO PIANO

La scelta tra il servizio civile e quello militare, “prevista in maniera paritaria per gli uomini e le donne”, potrà essere fatta prima dello svolgimento del servizio, “che dovrà essere prestato nel periodo di tempo intercorrente tra il raggiungimento della maggiore età e il compimento di ventotto anni, compatibilmente con il percorso scolastico del cittadino, che non sarà in alcun modo posto in secondo piano”.

SERVIZIO CIVILE PRESSO ASSOCIAZIONI ACCREDITATE O SERVIZIO CIVILE

Se per la scelta del servizio militare si potranno valutare le diverse opportunità di ferma esistenti al momento dell’entrata in vigore della legge, spiega la proposta per quanto riguarda il servizio civile, “questo dovrà essere svolto presso le associazioni nazionali o locali di protezione civile accreditate”, secondo modalità che saranno disciplinate in successivi decreti di attuazione della delega. “Il servizio civile o militare sarà svolto da ciascun giovane nell’ambito della propria regione, così da dare forza al territorio di appartenenza”, chiarisce il testo.

QUANTO COSTA LA PROPOSTA

Gli oneri correnti sono quantificati nella proposta in 500.000 euro nell’esercizio finanziario 2018, in 4,5 milioni nel 2019 e in 2,5 milioni nel 2020. Quelli in conto capitale sono stimati in 4 milioni nel 2018, 25 milioni nel 2019 e altrettanti nel 2020.

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Che cosa succede tra Quirinale e Palazzo Chigi?

Il commento di Francesco Damato sulle tensioni fra Governo Conte e Mattarella

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Cosa c’è dietro gli attacchi al Capo di Gabinetto del Mef Roberto Garofoli

Il Fatto Quotidiano, prima, e i 5 Stelle, poi, accusano il tecnico del ministero guidato da Tria di essere la “manina” dietro il dl fiscale, ma le tempistiche sembrano dire altro

Il caso che sembra scuotere il ponte di Ognissanti sembra riguardare il coinquilino di via XX Settembre, il Capo di Gabinetto Roberto Garofoli, riconfermato a sorpresa dopo essere stato già nello stesso ruolo con il Ministro Padoan durante i governi Renzi e Gentiloni.

PER IL FATTO QUOTIDIANO E’ L’UOMO DIETRO IL FINANZIAMENTO DA 84 MILIONI ALLA CROCE ROSSA IN LEGGE DI BILANCIO

Con un articolo pubblicato il 31 ottobre, infatti, il Fatto Quotidiano gli imputa di essere l’uomo dietro il finanziamento di 84 milioni alla Croce Rossa Italiana inserito nell’ultima bozza della legge di bilancio, finanziamento difeso dal Ministro Tria di fronte alla legittima richiesta di spiegazioni da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, quegli 84 milioni – che nella realtà sarebbero stati richiesti dal Ministero della Salute per ovviare al pagamento dei TFR ai lavoratori dell’ente ora in liquidazione – rappresenterebbero la contropartita di Garofoli nei confronti della Croce Rossa Italiana per una vicenda riguardante un immobile del centro di Molfetta.

AL CENTRO DI TUTTO UNA CASA A MOLFETTA?

La famiglia di Garofoli aveva infatti acquistato nel 2006 un appartamento nella cittadina barese, immobile che per un sesto era però rimasto proprietà della Croce Rossa Italiana. Dopo una serie di contenziosi, le parti giungono finalmente ad un accordo nel dicembre del 2017, quando Garofoli versa 28mila euro all’ente per il “sesto mancante”, cifra ritenuta congrua da tutti gli uffici di controllo sia del Comune che della stessa Croce Rossa. A quel tempo – nel dicembre del 2017 – il governo guidato da Paolo Gentiloni era sulla via delle dimissioni in vista delle elezioni politiche del 4 marzo, e difficilmente l’allora Capo Gabinetto Garofoli poteva immaginare di essere richiamato a gestire, nello scorso giugno, la macchina del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Allo stesso modo, era difficile per Garofoli pensare di poter favorire l’inserimento di un articolo nella legge di bilancio del 2019. Ancora il Fatto Quotidiano ha continuato la sua offensiva oggi 1 novembre, contestando a Garofoli l’attività detenuta dalla moglie e dal padre, una casa editrice che svolge corsi specializzanti per giuristi, per il quale Garofoli aveva ricevuto regolare nulla osta proprio dal Consiglio di Stato, a cui lo stesso Capo Gabinetto aveva dato trasparenza dei fatti. In entrambi i casi, la tempistica delle accuse del Fatto Quotidiano può lasciare perplessi. E come spesso accade, gli umori della stampa anticipano quelli della politica: non è un caso che diversi Cinque Stelle, da Silvestri a Carabetta a Lannutti, abbiano attaccato duramente il Capo Gabinetto in queste ore.

FORTE LA VOGLIA DEI M5S DI TROVARE LA “MANINA”

Sembra insomma forte la voglia all’interno del Movimento di trovare, tra gli alti funzionari dei ministeri, quella “manina” di cui prima di tutti aveva parlato Luigi Di Maio per la questione riguardante i condoni, e che ora potrebbe materializzarsi proprio nella figura di Garofoli. Un modo per indebolire politicamente un Ministro, Tria, che più volte ha espresso la volontà di rispettare le regole di bilancio imposte dalla Commissione Europea.

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Toninelli, il ministro più a rischio del M5S. Ecco perché

Altra gaffe sulle grandi opere, questa volta su Gronda e Terzo Valico, all’insegna dello scambio politico all’interno del governo giallo-verde

Ennesimo giro di valzer sulle grandi opere. Protagonisti, ancora una volta, i Cinque Stelle e in primis il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli che grazie alle sue gaffes, assieme al vicepremier Luigi Di Maio per via dei mancati stop a Ilva e Tap, viene indicato come uno dei principali responsabili delle troppe “aperture” fatte sui dossier caldi e delle marce indietro rispetto alle promesse elettorali.

TONINELLI SUL FILO DEL RASOIO?

I notisti politici da tempo considerano Toninelli come uno dei possibili “sacrificati” sull’altare del rimpasto pre-Europee per le sue gaffes che non hanno risparmiato, da ultimo, lo scambio politico con la Lega, anticipato da Repubblica il 18 ottobre scorso, sulle grandi opere liguri con il Terzo Valico “dentro”, per usare un gergo calcistico, e la Gronda negli spogliatoi.

SCAMBIO TERZO VALICO-GRONDA

E infatti come scrive sempre La Repubblica (Edizione Genova) del 31 ottobre “ogni verdetto ufficiale sulle infrastrutture arriverà solo al termine dell’ormai celebre valutazione costi-benefici. Però Toninelli mostra di avere già le idee chiare su quello che attende la Liguria, vale a dire Terzo Valico e Gronda. E se il primo è sostanzialmente troppo avanti per essere fermato, la seconda si può anche stoppare, visto che i cantieri devono ancora essere aperti e che l’assunto che regge (reggeva) la realizzazione era l’allungamento di quattro anni della concessone ad Autostrade”. Ma le cose stanno realmente così?

AUTOSTRADE PER L’ITALIA: PROGETTO GRONDA SUL TERRITORIO E’ GIA’ UNA REALTA’

Secca la replica di Autostrade per l’Italia sulle affermazioni del ministro (sulla Gronda “non esiste niente. Il progetto è fermo”): “Il progetto definitivo ha già ottenuto da tempo non solo le autorizzazioni urbanistiche e ambientali, ma anche la pubblica utilità preordinata agli espropri. Ad oggi sono stati completati gli espropri di 98 unità abitative, le cui famiglie stanno ultimando i propri trasferimenti; sono peraltro in corso le attività per la ricollocazione di oltre 30 unità produttive, di cui 27 già completate”. Insomma, i cantieri non saranno aperti ma le opere propedeutiche sono iniziate da tempo. “Tutte le aree di cantiere sono state acquisite in occupazione temporanea per oltre 270.000 mq e sono stati formalizzati oltre il 60% degli accordi per la rimozione delle interferenze – ha aggiunto Autostrade -. Il progetto Gronda è stato avviato agli inizi degli anni 2000 ed è passato attraverso anni di studi e analisi, anche di costi-benefici. Nel 2009 è stato oggetto del primo dibattito pubblico mai tenutosi in Italia, durato oltre 6 mesi e conclusosi con il favore del territorio, che ne attende ora la realizzazione. Il solo progetto esecutivo, di cui si attende la imminente approvazione per poter partire con le attività di predisposizione degli scavi, conta ben 12.000 tavole. A riprova della completezza e concretezza del progetto. Ad oggi Autostrade per l’Italia resta in attesa solo del via libera da parte del MIT – ritenuto dovuto ed imminente – del progetto esecutivo per avviare i lavori di realizzazione”.

MONDO DELLE IMPRESE IN CAMPO PER DIRE SI ALLE GRANDI OPERE

Anche il mondo delle imprese, intanto, è sceso in campo a sostegno delle infrastrutture come riporta sempre La Repubblica. “’Rimettere in discussione Tav e Terzo Valico è un colpo mortale alle possibilità di sviluppo del Nordovest, delle sue imprese, dei suoi occupati, della possibilità di realizzare una migliore coesione sociale’ spiegano in una lettera congiunta i presidente di Assolombarda, Unione industriali di Torino e Confindustria Genova a nome di 545mila imprese. Chiedono alla politica nazionale e locale ‘di smettere veti ideologici buoni forse in campagna elettorale ma dai quali deriva solo un aggravarsi del ritardo e dei costi logistici che frenano le imprese del Nordovest’. A firmare l’appello, ‘un grande appello alla responsabilità sul futuro del nostro Paese’ in queste ore ‘decisive per le scelte del nuovo governo e dei territori’ sono i presidenti di Assolombarda, Carlo Bonomi, dell’Unione industriali di Torino Dario Gallina e di Confindustria Genova, Giovanni Mondini. Tav e Terzo Valico ‘sono fondamentali e interconnesse – scrivono – Il Terzo Valico sull’asse verso il Centro Europa, abbatte il vantaggio finora conseguito dai porti nordeuropei sul primo porto commerciale container d’Italia’”.

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Chi sono e cosa faranno i nuovi vertici dei tg Rai

I graffi di Damato

Sarei umanamente e professionalmente grato a Luigi Di Maio, ma anche a Matteo Salvini, se evitassero di applicare alla Rai, dopo le nomine effettuate dal Consiglio di Amministrazione dell’era gialloverde, la stessa denominazione data all’accidentata manovra finanziaria del loro governo.

Non siamo approdati alla Rai “del popolo”, come si è detto appunto della manovra, dalla Rai  “dei partiti”, come l’azienda radiotelevisiva di Stato è stata definita, a torto o ragione, nella lunga stagione della lottizzazione. Così la chiamò all’esordio l’indimenticato e indimenticabile Alberto Ronckey. Che da “ingegnere” -come l’aveva definito con affettuosa ironia sull’Unità Fortebraccio quando ancora Alberto dirigeva La Stampa, lacerandosi ogni notte davanti agli errori che scopriva leggendone le prime copie- ad ogni sfornata di nomine  nel palazzone di viale Mazzini sapeva distinguerne il colore politico: un precursore, nel campo dell’informazione radiotelevisiva, di Massimiliano Cencelli. Il cui “manuale” fu adottato dalle correnti della Dc per distribuirsi le cariche, di partito e di governo e sottogoverno dopo ogni congresso o crisi ministeriale.

Ronckey, in verità, commentava le nomine dall’alto, in editoriali dove non faceva nomi. Ma parlandone con lui, mi resi conto che conosceva quel mondo a menadito.

Se poi Di Maio avrà trovato la disinvoltura di parlare di “Rai del popolo” dopo che avrò finito di scrivere queste righe, me ne farò una ragione. Ma il popolo non c’entra per nulla, è chiaro. Siamo rimasti alla Rai dei partiti, in una versione tuttavia peggiorata rispetto al passato, recente e non. Siamo approdati alla Rai del governo, perché accordo, spartizione e quant’altro sono stati raggiunti fra i soli partiti della maggioranza, almeno a livello dei telegiornali, perché una traccia di opposizione si trova solo alla direzione della radio, dove è stato trasferito Luca Mazzà, il direttore uscente del Tg3, l’ex lontano Telekabul di Alessandro Curzi.

Non si era mai visto, francamente, nulla di simile, forse neppure ai tempi della Rai del pur storico direttore generale Ettore Bernabei, l’uomo di fiducia di Amintore Fanfani. Sotto la cui ferma regìa  il cosiddetto pluralismo nel settore dell’informazione si esauriva nel perimetro della Dc, ma con poche -debbo aggiungere- e fortunate eccezioni professionali a sinistra dello scudo crociato, mai comunque a livello direttivo.

Le forme saranno pure state salvate, con le nomine proposte formalmente al Consiglio dall’amministratore delegato Fabrizio Salini, ma non sono state per niente salvate nelle trattative fra i due soli partiti che si sono arrogati il ruolo di “editori di riferimento” dei telegiornali. Così una volta scappò di dire con onestà a Bruno Vespa parlando del tg 1 che dirigeva e della Dc che ve lo aveva mandato premiandone, per carità, le indubbie doti e competenze professionali. Di cui egli dà ancora prova nel salotto televisivo di Porta a Porta, promosso da Giulio Andreotti a “terza Camera”, dopo quelle decisamente più affollate di Montecitorio e di Palazzo Madama.

Con i tempi che corrono, e con la conoscenza che ho della Rai, non foss’altro per avervi per qualche anno collaborato, apprezzandone il personale molto più di quanto abbia mostrato anche di recente Di Maio parlandone come di una folla di “raccomandati” e “parassiti”, temo di dover rimpiangere la vecchia lottizzazione. Che ha regalato al pubblico, almeno per i miei gusti, e grazie proprio alla presenza dell’opposizione, la terza rete di Angelo Guglielmi.

D’altronde, mi è già accaduto di fronte alle convulsioni del Pd, dove il cosiddetto fuoco amico è superiore spesso a quello del nemico, di rimpiangere il “centralismo democratico” di memoria togliattiana.

Nonostante queste premesse, vorrei fare gli auguri di buon lavoro ai nuovi direttori dei telegiornali della Rai: Giuseppe Carboni al Tg1, Gennaro Sangiuliano al Tg 2, Giuseppina Paterniti al Tg 3 e Alessandro Casarin ai telegiornali regionali.

Pur nominati nel peggiore o più vecchio dei modi, come preferite, essi meritano il credito che impone la loro professione. Sono sicuro che una cartolina di auguri gliel’avrebbe mandata anche il mio vecchio amico e compianto Andrea Barbato.

Il loro successo dipenderà dalla misura in cui sapranno affrancarsi dal bicolore gialloverde che le circostanze, diciamo così, hanno voluto che li selezionasse. Voglio ignorare le diverse tonalità  del gialloverde con cui sono stati descritti nella cronache delle trattative politiche che hanno preceduto la loro nomina per rendere i miei auguri non di circostanza, ma autentici.

 

 

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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Decreto sicurezza. M5S vicino ad una resa dei conti interna, ecco chi sono i dissidenti

I dissidenti grillini verso il non voto sul decreto voluto da Salvini rischiano di mettere in crisi l’asse M5s-Lega. Si passerà alle espulsioni come nella scorsa legislatura?

Dopo la vicenda Tap il Movimento 5 Stelle non è più lo stesso. Ad ammetterlo per la prima volta il suo leader Luigi Di Maio che evoca via blog la figura del “Movimento-testuggine” prendendo in prestito scenari da Roma antica e chiedendo unità di fronte agli attacchi esterni ma soprattutto interni che arrivano per la prima volta all’esecutivo giallo-verde. Troppe le concessioni rimprovera la base: prima l’Ilva, poi la Tap ora la Tav che i pentastellati si sono affrettati a rimettere in discussione.

DECRETO SICUREZZA A RISCHIO

A farne le spese subito potrebbe essere il decreto sicurezza di Salvini: “I dissidenti grillini – come scrive Il Giornale – avrebbero intenzione di non partecipare al voto. Una scelta che potrebbe inguaiare e non poco la Lega ma che di fatto potrebbe mettere in discussione la tenuta della stessa maggioranza e del governo. Al Senato M5s e Lega hanno una maggioranza con 167 senatori, solo sei in più rispetto al “magic number” 161. Già tra i pentastellati si contano quattro firmatari degli emendamenti che possono mettere a rischio il Dl Salvini. I nomi di questi grillini sono ormai noti: Paola Nugnes, Gregorio De Falco, Elena Fattori e Matteo Mantero. Ma a quanto pare potrebbero essere più di quattro i componenti della fronda a palazzo Madama. Un problema non da poco per la maggioranza e soprattutto per il Movimento Cinque Stelle sempre più logorato dalle correnti”.

“STIAMO FACENDO COME IL PD”

Proprio la Nugnes all’Huffington Post respinge qualsiasi accusa al richiamo all’unità di Di Maio: “Per anni abbiamo criticato il Pd. Li vedevamo in Aula che si piegavano ai diktat di Matteo Renzi, che annullava il senso del Parlamento. E noi oggi stiamo facendo come loro”. Aggiungendo: “’Non posso votare la fiducia se il testo rimane questo’. Se sarà espulsa si opporrà? Farà ricorso? ‘No, perché io sono una donna di pace’”.

‘PUNIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO’

Elena Fattori, come racconta La Repubblica, sarebbe invece già sul tavolo dei probiviri: “Una delle soluzioni pensate dai vertici è il solito ‘punirne uno per educarne cento’ che nella scorsa legislatura non ha però portato bene” visto che “tra espulsioni e defezioni il gruppo M5s aveva perso 40 persone”. Mentre un altro fronte si è aperti con la presidente della  commissione finanze della Camera Carla Ruocco che ha tuonato contro il decreto Fiscale nel quale vorrebbe inserire il carcere per gli evasori sparito dal testo. “Il leader M5s quasi a risponderle – scrive sempre La Repubblica – appoggia la candidatura di Marcello Minenna – considerato vicino a Ruocco – alla presidenza della Consob”.

GLI ALTRI BIG SUL FILO

“Un altro ‘big’ grillino su cui pende una spada di Damocle è il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli, che per via delle sue tante gaffes molti danno per dead man walking, ovvero prossimo a essere silurato in un eventuale rimpasto di Governo prima delle elezioni europee – scrive invecce Affari Italiani -. Quanto alle donne, Roberta Lombardi, un tempo dea ex machina del M5s e terza fra cotanto senno dopo Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, è ormai stata allontanata dalle stanze del potere che contano e relegata in Regione Lazio a reggere indirettamente la maggioranza risicata del governatore Nicola Zingaretti. Mentre la sua nemica sindaca romana Virginia Raggi è in bilico per vicende giudiziarie e per problematiche di amministrazione capitolina, tanto che il m5s potrebbe essere pronto a scaricarla definitivamente in caso di condanna per falso in atto pubblico”.

PRONTI A ENTRARE IN SCENA

Sullo sfondo rimangono le figure di Alessandro Di Battista, ancora alle prese con il suo semestre sabbatico ma pronto a tornare in prima linea e il presidente della Camera, Roberto Fico che già ha evidenziato i suoi distinguo dai vertici di governo in più di un’occasione.

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